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Lorenzo Monasta
I PREGIUDIZI CONTRO GLI "ZINGARI"
spiegati al mio CANE
BFS edizioni, Pisa 2008
ISBN 978-88-89413-29-6, pp. 80, € 8,00
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Estratti
Gli “zingari”
Cominciamo dai termini corretti. Non si può, infatti, parlare di
qualcosa e usare termini sbagliati. Perché è sbagliato usare la
parola “zingari”? Prima di tutto perché si tratta di un eteronimo.
Cioè di un termine attribuito dall’esterno, imposto. Se vogliamo
ragionare insieme e dialogare, dobbiamo chiamarci con il nostro
nome.
La parola “zingaro” di per sé non è dispregiativa, come non lo
sarebbe la parola “negro”. Negro, una volta, non era un
dispregiativo. Ora lo è diventato. E se il termine “zingaro” non
avesse un carattere negativo? Potrebbe pure essere corretto se nella
trattazione ci si riferisse ad un insieme di gruppi molto eterogenei
tra loro per lingua, cultura, valori, modi di vita. Se si vuole
invece far riferimento a gruppi particolari, è appropriato
utilizzare termini più specifici. Se poi desiderassimo essere aperti
alla comunicazione, ancora di più dovremmo rispettarci e chiamarci
con il nostro nome. Se invece vogliamo esprimere dei pregiudizi, va
benissimo.
Se vogliamo riferirci ai gruppi presenti storicamente in Italia,
dovremo parlare di rom e sinti. Ogni gruppo ha poi denominazioni
specifiche. Ci sono i rom napulengre (di Napoli), i rom abruzzesi, i
sinti piemontesi, lombardi, veneti, teich (tedeschi), marchigiani,
emiliani. E poi ancora ci sono i roma harvati, detti anche istriani
o sloveni, anch’essi cittadini italiani dal secondo dopoguerra.
Rispetto a questi ultimi, infatti, va considerato che il
rimescolamento geografico dei rom e sinti europei a causa delle due
guerre mondiali è stato forte. Durante il nazifascismo, poi, sono
stati deportati e sterminati, per non essere infine riconosciuti
come vittime di persecuzione razziale neppure al processo di
Norimberga.
Negli ultimi anni ci sono anche state nuove migrazioni. Non stiamo
parlando di nomadismo, ma di migrazioni. Molti rom sono giunti da
diversi paesi dell’ex Jugoslavia, sono scappati dalle persecuzioni e
dalle guerre. Recentemente molti rom sono giunti dall’Est Europa,
principalmente dalla Romania, ma anche dalla Bulgaria e dalla
Slovacchia. Migrano perché in questi paesi, oltre ad esservi meno
ricchezza economica, vi è molta discriminazione nei loro confronti.
Non che in Italia non ce ne sia, ma almeno c’è qualche opportunità
in più di rifarsi una vita.
I “nomadi”
Il termine “nomadi” andrebbe usato solamente nel caso in cui si stia
parlando di gruppi che effettivamente praticano il nomadismo. Pare
un concetto nient’affatto complicato. Eppure è un argomento
difficile. Oltre il 95% dei rom e sinti presenti in Italia non
pratica il nomadismo. Anni fa i gruppi sinti si spostavano molto di
più, giravano per i paesi, praticavano vecchi mestieri. Ma le cose
cambiano.
Se non sono nomadi, perché i rom e i sinti vengono sempre
etichettati come nomadi? È uno dei temi interessanti da affrontare.
Una delle ragioni dell’odio nei confronti di rom e sinti è dovuto
alla loro presunta non integrabilità. Il nomadismo calza bene con
questo concetto. In uno stato-nazione fondato sul territorio, sulla
sua difesa, sull’identità territoriale, uno che non è legato al
territorio è pericoloso. Più o meno inconsciamente il nostro
ragionamento si alimenta del fatto che questi “nomadi” non sono
integrabili, che non lo sono perché non sono legati ad un
territorio. Quindi sono asociali. Sono infatti asociali in quanto,
si legge nelle carte del III Reich che giustificavano il loro
internamento e sterminio, possiedono il gene del nomadismo, il
Wandertrieb.
