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Resoconto
(In morte di Mario Luzi)
L’eredità non so del mio strano rapporto
con la vita o meglio / il suo diporto
Ora / altro poco conta, caro
né più né meno di come ti ricordo
Col vivere si versa / al vivere un acconto
ma sempre infine ti si riversa il conto
in scomodo ritardo, prolisso contrattempo
Fili di carrucola dipanano
strane circostanze / meccanismi
ricordi a branchi / brancolano il buio
ed io qui in attesa di dire / cosa? -
Quello che è stato, o quel ch’essere poteva?
Qui con i miei fantasmi (a) tracimare
sciogliendo il giusto, il vero dal superfluo
scandagliandone il ritmo ed il meandro
scindendo l’essere dal non / l’ora dal quando
Lo strano riversarsi / lo strasogno
tra annichilimento e resoconto / catarsi
a summa del percorso,
quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi
aspersi di consenso, di non detto
Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi
il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto
l’ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno
l’altra metà è fine del sentiero
Ed ora qui a riflettere se è vero
se esista un senso al verso del pensiero
o se tutto è già scritto falso e vero
Se è nel libro che ti addossi contro
in quel palmo riverso / nascita e mescita
rimescolìo d’intenti / fraintendimenti
E noi assuefatti (ad) ossigeno e certezze
in bilico tra un sé stessi e il niente…
Se potessi al vivere
non dover mai / dare un resoconto!
Segmento di lucertola
Non dichiarano poetiche – dici
i poeti veri
Si dimena / il loro fare, segmento di lucertola
in vortice eterno / eterno movimento
all’unisono col pensiero / oltre
il tormento, (tormentato canto)
Lucertola in segmento, la poetica
mulinello d’idee / forza centripeta
che genera catarsi, sacrificio funzionale
alla rinascita
Staccata coda che rinasce
reincarnato incanto / metamorfosi a oltranza
E alla lucertola al sole / non rincresce
di avere della coda solo un mozzicone
perché tanto sa che le ricresce
punto oltre da sé, da cui diparte / obbligato
distanziamento che ne accresce
la nostalgia di muro:
prezzo che è ben valso il suo futuro.
Ebbra
Ora tu qui / alchemica mistura
ed il pallore si farà dunque rubino
fecondo di ebrezza e dolci attese
paghe di amplessi e di sorprese
Nata appena / come d’uva il mosto
Appena sorta / com’alba da tramonto
Schiusa / pistillo da corolla:
liquida / com’acqua di sorgente
Tempo è di berci / chimerico piacere
tempo è di sorsi, aliti ed essenze:
il tuo fiato da noi trasfonde
e si alimenta
e ne accresce l’orlo e lo trabocca
Vendemmia di pelle / occhi negli occhi
Se è tutto inganno
inganno sia
perché è questo
il più dolce annegamento!
© Valeria Serofilli
COMMENTO AI TESTI DI VALERIA SEROFILLI
Dei tanti, tantissimi scrittori di versi che affollano sia le pagine
a stampa che quelle elettroniche, in una sinfonia vastissima e
frastornante di voci, i versi di Valeria Serofilli ricordano il
suono di un diapason che fissi la misura, il “senso del verso”, per
l’appunto, ossia la sua ragion d’essere e, per così dire, la
direzione del suo moto, ossia i punti cardinali verso cui risulti
oggi possibile orientare la ricerca poetica.
Questo carattere ragionativo-inquisitorio emerge dalla tessitura dei
testi che si fonda sul rincorrersi di sempre nuove, e via, via più
articolate definizioni dello spunto di origine, come un ampliarsi
della riflessione poetica per mezzo di successive puntualizzazioni,
sfaccettature, approfondimenti su un tema d'avvio, secondo una
struttura a cerchi concentrici (e non a caso una tra le più belle
liriche della Serofilli, che dà il nome ad una intera raccolta, si
intitola “Chiedo i cerchi”).
Ma questa sorta di accanimento definitorio non si esprime per mezzo
di un linguaggio geometrico e lineare, bensì sceglie la forma più
difficile e improbabile per svolgere un ragionamento, ossia quella
dei legami analogici tra la realtà che si vuol descrivere ed una
serie di immagini che si sviluppano in successione e scaturiscono
l’una dall’altra, secondo una strutture a climax. È come se il
“senso del verso” si sdoppiasse: da un lato l’indagine ragionativa,
dall’altro una creazione ininterrotta e multiforme di piani della
realtà ognuno dei quali riflette l’oggetto indagato, lo trasforma e
ne suggerisce nuovi potenziali significati.
In questo senso l’inserzione dei richiami più o meno espliciti a
Montale che la stessa autrice segnala (Fili di carrucola
dipanano/ strane circostanze, in Resoconto) mi sembra
abbia una funzione ben diversa da quella dell’usuale ammiccamento
letterario, o di un senhal posto ad esprimere il proprio debito
intellettuale verso un modello poetico: è invece uno specchio
aggiuntivo, sovrapposto ai molti altri creati dall’autrice, e che,
come gli altri, riflette l’idea o l’immagine che è al centro della
ricerca, ed in parte la spiega, in parte la deforma, rendendo
necessario un nuovo tentativo di definirla. Questo, credo, spieghi
anche i rimandi interni ai testi della stessa autrice che è
possibile trovare nelle sue raccolte poetiche.
Quanto alle analogie cui è affidato il compito di estrinsecare la
vera sostanza delle nostre esperienze, esse hanno la natura
rutilante, la musicalità sonora e la capacità di ramificarsi
ininterrottamente che hanno gli slittamenti analogici della poesia
barocca. Sebbene il Barocco non costituisca uno dei riferimenti
intenzionali di Valeria Serofilli, è innegabile che esso sia un
tratto connaturato alla sua sensibilità, come dimostra la struttura
dei suoi testi nei quali uno stesso dato della realtà subisce
continue metamorfosi per mezzo di successive metafore, ognuna delle
quali sembra essere quella che definitivamente imprigiona l’essenza
stessa della cosa descritta, mentre è solo un nuovo punto di avvio
da cui si dipartono altre trasfigurazioni (“Nata appena / come
d’uva il mosto/ Appena sorta / com’alba da tramonto /Schiusa /
pistillo da corolla:/ liquida / com’acqua di sorgente”, in
Ebbra). Barocco è anche un ulteriore elemento che
caratterizza i versi della Serofilli e che non saprei come definire
se non come una sorta di sensuale esuberanza verbale: sequenze
allitteranti e paronomasie producono echi e risonanze interne che
complicano ed arricchiscono i suoni fino a riprodurre sul piano
della musicalità l’intensità delle sensazioni descritte (“Col
vivere si versa / al vivere un acconto/ ma sempre infine ti si
riversa il conto/ in scomodo ritardo, prolisso contrattempo”;
“quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi/ aspersi di
consenso, di non detto. /Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e
sui ricorsi”, in Resoconto).
Significativa, infine, è la naturalezza con cui all’interno di
questi accorgimenti tecnici viene accolta una sostanza umana viva e
bruciante: Resoconto è il solitario colloquio con un maestro
scomparso, ma è anche il dialogo, colto con straordinaria
immediatezza, che ogni uomo ha con se stesso (“ricordi a
branchi / brancolano il buio/ ed io qui in attesa di dire / cosa? -”;
“Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi/ il
pessimismo / bicchiere mezzo vuoto/ l’ottimismo, se è bicchiere
mezzo pieno/ l’altra metà è fine del sentiero”).
© Maria Giovanna Missaggia
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