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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / MARIO QUATTRUCCI


Presentazione di “La stanza di Garibaldi“ di Claudia Patuzzi
alla Biblioteca Franco Basaglia di Roma (11 marzo 2006)*

 

Il romanzo di Claudia Patuzzi è stato definito giustamente un complesso e artico-lato romanzo, al tempo stesso storico, familiare ed epistolare, in cui presente e passato non si svolgono secondo una consecutio temporale ma attraverso i sopras-salti della memoria e la ricerca acuta e pressante della protagonista, come se tutta la vicenda si svolgesse - e si svolge di fatto – nel presente, un presente “carico” di una storia lunga un secolo. Questo è uno dei tratti fondamentali del libro: una vicenda familiare, tre generazioni, un personaggio centrale narrato attraverso le lettere e i testi e, nell’ultima parte del romanzo, con una presenza viva e attiva del protagonista insieme a tanti altri personaggi più o meno importanti, compresi quelli del presente, padre e madre della narratrice.
A volte alcuni dei personaggi cercano di ritrovare la memoria, altri cercano di ri-muoverla. Qual è quindi il punto? Questo romanzo “familiare-storico” non si dà come una tradizionale narrazione di una grande famiglia, non è “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, non è “I vicerè” di De Roberto, è invece un prodotto originale, una “cosa” creata dall’autrice, nuova, attuale, in cui la scrittura è speri-mentale, in quanto cerca di raccontarci la storia di una famiglia senza dircela; ma facendo questo, Claudia Patuzzi scrive un romanzo storico, non secondo il tradi-zionale canone, come ad esempio “I promessi sposi” (potrebbe farlo), ma un “ro-manzo di persone” attraverso cui si veda la storia e il “succo” delle storie del secolo XX. Anche Claudia Patuzzi, come molti di noi, ha capito che non si può ipotecare la storia futura, “è un tappo che non si sa quando e dove potrà cadere”, sa che non c’è una teleologia, un fine già predeterminato e che in realtà, come dice Montale, la storia non è mai stata maestra di niente. Possiamo, però, valutare ciò che è accaduto. Il secolo che ci mette davanti Claudia Patuzzi è quello che è, ma il romanzo non ci “narra” le vicende del XX secolo, ce le fa “vedere”, ce le mostra “a sprazzi”, a brani resi in termini “essenziali”.
Quale è allora il punto, la grande “allegoria” di questo libro? Ghislain Balthasar è un uomo a cui è stato tolto l’essenziale, poiché è stato privato della sua libertà e soprattutto della sua libertà creativa. È stato oppresso, rinchiuso contro la sua vo-lontà in un abito talare e in un convento orribile come lo erano molti istituti ante-riori alla riforma di Papa Giovanni. Ora il punto nodale è questo: da dove nasce questo orribile destino, questa sorte, questa deprivazione di tutto che lo zio Ghi-slain Balthasar deve subire per tutta la vita? Nasce da un delitto. Tutta la storia di un uomo viene cambiata, determinata, dirottata dalle sue aspirazioni, dai suoi ta-lenti, da ciò che aveva dentro di sé, da un delitto. Non dirò quale. Però questo de-litto attuato per biechi motivi economici, interessi privati, materiali, avviene sullo sfondo, anzi “dentro” quel magma onnivoro che è il “delitto della guerra”.
Nel romanzo si parla della prima guerra mondiale, ma, verso la fine della narra-zione, il racconto si incentra sul ’28, - quando già i fantasmi della 2° guerra mon-diale si determinano. È questo grande delitto che è la guerra, che coinvolge l’Europa e tutto il mondo e che ha degli strascichi tremendi come la spagnola, di cui morirono quasi settecentomila italiani, in tutto tredici milioni di persone, che nel libro avvolge e aggrava il primo delitto privato, senza però esautorarlo. La spagnola arrivò alla fine della guerra su un ‘Europa affamata, prostrata, senza i-giene. Alcune pagine, in particolare le pagine 201-02, che ci descrivono l’orrore della guerra, sono particolarmente dense e belle. La guerra genera l’ “Europa dei mostri”. Questo dice l’autrice. Ghislain è trasformato da quel clima deformato in un “mostro” in quanto è privato della sua personalità, completamente asciugato, essiccato di ogni moto verso la vita.
