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Un qualsiasi
libro che si apre con una domanda – anche di poesia – dovrebbe
quanto meno lasciare supporre un tentativo di risposta, sapendo
benissimo che oggi la risposta è precaria, è ‘temporanea’, non
racchiude in sé la verità. Marco Saya esordisce con un «dove vai?»:
a chiederlo era la madre. «Ancora non so», dopo vent’anni è la sola
risposta che il poeta sa dare. Beninteso, qui non c’è nessun
compiacimento nel crogiolarsi in istanze nichilistiche. La raccolta
poetica di Marco, argentino di nascita, milanese di adozione,
intesse un disegno complesso per aggirare luoghi comuni,
incasellamenti, categorie, riuscendo sempre con un gioco di
prestigio a rimandarti più in là, a slittare di continuo.
Quell’«ancora non so» è una cifra stilistica e non una posa. È un
temporeggiare che fa dell’ironia la strategia (più che l’artificio)
retorica che regge l’impianto dell’intero libro. Non può ancora
rispondere Marco perché la quotidianità (che quasi può tramutarsi in
quella quotidianeità, come l’ipostatizzava Dario Bellezza) ha nella
sua routine una variazione sistematica e inafferrabile (come in un
ritmo jazz che non nascostamente è la partitura da cui Saya trae
ispirazione per i suoi versi), è preda di una cronica casualità che
pure si ripropone ad ogni passo. Il libro si legge quasi come un
romanzo, è un’epica contemporanea della città di Milano (ridotta a
larva ectoplasmatica di se stessa, fino ad un’invisibile ed
impossibile città calviniana: Milania), un’epopea di un uomo che si
aggira tra le sue strade e osserva i passeggeri dei tram, altri che
si affrettano nei pressi di piazzale Lodi, altri ancora che
freneticamente acquistano all’Esselunga. Si legge di una città che
fatica a comprendere l’accoglienza, che si sorprende a vedere una
donna col burka che attraversa una strada a braccetto con una
signora elegante ed evidentemente appartenente ad una classe sociale
elevata, che si concentra unicamente a produrre vuoto, affaccendata
a guardarsi la punta delle scarpe. Nessun compiacimento, si diceva,
e contestualmente nessun volontarismo ideologico. Non c’è socialismo
che tenga nelle impietose (ma anche ironiche, di un’ironia amara,
ovviamente) pagine di Situazione temporanea. Tutto è frammentato,
ognuno è un atomo privo di centro e di identità, tutti accomunati
solo da un senso di estraneità che rasenta la schizofrenia: «
l’altro giorno ho incontrato un albanese/ mi ha chiesto se avevo/ da
accendere/ voleva parlare/ abbiamo parlato/ nella nostra diversità/
avevamo qualcosa/ da dirci». Eppur tuttavia si fa critica sociale
con le armi che si possiedono. Marco Saya è poeta civile, senza
spiattellarlo in faccia ai suoi lettori. Sa esserlo sottilmente,
nell’unico modo in cui si può esserlo. Adotta il jazz come metro,
anziché una cadenza lineare, scrive un romanzo di frammenti e di
associazioni di idee, osserva quanto accade, partecipando
dell’accaduto, ma conservando un’adeguata distanza critica, registra
ma non supinamente. La sua scrittura è una scappatoia dagli
automatismi della contemporaneità e sa esserlo con una leggerezza
disarmante: il gergale non si accosta alla citazione colta per puro
sfoggio letterario o per creare un tutto indistinto, utile solo a
chi delle parole non sa che farsene. Piuttosto il pastiche
linguistico è dosato con grande perizia: tutto è camuffato
all’interno di un tono che si tiene volutamente nella mediocrità.
Saya sembra costruire trabocchetti nella costruzione del verso (più
che nel lessico), giocando con la sintassi così come Jaques Tati
avrebbe costruito le sue gag al cospetto della grottesca modernità:
insinuandosi negli interstizi delle frasi (più che delle parole),
nei modi di dire comuni, decomponendoli, decontestualizzandoli,
producendo un esilarante effetto straniante, una sorta di reazione
chimica come all’incontro appunto di Monsieur Heulot con gli emblemi
urbani della nuova metropoli. Ogni verso è in sé concluso e quasi
autistico, per poi scontrarsi casualmente con il successivo.
L’effetto è esilarante e nello stesso tempo amaro: «accado nel magma
del passaggio./ siccome disturbo nel desueto divorio/ punta i gomiti
quello che non ha il limite,/ così per caso, un bar vale l’altro,/
il dispetto sta nella resistenza,/ il cablaggio ci fortifica/ sino a
esaurimento scorie». Tuttavia l’aderenza della lingua al reale è
massima, tale, nel contempo, da sembrare materiale da costruzione e
da restituirti intatta un’immagine dinanzi agli occhi, tramite pochi
brevi segni: «quanti fili per la città/ grovigli muti/ boccheggianti
dai finestrini/ orecchie incollate a pacemakers/ detriti di
comunicazione/ rovinosi affanni/ appannati tra vitrei stagni/ come
oblò obliati»; massimo è il grado allegorico che ne deriva: il
parlare di blues, di jazz, di Miles Davis per parlare d’altro, di
quanto orripilante sia diventato l’uomo. (Recensione a cura di Luigi
Metropoli)
© Luigi Metropoli
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