Come accennavamo prima, durante il processo di Norimberga non venne
riconosciuto il fatto che lo sterminio di quasi un milione di rom e
sinti sia stato dovuto a ragioni razziali. In fondo, si disse, erano
stati perseguitati in quanto asociali. Certo, ammisero i giudici,
tutti gli “zingari” sono asociali per vocazione innata. Razzialmente
asociali allora? No, ma in fondo tutti sappiamo che gli “zingari”
sono asociali e non integrabili. Questa logica fa acqua da tutte le
parti, ma si comprende benissimo dove vada a parare.
È qui che lo “zingaro” cade a fagiolo. Perché in qualche modo ci fa
comodo identificarlo con il nostro peggior nemico. Sono i nomadi
coloro che mettono in pericolo il nostro ordine, coloro che ci
derubano, che ci rapiscono i bambini, che stuprano le nostre donne.
Li odiamo. Oppure li vogliamo normalizzare, rieducare. Ecco allora
che siamo noi a voler portare via loro i bambini per educarli,
integrarli nelle leggi di ordine, proprietà e uniformità. Il termine
“nomade” è difficile da combattere per queste ragioni.
Ma forse i rom e sinti non si riconoscono in questo ruolo. Forse non
sono i razziatori. Forse non agiscono per danneggiare qualcosa o
qualcuno. Insomma: e se, invece, tutto fosse solo nella nostra
testa?
I figli del vento
Il pregiudizio non è solo negativo. Quello positivo può essere
altrettanto dannoso. Infatti, non ci aiuta certo nella comprensione.
Lo “zingaro” libero, figlio del vento, l’artigiano nomade che lavora
il rame, l’allevatore di cavalli, appartenente al popolo anarchico
per eccellenza, che balla e canta melodie struggenti al chiaro di
luna, che dorme sotto le stelle e vive alla giornata. Sono in genere
nient’altro che luoghi comuni dell’esotismo, proiezioni romantiche
di ciò che vagamente vorremmo essere. In ogni caso, sono costruzioni
arbitrarie e unilaterali.
L’idea del Wanderer (“viandante”) era centrale nel romanticismo
tedesco di inizio Ottocento. La fuga come desiderio poetico statico
– desidero la fuga perché sono incapace di realizzarla – è però ben
diversa dalla fuga reale o immaginaria, ma creativa e
ricombinatoria, di chi ricerca e persegue la trasformazione.
L’attrazione astratta ed asettica verso colui che è capace di
lasciare tutto (gli affetti, la casa, le proprietà) per mettersi in
viaggio verso l’ignoto rischia di essere il contraltare dell’odio e
del desiderio di annientamento nei confronti di chi incarna questa
capacità. La staticità monolitica del III Reich, apice dello sforzo
omologante ed identitario sorge, non a caso, in seno alla stessa
società che ha generato l’idea romantica del Wanderer, a suo modo
nutrendosene. Da Wanderer a Wandertrieb il passo può essere breve.
Gli “zingari” vogliono integrarsi?
Se gli “zingari” vogliano integrarsi è una delle domande più comuni
che circolano. A chi chiede una cosa simile mi è capitato di
rispondere di sì, che in realtà la stragrande maggioranza dei rom e
sinti che vivono in Italia vogliono integrarsi. Ed è un dato di
fatto. Se solo fossimo capaci di ascoltare, ci verrebbe detto da
loro stessi.
Se inoltre fossimo capaci di vedere, ci accorgeremmo che quelli che
noi etichettiamo come “zingari” sono solo una parte dei rom e sinti
presenti in Italia. Molti rom e sinti sono assolutamente “integrati”
e mai si sognerebbero di andare a dire in giro di essere “zingari”.
Hanno una casa, un lavoro, le donne non portano le gonne lunghe.
Nessuna di queste caratteristiche in realtà è fondamentale per
essere rom o sinti.
Ma torniamo all’“integrazione”. Cosa intendiamo con “integrarsi”?
Non facciamo confusione. Non vuol dire assimilarsi. Se per un attimo
prendiamo in considerazione il fatto che in una società integrarsi
significhi convivere civilmente ed essere rispettati nella propria
diversità, allora può andare bene. Purtroppo le società aperte a
questo tipo di integrazione sono rare. Assimilare, invece, vuol dire
pretendere dall’altro l’omologazione: un atteggiamento molto più
diffuso.
