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Dopo il
buon libro d’esordio, Le voci sotto (Pendragon, 2004, Premio
Frignano Opera Prima 2005), una perlustrazione nella città degli
studi della nostra autrice, una Bologna notturna e universitaria dai
tratti velleitari e un po’ balordi di una tribù di ‘sprecati’,
tardo-adolescenziale, dinoccolata, annoiata, confusamente in cerca
di un chiarimento o specificazione di sé, con un linguaggio che
mimava l’argot ed il parlato, Giulia Massini, torna ora con
un nuovo incisivo, sorprendente, visionario romanzo, ambientato in
una irreale, allucinata, lunatica e fantomatica Feriano, in cui il
lettore non mancherà di cogliere i molti tratti di allusività e
verosimiglianza con la più reale città di Fabriano, in cui l’autrice
è nata, e nel cui contesto di civiltà e ordine ha deciso di
ambientare una cupa, sordida, violenta vicenda.
Innanzitutto, viene da chiedersi cosa leghi Il posto che
chiamiamo casa al precedente, e se sono dunque rintracciabili
alcuni tratti ricorrenti di quiddità di stile.
È
un fatto che la Massini prediliga le ambientazioni notturne, che si
tratti di interni di locali loschi, o di esterni urbanizzati o di
paesaggio, sempre più accostabili ai non-luoghi abitati della nostra
contemporaneità. Come è un fatto che al centro della sua scrittura
ci sia l’inseguimento e la ricerca o il tentativo della
individuazione-specificazione dell’identità, o ancora meglio, delle
molteplici, liquide e polimorfe identità plurali, colte sia nei
movimenti dei singoli personaggi, sia nelle dinamiche di gruppo, o
di branco: nei motivi del sesso, del sangue, dello sballo e della
violenza, ma anche dell’amicizia, dei rapporti interpersonali e
conflittuali, delle relazioni amorose. Altro fatto che lega a un
filo di continuità le due prove narrative è nell’assoluto
oscuramento dell’autrice, che preferisce dimidiare e dare voce ai
vari personaggi, e mai raccontare in prima persona. La cosa acuisce
l’attitudine razionale dell’occhio narrativo del racconto, che trova
una congrua resa nella propensione alla descrizione asciutta e per
tratti incisivi, precipitati in frasi brevi, in cui si privilegia la
paratassi e l’economia delle parole del discorso libero diretto,
affidandosi a primi piani, zoomate, e repentini passaggi di
sequenza, come a brevi ed efficaci inserti descrittivi.
Accade ora, a differenza del primo libro, che il lettore si ritrovi
precipitato in una atmosfera dark, in un buio pesto che
paradossalmente riverbera sull’oscurità remota della coscienza, o di
alcune coscienze. Perché se la Feriano-Fabriano stravolta e
irriconoscibile assomiglia a un non-luogo vissuto e attraversato
(con i molti addentellati di contesto che alludono alla crisi
economica in atto, alla chiusura delle fabbriche, o a precise
coordinate spazio-temporali: il terremoto del 1997; o elementi del
paesaggio: l’area industriale, il fiume Giano, la galleria
ferroviaria che immette nella vallata della città di provincia, e
molto altro…), la coscienza dei personaggi adunati a raccontare
questa vicenda di degrado, sangue, morte e omicidi, è una coscienza
che ha a che fare con la sua negazione, una non-coscienza, o con il
lato più remoto, più rimosso e misterioso di sé: un inconscio
eversivo, inquieto, strano e cupamente inquietante. Proprio l’inquietante
o l’hunheimlich freudiano è l’elemento chiave di lettura per
cogliere i nessi spiazzanti, destabilizzanti del libro.
Un’atmosfera notturna, martellata dalla sonorità sorda della pioggia
si configura quale vero refrain, o meglio, la colonna sonora
della narrazione e, per inciso, c’è un fil-rouge musicale che
lega la storia e le storie attraverso la citazione di vari brani,
solisti e band: la cosa, ricorda un po’ il magistero narrativo di
Pier Vittorio Tondelli, le sue ‘musiche da viaggio’ tra anni
‘ottanta e ‘novanta. La registrazione del tempo atmosferico, ma
anche di un sentimento atmosferico, come nei racconti di Hoffmann,
nella pioggia notturna che mima le vicende dei protagonisti e dei
personaggi sui generis così odiosi e detestabili, eppure così
familiari, di casa, e comprensibili: Alice, Igor, Lara, Matteo, come
il ricorso alle datazioni sono le sponde verosimili e accettabili,
rassicuranti per una storia dai tratti similmente gotici, ma anche
di horror e di giallo, che altro non sono se non forme sinonimiche
di un meno corteggiato genere fantastico.
È
tuttavia preferibile lasciare alla curiosità dei lettori il piacere
di percorrere questo libro e scoprirne la storia e gli intrecci o
sviluppi. Quello che si può qui anticipare riguarda proprio
l’elemento di novità nel recupero di un genere, il fantastico, poco
frequentato dalla narrativa nostrana contemporanea. All’interno
della narrazione, che ha numerosi elementi di verosimiglianza,
irrompe a un certo punto, scardinandone il meccanismo narrativo
naturalistico, all’altezza della seconda parte dei cinque capitoli
che compongono il romanzo, serialmente scanditi ciascuno da dieci
paragrafi di lunghezza variabile (con un che di affidamento alla
numerologia e alla Cabbalà, che si insinua nella struttura del
testo) l’imprevisto, l’inatteso e perturbante: un dato irrazionale e
inverosimile. La riuscita narrativa del genere fantastico sta nel
suscitare nei personaggi del racconto e nel lettore un medesimo
sconcerto, la sua regola di base prevede che siano almeno due gli
elementi ad esso necessari: la «straordinarietà di un evento
impossibile e incredibile da un lato, e la sua verità e
verosimiglianza, dall’altro, lo strano e inquietante ed il suo
progressivo divenire accettabile dal racconto, e rassicurante per
l’eroe, protagonista o personaggio (l’heimlich di Freud)»
(Cfr. N. Bonifazi, Teoria del fantastico e il fantastico in
Italia: Tarchetti, Pirandello, Buzzati, Longo, Ravenna, 1983).
I due piani del racconto fantastico, sono poi la duplicità, il
double, del personaggio: inverosimile e verosimile, strano e
reale, morto e vivo. Secondo la teoria di Todorov: «L’ambiguità si
conserva fino alla fine dell’avventura: realtà o sogno? Verità o
illusione?» (Cfr. S. Todorov, La letteratura fantastica,
Garzanti, Milano, 1977). Ma è la macchina narrativa che decide della
realtà dell’impossibile, suggerendo o mostrando il mostro come nel
classico racconto di Jacques Cazotte, Le diable amoureaux,
che l’evento impossibile non è un sogno o una allucinazione o una
fantasia qualunque del personaggio, ma una realtà altra consegnata
alla pagina. Realtà di visione, realtà della mente, realtà
dell’inconscio: quanto di inevaso e di irredimibile è dunque di
casa, ne’ Il posto che chiamiano casa, Giulia Massini
sapientemente mette a nudo e lucidamente porta alla luce quel
quid di orrendamente umano con cui fare i conti. Il mostro,
l’ombra, il Never, che è in ogni storia, in ogni vita, in ogni
scrittura.
© Manuel Cohen
* Giulia Massini
IL POSTO CHE CHIAMI CASA, romanzo
Prefazione di Manuel Cohen
Affinità Elettive, Ancona 2010
ISBN 978-88-7326-160-5, p.222, 16 €
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