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La figura del guappo
La figura del guappo è stata efficacemente descritta da de Borcard
nel libro pubbli-cato a Napoli nel 1866 intitolato Usi e costumi di
Napoli. De Bourcard, ironizzando sulla gestualità esasperata del
personaggio, ne ha fatto una figura quasi grottesca.
Con la sua giacca corta e aderente, portata sbottonata, i pantaloni
larghi terminanti con due grosse trombe sulle scarpe, la coppola di
panno col gallone d’oro, il guappo apparirebbe al giorno d’oggi più
ridicolo che temibile.
La stessa acconciatura era anomala poiché i capelli erano tagliati
corti all’occipite fino a metà testa e pettinati sulle tempie in
grandi ciuffi arricciati.
Anche il gergo del guappo era quantomeno singolare. Lo riportiamo
integralmente dal testo di de Bourcard: "Allorché il guappo minaccia
di bastonare alcuno, apre entrambe le palme ed agitandole
stranamente e quasi ponendole di conserva sul volto dell’avversario
in un moto espressivo gli grida: “Mo t’apparo ’a faccia (Ades-so te
le serro sul viso)”.
Quando saluta un collega si esprime con enfasi: "A’ razia, ovvero,
a’ bbellezza (Alla grazia, ovvero, alla bellezza)”.
A tale che gli paresse non aggiustar piena fede a quel che dice, e’
risponde: “Ebbè, ’o bbbulimmo lassà (Ebbene! Vogliamo lasciar
andare)”. Quando vuol mostrarsi osse-quioso si esprime: “Mo ’nce vo’;
sapimmo l’obbrigazione nostra (Vivaddio, sappia-mo il nostro
obbligo)”, né meraviglierà alcuno dell’imperioso plurale,
trattandosi di guappo.
Se si rissa grida: “Ebbè senza che ffaie tutte sse ’ngeste; cca
simmo canusciute, e aggio fatto scorrere ’o sango ’a llave po’
quartiere (Or via! Pon giù tutti codesti movimenti, perché qui siamo
conosciuti ed ho fatto scorrere il sangue a laghi pel quartiere)”.
Un tale ha l’inavvertenza, passando, di lasciar andare un boccone di
fumo sul volto della maestà; ecco il guappo che freddamente e
strascicando gli dice: “Ebbè mo mancate; vuie menate o fummo
rizziquario ’nfaccia a’ ronn! (Orbè, voi conoscete il vostro dovere.
Voi gettate il fumo del sigaro sul volto della donna!).
Quando, nel colmo dell’ira, e minacciando il suo avversario, fruga
precipitosamente nelle tasche in cerca d’un coltello, che spesso non
vi è, lasciando trattenersi dalle donne e dagli amici, dimenando il
corpo e mostrando non veder colui che ravvisa perfettamente, grida
con quanto ne ha in gola: “Aro’ sta, aro’ sta! Me ne voglio vevere
’o sango! (Dov’è, dov’è! Me ne voglio bere il sangue)”".
Il guappo di sciammeria
Coloro che volevano atteggiarsi a signori indossavano un abito un
po’ più lungo (la marsina) che valse loro la denominazione di guappi
di sciammeria.
Il loro stile — visibilmente improntato su quello dei dandy del
tempo — ci viene descritto minuziosamente da Enzo Avitabile
(L’onorata società. Riti, costumi e gesta della camorra, Napoli,
Regina Ed., 1972): "Essi indossavano abiti tagliati dalle più famose
forbici del tempo come un Plassenell o un Trifari. Portavano il
“raglan”, il “talmà” o la “chemise” corta, cravatte larghe dette
“rabats” fermate da spilli di co-rallo e di perle. I cappelli erano
di Parigi e di Londra, le scarpe erano cucite da un Finoia o da un
De Notaris, i guanti di Bossi o di Cremonese di via Toledo, le
camicie di Della Croce di via Chiaia".
I guappi di sciammeria si erano arricchiti spesso in modo illecito
e, grazie agli atteggiamenti da gran signori, potevano mescolarsi
tra la gente “bene” del tempo, che sfruttavano fornendo prestiti ad
elevato tasso di interesse o presentando loro qualche donnina
disponibile conosciuta in una delle bettole che assiduamente
frequentavano.