Pur essendo ottimista e considerando l’integrazione possibile in una
società aperta, quando sostengo che i rom e i sinti vogliono
integrarsi provo sempre un forte disagio. Proviamo anche solo un
momento a dircelo da soli: “Sono integrato”, “Mi sento pienamente
integrato”. Deprimente. L’integrazione, insomma, è una fregatura.
Non prevede l’apertura verso l’altro, il diverso. Al massimo lo
tollera, se è disposto a sottomettersi alle leggi civili.
Famiglia e famiglie
Il nostro concetto di famiglia, poi, raggiunge il suo apice quando
finalmente le istituzioni cercano di dare risposte alle situazioni
più critiche, spesso create da loro stesse. Esempio. Un campo viene
sgomberato per accorgersi solo dopo, stranamente, che intere
famiglie con bambini piccoli sono state lasciate per strada, magari
in pieno inverno. In tali casi, le istituzioni “cattive” che hanno
messo in strada le famiglie fanno un passo indietro, e subentrano
quelle “buone” – loro stesse, a volte – che per necessità devono
intervenire. I bambini vanno tutelati. Come se i bambini non fossero
parte della famiglia. Come se la tutela dei bambini non passasse
attraverso i diritti dei genitori. Come a voler dire che in realtà
sarebbe meglio, per il bene dei minori, separarli dai loro padri e
madri incapaci, che forse li maltrattano e li sfruttano pure. In
queste circostanze imbarazzanti, spesso viene offerta una
“soluzione” assistenziale solo ai bambini e alle loro mamme. I
nuclei familiari vengono in pratica smembrati. I padri restano
tagliati fuori e si trovano, da un giorno all’altro, per strada.
Riempiamoci la bocca di famiglia, allora, per usarla come randello e
strumento di coercizione e ordine, da tirare fuori quando è utile
per poi riporlo quando intralcia.
L’idea di integrazione di rom e sinti che coviamo nel profondo passa
proprio da questo. Dall’annullamento di ogni legame con i genitori,
con il passato, con una cultura rom e sinta che giudichiamo
irredimibile.
Emergenza campi
L’assunzione dello stato di emergenza è un classico nella gestione
del “problema zingaro”. Così come sono dei classici le promesse
fatte e non mantenute dalle istituzioni. E anche la collocazione dei
campi in “nonluoghi”, in prossimità di frontiere, vicino ai
cimiteri, accanto alle discariche, tra gli svincoli autostradali. E,
infine, l’utilizzo fallimentare del privato sociale per la
realizzazione di percorsi di scolarità e rieducazione.
Gli “zingari” vengono spesso trattati alla stregua di spazzatura.
Nessuno li vuole sul proprio territorio. I soldi spesi per i campi
vengono buttati senza controllo, senza alcun monitoraggio, vengono
dati dalle istituzioni pubbliche al settore del privato sociale per
scaricare un problema, mai per risolverlo. Puntualmente va a finire
che la situazione non migliora per i rom, mentre il privato sociale
tende non a risolvere i problemi ma a campare di quello che ne
ricava, gestendo luoghi infami e badando bene a non criticare
l’istituzione che fornisce i finanziamenti.
Esiste un problema di logica elementare nelle politiche di
“delocalizzazione” dei rom. O si trova un luogo isolato da tutto e
da tutti, oppure ci sarà sempre qualcuno per cui la delocalizzazione
è in realtà una localizzazione “a casa propria”. Per questo si
finisce sempre per destinare i campi a nonluoghi. Andiamo al punto:
chi non vuole gli “zingari” a casa propria dovrebbe ammettere
chiaramente che l’unica soluzione è sterminarli. O vogliamo
ipocritamente pensare che chi non li vuole a casa propria trovi
qualcuno che li accolga altrove?
Buone azioni o cattive pratiche?
