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Dopo una
catena di otto “polizieschi” molto sui generis che
hanno a protagonista il commissario Gigi Marè, col recente
Fattacci brutti a via del Boschetto (uscito, come i
precedenti, dall’Editore Robin), Mario Quattrucci ci offre il suo
romanzo più corale e più internamente articolato. Si sa come il
montaggio perfino “incongruo” di materiali eterocliti sia sempre
stato, nella progettualità delle avanguardie e dei vari
sperimentalismi, un principio pressoché ineludibile: e appunto
soprattutto in questo libro lo scrittore romano, sempre molto
attento al gioco delle dinamiche diegetiche e insieme alla
dialettica “autonomia” dei linguaggi, lo elegge a struttura primaria
del racconto in modi addirittura esibiti, quasi a costruire un
reticolo di cui il lettore venga informato e come messo a parte, da
fruitore e insieme da complice dell’autore. Ecco quindi che la
narrazione assume un aspetto immediatamente plurale, diventa
conversazione dipanata da un groviglio di voci non solo italiane,
tra le quali quella del commissario Gigi Marè finisce per essere la
più pacata, la più riflessiva e la più capace di innestare molte
retromarce di memoria, e comunque quella che – più strategicamente
decostruttiva delle altre – riesce alla fine a costruire il
terribilmente frammentario disegno del puzzle complicato, torbido e
infine delittuoso, che sotto le feste natalizie di un anno prossimo
a noi, ma che nella sua fabula (che Quattrucci
definisce “congetturale”), può anche essere di un tempo trascorso.
Trascorso nel mondo intero, certo: ma col microscopio dell’autore
puntato sul romano quartiere Monti, millenaria concentrazione di
vita e sottovita popolare, e ormai da tempo denaturato in spazio
chic, quasi un enclave nel quale la parlata capitolina è
attraversata e ingoiata da una quantità di altre lingue dialetti
gergalità, e il modo di fare e d’essere dei nuovi residenti e
frequentatori (che non sono sempre corretti cittadini, ma talora
alieni dediti a traffici di scarsa pulizia se non
criminali tout court) ha progressivamente e
irrefrenabilmente “inquinato” di discutibili disinvolture
postmoderne.
E’ da lì, dal dedalo ben ripulito delle sue vie viuzze vicoli, e
dalle sue insulae ristrutturate per abitanti spesso
protagonisti di una colonizzazione elegante, che parte la nona
inchiesta di Marè e dei suoi intelligenti collaboratori, sulle
tracce di due delitti che sconvolgono nel giro stretto di due
settimane le viscere sociali del rione nel quale il commissario ha
vissuto la sua infanzia, sotto le ali del nonno con bottega in via
Baccina: quello di un giovane balordo, tale Camillo Assogna,
accoltellato e scaraventato giù dal muraglione di via degli
Annibaldi; e quello di un personaggio di bel altra statura e ben
altra presenza nell’economia del romanzo – Giuseppe Dell’Arco (altra
denominazione-omaggio al notevolissimo poeta di Roma levante,
Roma ponente) detto Peppe, artista di bel talento e bella
fama, uomo integro e di spiriti solidali, carismatico leader di un
Circolo dell’Arte, associazione di onesti monticiani
impegnati nell’instancabile rammendo di un tessuto civico sempre a
rischio di lacerazione. E, a dispetto della sovrana apparenza,
tormentato da un suo dramma segreto, che assai più in là nel corso
del romanzo verrà alla luce. Eccolo sulla scena: “Ogni giorno alle
undici il Maestro, Giuseppe Dell’Arco nominato Peppe, opriva
bottega. Usciva alle dieci dalla sua casa in via Sant’Agata
dei Goti, scenneva giù pe via Baccina e risaliva li Serpenti,
svoltava a via Cimarra e poi giù giù fino alla piazzetta. Scendeva
passo passo, risaliva, riscendeva: adagio ma sicuro, da autentico
romano stradarolo; faceva capoccella qua e là, dall’orzarolo e dar
cioccolataro, alla Boutique della carne di Checco e al
salone d’Oreste Antica Barberia, da Nando er
musicante, da Giulia ceramista e da Mariano er falegname; comprava
il giornale da Paoletto, se faceva un caffè al Bar
d’Augusto e…, finalmente, arrivava a bottega. E quel su-e-giù, quer
passeggio de grazzia, era una scena de teatro: a settant’anni e
passa, alto, elegante di fisico e vestiti, viso aristocratico e
occhi azzurri, capelli folti candidi ondulati pettinati alti con la
scrima in mezzo e ricadenti sulle tempie, era là intorno, e forse in
tutta Roma, ancora er mejo fico der bigonzo. E lo
sapeva”.