Si trattava di usurai, basisti, strozzini, la cui estrazione
piccolo-borghese li poneva, però, in contrasto con i camorristi
(generalmente di origine plebea), impedendo loro di entrare a far
parte dell’organizzazione malavitosa.
Tuttavia, essi ebbero riconosciuto il titolo onorifico di guappi di
sciammeria e col tempo divennero delle figure privilegiate
all’interno della camorra napoletana.
L’organizzazione cercò sempre di non farseli nemici, reputandoli
degni, in deter-minate circostanze, di ricevere l’anello di ferro,
particolare onoreficenza riservata ai camorristi che potevano
vantare: 1) trenta anni di servizio; 2) l’omicidio di agenti di
pubblica sicurezza (i cosiddetti gatti); 3) la partecipazione in
prima persona al compimento di almeno quattro grandi imprese…
Fra fiction e realtà storica
Il giornalista Ernesto Serao ha tentato, riuscendovi solo in parte,
una sintesi fra l’affresco storico e la fiction nel romanzo Il capo
della camorra. Una storia di ven-detta diviene lo spunto per
delineare i riti dell’organizzazione camorristica e per ritrarre
molti guappi del tempo.
Il motore della vicenda è l’omicidio del guappo di sciammeria
Gennarino Pare-scandolo, autorità assoluta del quartiere Stella,
ucciso dall’amante del camorrista Tore Santangelo…
Il Parescandolo — soprannominato “’o Bello guaglione” per il volto
fine, signorile e un po’ femmineo — è descritto come un avido
sfruttatore di donne, temerario al punto da sfidare con il frustino
gli altri guappi nonché gli odiati camorristi.
Nel corso di un’assemblea della “Gran mamma” a cui la madre del
Parescandolo si era rivolta per chiedere giustizia, ci vengono
mostrati altri esponenti della guap-peria.
“’O Femmenella”, così soprannominato per le sue sembianze femminee,
e “’o Milordino”, abituale frequentatore della piccola borghesia
sono due “picciuotti”… che aspirano ad entrare nell’organizzazione
camorristica.
Rivali anche in amore, i due guappi si scontrano nel corso di una
“zumpata di dovere”, un combattimento a scopo dimostrativo in cui
era vietato colpire al petto. Questo duello, decisivo per rimanere
all’interno dell’organizzazione sancisce la sconfitta e la
conseguente espulsione dalla “Gran mamma” di “’o Femmenella”. Il
romanzo evidenzia anche il ruolo del guappo di sciammeria
all’interno dell’orga-nizzazione camorristica: il Parescandolo, ad
esempio, è uno “sciammeria positivo”, ovvero un picciuotto
promovibile a camorrista nel caso avesse mostrato di posse-dere doti
di grande abilità.
Questo ruolo, ereditabile, viene assunto dalla madre del
Parescandolo dopo che il figlio era stato ucciso.
Le gesta di Funa Longa
Serao opera una ricostruzione degli avvenimenti del tempo
raffigurando anche uomini realmente esistiti quali Nicola Jossa e
Costanzo Ardia (detto “Funa Longa”). Quest’ultimo, padre della
giovanissima amante di Tore Santangelo, funge da filo conduttore al
racconto da cui emerge l’evoluzione della camorra e della guapparia.
La differenza esistente fra guappi e camorristi è evidenziata da
Serao: "Correvano ancora tempi classici per la camorra e l’ibrida
confusione odierna, che ha fatto di questa istituzione
dissanguatrice il centro e la sintesi di tutta la delinquenza, non
era ancora iniziata".
L’antico camorrista giudicava disonorevole rubare o compiere
ricatti, rapine, estor-sioni, ragione per cui demandava ad altri
l’incarico di compiere questi misfatti.
Il guappo, invece, era “l’ommo ’e core”, lo spirito fiero e
irrequieto che non tollerava alcuna forma di obbedienza e
prediligeva le imprese solitarie in cui far sfoggio della propria
bravura.
Tuttavia entrambi erano nemici dei ladri e degli sbirri ed
intimorivano la gente che li riteneva pericolosi. I guappi
sostenevano di badare soprattutto all’onore e di accontentarsi di
percepire “il piccolo fiore”, la mancia dignitosa offerta da coloro
che proteggevano. A volte si schieravano contro i “feroci”, ovvero i
“birri” borbo-nici, noti per la loro malvagità, e a favore di vedove
e orfane.
