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Lorenzo Fort. antichista

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / LORENZO FORT


Donatella Puliga, Percorsi della cultura latina. Per una didattica sostenibile *

«Tout le monde parle aujourd’hui de la “crise du latin” et chacun offre son remède pour la conjurer ... Nous vivons, professeurs et élèves, en ce qui concerne l’étude des lingues mortes, sur des conceptions qui ont fait leur temps. Nous sommes esclaves de vieilles habitudes et méthodes surannées. Vous, élèves, êtes formés à ne pas vous interroger, à ne pas vous étonner, à ne regarder par-dessus la barrière de programmes. Nous, les maîtres, trouvons commode d’enseigner ce que nous avons appris comme nous l’avons appris, avec les livres et les carnets de notes que nous avons gardés de nos années d’étude»: così scriveva, esattamente ottanta anni fa, J. Marouzeau (Le latin, Paris, Didier, p. 23). Crisi del latino, dunque, come frutto di abitudini consolidate dei docenti, difficoltà di orientarsi tra le molte proposte metodologiche, mancanza di motivazione da parte degli studenti, sostanziale frattura, nella prassi scolastica, tra l'aspetto letterario (storia della letteratura) e quello linguistico (studio della lingua e lettura degli autori).
Ebbene, proprio a questi problemi si propone di ovviare il libro di Donatella Puliga. Partendo da alcune considerazioni suggerite dalla definizione del concetto di “sviluppo sostenibile” elaborata nel 1987 dalla Commissione mondiale dell’ambiente e dello sviluppo («Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo in grado di garantire il soddisfacimento dei bisogni attuali senza compromettere la possibilità delle generazioni future di far fronte ai loro bisogni», p. 11), P. coglie in esse una «efficace metafora dello studio del mondo classico e del suo ruolo nelle nostre scuole»; quindi, sostituendo al termine “sviluppo” la parola “didattica” e trasformando il tutto in «la didattica sostenibile è uno didattica in grado di garantire il soddisfacimento dei bisogni attuali senza compromettere la possibilità delle generazioni future di far fronte ai loro bisogni» (p. 11), si interroga sull'attualità dell'antico e del suo insegnamento, traendone osservazioni degne di rilievo.
«Insegnare i classici può significare indicare che sono esistiti modi lontani dai nostri di stare nel mondo e aiutare ad accogliere modi lontani dai propri anche in questo “nostro” mondo ... Può significare l’invito a non temere la distanza, la diversità, la complessità, a non temere una cultura declinata al plurale» (p. 12): perciò «la battaglia per i classici è oggi una battaglia di avanguardia, legata al progresso più che alla conservazione, una battaglia di cultura che nulla ha a che vedere con uno scontro di civiltà» (pp. 12-13). Tuttavia l'antico deve oggi essere ricalibrato, e non tanto in funzione delle esigenze di mercato – pena uno scadimento della qualità culturale della proposta dell’antico. Il pericolo è quello «di una “svendita” dei classici e di una loro banalizzazione: la smania di renderli vicini a noi ha portato ad operazioni che poco hanno di culturale e molto di effimero, perché rientrano nel circolo perverso di un consumo “usa e getta”» (p. 13): la facile ricerca del consenso (P. porta come esempi la produzione di fumetti in latino o la riproposizione di un latino “parlato” come una lingua moderna, ma si può pensare altresì alla facilitazione – oggi di moda – dell’approccio o all’aggancio tout court alle nuove tecnologie) non è certo sufficiente a motivare una rinnovata attenzione all’antico.
Purtroppo la nostra società «fondata sull’utile come principio-guida dei comportamenti, delle scelte e delle relazioni umane non può che ispirarsi a criteri di utilità nella selezione di cosa si debba trasmettere e non trasmettere del passato alle nuove generazioni. Ma questi criteri sembrano contagiati da una miopia che impedisce visioni ad ampio raggio: sia nella direzione del futuro, perché di questo futuro non si sanno valutare le dimensioni, sia in quella del passato, di ciò che ci ha fatto diventare quello che oggi siamo: perché l’eredità del passato è difficile da amministrare se la si considera solo un patrimonio da investire per ottenere – ancora una volta – un utile» (p. 13). Ne consegue che la mentalità corrente – rovinosa – «non pone affatto tra le priorità sociali il prestigio, il rilievo professionale, il riconoscimento sul piano economico di chi trasmette cultura» (p. 13), e ciò comporta che gli insegnanti vivano un profondo disagio per la debolezza di un ruolo professionale che si traduce in pochi riconoscimenti sociali ed economici e, forse, in un atteggiamento di renitenza di fronte alle innovazioni («esclaves de vieilles habitudes et méthodes surannées»!) o di complessiva sfiducia nell’istituzione scuola. Ma questo è un altro discorso.