Com’è noto, tutta la narrativa di Quattrucci è innervata di una
forte tensione civile di stampo progressista: ed è questo tono che,
sempre passato al crivello di una lingua di rilevante dinamismo, la
caratterizza con vivida originalità nei confronti delle coeve
esperienze romanzesche di genere poliziesco. Non è mai in un paese
astratto che si sviluppano le vicende di questa narrativa, ma
nell’Italia odierna, malata dei guasti dell’ingiustizia, del
malaffare, della corruzione politico-mafiosa contro i quali la
coscienza democratica del commissario Marè non può rinunciare – per
quanto amareggiata e disincantata – a battersi. Ma decisivo resta,
in queste scritture così abilmente orchestrate, il linguaggio che
non è quello della consuetudine di genere - puramente funzionale
allo sviluppo del plot -, e invece quello di una
complessità che gioca anche sulle “disfunzioni”, le alterazioni, le
sorprese di una sintassi a dominante paratattica e di un lessico
ricco di contaminazioni. Del resto, segno lampante di
consapevolezza, appare nella nota d’autore premessa al racconto, e
poi nel lucido saggio in appendice - La lingua di Marè (Marè il
commissario) - il richiamo a Gadda come al Grande Padre del
pastiche. Ed è appunto in un romanzo come Fattacci brutti a
via del Boschetto che questa ricchezza continuamente
digressiva precipita a sintesi in modi eccellenti. A parlare è qui,
oltre all’autore che, personaggio tra i personaggi, si dà
periodicamente la parola, un foltissimo gruppo di attanti, romani
d’origine, italiani di altre parti della penisola, immigrati, donne
e uomini di varie generazioni, professioni e livello culturale:
insomma, una comunità variegata ciascuno dei cui membri si esprime
nel suo dialetto rivissuto dentro la lingua nazionale (romanesco,
toscano, napoletano, siciliano, veneto…). Ne risulta un
decentramento continuo, una pressoché inafferrabile pratica
dell’Arte della Fuga del racconto, senza tregua smembrato e
sfilacciato per poi ricomporsi nella mente oculata di Marè, nella
sua visione generale che analizza nel magma i particolari, e alla
fine realizza in figura concreta l’ombra delle sue ipotesi.
Il commissario Gigi Marè, vivo tra i vivi, ha il suo contraltare
positivo nell’artista Peppe Dell’Arco, brutalmente assassinato per
eliminare dal corpo del Circolo dell’Arte che a lui fa
capo come a un leader naturale, e quindi dal più ampio corpo in via
di purulenta metamorfosi che è il quartiere Monti, l’ingombro
maggiore, il re di picche che non smette di opporsi ai diversi re di
danari che ormai infestano la comunità. Come dice un giovanotto:
“Noi, si l’hai capito, semo schizzati cor vetriolo, e soprattutto
ciavemo la voja de svortà: Dell’Arco predicava un’artra fede…”:
quella non negoziabile che per il Maestro fa capo a un principio di
moralità emblematizzato nel famoso verso di Giuseppe Gioachino
Belli: E sempre verità sempre er dovere. Chi ha
veramente “svortato” è, all’interno del Gruppo (e in modi ben più
subdoli e massicci del giovane Camillo Assogna), Checco Montanari,
titolare della Boutique della carne, sulle cui
ambiguità e reticenze il commissario si sofferma con crudezza fino
allo scioglimento del caso. Il groviglio si dipana brillantemente:
ma ciò che soprattutto dà molteplice profondità di senso al romanzo
è l’intreccio di memoria storica (coltissima e filologicamente
peregrina) e di cultura del presente (criticamente acuminata) che
permette a Gigi Marè di sorridere con fermezza alle punture della
sua malinconia – quindi, di porsi come testimone poetico e insieme
“conservatore” integro di una tavola di valori che, al pari del
sistema solidale senza scopo di lucro fondato da
Dell’Arco (una goccia di socialismo in questo mare di
ingiustizie, come diceva l’Artista), non rinuncia, nel
generale degrado di una società di Compravendita Assoluta,
all’utopia di un mondo di eguali e di liberi.
© Mario Lunetta
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