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La chiave
di lettura della poesia di Adele Desideri è il filo onirico: quel
tanto di inventività fantastica, di visionarietà che interviene
sempre ad animare le situazioni facendole levitare e caratterizzando
in aerea leggerezza le presenze di persone e di paesaggi per virtù
dell’autrice nel suo stesso farsi leggera. I luoghi sono prima
sognati o intravisti nella visione che effettivamente documentabili,
anche se reali. E questo vale anche per le presenze umane, rese
diafane e lattiginose da uno schermo che, mentre le vela, nella loro
improvvisa luminosità anche le rivela; in particolare, per forza e
suggestione, il padre. Del resto tutto vive nella raccolta Il pudore
dei gelsomini in una intermittenza dominata da una direttrice
intellettuale: la voce della morte, che non è qui tanto
un’ossessione quanto invece una misura di consapevolezza, nel
rapporto e nel colloquio costante con le ombre dentro l’alone di una
musica particolarissima. La presenza dei morti è una costante, ma la
meditazione sulla morte ha una sua attuazione altrettanto
particolare: è sostanza stessa della visione, dell’invenzione
fantastica che rappresenta il mistero, anche nella consapevolezza
dei suoi aspetti più crudi e disincantati. Fa quasi da cerchio entro
i cui limiti il poeta raccoglie e rappresenta, proprio allo specchio
di quella realtà finale, il suo giudizio sulla vita e sul mondo.
Quale enigma più grande del male che strazia l’uomo? Eppure ecco che
arriva a trascinare in alto le situazioni quel filo onirico di cui
abbiamo parlato con le sue immagini visionarie. Il giudizio è
l’anima stessa della poesia, ma non in senso prettamente o
propriamente etico, meno che mai moralistico, quanto piuttosto come
cifra melodica: quella musicalità (e, magari, “musica nera”) che è
la scansione lieve dei versi, capace di prendere una coloritura più
elegiaca nella vena più esistenziale che si manifesta per
intermittenze tra salti visionari e ritorni di coscienza nella
memoria. È il canto di un viandante che riconosce il suo viaggio
attraverso la vita e, viaggiando, accetta di misurarsi con gli
errori di percorso e con gli intoppi del caso, magari
nell’improvviso smarrimento. E che, tuttavia, riapproda poi
all’apertura improvvisa, favorita dal ritorno chiaro e netto della
consapevolezza.
© Paolo Ruffilli
RadioRAI, Venezia, 24 settembre 2010
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