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“La fede
e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano
s'innalza verso la contemplazione della verità. E Dio ad aver posto
nel cuore dell'uomo il desiderio di conoscere la verità e, in
definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa
giungere anche alla piena verità su se stesso.” [1] (Cfr
Es 33, 18; Sal 27 [26], 8-9; 63 [62], 2-3; Gv
14, 8; 1 Gv 3, 2)
L’incipit di Fides et ratio è ciò che è emerso con potenza
indiscutibile durante la lettura di Sapienziali, autentico spurgo
della vita del poeta.
L’opera è composta da due parti:
• Sapienziali, nove sequenze molto intense, ispirate a versetti dei
libri di Giobbe, Proverbi, Qoelet, Cantico, Sapienza, Siracide,
Isaia D. M. Turoldo.
• Scirocco, 36 poesie, tutte con dedica.
Già, in copertina, l’umile tratto di un maestro che guarda come i
suoi allievi di fronte a sé, offre l’immagine del socratico “Conosci
te stesso”. Scoprendo di non sapere è indispensabile puntare avanti,
ricercare insieme. E’ questo uno dei punti essenziali del messaggio
del Lucini.
Ed è anche evocazione dei miei vent’anni, quando assorbivo con
passione le pagine di Don Lorenzo Milano, la sua concezione
pedagogica, la sua prassi didattica. Il grande maestro del lavoro in
comune ha senz’altro influenzato la mia attività d’insegnante
elementare.
Aprendo poi il testo e immergendomi nella lettura è balzato come
leit-motiv il termine “GIUSTIZIA”, parola da primato nella Bibbia,
la quale ancora con forza mi ha riportato al prete fiorentino,
circondato fino all’ultimo giorno del trapasso dai suoi “figlioli” :
i Gianni, termine da lui usato per i contadinelli delle sperdute
cascine del Casentino che grazie a lui avevano imparato ad amare
l’istruzione, sopratutto per intendere il senso dei termini per
comprendere la Parola di Dio, e come strumento di dignità sociale.
Erano esclusi invece i così definiti “Pierini” figli di famiglie
abbienti, sostenuti con ogni mezzo nel successo, in una Scuola
Pubblica che al tempo (Primi anni sessanta) selettiva ed
individualistica, non arrecava loro serie frustrazioni.
Lettera ad una professoressa (LEF 1967) è il frutto di un’opera
insieme congeniata sotto la regia del Milani, dove è messa a nudo
l’accusa verso la Scuola Statale, i cui insegnanti “passavano tra i
banchi (…) [2] solenni come sacerdoti. Custodi del lucignolo spento
[3].”
Cioè di una cultura acritica, fatta di formule e imparaticci a
memoria, dove non era permesso DIALOGARE.
Ad una porta di un’aula a Barbiana, era appeso un cartello con
scritto: I care: mi importa, mi sta a cuore. Il contrario esatto del
fascista ‘me ne frego’. Dunque fine della Scuola era: l’Amore per il
prossimo; la metodologia: cooperazione e lavoro di gruppo in
verticale.
La ricerca della Giustizia e non della supponenza si ritrovano a piè
pari nelle poesie luciniane. Un semplice esempio:
“Non sarà oggi, non domani, forse in un tempo
che non ci appartiene
- Siamo soltanto la ciurma testarda
a traghettare nel futuro la speranza.” [4]
Speranza di Giustizia, di Non–violenza. Ed ecco ancora emergere
L’obbedienza non è più una virtù. Lettera questa volta scritta dal
Milani ai cappellani miltari, contro la guerra. Lo scritto provocò
una grossa frattura tra i milaniani e i guerrafondai tanto che il
Priore fu chiamato a giudizio.
Non mi meraviglierei se anche Sapienziali, desse motivo a
persecuzioni.
D’altra parte questa ‘opera magna’ del Lucini e quella del Milani
sono tanto più sconvolgenti se si considera come entrambi gli autori
abbiano lasciato esempi concreti di radicalità.
Se il Priore di Barbiana, anticipò la rivoluzione studentesca del
’68 per amore agli ultimi, non è meno incisiva la scelta di G.
Lucini il quale a cinquantacinque anni ha lasciato le sue amatissime
Alpi e soprattutto gli affetti più intimi, per fare volontariato a
Gioiosa Ionica (RC) presso l’Associazione “Don Milani” nata nel
1996.
Lo statuto esprime le finalità di “contrastare i fenomeni
dell’ emarginazione e del disagio promuovendo la presa in carico dei
minori e dei loro bisogni; offrire uno spazio educativo dove potersi
incontrare e dove incontrare chi può sostenerli nel superamento
delle difficoltà quotidiane con l’obiettivo di far raggiungere al
minore una propria autonomia personale; Lavoro con le famiglie e con
il territorio per favorire la presa in carico da parte di tutta la
comunità (enti, associazioni, parrocchia, gruppi, etc.) delle
problematiche riguardanti il disagio dei minori.
