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Il romanzo di
Claudia Patuzzi è stato definito giustamente un complesso e
artico-lato romanzo, al tempo stesso storico, familiare ed
epistolare, in cui presente e passato non si svolgono secondo una
consecutio temporale ma attraverso i sopras-salti della memoria e la
ricerca acuta e pressante della protagonista, come se tutta la
vicenda si svolgesse - e si svolge di fatto – nel presente, un
presente “carico” di una storia lunga un secolo. Questo è uno dei
tratti fondamentali del libro: una vicenda familiare, tre
generazioni, un personaggio centrale narrato attraverso le lettere e
i testi e, nell’ultima parte del romanzo, con una presenza viva e
attiva del protagonista insieme a tanti altri personaggi più o meno
importanti, compresi quelli del presente, padre e madre della
narratrice.
A volte alcuni dei personaggi cercano di ritrovare la memoria, altri
cercano di ri-muoverla. Qual è quindi il punto? Questo romanzo
“familiare-storico” non si dà come una tradizionale narrazione di
una grande famiglia, non è “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa,
non è “I vicerè” di De Roberto, è invece un prodotto originale, una
“cosa” creata dall’autrice, nuova, attuale, in cui la scrittura è
speri-mentale, in quanto cerca di raccontarci la storia di una
famiglia senza dircela; ma facendo questo, Claudia Patuzzi scrive un
romanzo storico, non secondo il tradi-zionale canone, come ad
esempio “I promessi sposi” (potrebbe farlo), ma un “ro-manzo di
persone” attraverso cui si veda la storia e il “succo” delle storie
del secolo XX. Anche Claudia Patuzzi, come molti di noi, ha capito
che non si può ipotecare la storia futura, “è un tappo che non si sa
quando e dove potrà cadere”, sa che non c’è una teleologia, un fine
già predeterminato e che in realtà, come dice Montale, la storia non
è mai stata maestra di niente. Possiamo, però, valutare ciò che è
accaduto. Il secolo che ci mette davanti Claudia Patuzzi è quello
che è, ma il romanzo non ci “narra” le vicende del XX secolo, ce le
fa “vedere”, ce le mostra “a sprazzi”, a brani resi in termini
“essenziali”.
Quale è allora il punto, la grande “allegoria” di questo libro?
Ghislain Balthasar è un uomo a cui è stato tolto l’essenziale,
poiché è stato privato della sua libertà e soprattutto della sua
libertà creativa. È stato oppresso, rinchiuso contro la sua vo-lontà
in un abito talare e in un convento orribile come lo erano molti
istituti ante-riori alla riforma di Papa Giovanni. Ora il punto
nodale è questo: da dove nasce questo orribile destino, questa
sorte, questa deprivazione di tutto che lo zio Ghi-slain Balthasar
deve subire per tutta la vita? Nasce da un delitto. Tutta la storia
di un uomo viene cambiata, determinata, dirottata dalle sue
aspirazioni, dai suoi ta-lenti, da ciò che aveva dentro di sé, da un
delitto. Non dirò quale. Però questo de-litto attuato per biechi
motivi economici, interessi privati, materiali, avviene sullo
sfondo, anzi “dentro” quel magma onnivoro che è il “delitto della
guerra”.
Nel romanzo si parla della prima guerra mondiale, ma, verso la fine
della narra-zione, il racconto si incentra sul ’28, - quando già i
fantasmi della 2° guerra mon-diale si determinano. È questo grande
delitto che è la guerra, che coinvolge l’Europa e tutto il mondo e
che ha degli strascichi tremendi come la spagnola, di cui morirono
quasi settecentomila italiani, in tutto tredici milioni di persone,
che nel libro avvolge e aggrava il primo delitto privato, senza però
esautorarlo. La spagnola arrivò alla fine della guerra su un ‘Europa
affamata, prostrata, senza i-giene. Alcune pagine, in particolare le
pagine 201-02, che ci descrivono l’orrore della guerra, sono
particolarmente dense e belle. La guerra genera l’ “Europa dei
mostri”. Questo dice l’autrice. Ghislain è trasformato da quel clima
deformato in un “mostro” in quanto è privato della sua personalità,
completamente asciugato, essiccato di ogni moto verso la vita.
