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Com’è noto, il nome «favola» è di
origine latina (fabula) e deriva dal verbo for, faris («dire»). Se
però all’inizio il termine fabula designava, per i Romani, vari tipi
di racconto, innanzitutto il racconto mitico, in un secondo momento
esso venne a indicare un preciso genere letterario: ossia a dire, un
racconto fittizio, con intreccio minimo, per lo più abitato da
animali parlanti, elaborato e narrato a scopo di edificazione morale
o più immediatamente educativo, tramite l’illustrazione di vizi,
comportamenti tipici, connotazioni ricorrenti tanto da divenire
caratteriali. La morale conclusiva (per lo più presente ed
esplicitata) di solito era introdotta da una formula fissa – sia nei
testi scritti in greco (ı mËyow dhlo›) sia in quelli latini (fabula
docet).
Di fatto, si può considerare la costruzione favolistica quasi come
un’etologia rovesciata, dal momento che in essa il punto nevralgico
è costituito non dall’analisi degli usi e costumi del mondo animale,
bensì, al contrario, dall’osservazione e dalla conseguente censura
di comportamenti o caratteristiche umane, attraverso la mediazione
di animali per l’occasione assunti al ruolo di maschere, o quanto
meno di simboli, “segni”.
Quello della favola, si sa, è un genere letterario molto antico,
attestato già in testi sumerici dell’inizio del secondo millennio
a.C.: un genere universale e ricco di saggezza popolare, riflesso
dei bisogni e dei sentimenti più elementari del popolo, i cui primi
“autori” sono eredi di una lunga e consolidata tradizione narrativa
orale, intenzionati a fornire, secondo Dione di Prusa (I-II d.C.),
una interpretazione utile ed edificante della realtà attraverso
l’allegoria e la metafora. In Grecia, la più antica attestazione si
trova in Esiodo (il racconto dell’usignolo e dello sparviero, Opere
e giorni 202-212), ma poi lo si ritrova anche in Archiloco Esiodo
(il racconto dell’aquila e della volpe, frr. 174-181 West2) e nelle
tradizioni “umili” del giambo e della commedia – ma non mancano
riferimenti a racconti favolistici perfino nella tragedia. Tuttavia,
è intorno alla figura semileggendaria di Esopo (VI secolo a. C.) che
si è andato via via coagulando un ricco corpus di racconti
favolistici: ad Esopo viene attribuito tutto il patrimonio di una
favolistica che vede come interpreti per lo più personaggi del mondo
animale, ricche di spunti umoristici e commenti di saggezza morale;
Esopo avrebbe dato forma letteraria ad una materia fino allora
affidata alla tradizione orale. La tradizione esopica (la prima
raccolta di cui si ha notizia fu curata da Demetrio Falereo intorno
al 300 a.C.) presenta una struttura generalmente tripartita,
costituita da una premessa (promythium), il racconto vero e proprio
e una postilla (epimythium), contenente la “morale”. A Roma,
viceversa, il genere entra relativamente tardi: a parte le favole
inserite nelle satire di Ennio, qualche accenno a favole esopiche
nella commedia e uno in Catullo, e soprattutto in Orazio (la favola
del topo di campagna e del topo di città, Sat. 2, 6), esso trova il
suo primo e più importante esponente in Fedro – un Tracio vissuto
sul finire del I secolo a. C., condotto abbastanza presto nella
capitale (tanto da poter studiare Ennio in una scuola romana),
divenuto quindi, con gli anni, uno dei liberti più apprezzati di
Augusto, ciò non ostante rimasto più tardi vittima di una condanna
più o meno infamante, inflittagli da Seiano con un procedimento che
il poeta considera (e denuncia) come illegale e ingiusto.
A dispetto di ciò, con la sua raccolta di favole in versi (senari
giambici) Fedro trapianta l’importante filone letterario nella
cultura latina, dando corpo a una raccolta di novantatre favole
suddivise in cinque libri, dal titolo complessivo Phaedri Augusti
liberti fabulae Aesopiae (o semplicemente Fabulae), successivamente
arricchite dei trentun brani riuniti assieme dall’umanista Niccolò
Perotti nella così detta Appendix Perottina. In aggiunta a ciò, il
filologo C. Zander si curerà di pubblicare una serie di parafrasi,
risalenti all’età medievale, di altre trenta favole da lui
attribuite all’arguto liberto, in un volume intitolato Phaedrus
solutus (1921). I racconti fedriani saranno quindi ampiamenti
ripresi e rielaborati nelle epoche successive, per esempio dal
celebre poeta e favolista francese del Seicento La Fontaine e, nel
Novecento, da Trilussa o Anouilh.