L’associazione Don Milani aderisce inoltre ad importanti realtà
dell’associazionismo nazionale: Libera – Associazioni nomi e numeri
contro le mafie, dimostrazione dell’importanza che viene data al
lavoro di educazione alla legalità; il C.N.C.A. (Coordinamento
Nazionale delle Comunità d’Accoglienza); il Mo.V.I. (Movimento per
il Volontariato Italiano) ed il C.S.V. (Centro Servizi Volontariato) realtà che promuovono su tutto il territorio nazionale
le esperienze di volontariato.” [5]
Mi piace a questo punto soffermarmi su alcune liriche. Difficile la
scelta: tutte provocano nel lettore quel tremare inteso, come essere
travolti da ‘cibo spirituale’. Dice Cristo: Il regno di Dio è dentro
di Voi. E’ questa dignità che vibra: il Dio che portiamo dentro.
[6]
Mi soffermo su “Deserto” [7], introdotta da parole di David Maria
Turoldo: “Non sarà la sicurezza a garantire la pace, ma la pace a
garantire la sicurezza” e la vera pace non può venire che dalla
conoscenza della Verità: Cristo, l’Uomo mite per eccellenza.
A pag. 43 Lucini si lega al pensiero del maestro:
Saranno dunque i miti a possedere la terra
Color che diranno: “non facciamo più armi
Non lavoriamo oltre il necessario
Vogliamo il nostro tempo per capire
Il donde e il dove
Vogliamo la dignità, non la ricchezza,
non vogliamo sciupare più nulla
chiedendo il permesso alla natura
per l’attimo che dura la nostra scintilla (…) [8]
eretti
con dignità davanti alla morte
salutando gli amici”.
Penso alla dignità di figli di Dio creati a Sua immagine:
“Così canteranno i miti
portando covoni di grano.
Canteranno i loro poemi
Quando tornerà la bellezza dagli occhi limpidi
Alla fine di ogni parola
al tramonto
d’ogni ragione.”
Ed ecco d’incanto riemergere l’incipit di Fides et ratio.
Passiamo a “Scirocco”. L’insieme appare come scrive lo stesso autore
“una sorta di diario dell’esperienza in Calabria nell’indifferenza
generale del Paese e risponde al nome di ‘ndràngheta.” [9]
Forse il titolo è tratto dalla lirica a pag. 59:
“Fa scirocco, un tempo sciatto
che rimescola le bave
di nubi nere che piovono sfatte (…) [10]
chissà dov’è Dio da quale
occhio scruta la scena…”
Emergono metaforicamente gli elementi sociali del territorio, tanto
deprimenti da chiedersi il perché del silenzio di Dio. I Versi mi
richiamano con forza le parole del profeta [11] “Se tu squarciassi il
cielo e scendessi!” riferendosi alla realtà del popolo in Esilio.
Infine non posso trattenermi da citare un aforisma particolarmente
suggestivo tratto da “A Francesco Rigitano”
“il volto lunare del Sud
è il sorriso d’una vecchia agonizzante”
E tre strofe di “Aspromonte”:
“E’ ondivago il sentiero: risale
un poco e poi perde quota
quasi fosse metafora di vita
irrisolta nel bene e nel male.
Se avessi il coraggio di guardare
oltre la nuca della montagna
dove s’interna l’Aspromonte e si fa nero
all’origine delle fiumare
scoprirei una vita avvelenata
dove nasce una vita maligna
che serpeggia sino al mare (….)” [12]
Ossimori, anafore, aforismi, similitudini, sinestesie, chiasmi …
Raffinata, preziosa poesia.
© Lucia Visconti
NOTE
[1] Fides et ratio.
Lettera enciclica di Giovanni Paolo II.Roma 14 settembre 1998
[2] I puntini sono miei
[3] Scuola di Barbiana.
Lettera a una professoressa, pag. 30
[4] “Visione” da
Sapienziali, pag. 30
[5] Dallo Statuto
dell’associazione “Don Milani” di Gioiosa Ionica (RC)
[6] Dibattito
democratico, maggio-giugno 2010, pag. 28
[7] Sapienziali, op.cit.,
pag. 38
[8] I puntini sono miei
[9] Sapienziali. Nota
dell’autore a pag. 87
[10] I puntini sono miei
[11] Is.63,19
[12] I puntini sono miei
Lucia Visconti, da "Per mano",
poesia
Lucia Visconti, da "L'Eco
rossa", narrativa
Lucia Visconti, "Se la catena non si spezza"
di F. Santamaria
Lucia Visconti, Pagine critiche
Letizia Lanza, "Orme di Signoria" di Lucia Visconti
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