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FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / MARIA GIOVANNA MISSAGGIA


Commento a testi
tratti da “Amalgama” di Valeria Serofilli

Resoconto
(In morte di Mario Luzi)

L’eredità non so del mio strano rapporto
con la vita o meglio / il suo diporto
Ora / altro poco conta, caro
né più né meno di come ti ricordo
Col vivere si versa / al vivere un acconto
ma sempre infine ti si riversa il conto
in scomodo ritardo, prolisso contrattempo
Fili di carrucola dipanano
strane circostanze / meccanismi
ricordi a branchi / brancolano il buio
ed io qui in attesa di dire / cosa? -
Quello che è stato, o quel ch’essere poteva?
Qui con i miei fantasmi (a) tracimare
sciogliendo il giusto, il vero dal superfluo
scandagliandone il ritmo ed il meandro
scindendo l’essere dal non / l’ora dal quando
Lo strano riversarsi / lo strasogno
tra annichilimento e resoconto / catarsi
a summa del percorso,
quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi
aspersi di consenso, di non detto
Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi
il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto
l’ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno
l’altra metà è fine del sentiero
Ed ora qui a riflettere se è vero
se esista un senso al verso del pensiero
o se tutto è già scritto falso e vero
Se è nel libro che ti addossi contro
in quel palmo riverso / nascita e mescita
rimescolìo d’intenti / fraintendimenti
E noi assuefatti (ad) ossigeno e certezze
in bilico tra un sé stessi e il niente…
Se potessi al vivere
non dover mai / dare un resoconto!


Segmento di lucertola

Non dichiarano poetiche – dici
i poeti veri

Si dimena / il loro fare, segmento di lucertola
in vortice eterno / eterno movimento
all’unisono col pensiero / oltre
il tormento, (tormentato canto)

Lucertola in segmento, la poetica
mulinello d’idee / forza centripeta
che genera catarsi, sacrificio funzionale
alla rinascita

Staccata coda che rinasce
reincarnato incanto / metamorfosi a oltranza

E alla lucertola al sole / non rincresce
di avere della coda solo un mozzicone
perché tanto sa che le ricresce
punto oltre da sé, da cui diparte / obbligato
distanziamento che ne accresce
la nostalgia di muro:
prezzo che è ben valso il suo futuro.


Ebbra

Ora tu qui / alchemica mistura
ed il pallore si farà dunque rubino
fecondo di ebrezza e dolci attese
paghe di amplessi e di sorprese

Nata appena / come d’uva il mosto
Appena sorta / com’alba da tramonto
Schiusa / pistillo da corolla:
liquida / com’acqua di sorgente

Tempo è di berci / chimerico piacere
tempo è di sorsi, aliti ed essenze:
il tuo fiato da noi trasfonde
e si alimenta
e ne accresce l’orlo e lo trabocca

Vendemmia di pelle / occhi negli occhi
Se è tutto inganno
inganno sia
perché è questo
il più dolce annegamento!

© Valeria Serofilli


COMMENTO AI TESTI DI VALERIA SEROFILLI

Dei tanti, tantissimi scrittori di versi che affollano sia le pagine a stampa che quelle elettroniche, in una sinfonia vastissima e frastornante di voci, i versi di Valeria Serofilli ricordano il suono di un diapason che fissi la misura, il “senso del verso”, per l’appunto, ossia la sua ragion d’essere e, per così dire, la direzione del suo moto, ossia i punti cardinali verso cui risulti oggi possibile orientare la ricerca poetica.
Questo carattere ragionativo-inquisitorio emerge dalla tessitura dei testi che si fonda sul rincorrersi di sempre nuove, e via, via più articolate definizioni dello spunto di origine, come un ampliarsi della riflessione poetica per mezzo di successive puntualizzazioni, sfaccettature, approfondimenti su un tema d'avvio, secondo una struttura a cerchi concentrici (e non a caso una tra le più belle liriche della Serofilli, che dà il nome ad una intera raccolta, si intitola “Chiedo i cerchi”).
Ma questa sorta di accanimento definitorio non si esprime per mezzo di un linguaggio geometrico e lineare, bensì sceglie la forma più difficile e improbabile per svolgere un ragionamento, ossia quella dei legami analogici tra la realtà che si vuol descrivere ed una serie di immagini che si sviluppano in successione e scaturiscono l’una dall’altra, secondo una strutture a climax. È come se il “senso del verso” si sdoppiasse: da un lato l’indagine ragionativa, dall’altro una creazione ininterrotta e multiforme di piani della realtà ognuno dei quali riflette l’oggetto indagato, lo trasforma e ne suggerisce nuovi potenziali significati.
In questo senso l’inserzione dei richiami più o meno espliciti a Montale che la stessa autrice segnala (Fili di carrucola dipanano/ strane circostanze, in Resoconto) mi sembra abbia una funzione ben diversa da quella dell’usuale ammiccamento letterario, o di un senhal posto ad esprimere il proprio debito intellettuale verso un modello poetico: è invece uno specchio aggiuntivo, sovrapposto ai molti altri creati dall’autrice, e che, come gli altri, riflette l’idea o l’immagine che è al centro della ricerca, ed in parte la spiega, in parte la deforma, rendendo necessario un nuovo tentativo di definirla. Questo, credo, spieghi anche i rimandi interni ai testi della stessa autrice che è possibile trovare nelle sue raccolte poetiche.
Quanto alle analogie cui è affidato il compito di estrinsecare la vera sostanza delle nostre esperienze, esse hanno la natura rutilante, la musicalità sonora e la capacità di ramificarsi ininterrottamente che hanno gli slittamenti analogici della poesia barocca. Sebbene il Barocco non costituisca uno dei riferimenti intenzionali di Valeria Serofilli, è innegabile che esso sia un tratto connaturato alla sua sensibilità, come dimostra la struttura dei suoi testi nei quali uno stesso dato della realtà subisce continue metamorfosi per mezzo di successive metafore, ognuna delle quali sembra essere quella che definitivamente imprigiona l’essenza stessa della cosa descritta, mentre è solo un nuovo punto di avvio da cui si dipartono altre trasfigurazioni (“Nata appena / come d’uva il mosto/ Appena sorta / com’alba da tramonto /Schiusa / pistillo da corolla:/ liquida / com’acqua di sorgente”, in Ebbra). Barocco è anche un ulteriore elemento che caratterizza i versi della Serofilli e che non saprei come definire se non come una sorta di sensuale esuberanza verbale: sequenze allitteranti e paronomasie producono echi e risonanze interne che complicano ed arricchiscono i suoni fino a riprodurre sul piano della musicalità l’intensità delle sensazioni descritte (“Col vivere si versa / al vivere un acconto/ ma sempre infine ti si riversa il conto/ in scomodo ritardo, prolisso contrattempo”; “quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi/ aspersi di consenso, di non detto. /Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi”, in Resoconto).
Significativa, infine, è la naturalezza con cui all’interno di questi accorgimenti tecnici viene accolta una sostanza umana viva e bruciante: Resoconto è il solitario colloquio con un maestro scomparso, ma è anche il dialogo, colto con straordinaria immediatezza, che ogni uomo ha con se stesso (“ricordi a branchi / brancolano il buio/ ed io qui in attesa di dire / cosa? -”; “Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi/ il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto/ l’ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno/ l’altra metà è fine del sentiero”).

© Maria Giovanna Missaggia
 

 

Valeria Serofilli: La parola e la cura / Amalgama
Maria Giovanna Missaggia, Commento ad altri testi di Amalgama
 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.