Con queste premesse, come si può chiedere ai rom e sinti di
“rispettare le regole” in cambio della presunta concessione di
diritti? Quali diritti? L’idea di sedersi ad un tavolo e discutere
con i diretti interessati per uscire da condizioni spesso
drammatiche, mettendo in gioco tutte le energie vitali possibili, a
nessuno passa nemmeno per la testa. La pianificazione nel sociale
(ovvero in ciò che ha a che fare con la dimensione della socialità,
della relazione) in Italia è quasi sempre un fallimento. Gli
“zingari” rappresentano, in questo ambito, una cartina di tornasole.
Insomma, questi esperimenti privi di strategia complessiva
sembrerebbero puntare alla rieducazione. Anche tralasciando il cupo
retroterra di questo concetto, che quantomeno rimanda ai gulag –
sempre di campi si tratta – non è possibile tacere sul fatto che la
rieducazione, esplicita o implicita, è nemica del coinvolgimento
diretto. E se questo non viene perseguito è perchè manca il
riconoscimento di base, quello al diritto di esistenza. Esisti, ti
riconosco, parlo con te, ti ascolto.
In questo vuoto comunicativo succede spesso che gli operatori
impreparati si fidino, per tenere sotto controllo i rom giustamente
incazzati, di quei rom che sui campi come terra di nessuno ci fanno
affari. I furbi e i delinquenti che tengono a bada coloro che si
sentono schiacciati. Con il passare del tempo, i campi diventano
luoghi ingestibili, pieni di miseria e frustrazione, in cui l’apatia
è un peso che spinge sempre più in basso, là dove comandano i furbi.
Nel constatare un riprodursi perenne di problematicità,
l’istituzione si indigna. Vorrebbe che i derelitti che sta salvando
fossero riconoscenti, e vorrebbe vedere secoli di emarginazione
svanire davanti ad una buona azione caritatevole. Invece rom e sinti
non accolgono la rieducazione e nemmeno ringraziano. Magari
sfasciano tutto. Nel frattempo, in genere, crescono le pressioni da
parte della “gente” e di chi alimenta l’odio per professione e, con
queste, anche l’astio e l’impotenza in chi pensava di poter
risolvere il problema. A questo punto si abbandona la via
assistenzialista e si passa alla repressione, all’espulsione, allo
sgombero.
Il sospettabile mostro
Il semplice fatto di essere “zingaro” e di vivere in un campo fa
cadere una persona nella categoria dei sospettabili. Se poi un rom o
un sinto infrange le regole, i giornali, il sistema politico e
l’opinione pubblica si scatenano.
Fa strano vedere come l’opinione pubblica sia scossa e spiazzata
davanti al gioco dei sospettabili. Gli “zingari” sono sospettabili.
Anzi, colpevoli. Ma quello, quello era uno dei nostri. Il marito che
picchia la moglie, la signora che uccide il figlio che frigna
troppo, il figlio che uccide la madre e il fratello, i pedofili che
agiscono negli asili e tra le mura di casa. Stranamente, mentre in
Italia crescono i fatti di sangue e la violenza in famiglia, la
gente ha sempre più paura dell’altro, di chi appartiene alla
categoria dei sospettabili. Il cittadino integrato non si vuole
chiedere perché la nostra società partorisce crescente frustrazione
e violenza, non si ferma a ragionare sul tessuto sociale che si
disgrega, sull’incertezza del lavoro e del futuro, sulla banalità
del successo dei meccanismi di potere che dividono i cittadini
integrati in coloro che fottono o sono fottuti, in winners or
losers. Se la paura rimane, lo sfogo si focalizza sul sospettabile,
su colui che temo possa rubarmi i privilegi accumulati, con o senza
merito, o che possa rendermi ancora più precaria ed insicura la
vita.
Il nostro giudizio universale
Qualche anno fa ho lavorato ad uno studio sulla relazione tra la
salute dei bambini e le condizioni di vita in cinque campi di rom
kosovari e macedoni. La decisione di approfondire questo tema non
era una mia idea, ma nasceva dal confronto con le famiglie che
vivevano nei campi: la questione della salute dei bambini era la
loro maggiore fonte di ansia. I genitori erano preoccupati per la
salute dei loro figli. Lo studio dimostrò che gli effetti di tali
condizioni sono devastanti. Non certo per colpa dei genitori. Quelle
famiglie che vivevano in campi regolari, messi in piedi dalle
amministrazioni locali di cinque capoluoghi di provincia, non
potevano fare di meglio. I colpevoli erano e sono le istituzioni,
sole responsabili di un danno al futuro dei bambini rom che non
pagheranno mai.