Del famoso e più volte citato Nicola Jossa viene riportato un
episodio che ha il gusto della leggenda. Una volta questi fu, a
detta di Serao, capace di penetrare nel gabinetto del prefetto di
polizia e schiaffeggiare il supremo magistrato di giustizia,
rinchiudendolo a chiave e minacciandolo di morte se avesse fiatato.
Il più giovane Costanzo Ardia era un suo compagno di avventure.
Era solito riunirsi con altri guappi, molto più ignoranti di lui, in
un noto caffè di Porta Nolana. Tra loro vi era il piccolo e sdentato
Gioacchino “’a Vicchiarella” e il suo emulo “Fasciglione”.
La sua passione per le donne, che lo ricambiavano, non faceva che
aumentarne lo già smisurato senso di onnipotenza. Una volta,
infatti, il guappo riuscì a strango-lare una spia e a rapirne la
bellissima moglie, tenuta sotto chiave, senza che alcun sospetto
gravasse su di lui.
Soprannominato “Funa Lunga” per la fortuna che gli permetteva di
restare impunito dei tanti delitti commessi (la gente diceva,
infatti, che solo una lunga corda gli avrebbe impedito di
cavarsela), l’Ardia si scontrò anche col famoso Tore ’e Criscienzo,
dipinto da Serao come un individuo furbo quanto falso.
Il camorrista aveva diffuso la voce che Funa Longa era un avversario
facile da battere. Un giorno, il guappo, per dimostrargli il
contrario, si era recato da lui disarmato. Dopo essere stato
umiliato e trattato alla stregua di un ragazzotto, il guappo aveva
reagito sfidandolo.
Nello scontro Funa Longa ebbe la meglio sul suo avversario che
rimase a lungo convalescente per una ferita al cranio.
Successivamente Tore ’e Criscienzio tentò, senza riuscirvi, di
vendicarsi.
Quando decise di servirsi dei suoi uomini per eliminare il guappo,
inaspettata-mente, fu tradito proprio da loro. I camorristi rimasero,
infatti, talmente colpiti dal coraggio di Funa Longa da offrirgli la
carica di capintesta.
La carriera del guappo ebbe una volta imprevedibile quando fu
promosso a commissario di polizia. Riusciva, infatti, a procurarsi
informazioni utili alla polizia ricorrendo ad abili travestimenti.
L’attitudine all’inganno era, del resto, una dote precipua di questo
guappo che militava anche nelle file della camorra in qualità di
capintrito — una sorta di capoquartiere — di Porta Capuana. La sua
doppia vita gli consentiva di esercitare l’attività di spia per
conto della polizia e contemporanea-mente, di taglieggiare il
popolarissimo quartiere della Vicaria.
Le sue malefatte non si fermavano qui. Il furbo Funa Longa aveva
persino messo a frutto le sue doti di malvivente, divenendo il capo
di una scuola di ladri, per i quali realizzava anche complicati
tatuaggi.
Questo personaggio, realmente esistito, assolve nel romanzo una
funzione ben precisa. Serao se ne serve per delineare il cruciale
passaggio dalla criminalità non organizzata alla camorra.
Simbolicamente questa transizione si accompagna anche ad una
trasformazione dell’individuo stesso come è evidenziato dal
progressivo degrado di Costanzo Asrdia.
Il susseguirsi degli eventi ci mostra, infatti, il guappo Funa Longa
sempre più amo-rale al punto di abusare, sotto gli effetti
dell’alcol, della figlia convalescente.
© Monica Florio, da "Il
guappo" Il
libro
Con il saggio di cultura napoletana “Il guappo – Nella storia,
nell’arte, nel costu-me” (Edizioni Kairòs, 2004) Monica Florio ritrae
un personaggio complesso e affa-scinante, legato alla storia del
costume di Napoli.
Nello spirito della collana di saggistica partenopea e campana
“All’ombra del vulcano” il libro attua una ricognizione, scevra da
retorica e nostalgia, su una figu-ra spesso idealizzata ed
erroneamente confusa con altri personaggi della malavita quali il
camorrista.