Ritroverà questo anelito alla vita quando arriverà all’età di 23 anni nella casa dei Fata a Macerata, nella Marche. È in quel luogo che si svolge quello che giustamente Giuseppe Neri ha chiamato il “romanzo nel romanzo”. Ho trovato la terza parte di questo libro, da pagina 200 in poi, che porta a conclusione, radunandoli, tutti i fili della storia in cento pagine molto belle e complesse, la più originale e avvincente. In questa sezione finale il romanzo diventa il romanzo della famiglia Fata, da cui l’autrice-narratrice discende. La storia è caratterizzata dalla “stanza di Garibaldi”, un fantasma rosso che aleggia ovunque, un’invenzione straordinaria. Che cosa è la “stanza di Garibaldi”? Garibaldi ha dormito in una stanza del pa-lazzo dei Fata 14 giorni, in suo onore la famiglia dei Fata ha eretto un altarino, ha fasciato questa stanza con un pupazzo di legno, un “uomo morto” con la camicia rossa e una grande bandiera, costruendo il “nido” di Garibaldi. E che cosa è diventata questa stanza? E’ diventata la stanza della favola, dove il Niba e la moglie Eugénie passano le loro ore di amore più intense, la stanza dove vogliono andare a dormire i figli litigando per stare nella presenza di questa realtà fantasmatica, “rossa”, anche Orso, il fascista in camicia nera, ogni volta che si chiude dentro questa stanza vede la sua camicia nera diventare “rossa”. E’ lì che va a dormire il giovane Ghislain vestito da prete ed è lì che viene concupito e amato dalla came-riera… Ma, oltre la bellissima immagine della “stanza di Garibaldi”, c’è l’altrettanto bella città di Macerata, con le Mura da Sole e da Bora e i monti Sibillini sullo sfondo, e sarà lì che Ghislain scoprirà ciò che aveva sempre saputo: la verità.
Il romanzo di Claudia Patuzzi ci dà quindi la storia di persone – una microstoria – la vita umana in generale costituita da un polverio di storie che però sono deter-minate dalla grande storia. A questo punto però è necessario puntualizzare un’altra questione importante: come ha giustamente detto Giuseppe Neri il romanzo di Claudia Patuzzi si dà non solo e non tanto per quello che narra, ma per “come” lo narra. Questo libro ha il pregio assai raro di essere scritto “bene”, con questo avverbio mi riferisco innanzi tutto alla lingua italiana, all’uso dei verbi, delle parole; inoltre è “scritto bene” per la sua struttura sperimentale, per la sua capacità di costruire una storia senza seguire un filo cronologico; possiamo quindi dire che è “scritto bene” soprattutto per il “mix” che l’autrice ha operato a più livelli: dal mix temporale (uso del presente e del passato), al “mix” del punto di vista con l’uso alternativo della prima e della terza persona, creando nel lettore un senso di spaesamento e straniamento, necessario quando non si vuole cadere nell’ immedesimazione, ma semmai riflettere su ciò che l’autrice scrive; inoltre è “scritto bene per il “mix” linguistico particolarmente efficace nella parte finale, nel monologo o indiretto libero di Teresa Amadori (pp. 286-88), costituito da una felice mescolanza di dialetto marchigiano, lingua italiana, cadenza, proverbi, modi di dire, esclamazioni che contribuiscono a rendere un ambiente e l’atmosfera delle storie narrate; infine è “scritto bene” per il “mix” delle storie: in questo romanzo di Claudia Patuzzi le storie (di Ghislain, Paul Mancini, Eugénie, il Niba, di Rolando ed Henriette, di Teresa Amadori e Amélie Molitor e Cyrille Balthasar) si mescolano come le lingue (il corso, il francese, il fiammingo, il latino, il marchigiano). In conclusione possiamo affermare che “La stanza di Garibaldi” è un bellissimo romanzo, di quelli che di questi tempi appaiono raramente, di quelli che non dicono le solite cose, ma parla dell’anima profonda, di ciò che noi siamo e in quanto risultato della storia del XX secolo.

(Registrazione della presentazione presso la “Biblioteca Franco Basaglia” di Roma)

* Claudia Patuzzi, La stanza di Garibaldi - romanzo
Manni Editori, San Cesario (Lecce) 2005


 

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