Ora, poiché il punctum dolens dell’insegnamento in generale, ma in particolare delle discipline classiche, è il problema della motivazione degli studenti («Perché mai si dovrebbero studiare i classici antichi, che non aiutano ad ottenere gratificazione economica, riconoscimento sociale, utilità per la vita?», p. 14), ecco spiegata la ragione profonda – e la struttura – del libro: esso presenta sette testi di prosa e di poesia, «significativi per la riflessione su tematiche antropologiche, storico-letterarie, linguistiche, artistiche» (p. 15), tratti da altrettanti autori latini: Catullo (Carme 62), Cicerone (La divinazione I, 1-4), Virgilio (Eneide IV, 642-705), Agostino (Confessioni X, 8), Lucrezio (La natura I, 62-101), Terenzio (I fratelli 25-80; 855-888), Ovidio (Metamorfosi XII, 39-63).
Il lavoro di P. si propone di superare la barriera, ancora attuale nella prassi didattica tra storia della letteratura e autori, che spesso ingenera negli studenti la convinzione che si tratti di aspetti separati tra di loro. A questo scopo «ogni testo viene proposto in lingua originale, ma di esso si suggeriscono traduzioni italiane e straniere che potranno essere consultate per comprendere il valore della traduzione come scelta» (p. 16): quindi, all’interno di ciascuno, vengono individuati dei percorsi di studio e di ricerca, contenenti vere e proprie indicazioni e proposte didattiche, che gli insegnanti potranno poi sviluppare a loro piacere, a seconda delle motivazioni loro o della classe. Così i testi dei sette autori sono ampiamente analizzati secondo un percorso linguistico-grammaticale-lessicale (in “quale” latino l’opera è stata scritta, quali ne sono le principali strutture linguistiche, le scelte stilistiche e retoriche, etc.), uno storico-letterario (la collocazione cronologica dell’autore e dell’opera, il genere letterario cui essa appartiene, il contesto storico), uno antropologico (i tratti culturali, la mentalità, i problemi legati alla vita quotidiana, alle pratiche religiose, i rapporti interpersonali, etc.), uno geografico (la geografia, mitica e reale, presupposta dal testo) e infine il percorso di permanenze – che «si concentra sui tratti dell’opera che hanno attraversato i secoli», vedendo «piuttosto il mondo antico come un luogo dell’alterità» (p. 17), come il «miglior antidoto contro un’omologazione regressiva, contro un’omogeneizzazione delle intelligenze, oltre che delle culture» (p. 18). Ogni testo si conclude con una ricca e aggiornata bibliografia sugli argomenti affrontati (altri riferimenti bibliografici sono citati nelle note o nel corpo stesso del testo).
Naturalmente non tutto fila liscio: a p. 21 si dice del carme 62 di Catullo: «Questo componimento non può essere superficialmente accostato alla pur ricchissima produzione catulliana che ha per tema l’amore», affermazione per lo meno discutibile, se è vero che il tema del matrimonio è una costante dei cosiddetti carmina docta (a esclusione del 63), a testimonianza della ansiosa aspirazione del poeta veronese alla stabilità all’interno del foedus matrimoniale. Ancora a p. 21, a proposito degli epitalami, si dice che «gli antichi definivano questi ultimi “canti del risveglio”, dieghertikà»: perché “gli antichi” e non, più puntualmente, “i Greci”? E ancora qualche incongruenza nelle citazioni: per esempio di Plutarco sono citate le Questioni romane (tra l’altro con numero romano VI la prima volta, p. 26, sempre con numero arabo in seguito): perché non affiancare anche l’indicazione dei Moralia, che facilita la consultazione, tanto più che il testo vuole rivolgersi anche «a tutti i professori di Materie letterarie, che già lavorano nella scuola» (p. 15)? Quanto all’episodio del “ratto di gruppo” relativo al mito delle Leucippidi, si cita Pausania IV, 2,31 invece di IV, 31,9.
