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Anna Antolisei
è presente nel paesaggio letterario non solo torinese da ormai tutti
tre lustri, come si deduce anche dal risvolto di copertina del suo
ultimo romanzo - A. Antolisei, Madre indomita, un caso
di cronaca nera per Alessandra Chiesa, pp 250, ed Fogola, euro 19,50
- dove ha puntigliosamente elencato i titoli dei libri editi e le
iniziative editoriali di cui si è fatta promotrice, ma dove manca il
suo titolo letterario, a giudizio di chi scrive, maggiore: essere
stata per un decennio la responsabile per la sezione italiana del
PEN degli scrittori esteri imprigionati per aver affermato nei loro
paesi il diritto alla libertà di parola.
Certamente un'omissione che, molto più dei titoli e iniziative
citati sul risvolto di copertina del suo ultimo romanzo, definisce
la scrittrice, ne spiega la scelta di scrittura: raccontare il
nostro e suo presente entro la forma del genere ‘romanzo giallo'.
Il ‘giallo' è un rebus letterario, dove l'aggettivo
determina il senso e la specificità del sostantivo: stabilisce entro
quale stilema il racconto debba disporsi; ovvero entro e secondo
l'immemorabile logica drammatica, all'origine d'ambito religioso,
dell'enigma. Detto altrimenti, se l'esito narrativo di ogni
scrittura letteraria dipende in modo decisivo dal primato del
momento del giudizio, ergo della dimensione etica come elemento
guida della scrittura, nel genere giallo questa dipendenza è tanto
più presente in quanto affronta l'universale interdetto sul quale si
fonda ogni forma di convivenza civile: l'interdetto all'omicidio;
riflettendo sul quale prese forma la tragedia greca, attenta e
profonda indagine sulla causa prima del crimine nelle società umane:
la lotta per il potere.
Proprio a controllare, impedire il crimine politico, sul quale nella
sua funzione all'interno del PEN Anna Antolisei ha di necessità
molto riflettuto, nascono le complesse articolazioni del diritto,
una cui forma evoluta superiore è il sistema di garanzie assicurate
all'individuo dal diritto di proprietà; strategia a costruire una
sorta di area sociale di garanzia della persona rispetto al potere
politico, ma la cui prima conseguenza è l'ascesa della proprietà a
forma occultante e determinante del potere politico nelle relazioni
sociali.
Il genere narrativo ‘giallo' non è altro che una
indagine demistificante sulle possibilità reali del diritto di
proprietà di controllare e governare i conflitti politici violenti,
di fatto soltanto trasformati, rielaborati in un complesso gioco di
metamorfosi tutte ingannevoli, nelle quali la società storica,
costruita intorno allo stato attraverso il prelievo fiscale,
riarticola e occulta il conflitto politico secondo una complessa
sempre reinventata enigmistica. Davanti a questa immemorabile e
immortale sfinge rinasce dalla sponda della società in tutta la sua
forza l'universale necessità logica di un Edipo. Un Edipo oggi
chiamato a spiegarsi/ci perché il diritto di proprietà,
originariamente garante, poi agisca diffusivamente come una profonda
lebbra corrosiva, una peste enigmatica ardua da penetrare ed
esplicare.
Nasce da questa funzione maieutica socratica rispetto al lettore la
figura che caratterizza il romanzo giallo, entro il vortice
dell'enigma: l'investigatore, intelligenza chiamata a penetrare e
rendere evidenti nella coscienza del lettore le vere forme del
mondo; guidarlo a una rinnovata comprensione del proprio tempo. Con
Alessandra Chiesa, Anna Antolisei realizza al femminile uno di
questi personaggi costretti a confrontarsi con il male dalla sponda
della comprensione entro le categorie della ragione.
Alessandra Chiesa è nell'universo narrativo della Antolisei il
personaggio chiamato a dare forma decifrabile all'oscura forza del
male, a dominarla attraverso la sua esplicazione: l'esplicazione
delle strutture fondative del male.
