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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / MARIO LUNETTA


Fattacci brutti a via del Boschetto“ di Mario Quattrucci

 

Dopo una catena di otto “polizieschi” molto sui generis che hanno a protagonista il commissario Gigi Marè, col recente Fattacci brutti a via del Boschetto (uscito, come i precedenti, dall’Editore Robin), Mario Quattrucci ci offre il suo romanzo più corale e più internamente articolato. Si sa come il montaggio perfino “incongruo” di materiali eterocliti sia sempre stato, nella progettualità delle avanguardie e dei vari sperimentalismi, un principio pressoché ineludibile: e appunto soprattutto in questo libro lo scrittore romano, sempre molto attento al gioco delle dinamiche diegetiche e insieme alla dialettica “autonomia” dei linguaggi, lo elegge a struttura primaria del racconto in modi addirittura esibiti, quasi a costruire un reticolo di cui il lettore venga informato e come messo a parte, da fruitore e insieme da complice dell’autore. Ecco quindi che la narrazione assume un aspetto immediatamente plurale, diventa conversazione dipanata da un groviglio di voci non solo italiane, tra le quali quella del commissario Gigi Marè finisce per essere la più pacata, la più riflessiva e la più capace di innestare molte retromarce di memoria, e comunque quella che – più strategicamente decostruttiva delle altre – riesce alla fine a costruire il terribilmente frammentario disegno del puzzle complicato, torbido e infine delittuoso, che sotto le feste natalizie di un anno prossimo a noi, ma che nella sua fabula (che Quattrucci definisce “congetturale”), può anche essere di un tempo trascorso. Trascorso nel mondo intero, certo: ma col microscopio dell’autore puntato sul romano quartiere Monti, millenaria concentrazione di vita e sottovita popolare, e ormai da tempo denaturato in spazio chic, quasi un enclave nel quale la parlata capitolina è attraversata e ingoiata da una quantità di altre lingue dialetti gergalità, e il modo di fare e d’essere dei nuovi residenti e frequentatori (che non sono sempre corretti cittadini, ma talora alieni dediti a traffici di scarsa pulizia se non criminali tout court) ha progressivamente e irrefrenabilmente “inquinato” di discutibili disinvolture postmoderne.
E’ da lì, dal dedalo ben ripulito delle sue vie viuzze vicoli, e dalle sue insulae ristrutturate per abitanti spesso protagonisti di una colonizzazione elegante, che parte la nona inchiesta di Marè e dei suoi intelligenti collaboratori, sulle tracce di due delitti che sconvolgono nel giro stretto di due settimane le viscere sociali del rione nel quale il commissario ha vissuto la sua infanzia, sotto le ali del nonno con bottega in via Baccina: quello di un giovane balordo, tale Camillo Assogna, accoltellato e scaraventato giù dal muraglione di via degli Annibaldi; e quello di un personaggio di bel altra statura e ben altra presenza nell’economia del romanzo – Giuseppe Dell’Arco (altra denominazione-omaggio al notevolissimo poeta di Roma levante, Roma ponente) detto Peppe, artista di bel talento e bella fama, uomo integro e di spiriti solidali, carismatico leader di un Circolo dell’Arte, associazione di onesti monticiani impegnati nell’instancabile rammendo di un tessuto civico sempre a rischio di lacerazione. E, a dispetto della sovrana apparenza, tormentato da un suo dramma segreto, che assai più in là nel corso del romanzo verrà alla luce. Eccolo sulla scena: “Ogni giorno alle undici il Maestro, Giuseppe Dell’Arco nominato Peppe, opriva bottega. Usciva alle dieci dalla sua casa in via Sant’Agata dei Goti, scenneva giù pe via Baccina e risaliva li Serpenti, svoltava a via Cimarra e poi giù giù fino alla piazzetta. Scendeva passo passo, risaliva, riscendeva: adagio ma sicuro, da autentico romano stradarolo; faceva capoccella qua e là, dall’orzarolo e dar cioccolataro, alla Boutique della carne di Checco e al salone d’Oreste Antica Barberia, da Nando er musicante, da Giulia ceramista e da Mariano er falegname; comprava il giornale da Paoletto, se faceva un caffè al Bar d’Augusto e…, finalmente, arrivava a bottega. E quel su-e-giù, quer passeggio de grazzia, era una scena de teatro: a settant’anni e passa, alto, elegante di fisico e vestiti, viso aristocratico e occhi azzurri, capelli folti candidi ondulati pettinati alti con la scrima in mezzo e ricadenti sulle tempie, era là intorno, e forse in tutta Roma, ancora er mejo fico der bigonzo. E lo sapeva”.

