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FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / MARIO QUATTRUCCI


Francesco Muzzioli: Il corto la scorta le escort
(Lavatoio Contumaciale, 17 dic. 2011)

 

 

È un vero peccato che il genere operistico e operettistico sia caduto in disuso ─ debolmente sostituito dal musical e da certe canzoni.
Peccato per tanti motivi ma uno è che Francesco è in qualche modo impedito a seguire una delle sue vocazioni più generose: quella di paroliere pasticciere immaginifico e facondo…
Parafrasando Nerone, potremmo dire: QUAL LIBRETTISTA HA PERDUTO PITALIA!
Ma poi chissà?
Questi libri di Muzzioli, in realtà, si prestano molto bene a una qualche realizzazione teatrale con musica e musicisti… come del resto, se non ricordo male, in qualche forma è già accaduto ─ e come è occorso ad altri consanguinei quali Mario Lunetta per il suo Coca Cola Story e altre cose.
E questo perché il genere operistico, genere per nascita e lunga egemonia quanto mai italiano, si è sempre attagliato particolarmente bene all’Italia che si faceva, e si attaglierebbe perfettamente all’Italia di oggi alquanto disfatta.
L’Italia è un paese da operetta…, ho sentito ripetere spesso, fin da ragazzino, per esempio da mio nonno e mio padre…, L’Italia è Il paese dei campanelli… o anche Il paese di Pulcinella… che è un altro modo di dire la stessa cosa…, espressioni che forse non si usano più (sostituite da altre più lutulente e volgari, sebbene molto pregnanti) ma molto significative…
Oppure, e questo si dice ancora, che Tutto in Italia volge al melodramma ─ o ai suoi cascami: la sceneggiata, e poi la telenovela e l’odierna fiction.
Tutto in maschera, tutto finto, tutto urlato… o anche mormorato negli a parte che la platea deve naturalmente intercettare…, tutto volto al divertimento e all’evasione, tutto messo in burla e melò mentre il dramma (magari anche grottesco) si consuma nella realtà della vita e nella serie infinita di fregature a cui sono sottoposti i poveri cristi.
Ma nella gloriosa storia del melodramma italiano non c’è solo il drammone storico dinastico esistenzial familiare ─ le forze del destino, i foscari, le crociate, i trovatori e le aide, le bolene e le norme, le azucene e le pire, gli otelli e le traviate e le lucìe e le povere mimì, eccetera eccetera ─ che finiscono sempre male, sempre col morto (più spesso con la morta) o con la follia voluti, s’intende, dal destino gaglioffo, ma a modo loro (un modo melodrammatico, appunto, e magari involontario) disvelatori (quasi sempre) della natura del potere o dei rapporti sociali e intersessuali del loro tempo e di sempre… ─ non c’è solo quel melodramma, dicevo…, quel teatro musicale (spesso di grande musica) fatto di poemetti al limite quasi sempre dello straccio (i famosi o famigerati libretti) ─ (a meno, s’intende, che non ti capiti un onesto Piave o un miglior Boito su basi shakespeariane, o addirittura il geniale Da Ponte, i quali sostenendo adeguatamente una musica alta strappano il velario e parlano in lingua chiara, popolare e coltissima, a volte rivoluzionaria (Don Giovanni o Così fan tutte) del mondo e dell’uomo, o della donna aussi bièn, e dei loro peccati o del loro veemente bisogno di libertà borghese dell’artista, del famiglio, del costume…, dal servaggio in cui è tenuto dai potenti e prepotenti signori e padroni… ─ …non c’è solo quello, dicevo, ma c’è anche l’opera in cui l’intrigo prende più intensamente il colore della beffa (a volte anche alle convenzioni e al potere) e infine, quasi sempre magnifica e trionfante, la cosiddetta Opera Buffa, l’Opera Comique….
….di barbieri e faslestaffe e magari (stiracchiando un po’) figari che vanno a nozze…
il cui lieto fine è d’obbligo, ma arriva dopo che tutto nel corso dell’Opera è stato detto contro l’ipocrisia del mondo e la falsa morale e il gioco dei potenti, e suona ─ magari più allegro ma ugualmente posticcio ─ come il lieto fine del nostro Pinocchio…
Ma tutto questo… (in Opera si sarebbe detto una cicalata), tutto questo per dire che cosa?
Ma semplicemente per dire che i racconti di Muzzioli ─ dall’Uomo ameboide alla Urbana nettezza ─ e ancora di più questi sul Corto ─ sono, secondo me, proprio nel solco non solo di quel genere di Opera Buffa…, o di opera in cui i buffi, gli strani, i diversi in senso strutturale e mentale, sono protagonisti…, ma anche di quel gran movimento teatrale che in Italia (se non si vuole andare al Teatro Latino) ha per capostipite Beolco-Ruzzante (o forse, anche, certi misteri, o parodie di misteri medievali) e passa per il dolce-mordente (sebbene gentile e cortese) Goldoni (amato dai Giacobini francesi) (e penso ad Arlecchino servitore di due padroni, o alle Baruffe chiozotte, o alla Bottega del Caffè), per arrivare a Petrolini e al Rascel del non sense e alle stralunate maschere veriste di Totò e Peppino, o forse a certo cabaret milanese degli anni 60 e 70 e, se volete, al miglior Dario Fo.
Ma qual è, dunque, il tratto peculiare di questo teatro francescano, cioè di Muzzioli Francesco?
È che, sia per impostazione sia per lingua, la sua creatura ─ la grande allegoria parodica della Corte del Corto e di Il Corto la scorta le escort ─ si forma per recupero, accumulo, associazione, deformazione.
Il buffo dell’Opera di Muzzioli è proprio qui: Muzzioli scrive di suo in chiave comica, o per meglio dire satirica, intassellandovi, incastrandovi, reperti dei classici o, appunto, dei comici venuti prima di lui.
Ma il buffo più buffo è poi che va a cogliere quei tasselli dovunque, magari in pezzi poetici o teatrali che buffi non sono ─ o che non erano nati affatto come pezzi comici ma, decontestualizzati e immessi ora nel nostro presente, comici buffi e mordenti diventano là per là.
Così, per decenni, io m’ero chiesto: ma cos’è che mi prende e mi tiene davanti a quell’assurdità convenzionale che è l’Opera Lirica ─ o anche a certo antiquariato presente in testi classici? Solo la bontà della musica? O, rispettivamente, della musicalità poetica?
Adesso, con Muzzioli, ho finalmente capito: l’assurdo e l’involontariamente comico di un libretto me ne attualizzavano in qualche modo (epico? straniante?) il senso.
Ho parlato di Parodia, e credo che nel caso di Muzzioli ciò sia, anche filologicamente, giusto e pregnante. Parodia viene definita infatti anche in rapporto alla musica, e spiega che “nella musica medievale e fino al XVII secolo, parodia è la pratica di riutilizzare e trasformare testi e melodie preesistenti per la realizzazione di nuove composizioni; dopo il XVII secolo, la deformazione di modelli stereotipati con intenti grotteschi”. Chiaro, non è così? Francescano, direi!
Satirica, naturalmente.
E, se vogliamo essere sinceri, una satira niente affatto distaccata ma piena di rabbia. Ma una satira angry, arrabbiata che è tanto più incalzante e profonda quanto più lontana dalla banalità e volgarità e sguaiataggine ─ non dico solo di contenuti ma di lingua ─ della odierna cosiddetta satira televisiva.
E quanto più, per converso, si dispiega in una lingua e una costruzione coltissime e raffinate. Da autentico classico, cioè.
La satira, naturalmente, è rivolta alla povera Italia, alla serva Italia, all’Italia di O Franza o Spagna purché se magna, all’Italia degli atri muscosi e dei fori cadenti (e quale polisemicità si può leggere in quegli antichi nomi manzoniani ─ gli atri, i fori ─ una volta ricontestualizzati e ri-montati da Muzzioli!), insomma a Pitalia e al suo Corto sovrano pro tempore ma sempre possibile.
Satira, vera non solo perché ridendo castigat mores, e non solo perché ─ coi suoi recuperi letterari ─ mostra che la storia spesso si ripete ma in forma di farsa (Marx)…, e anche che la storia non è magistra di niente che ci riguardi (Montale)…, ma perché ci dice che la farsa, almeno in Italia, s’è tramutata spesso in tragedia: l’operetta in costume nero della “Marcia su Roma” e sotto il balcone sabaudo ─ nel regime fascista; il ridicolo “der mascellone priapesco a cavallo” (Gadda) ─ nella tragedia della guerra; il teatro dei burattini del boom e della Milano da bere ─ nella notte della Repubblica; la farsa dei reality show e dei talk show e le canzonette del sub-pensiero debolissimo ─ nel ventennio berlusconiano…