È vero, poi, che – per una precisa scelta personale – P. non si occupa della traduzione («ho ritenuto ... di non dover essere io a compiere una scelta traduttiva deresponsabilizzando gli studenti e favorendo una loro adesione acritica al testo», p. 16), ma, a parte che l’affermazione «ogni testo viene proposto in lingua originale, ma di esso si suggeriscono traduzioni italiane e straniere» resta nella maggior parte dei casi solo nelle intenzioni dell’autrice, come si può affermare che il carme 62 di Catullo presenta una sintassi così lineare da consentirne «la comprensione pressoché immediata anche a studenti che si siano accostati al latino da poco tempo»? Il che, secondo P., «conferma la possibilità di individuare fin dai primi anni di studio ... testi di autori la cui lettura eviti la mortificante e demotivante traduzione di “frasi” farcite di rose e di fanciulle” (p. 41). D’accordo, nella corrente prassi scolastica la traduzione dal latino è sovente usata come mezzo per comprendere le strutture della lingua di partenza e allo studente viene chiesto di produrre un testo sostanzialmente privo di funzione comunicativa, reso in una lingua speciale, il “latinese”, dove puella vale sempre “fanciulla”, copiae “milizie” e così via: i nostri studenti sono così affannati a dissipare ogni sospetto sulle loro conoscenze grammaticali che poco o nulla si concentrano su che cosa dice quel brano e quale messaggio esso veicola al lettore di oggi. Ma restano i miei dubbi sulla «comprensione pressoché immediata» del testo (di ogni testo!) catulliano.
Un discorso a parte merita poi il riferimento a termini greci: dal momento che spesso il greco compare nei percorsi tra le “discipline coinvolte”, perché non indicare le parole greche, utilizzando l’alfabeto greco? magari affiancate dalla traslitterazione per gli studenti di altre tipologie di scuola. E comunque, qual è il criterio seguito nell’accentarle? Di solito l’accento nelle traslitterazioni non si segna, se si segna è per evidenziarne la pronuncia, ma allora perché non distinguere aperta da chiusa (légo non è lègo)? e come comportarsi con i dittonghi? accentarli sul secondo elemento come è in greco o sul primo, dove batte l’accento tonico? (P. sceglie la prima strada, ma cfr. éidolon, p. 86 e hieréus p. 90: sviste? e tuttavia molte parole mancano di accento, cfr. e. g. mantis, mania, menos, p. 73). Oppure si vuole riprodurre il diverso accento della lingua originale come sembrerebbe dimostrare mantikè téchne p. 73 (accento grave e acuto): ma allora perché in therapeía tes psychés non evidenziare la presenza dell’accento circonflesso e scrivere therapeía tês psychês?
Infine, un’ultima considerazione: il testo di P. è senz’altro affascinante e suggestivo, ma, temo, poco sfruttabile, oggi come oggi, nella scuola, nella quale continua a dominare il concetto di “programma”, il canovaccio su cui si fonda l’azione dell’insegnante: a inizio anno scolastico viene richiesto un “programma preventivo, unico e (spesso) disatteso atto di pianificazione dell’attività didattica; a fine anno si presenta il “programma svolto”. L’invadenza del programma è tale che gli obiettivi dell’insegnamento si identificano normalmente nell’acquisizione dei contenuti dei programmi. Il lavoro di P., inoltre, presuppone una serie di dotazioni da parte delle scuole (cartacea e informatica) che spesso le scuole non hanno e forse ancora meno in futuro, dati i continui tagli operati dai vari governi. Del resto P. stessa lo ammette: «Il testo si rivolge a tutti coloro che, interessati alla cultura classica nella sua dimensione di vicinanza-distanza da quella contemporanea, siano convinti della necessità di consentirne la fruizione a quante più persone possibile ... in particolare ... coloro che frequentano le Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento superiore» (p. 15). Un testo, dunque, pensato in primis per l’Università, come – al di là delle debolezze rilevate – conferma non solo la profondità e la ricchezza dell’analisi e dei rimandi testuali, ma anche l’ampiezza delle indicazioni bibliografiche, molto spesso in lingua straniera (tuttavia, almeno per le opere italiane, non sarebbe stato male segnalare la casa editrice, anche se l’omissione è un antico “vezzo” degli antichisti: Aulo Gellio, ... Milano 1997, Catullo, ... Milano 1996: quanti sanno che il primo è edito dalla BUR e il secondo da Frassinelli?).
Questi pochi rilievi, in ogni caso, non inficiano la validità di un testo scritto con competenza e passione, un’opera che ogni cultore dell’antico leggerà con piacere, trovandovi notevoli spunti di riflessione.

© Lorenzo Fort

* Donatella Puliga, Percorsi della cultura latina. Per una didattica sostenibile, Carocci, Roma 2003, pp. 284, Euro 20,20

 

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