Del guappo viene operata un’accurata ricostruzione storica e, al
tempo stesso, uno studio trasversale che tocca la letteratura, il
cinema, il teatro e la canzone.
L'Autrice
Monica Florio (Napoli, 21/11/1969) ha collaborato con “Cronache di Napoli”, “Il Denaro”,
“L’Avanti!”, “L’isola”, “Arte & Carte”, www.lucidamente.com,
www.napoliontheroad.it, www.pensalibero.it, www.zappingrivista.it.
Ha pubbli-cato il saggio “Il guappo – nella storia, nell’arte, nel
costume” (Kairòs Edizioni, 2004), i racconti “Fuori dal gioco”
(“Vedi Napoli e poi scrivi”, Kairòs, 2005) e “L’uomo della folla”
(“San Gennoir”, Kairòs Edizioni, 2006). Con il racconto “Padre Rock”
ha vinto il 1° premio per la narrativa inedita alla 38° edizione del
"Premio Nazionale Sìlarus”.
Premi:
Con il suo esordio letterario “Il guappo – nella storia, nell’arte,
nel costume” (Kairòs Edizioni) ha ricevuto nel 2006 il terzo premio
dall’Associazione Culturale “Emily Dickinson” e nel 2005 la menzione
speciale da parte dell’Accademia Italiana di Scienze, Lettere e Arti
"Terra del Vesuvio" di Nocera Inferiore.
Presentazioni:
Nel corso del 2004 il libro è stato presentato: al Pavone nero
(mercoledì 30 giugno, relatori: Ernesto Filoso ed Antonio
Filippetti), da Fnac (lunedì 11 ottobre, relatori: Gordon Poole ed
Antonio La Gala), da Evaluna (venerdì 5 novembre, relatrici: Anna
Pasqualina Forgione ed Eliana Demarco), da Guida Merliani lunedì 6
dicembre, relatori: Aldo De Gioia ed Annella Prisco). Nel 2005 il
libro è stato presentato al Maschio Angioino, sala della Loggia
(venerdì 15 aprile, relatori: Renato De Falco, Costanza Falanga,
Ignazio Senatore) e all’Associazione Culturale Lucana “G. Fortunato”
(sabato 30 aprile, relatori: Aldo De Gioia, Franco Celentano, Marisa
Pumpo Pica). Mercoledì 6 luglio si è svolto un reading presso la
Libreria Guida Merliani (letture a cura di Marisa Pumpo Pica e
Massimo Smith).
Echi della stampa:
Recensioni ed interviste relative al saggio sono apparse sulle
seguenti testate: “Albatros”, “Cronache di Napoli” (Stefania
Lamberti), “Essere” (Sergio Scisciot), “Guida ai libri”, “Hyria”
(Antonio Pisanti), “Il Corriere del Mezzogiorno”, “Il Denaro”, “Il
Mattino” (Costanza Falanga), “Il Roma” (Tina Castaldo, Margherita
Coppola), “La Repubblica” (Serena Gaudino), “Il brigante”
(Victoriano Papa), “Il quotidiano di Caserta” (Maurizio Vitiello),
“Il Segnalibro” (Victoriano Papa), “L’Articolo” (Alessandra Del
Prete), “L’Avanti!” (Emanuela Capuano), “L’Espresso Napoletano”,
“Napolipiù” (Antonio Fresa), “Sìlarus” (Lorenza Rocco).
Notizie sul libro sono reperibili anche su internet:
www.campaniasuweb.it (Agnese Palumbo), www.gcwriter.com (Franco
Celentano), www.iltempodileggere.com (Teresa Romano),
www.ilbrigante.com (Maurizio Vitiello), www.librando.net,
www.supereva.com (Annamaria Manna), www.napoliontheroad.it (Ely
Demarco, Mario Pagano), www.portanapoli.it, www.zappingrivista.it
(Anna Pasqualina Forgione).
Agnese Palumbo, "Il guappo"
di Monica Florio (recensione)
Monica Florio,
Un posto al sole (racconto)
Monica Florio,
L'intrusa (racconto)
Monica Florio,
Il segreto (racconto) Monica Florio, "Se la
catena non si spezza" di F.Santamaria (recensione)
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