Com’è noto, tutta la narrativa di Quattrucci è innervata di una forte tensione civile di stampo progressista: ed è questo tono che, sempre passato al crivello di una lingua di rilevante dinamismo, la caratterizza con vivida originalità nei confronti delle coeve esperienze romanzesche di genere poliziesco. Non è mai in un paese astratto che si sviluppano le vicende di questa narrativa, ma nell’Italia odierna, malata dei guasti dell’ingiustizia, del malaffare, della corruzione politico-mafiosa contro i quali la coscienza democratica del commissario Marè non può rinunciare – per quanto amareggiata e disincantata – a battersi. Ma decisivo resta, in queste scritture così abilmente orchestrate, il linguaggio che non è quello della consuetudine di genere - puramente funzionale allo sviluppo del plot -, e invece quello di una complessità che gioca anche sulle “disfunzioni”, le alterazioni, le sorprese di una sintassi a dominante paratattica e di un lessico ricco di contaminazioni. Del resto, segno lampante di consapevolezza, appare nella nota d’autore premessa al racconto, e poi nel lucido saggio in appendice - La lingua di Marè (Marè il commissario) - il richiamo a Gadda come al Grande Padre del pastiche. Ed è appunto in un romanzo come Fattacci brutti a via del Boschetto che questa ricchezza continuamente digressiva precipita a sintesi in modi eccellenti. A parlare è qui, oltre all’autore che, personaggio tra i personaggi, si dà periodicamente la parola, un foltissimo gruppo di attanti, romani d’origine, italiani di altre parti della penisola, immigrati, donne e uomini di varie generazioni, professioni e livello culturale: insomma, una comunità variegata ciascuno dei cui membri si esprime nel suo dialetto rivissuto dentro la lingua nazionale (romanesco, toscano, napoletano, siciliano, veneto…). Ne risulta un decentramento continuo, una pressoché inafferrabile pratica dell’Arte della Fuga del racconto, senza tregua smembrato e sfilacciato per poi ricomporsi nella mente oculata di Marè, nella sua visione generale che analizza nel magma i particolari, e alla fine realizza in figura concreta l’ombra delle sue ipotesi.
Il commissario Gigi Marè, vivo tra i vivi, ha il suo contraltare positivo nell’artista Peppe Dell’Arco, brutalmente assassinato per eliminare dal corpo del Circolo dell’Arte che a lui fa capo come a un leader naturale, e quindi dal più ampio corpo in via di purulenta metamorfosi che è il quartiere Monti, l’ingombro maggiore, il re di picche che non smette di opporsi ai diversi re di danari che ormai infestano la comunità. Come dice un giovanotto: “Noi, si l’hai capito, semo schizzati cor vetriolo, e soprattutto ciavemo la voja de svortà: Dell’Arco predicava un’artra fede…”: quella non negoziabile che per il Maestro fa capo a un principio di moralità emblematizzato nel famoso verso di Giuseppe Gioachino Belli: E sempre verità sempre er dovere. Chi ha veramente “svortato” è, all’interno del Gruppo (e in modi ben più subdoli e massicci del giovane Camillo Assogna), Checco Montanari, titolare della Boutique della carne, sulle cui ambiguità e reticenze il commissario si sofferma con crudezza fino allo scioglimento del caso. Il groviglio si dipana brillantemente: ma ciò che soprattutto dà molteplice profondità di senso al romanzo è l’intreccio di memoria storica (coltissima e filologicamente peregrina) e di cultura del presente (criticamente acuminata) che permette a Gigi Marè di sorridere con fermezza alle punture della sua malinconia – quindi, di porsi come testimone poetico e insieme “conservatore” integro di una tavola di valori che, al pari del sistema solidale senza scopo di lucro fondato da Dell’Arco (una goccia di socialismo in questo mare di ingiustizie, come diceva l’Artista), non rinuncia, nel generale degrado di una società di Compravendita Assoluta, all’utopia di un mondo di eguali e di liberi.

© Mario Lunetta



 

Mario Quattrucci, Fattacci brutti a Via del Boschetto (romanzo)

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.