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“Mi
chiamo Carlotta, detta Carlo. Sia ben chiaro, però: sono donna,
femmina in ogni cellula del corpo e per generosità della sorte, le
mie cellule non sono neppure poche.” Questo l’incipit del racconto
lungo di Annalisa Macchia, il primo tra la copiosa miscellanea di
poesie per piccoli e grandi, prosa saggistica e note critiche. Ci
voleva: è superconferma che la scrittrice è davvero “nata con la
penna in mano.”
Ma torniamo un attimo alla Carlo: icché avrà a che fare ‘sta bella
figliola con l’atavico portone di Via Ghibellina ni’ centro storico
di Firenze? Il tutto, ottanta pagine fitte fitte: non sono patatine
fritte o ciliegie, ma te le trovi trangugiate in un’oretta, tant’è
lo scorrere narrativo senza ristagni, coloratissimo da brevi
dialoghi in vernacolo, con descrizioni accurate dell’ambiente,
tratteggio bozzettistico dei personaggi - quasi te li vedi uscir
dalle pagine –, attimi di suspense, fotografie di realtà di degrado
e, naturalmente, pittura dei quattro amici giornalieri di Carlotta,
cioè cani di diversa razza che la ragazza si trova ad accudire.
Carlotta dunque è la dog sitter di Basker, un mastino arcigno come
il padrone vecchio come i’cucco, sempre severo, scostante e di
Ughino, cocco di un’anziana donna figlia del popolo, “incontenibile
bastardetto di media taglia con ciuffi biondi sugli occhi, sotto la
gola e in cima agli orecchi”. Ed ancora al guinzaglio dei
significativi muscoli di Carlotta, Neve, “un barbone dal pelo bianco
ingiallito e dai riccioli ormai talmente lunghi e arruffati da
sembrare una pecora (…). Guardandolo, ci si aspettava di sentirlo
belare.” (pag.22) E poi “Lautrec, un pacifico bassotto color
biscotto con tendenza ad ingrassare, era arrivato al punto critico
di sfiorare la pancia a terra mentre zampettava (…). Al contrario di
Ughino e Neve, quel pigrone andava trascinato. Avevo sottovalutato
il mio lavoro.” (pag. 22)
Povera Carlo! L’amico africano – chiamato Kappa - per quante volte
la consonante si ripeteva nel suo nome – l’aveva incastrata fidando
nella sua indole generosa. La Carlo era rimasta pazientemente ad
attendere, ma Kappa non tornava. Intanto Primavera lasciava il regno
ad Estate e, che sudori portarsi dietro quegli scalmanati!
Per fortuna il vecchio riccone pagava bene per Basker, e appariva
all’orizzonte un altro Carlo, maschio lui, davvero in tutte le
cellule: finalmente un marcantonio capace di mangiare con lei mezzo
chilo di spaghetti a colazione.
Al di là della trama su cui non mi prolungo per non togliere al
lettore il piacere di gustarla, mi piace sottolineare che la vicenda
– avventura si gioca essenzialmente sul termine “portone”, simbolo,
come in chiosa l’autrice stessa scrive, “di quella porta riservata
dal destino ad ognuno, senza farsi avvertire.” Quel passaggio
obbligato, direi, dal quale non puoi scantonare, ma in seconda
battuta sei libero di tornare indietro, non metterti in gioco,
mantenere atteggiamento tiepido o aderire totalmente ad un progetto
ben delineato, ma non da te.
© Lucia Visconti
*
Annalisa Macchia
Il portone di Via Ghibellina,
romanzo
Puntoacapo Editrice, Novi Ligure (AL) 2011
pp.78, € 10.00
Lucia Visconti, da "Per mano",
poesia
Lucia Visconti, da "L'Eco rossa", narrativa
Lucia Visconti, "Se la catena non si spezza"
di F. Santamaria
Lucia Visconti,
Pagine critiche
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