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Non
cessano di stupirci i due coautori di questo terzo testo di
drammaturgia poetica.
Dopo “E nella sera un sogno”, alta espressione dell’amore, “Mai
più”, dono di pietà verso le 582 vittime della follia nazista in
Sant’Anna di Stazzema e allo stesso tempo una denuncia contro
l’abominio della guerra, in “N.O.F.4” si canta la storia di
un malato di mente, Nannetti Oreste Fernando, chiuso a vita nel
manicomio di Volterra di cui sono rimaste sue scritte, incise con la
cintura del panciotto di militanza nel muro delimitante l’area di
passeggio della orribile carcere-prigione.
Possiamo definire l’attuale azione teatrale, profondo esame di
coscienza contro l’emarginazione del “diverso”, che poi
“diverso” non è.
Le pagine scritte dalla Carraroli si intervallano con le foto
dell’ambiente, sapientemente apposte da Luciano Ricci. Ecco perché
preferisco parlare di coautori, anziché dividere i due ruoli: l’uno
senza l’altro non avrebbero offerto, a mio avviso, un’opera così
completa di arte e umanità.
I personaggi sono:
• un infermiere
• coro dei matti
• N.O.F.4
Introduce l’opera l’infermiere, sottolineando la chiave,
segno di apertura della sempre uguale mattinata dei 500 reclusi del
Ferri - o padiglione 4-, chiave che torna la sera a chiudere i
galeotti dentro nuda rumorosa camerata.[1]
Continua il coro: isole in mezzo / tavoli a circumnavigare/ a
forza di piedi strascicati (…)[2] E la sberla del
custode ci richiama/ a un’altra mano/dal tepore che l’anima
conserva.[3] Particolarmente felice il quadro dei
poveretti: la singolare sensibilità della poeta legge nella loro
anima. Si sofferma il lettore su questa immagine. Difficile,
proseguire.
“E passano le ore senza senza fretta/nel senso che il nostro giro
inverte”(…) Galeotti antiorari, noi contrari.”[4]
Questo verso è il leitmotiv dei derelitti. Per loro non esistono
giorno e notte: il tempo non scorre come in chi è libero. E’
stravolto dalla malattia. “Ci desta l’urlo del compagno/ ci dice
l’agonia di qualcun altro/ e la sberla del custode ci richiama/ a
un’altra mano/ dal tepore che l’anima conserva.”
Felicissimo verso.
Come non sentirsi stringersi lo stomaco dal ricordo remoto, ma vivo
di un calore chissà quando ricevuto.
Ed ecco il Nannetti, Oreste Fernando, 4 sezione del giudiziario.
Con la scoperta di graffiare il muro per esternare le sue follie,
trova la calma.
E troviamo i momenti di lieve lucidità intervallati all’effettiva
schizofrenia:
“Mi piace l’insalata di parole/l’alfabeto Morse delle voci /la
collera decollata dal collo/la collina colorata di cotone.
…
Io Nannetti Oreste Ferdinando scrivo/ nel nuro./ Un poco ogni giorno
scrivo./ Per campare.”[5]
Particolarmente avvincente l’immagine naif della struttura chiusa
contornata da stelle, fiori e chissà che altro, interpretate dalla
poeta come un accorato appello al vento di portarlo con sé ‘fuori
dal recinto’.
“dalla camicia che mi forza…/ sono stanco di finire nelle grida
del mio strazio… nel rumore del silenzio./ Portami con te/ con le
ali del tuo volo,/ vento.”[6]
Finchè la mente deborda.
E anziché identificarsi con il colonnello astrale, il Nannetti,
attraverso il dono di una conchiglia vede capovolta l’astronave. “…sento…l’acqua
salsa che non ho mai assaggiato/ le maree/ che non mi hanno mai
bagnato/ Calo dove/ Nemo non è andato/ e sono Capitano che balla con
la piovra e che non teme/ la spada acuminata di quel pesce.”[7]
Infine considero fondamentale invitare i lettori a soffermarsi alle
pagg. 34-35; e in particolare al grafito di pag. 48 dove il Nannetti
invoca MESE-RICORDIA- grido ribadito dal coro dei matti che
nonostante la follia hanno abbracciato come proprio quell’urlo
scritto in stampatello maiuscolo.
Dall’inconscio disorganizzato resta prepotente il bisogno di
accoglienza, nonostante la malattia considerata nella società
estremamente emarginante.
Il testo gronda d’umanità, calore, interpretazione felice del
pensiero disturbato ed insegna a misurarsi seriamente con un
costante esame di coscienza.
Un’opera così importante non poteva che essere riconosciuta
vincitrice di concorso ed ottenere pubblicazione gratuita.
© Lucia Visconti
NOTE
[1) N.O.F.4, pag.4
[2] I puntini sono miei
[3] Op.cit., pag.17
[4] Op.cit., pag. 17
[5] Op.cit., pag.17
[6] Op.cit., pag.27
[7] Op.cit., pag.31
Lucia Visconti, da "Per mano",
poesia
Lucia Visconti, da "L'Eco rossa", narrativa
Lucia Visconti, "Se la catena non si spezza"
di F. Santamaria
Lucia Visconti, Pagine critiche
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