In questo nobile, secolare filone si inserisce da ultimo il
piacevole libro serofilliano – nel quale (con agile riferimento al
testo latino, attentamente curato da Enzo Mandruzzato per la BUR),
«le “rivisitazioni” di Fedro elaborate dalla Serofilli (che Bárberi
Squarotti ha definito “argute e persuasive”) non si allontanano mai
dallo spirito degli originali e tendono a fondere i vari momenti in
una scrittura che sembra essere alimentata dall’urgenza di una
verità dichiarata e collocata tra l’etica e la giustizia … La
Serofilli si è posta in modo quasi marginale in rapporto ai testi
originali e ha dato al suo lavoro di rivisitazione delle scansioni
scherzose di notevole vivacità letteraria» (D. Carlesi, p. 7).
Oltre a quelli anticipati nei mesi scorsi nell’apposita sezione di
«Senecio», tra i numerosi possibili esempi da citare mi sembra di
rilievo già il Prologo: «Inventar ‘favole’ non è mestiere da poco, /
così ho ripreso materia collaudata / facendo come Fedro con Esopo. /
Tramutato ho i senari in versi sciolti / con rima o no, molto più
disinvolti / anche se servono, me l’auguro davvero, / anch’essi alla
prudenza dar consiglio / anch’essi alla tristezza porre freno. //
Chi disapprova al gioco stia / di questa mia esuberante fantasia!».
Un brano, a quel che si può vedere, già in sé significativo, al
quale fanno seguito altri trentacinque briosi testi, più o meno
lunghi ed elaborati, che comunque offrono un’altrettanto piacevole
lettura e confermano il fortunato – abile – talento dell’autrice
(giusto quanto ammonisce il brano di coda: «In buone mani / deve
incappar talento / per non far asino con lira / che solo corde
scocca / e l’incapace unghia / cuore non tocca. // Sensibilità / non
basta a ingegno: / urge la tecnica / che a mala sorte / e ad
incapacità / non paga pegno!).
Non resta che sperimentarlo.
© Lorenzo Fort
* Valeria Serofilli, Fedro
rivisitato. Prefazione di D. Carlesi, Bastogi Editrice Italiana,
Foggia 2004
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Biografia
Lorenzo Fort è nato a Venezia nel
1949, si è laureato in Lettere classiche presso l’Università di
Padova (1973), quindi si è perfezionato in Scienze dell’Antichità
(indirizzo filologico) presso l’Università di Urbino. Docente a
tempo indeterminato di Latino e Greco presso il Liceo Classico
“Marco Polo” di Venezia, ha un incarico di collaborazione coordinata
continuativa per il “Corso zero di Latino” presso il Dipartimento di
Antichità e Tradizione Classica dell’Università di Venezia. Dal 1998
ha fatto parte del gruppo di ricerca su “L’Antico, un progetto per
la secondaria” presso l’IRRSAE del Veneto. Tra le pubblicazioni più
importanti, Sofocle. Problemi di tradizione indiretta (scritto in
collaborazione con L. Lanza. Premessa di M. Geymonat, Padova, 1991)
e i seguenti testi per la scuola secondaria superiore: V. Citti - C.
Casali - L. Fort - L. Fuà, Il libro di greco, Teoria ed Esercizi,
Torino, S.E.I., 19921; 19962; V. Citti - C. Casali - L. Fort - L.
Fuà, Le forme del discorso, Torino, S.E.I., 19921; 19972; V. Citti -
C. Casali - L. Fort, Tradurre i greci, Torino, S.E.I., Torino, 1993;
M. Geymonat - L. Fort, Dialogare con il passato, Teoria ed Esercizi,
Bologna, Zanichelli, 1998; V. Citti - C. Casali - L. Fort - L. Fuà,
Astrea, Teoria ed Esercizi, Torino, S.E.I., 2000; V. Citti - C.
Casali - L. Fort - M. Taufer, Taxis, Torino, S.E.I., 2003. |