Siamo sinceri. Possiamo dire che vi sono bambini (non
necessariamente rom) sfruttati dai loro genitori e/o da
organizzazioni criminali. È tragicamente vero. Ma attaccare i rom e
i sinti su questo piano è operazione subdola e razzista. I rom e i
sinti amano i propri figli come ogni genitore. Con chiare eccezioni,
come ovunque nel mondo. Che vi siano rom e sinti che rubano è
innegabile. Il furto è sempre esistito (da sempre sanzionato) in
tutte le società e tanto più in quelle in cui è accentuato il
divario tra benessere e miseria. Poi ci sono anche gli
insospettabili che rubano ben protetti in alto, delle istituzioni
(pubbliche o private) e che a molti possono persino fare invidia per
la facilità con cui accumulano successo e denaro.
La questione non è negare che vi siano rom e sinti che delinquono.
Il problema è quello di parlare di rom e sinti come dei delinquenti.
Questo equivale a stravolgere la realtà, a raccontare menzogne. I
rom e sinti che vivono nei campi sono le prime vittime di questo
pensiero.
Eppure non basta mai
Intanto, comunque, i rom e sinti arrancano. Sfangarsi non è facile.
La strada per liberarsi dal peso del pregiudizio è in salita. Si può
vivere come se non esistesse? La letteratura scientifica è piena di
studi sulle implicazioni negative dell’appartenenza a gruppi
emarginati, sulla difficoltà di credere nelle proprie forze al di là
dei meccanismi di oppressione. È facile chiedersi perché i rom non
escono dai campi e non trovino delle soluzioni alternative.
Ho visto un’opera di suore rifiutarsi di accettare donne rom in
corsi per collaboratrice domestica che avrebbero dato loro accesso
al permesso di soggiorno ed a un’eventuale occupazione. Le suore
hanno una paura fottuta degli “zingari” come chiunque altro.
Figuriamoci un datore di lavoro medio. Un’amica che fa la bidella ha
una paura tremenda che si venga a sapere che è sinta. Perché
dovrebbe avere paura? Ha un lavoro regolare, paga le tasse. Eppure
non basta mai. Se non hai un lavoro è perché sei un disadattato, se
lo hai sei automaticamente sospettato di combinare guai. Non fa
differenza se lavori, se hai una casa, se i tuoi figli vanno alle
superiori. Lo stigma dell’essere un non integrabile continua a
perseguitarti.
I rom e i sinti sono belli e brutti, intelligenti e stupidi, modesti
e arrivisti, sinceri e falsi, aperti e chiusi come tutti noi, come i
nostri parenti e i nostri vicini di casa. E si trasformano e si
adattano al mondo. Ogni volta che ho una certezza, le nuove
conoscenze la spazzano via. Più vado avanti e più mi accorgo che
alle domande che mi pongono sui rom e i sinti rispondo: «dipende».
L’uomo nero è una nostra invenzione, è frutto del nostro sistema e
delle nostre proiezioni. Tocca a noi, e non a rom e sinti,
comprendere cosa lo genera e lo alimenta.
© Lorenzo
Monasta, da "I pregiudizi contro gli zingari"
L'Autore
Lorenzo Monasta è nato ad Embu (Kenia) nel 1969. Si è dottorato in
epidemiologia con una tesi sulla relazione tra salute dei bambini e
condizioni di vita in campi di rom macedoni e kosovari in Italia
(vedi in www.osservazione.org). È tra i fondatori di OsservAzione,
centro di ricerca azione contro la discriminazione di rom e sinti.
Sulla loro condizione ha pubblicato: Vite Costrette
(con B. Hasani, Ombrecorte 2003); Note sulla mappatura degli
insediamenti di Rom stranieri presenti in Italia (In
Italia Romaní, Vol. IV., a cura di C. Saletti Salza, L.
Piasere, CISU 2004); Cittadinanze imperfette (con N.
Sigona, Spartaco 2006).
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