Ritroverà questo anelito alla vita quando arriverà all’età di 23
anni nella casa dei Fata a Macerata, nella Marche. È in quel luogo
che si svolge quello che giustamente Giuseppe Neri ha chiamato il
“romanzo nel romanzo”. Ho trovato la terza parte di questo libro, da
pagina 200 in poi, che porta a conclusione, radunandoli, tutti i
fili della storia in cento pagine molto belle e complesse, la più
originale e avvincente. In questa sezione finale il romanzo diventa
il romanzo della famiglia Fata, da cui l’autrice-narratrice
discende. La storia è caratterizzata dalla “stanza di Garibaldi”, un
fantasma rosso che aleggia ovunque, un’invenzione straordinaria. Che
cosa è la “stanza di Garibaldi”? Garibaldi ha dormito in una stanza
del pa-lazzo dei Fata 14 giorni, in suo onore la famiglia dei Fata
ha eretto un altarino, ha fasciato questa stanza con un pupazzo di
legno, un “uomo morto” con la camicia rossa e una grande bandiera,
costruendo il “nido” di Garibaldi. E che cosa è diventata questa
stanza? E’ diventata la stanza della favola, dove il Niba e la
moglie Eugénie passano le loro ore di amore più intense, la stanza
dove vogliono andare a dormire i figli litigando per stare nella
presenza di questa realtà fantasmatica, “rossa”, anche Orso, il
fascista in camicia nera, ogni volta che si chiude dentro questa
stanza vede la sua camicia nera diventare “rossa”. E’ lì che va a
dormire il giovane Ghislain vestito da prete ed è lì che viene
concupito e amato dalla came-riera… Ma, oltre la bellissima immagine
della “stanza di Garibaldi”, c’è l’altrettanto bella città di
Macerata, con le Mura da Sole e da Bora e i monti Sibillini sullo
sfondo, e sarà lì che Ghislain scoprirà ciò che aveva sempre saputo:
la verità.
Il romanzo di Claudia Patuzzi ci dà quindi la storia di persone –
una microstoria – la vita umana in generale costituita da un
polverio di storie che però sono deter-minate dalla grande storia. A
questo punto però è necessario puntualizzare un’altra questione
importante: come ha giustamente detto Giuseppe Neri il romanzo di
Claudia Patuzzi si dà non solo e non tanto per quello che narra, ma
per “come” lo narra. Questo libro ha il pregio assai raro di essere
scritto “bene”, con questo avverbio mi riferisco innanzi tutto alla
lingua italiana, all’uso dei verbi, delle parole; inoltre è “scritto
bene” per la sua struttura sperimentale, per la sua capacità di
costruire una storia senza seguire un filo cronologico; possiamo
quindi dire che è “scritto bene” soprattutto per il “mix” che
l’autrice ha operato a più livelli: dal mix temporale (uso del
presente e del passato), al “mix” del punto di vista con l’uso
alternativo della prima e della terza persona, creando nel lettore
un senso di spaesamento e straniamento, necessario quando non si
vuole cadere nell’ immedesimazione, ma semmai riflettere su ciò che
l’autrice scrive; inoltre è “scritto bene per il “mix” linguistico
particolarmente efficace nella parte finale, nel monologo o
indiretto libero di Teresa Amadori (pp. 286-88), costituito da una
felice mescolanza di dialetto marchigiano, lingua italiana, cadenza,
proverbi, modi di dire, esclamazioni che contribuiscono a rendere un
ambiente e l’atmosfera delle storie narrate; infine è “scritto bene”
per il “mix” delle storie: in questo romanzo di Claudia Patuzzi le
storie (di Ghislain, Paul Mancini, Eugénie, il Niba, di Rolando ed
Henriette, di Teresa Amadori e Amélie Molitor e Cyrille Balthasar)
si mescolano come le lingue (il corso, il francese, il fiammingo, il
latino, il marchigiano). In conclusione possiamo affermare che “La
stanza di Garibaldi” è un bellissimo romanzo, di quelli che di
questi tempi appaiono raramente, di quelli che non dicono le solite
cose, ma parla dell’anima profonda, di ciò che noi siamo e in quanto
risultato della storia del XX secolo.
(Registrazione della
presentazione presso la “Biblioteca Franco Basaglia” di Roma)
* Claudia
Patuzzi, La stanza di Garibaldi - romanzo
Manni Editori, San Cesario (Lecce) 2005
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