Si pone a questo punto, o potrebbe porsi, un problema: qual è, in Muzzioli, il senso e il valore dei suoi recuperi, delle sue citazioni?
Francesco è dunque approdato all’aborrito Postmoderno?
Ma è poi vero che il citazionismo sia, di per sé, il tratto distintivo del Postmoderno?
Io, nel mio piccolo, non lo penso.
E non solo perché non pochi dei li nostri maggiori hanno fruttuosamente, e cioè creativamente, usato le citazioni ─ penso a Leopardi e ai vasti riferimenti, spesso anzi autentici imprestati, di cui si è servito; o a Montale, proprio a proposito di Opera ed Operette (Azucena Atto II, la Lakmé, La cathédrale engloutie…) ─ ma perché il citazionismo del postmoderno è conseguenza e servo del pensiero debole, è arretramento sgomento nel già detto mal letto e ancor peggio digerito, e in termini narrativi e poetici è la banalità e la pavidità e la stucchevole plastificazione della frase e del verso.
Qui, in Muzzioli, le citazioni sono com’è in urbanistica e architettura il recupero e il riuso; come il muro serviano incastonato a vista alla pensilina dinosauro di Termini: avulse, decontestualizzate, o meglio cambiate di contesto, assumono un nuovo significato. Esse sono, come in Leopardi o Pound o Montale, i mattoni, le pietre vecchie che inserite nella costruzione attuale evidenziano il colore del muro.
Esse, cioè, contribuiscono a formare una scrittura semmai post antica, e cioè moderna. O per essere più preciso: contemporanea ─ nel senso che questo termine ha anche in musica e in arte.

Ma adesso Francesco è sull’orlo di una crisi depressiva: il Corto ha perso il regno (o deve gestirselo per interposta persona); la Corte si sfalda; le escort tornano al privato. Come potrà sfogare ancora la sua rabbia in raffinati versi con tiorba, spinetta e contrappunto?
Speriamo che sia così: che il Corto abbia finito le scorte e rimanga a casa, in privato, con le sue escort da millanta a sera…
…Sempre che la dabbenaggine delle cosiddette sinistre e il pensiero debole dell’antipolitica non riescono a farci perdere ancora una volta…
Quanto invece a Francesco noi non tremiamo: Pitalia è sempre Pitalia, e la voce di questo lucido e sonoro aedo, contafavole e cantastorie in chiave parodica e satirica sarà ancora necessaria.

© Mario Quattrucci
 

Narrativa di Mario Quattrucci
Poesia di Mario Quattrucci
Critica di Mario Quattrucci

 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.