E nelle comunità umane tutto può diventare male agente, tra la
bellezza (Elena) e la perfezione che si contempla (Lucifero), ma
ogni forma storica di società conosce la propria forma specifica di
male.
La società contemporanea italiana - dove vivono e l'autrice di ‘Madre
indomita' Anna Antolisei, e la sua forma riflessa come
coscienza letteraria, il pubblico ministero Alessandra Chiesa - è
permeata da una tendenza costante alla degenerazione criminale.
Questa deriva verso il crimine, spontanea e ‘banale' nel senso
harendtiano, produce di necessità quell'isolamento in uno stupito
dolore delle coscienze chiamate a difendere la società italiana dal
crimine.
Mentre ci espone con grande esattezza le strutture della macchina
della giustizia italiana nei suoi elementi costituti di polizia e
magistratura, Anna Antolisei ce ne racconta l'assoluta solitudine.
Anche una scelta necessaria, perché da una società sostanzialmente
permeata di crimine sono continue e costanti le pressioni e
suggestioni per corrompere, coinvolgere la macchina giudiziaria,
degradarla a strumento di faide, in nome di una maliziosa giustizia
del taglione, perfin necessaria dalla logica dei fatti.
La stessa struttura narrativa discende e prende forma attraverso
questa spinta del mondo giudiziario alla solitudine e al fare
blocco, separarsi dalla società, porsi come altrove utopico. Da qui
la disarticolazione del racconto in due sistemi di relazioni
sintattico-linguistiche: quella dell'universo del crimine articolata
secondo modelli di mimesi etica nel quotidiano, mentre quella del
momento giudicante inquisitivo sottratta alla retorica attraverso un
sapiente abbassamento di toni. Ne diamo un solo esempio, anche a
individuare lo humor che ne pervade la scrittura: "L'ispettore
Devoti e Sante Rosi arrivarono alla Casa di Cura Igea ... entrambi
in borghese, e oltrepassarono la porta di cristallo della clinica
senza parlarsi, senza sorridersi: non fosse stato per il sesso
maschile di entrambi, avrebbero dato l'idea di una coppia di coniugi
al trentesimo anno - pg 78"
La Antolisei controlla il suo momento giudicante attraverso un
complesso gioco di rimandi ironici, ma che realizzano intanto
blocchi di metafore emblematiche, tra le quali vogliamo qui di nuovo
segnalarne soltanto una. Uno dei personaggi centrali del racconto è
il commissario Molino: ‘l'uomo di legno'. La sua
passione dominante è la ricostruzione in plastici delle più belle
piazze del mondo, realizzate in miniatura con un lavoro certosino,
usando per materiale il legno. Queste piazze stanno in un grande
stanzone di una casa di campagna sulla collina torinese. Ognuna è
una riflessione nella coscienza di Molino, un appunto in margine a
casi criminali trascorsi, a indicare trasparentemente la possibilità
di una città dell'uomo diversa da quella contro la quale
l'articolata complessa tribù di inquisitori intorno ad Alessandra
Chiesa combatte. L'autrice ce ne trasmette il racconto in pagine
dove la macchina narrativa di ‘Madre indomita', è
anch'essa una sorta di tenacemente voluta miniatura della complessa,
inquietante macchina sociale italiana, ma che nel racconto della
Antolisei conserva al centro un nucleo di volontà di difesa del bene
tenace, attivo, che si evidenzia appunto per personaggi come il
Molino o la Chiesa.
Il problema è: per quanto ancora questo residuo civile riuscirà a
trattenere nel paese quell'altro residuo di democrazia capace di
preservare l'Italia dalla condizione propria di tanti paesi dove la
parola libera porta al carcere? Questo è il senso ultimo del
racconto, l'ombra socratica nella quale prende forma il romanzo
giallo di Anna Antolisei ‘Madre indomita'.
© Piero Flecchia
da
"L'Avanti!", pag. Libri e Cultura - 12 luglio 2008
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