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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / MARIO LUNETTA


Introduzione al “Ciclo della crudeltà“ di Massimo Giannotta

 

Il “Ciclo della crudeltà“ costruito da Massimo Giannotta con l’utilizzo, il riciclaggio, la reinvenzione di materiali “trovati” come oggetti, come reperti, si direbbe talora come relitti, con l’intento di conferire loro un nuovo assetto aperto, al tempo stesso plurale e terribilmente individualizzato, è davvero un opus heteroclitum posto sotto il sigillo di un progetto che fa sistema. Data la passione per il mare e le cose della marineria che insieme a una confidenza espertissima, da sempre Giannotta non si stanca di vivere e di scrivere, è scontato che ampie zone del Ciclo paghino il loro entusiastico tributo a una materia tanto affascinante, anche quando il suo fascino inclini all’irreparabile e al sinistro. Il fatto è, però, che certi materiali diacronici, anziché volgere al pittoresco e al descrittivo magari di facies puntigliosamente tecnica, si accampano nel testo come emblemi allegorici di una condizione di instabilità e di malessere che inevitabilmente rimanda alle contraddizioni più laceranti dell’oggi. Così il Viaggio, eterno nucleo tematico-poetico dello scrittore, non è impresa né vacanza, ma ricerca e conoscenza, naturalmente con tutti i rischi, e magari le catastrofi, che la cosa comporta. “Forse ormai” verga lo scriba navigante, approdato a una città assediata, stretta alla gola dai suoi nemici – come egli stesso dice – “il nostro cammino si avvita in un circolo cieco, in una spirale insensata, nel cuore del grande vortice”.
Con andamento da poemetto narrativo molto frammentario e nutrito di dettagli disciplinari che si insinuano dentro blocchi di cronaca odierna (naufragi turistici, ingorghi da autostrada, etc.) inizia un itinerario la cui varietà è pari all’assillo ossessivo che lo determina. Immediatamente dopo, ma certo a questa ossessività “naturale” connessa, compare un’ossessività “artificiale”: quella legata alla necessità di difendersi dagli attacchi nemici. Qundi apertura al côté militare, con la benedizione di Klausewitz, il rilancio nell’oggi di alcuni brani della Relazione di Machiavelli su una visita fatta per fortificare Firenze, un brandello del libro settimo dell’Arte della guerra del segretario fiorentino; in fine, con una serie di mosse obliquamente spiazzanti, due notazioni di Mao Zedong e di Giulio Cesare. E, incerto tra realtà e sogno, lo scriba – nella speranza di non aver eluso il proprio compito in fatto di memoria e di giudizio, enuncia ancora una volta la sua convinzione oppositiva, di resistenza e di presidio. La scrittura letteraria che ha la contezza del proprio ruolo funziona perciò in mondo militarizzato anche come strumento di difesa, in quanto produzione di coscienza. Per questo, lo scriba (convinto che “Trovare un nesso è conoscere”, e che “la conoscenza è strumento, serve, quindi è utile”) può dire nella sua prosa ad ampie volute riflessive: Non ci resta ormai che sperare che quanto abbiamo fatto si opponga comunque al nemico, e alzi la sua voce in nostra difesa, anche se non è stato abbastanza”.

Quello che nel libro è definito il Grande Vortice è la rappresentazione (anche grafica: mediante una spirale logaritmica o mediante una spirale iperbolica) non solo delle tremende insidie marine, ma dell’intero disastro della nostra civiltà. “Luoghi del dubbio e della inutile lotta, della promiscuità della ferocia, del disagio e dell’isolamento, in cui collidono forze immani e spossate inerzie, luoghi di distruzione di dolore. Qui ogni cosa viene digerita, metabolizzata, ridotta in informe poltiglia. Per questo ci accostiamo guardinghi”.
Partendo da un ombelico di fissità spiralica, il punto di vista dello scrittore si decentra in prove di stile epigrafico in versi – come in un puzzle meticcio in cui convivano relitti di assai divaricata natura (Siluri, Ex voto in cui galleggiano nomi celebri e nomi oscuri, alla rinfusa) – Nulla concedono, nella loro sillabazione perentoria, a bave liriche o a derive intimistiche. È, in fondo, lo stesso sguardo orizzontale che dà conto di un percorso senza speranza nella scrittura poetica di “Viaggio verso la città assediata” che si conclude con dolorosa ma ferma efficacia in queste linee duramente incise: “qui il liquore che scorre non può essere che sangue / tra gli scompartimenti sporchi / odore di prossimo / fantasmi / finestrini chiusi / L’indecifrabile notte”: quasi in explicit, un omaggio a quell’Ungaretti definito poche pagine prima caro poeta.
Ecco che, continuando nella sua strategia di contaminazione apparentemente casual, Giannotta accosta, o meglio: mette in gioco certi carteggi inediti e segreti raccolti sotto la graffa di Storie esemplari (un duello con relativo verbale di scontro, un trattatelo epigrafico cimiteriale, un preannuncio di parricidio, il contemporaneo suicidio di due amanti) e di Storie scellerate (ancora suicidi, omicidi raccontati in versi, un duetto d’amore con una ragazza morta, con suo diario in appendice nel quale il tragico si annoda al grottesco pedofilo, uno stralcio di rapporto della polizia al magistrato).
Torna poi perentoriamente il tema dell’ assedio, trattato in versi al tempo stesso crudi e ragionativi, nei quali l’angoscia della stretta non esclude gelide ventate di sarcasmo: “Anche i profughi / qui e ora / restano disciplinatamente / di là dal vetro del televisore / lì si sa / il sangue è vernice rossa / e i morti / non lasciano infette carcasse / il peso / di livide carni morte / a disfarsi dentro fosse comuni / si rialzano nell’intervallo pubblicitario / e, coi vivi, /vanno a mangiare un panino. / Qui sono / le nostre bandiere”. Guerra e guerriglia, tecniche di assalto e dispositivi di difesa vengono a dispiegarsi nell’ultima parte di questo singolare trattatelo poetico-narrativo politecnico e polimorfico sull’Arte della guerra, vista e raffigurata come ormai la sola condizione della nostra vita, malgrado i trucchi e le mistificazioni mediatico-propagandistiche delle centrali del potere e dei loro costruttori di consenso. Canta con secca amarezza Giannotta: “Bisogna / almeno in un luogo, / essere / più forti del nemico / (tendere imboscate) / ma esso possiede / tenaci fili / bende per coprirci gli occhi / e se spesso / la sopravvivenza richiede / infinita umiltà / più spesso impone crudeltà infinita”. Il raffaellesco Incendio di Borgo può a questo punto fungere da sigillo allegorico (in)definitivo dell’opera. Con l’assistenza di Engels e Debray (e in assenza del “crudele” Artaud) Giannotta consegna energicamente il suo Ciclo all’incertezza di nuovi azzardi, e non dà né chiede altri conforti: “Quale via / chi può dire / quale ventura / ci condusse / inconsapevoli ostaggi / sul lido ventoso del mare / ad altre vastità / consegnati / ad altri rimorsi / quale via ci condusse / sull’orlo di un nuovo esilio / nessuno sa dire.

© Mario Lunetta



 

 Poesie da il “Ciclo della crudeltà“ + Biografia di Massimo Giannotta

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.