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Indie Occidentali (Campanotto Editore, 2008), secondo
romanzo del bravo Giancarlo Micheli, parte da una storia di
emigrazione. Una storia che ha a che fare con il secolo scorso, di
quando erano gli italiani a dover emigrare fuori dal proprio paese.
Protagonisti questa volta non sono meridionali, non sono contadini
“ignoranti” del rurale Mezzogiorno ma una coppia di sposini toscani
e alfabetizzati, consapevoli del proprio valore e con obiettivi da
perseguire ben definiti.
Quando penso all’emigrazione italiana penso a quella splendida
figura di Amerigo, creatura di gucciniana memoria che lascia il
proprio paese, Pavana. E mette dietro a sé le proprie radici con
ancora in corpo “il primo vino di una cantina” per non manifestare
quella malinconia che penetra nelle vene e nella coscienza.
Micheli ci racconta quel mondo altro, quello al di là dell’Oceano
che ad inizio del secolo scorso sembrava così diverso dal nostro. Il
quartiere di Little Italy, con le sue storie e le sue “leggende”,
anch’esso diversissimo da quello di oggi: quella che era la più
grande e famosa delle “little italies” diventa ogni anno più
piccola, proponendosi oggi quasi soltanto come due strade, parte
della Mulberry Street e parte della Grand Street.
Negli anni venti però quella zona e in più in generale quella città,
l’immensa New York che con i suo grattacieli immobilizzava lo
sguardo, era stata una porta obbligata d’ingresso, un centro
attrattivo, una grande madre dalle braccia non sempre benigne ma
comunque grandissime.
La lotta per l’esistenza si fa per i due protagonisti, Erminia ed
Aurelio, inizialmente più facile ma poi è la nuova realtà a prendere
il sopravvento, una realtà di diritti negati e di lotte di
sopravvivenza. Come un inferno urbano la metropoli si presenta nelle
sue contraddizioni, una massa umana che propone lingue, condizioni e
usanze diverse. Momenti di squisita umanità individuale si scontrano
e si sovrappongono a collettive grida di speranza, la coesistenza
degli immigrati e le problematiche interne, tolleranza, sindacali,
la lotta operaia.
Quello di Micheli è uno squarcio di vita vissuta, un quadro al tempo
stesso espressionista e realista, una meticolosa ricerca storica ed
antropologica sul nostro passato e sul secolo scorso. Personaggi
reali e “famosi” – Jack London, Giacomo Puccini, Mabel Dodge – si
incrociano con “perfetti sconosciuti” e personaggi di invenzione
letteraria, creano un cosmo a sé, una riproduzione ben disegnata di
un ipotetico quadro. Il grande merito del libro è poi quello di
inserirsi nella più grande tradizione europea, quella ricerca
linguistica forzatamente realistica che Auerbach riscontrò in
Mimesis nei maggiori autori della nostra storia.
L’uso del dialetto degli immigrati, il gioco linguistico e
sociolinguistico con cui mescola le situazioni comunicative più
disparate e le espressioni locali, un registro “alto” con momenti di
lascivia verbale, fanno del viaggio di Micheli, perché di questo si
tratta, un utopico, colto, continuo desiderio di ricerca. Un
desiderio che prima si fa portavoce della Storia e poi si fa
riflessione sul futuro e su un problema che ora ci vede come
protagonisti indiretti e che domani potrebbe ritoccarci da vicino.
© Matteo Chiavarone
Ilrecensore.com
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Giancarlo Micheli, Indie occidentali
Campanotto editore, settembre 2008, ppg. 224
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