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Il “Ciclo
della crudeltà“ costruito da Massimo Giannotta con l’utilizzo,
il riciclaggio, la reinvenzione di materiali “trovati” come oggetti,
come reperti, si direbbe talora come relitti, con l’intento di
conferire loro un nuovo assetto aperto, al tempo stesso plurale e
terribilmente individualizzato, è davvero un opus heteroclitum
posto sotto il sigillo di un progetto che fa sistema. Data la
passione per il mare e le cose della marineria che insieme a una
confidenza espertissima, da sempre Giannotta non si stanca di vivere
e di scrivere, è scontato che ampie zone del Ciclo paghino il
loro entusiastico tributo a una materia tanto affascinante, anche
quando il suo fascino inclini all’irreparabile e al sinistro. Il
fatto è, però, che certi materiali diacronici, anziché volgere al
pittoresco e al descrittivo magari di facies puntigliosamente
tecnica, si accampano nel testo come emblemi allegorici di una
condizione di instabilità e di malessere che inevitabilmente rimanda
alle contraddizioni più laceranti dell’oggi. Così il Viaggio, eterno
nucleo tematico-poetico dello scrittore, non è impresa né vacanza,
ma ricerca e conoscenza, naturalmente con tutti i rischi, e magari
le catastrofi, che la cosa comporta. “Forse ormai” verga lo scriba
navigante, approdato a una città assediata, stretta alla gola dai
suoi nemici – come egli stesso dice – “il nostro cammino si avvita
in un circolo cieco, in una spirale insensata, nel cuore del grande
vortice”.
Con andamento da poemetto narrativo molto frammentario e nutrito di
dettagli disciplinari che si insinuano dentro blocchi di cronaca
odierna (naufragi turistici, ingorghi da autostrada, etc.) inizia un
itinerario la cui varietà è pari all’assillo ossessivo che lo
determina. Immediatamente dopo, ma certo a questa ossessività
“naturale” connessa, compare un’ossessività “artificiale”: quella
legata alla necessità di difendersi dagli attacchi nemici. Qundi
apertura al côté militare, con la benedizione di Klausewitz, il
rilancio nell’oggi di alcuni brani della Relazione di Machiavelli su
una visita fatta per fortificare Firenze, un brandello del libro
settimo dell’Arte della guerra del segretario fiorentino; in
fine, con una serie di mosse obliquamente spiazzanti, due notazioni
di Mao Zedong e di Giulio Cesare. E, incerto tra realtà e sogno, lo
scriba – nella speranza di non aver eluso il proprio compito in
fatto di memoria e di giudizio, enuncia ancora una volta la sua
convinzione oppositiva, di resistenza e di presidio. La scrittura
letteraria che ha la contezza del proprio ruolo funziona perciò in
mondo militarizzato anche come strumento di difesa, in quanto
produzione di coscienza. Per questo, lo scriba (convinto che
“Trovare un nesso è conoscere”, e che “la conoscenza è strumento,
serve, quindi è utile”) può dire nella sua prosa ad ampie volute
riflessive: Non ci resta ormai che sperare che quanto abbiamo fatto
si opponga comunque al nemico, e alzi la sua voce in nostra difesa,
anche se non è stato abbastanza”.
Quello che nel libro è definito il Grande Vortice è la
rappresentazione (anche grafica: mediante una spirale logaritmica o
mediante una spirale iperbolica) non solo delle tremende insidie
marine, ma dell’intero disastro della nostra civiltà. “Luoghi del
dubbio e della inutile lotta, della promiscuità della ferocia, del
disagio e dell’isolamento, in cui collidono forze immani e spossate
inerzie, luoghi di distruzione di dolore. Qui ogni cosa viene
digerita, metabolizzata, ridotta in informe poltiglia. Per questo ci
accostiamo guardinghi”.
Partendo da un ombelico di fissità spiralica, il punto di vista
dello scrittore si decentra in prove di stile epigrafico in versi –
come in un puzzle meticcio in cui convivano relitti di assai
divaricata natura (Siluri, Ex voto in cui galleggiano nomi celebri e
nomi oscuri, alla rinfusa) – Nulla concedono, nella loro
sillabazione perentoria, a bave liriche o a derive intimistiche. È,
in fondo, lo stesso sguardo orizzontale che dà conto di un percorso
senza speranza nella scrittura poetica di “Viaggio verso la città
assediata” che si conclude con dolorosa ma ferma efficacia in queste
linee duramente incise: “qui il liquore che scorre non può essere
che sangue / tra gli scompartimenti sporchi / odore di prossimo /
fantasmi / finestrini chiusi / L’indecifrabile notte”: quasi in
explicit, un omaggio a quell’Ungaretti definito poche pagine prima
caro poeta.
Ecco che, continuando nella sua strategia di contaminazione
apparentemente casual, Giannotta accosta, o meglio: mette in
gioco certi carteggi inediti e segreti raccolti sotto la graffa di
Storie esemplari (un duello con relativo verbale di scontro,
un trattatelo epigrafico cimiteriale, un preannuncio di parricidio,
il contemporaneo suicidio di due amanti) e di Storie scellerate
(ancora suicidi, omicidi raccontati in versi, un duetto d’amore con
una ragazza morta, con suo diario in appendice nel quale il tragico
si annoda al grottesco pedofilo, uno stralcio di rapporto della
polizia al magistrato).
Torna poi perentoriamente il tema dell’ assedio, trattato in versi
al tempo stesso crudi e ragionativi, nei quali l’angoscia della
stretta non esclude gelide ventate di sarcasmo: “Anche i profughi /
qui e ora / restano disciplinatamente / di là dal vetro del
televisore / lì si sa / il sangue è vernice rossa / e i morti / non
lasciano infette carcasse / il peso / di livide carni morte / a
disfarsi dentro fosse comuni / si rialzano nell’intervallo
pubblicitario / e, coi vivi, /vanno a mangiare un panino. / Qui sono
/ le nostre bandiere”. Guerra e guerriglia, tecniche di assalto e
dispositivi di difesa vengono a dispiegarsi nell’ultima parte di
questo singolare trattatelo poetico-narrativo politecnico e
polimorfico sull’Arte della guerra, vista e raffigurata come
ormai la sola condizione della nostra vita, malgrado i trucchi e le
mistificazioni mediatico-propagandistiche delle centrali del potere
e dei loro costruttori di consenso. Canta con secca amarezza
Giannotta: “Bisogna / almeno in un luogo, / essere / più forti del
nemico / (tendere imboscate) / ma esso possiede / tenaci fili /
bende per coprirci gli occhi / e se spesso / la sopravvivenza
richiede / infinita umiltà / più spesso impone crudeltà infinita”.
Il raffaellesco Incendio di Borgo può a questo punto fungere
da sigillo allegorico (in)definitivo dell’opera. Con l’assistenza di
Engels e Debray (e in assenza del “crudele” Artaud) Giannotta
consegna energicamente il suo Ciclo all’incertezza di nuovi
azzardi, e non dà né chiede altri conforti: “Quale via / chi può
dire / quale ventura / ci condusse / inconsapevoli ostaggi / sul
lido ventoso del mare / ad altre vastità / consegnati / ad altri
rimorsi / quale via ci condusse / sull’orlo di un nuovo esilio /
nessuno sa dire.
© Mario Lunetta
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