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Scrive
giustamente Lorenzo Fort nella rivista online «Senecio»: «Quante
volte, nell’assistere al degrado morale della società odierna nei
vari campi, dalla politica – una politica ‘urlata’, fatta di
intrallazzi, inciuci, franchi tiratori, voltagabbana, dispetti
(recente il caso dell’elezione di Villari alla Commissione di
Vigilanza RAI: ma l’hic manebimus optime di liviana memoria è prassi
consolidata) – allo spettacolo – con i reality, i grandi fratelli,
il solletico agli istinti più bassi e volgari della gente – allo
sport – corruzione, giri d’affari a dir poco vergognosi e
scandalosi, violenza fuori e dentro gli stadi – alla vita quotidiana
con sopraffazioni e angherie di ogni sorta, ebbene, quante volte
nell’assistere a tutto ciò ci siamo vòlti indietro, (quasi)
rimpiangendo il buon tempo andato: abbiamo applaudito al crollo
della prima Repubblica e oggi (quasi) rimpiangiamo quei tempi in cui
sì, è vero, erano in molti che “mangiavano”, ma per lo meno
“sapevano stare a tavola”. Come a dire che oggi ancora in molti
“mangiano” sulla pelle della gente comune, ma a questo aggiungono,
novelli Trimalcioni, tutta la volgarità e l’arroganza dei
parvenues».
Tutta una serie di atti che definire vituperevoli è dire poco.
Ai quali s’intrecciano forme ancor più gravi (se possibile) di
violenza, con scene raccapriccianti divenute ormai una costante
quotidiana. I casi, tutti condannabili, taluni gravi, gravissimi –
veri e propri crimini – purtroppo si sprecano: tra tanti possibili
esempi, e tra le relative denunce, più o meno vibranti e sincere,
cito, essenziale come incisivo, l’intervento di Fabrizio Paladini su
un mostruoso fatto di cronaca: «Il passatempo degli idioti e dei
vigliacchi è quello di prendersela con i più deboli su cui è facile
infierire. I tre di Nettuno non sono diversi da quelli di Rimini
quando venne bruciato Andrea, il barbone che dormiva sulla panchina
o da quelli di Pavia o di Roma. Razzismo? “Volevamo colpire un
barbone, non era importante da dove venisse” ha detto il più giovane
dei tre autori della violenza. Quello che conta è il gesto da
condividere, il racconto da poter fare agli amici, magari col
supporto del video girato col telefonino. Non è una pianificata
azione di razzismo, non è questo il caso di una ritorsione xenofoba
– afferma il giornalista – ma sembra più la conseguenza di un
disperato vuoto cerebrale comune purtroppo a tanti. Ad aggravare il
tutto c’è però il clima in cui i “diversi” sono stati spesso
irresponsabilmente additati come “colpevoli” e la assoluta certezza
che la pena è un optional di poco conto. Se le amministrazioni fanno
della battaglia ai lavavetri, ai mendicanti, agli zingarelli l’arma
demagogica per sfruttare il malcontento, è statisticamente certo che
gli idioti di cui sopra si sentiranno più legittimati ad attaccare
il barbone o l’immigrato. “Abbiamo picchiato un negro, e allora? Che
avremmo mai fatto di male?” disse un ragazzo fermato (e subito
scarcerato) nel popolare quartiere romano di Tor Bella Monaca dopo
un raid contro un immigrato» (Le bravate perpetrate da idioti,
«metro», 3 febbraio 2009).
A ben chiarire l’allucinante meccanica, un eloquente come
particolareggiato articolo di Carlo Bonini, uscito in un altro
autorevole quotidiano: «Racconta Luca, diciannove anni, che la
decisione di “farsi l'indiano” l’hanno presa quando restava un euro
di benzina sul contatore del self service notturno appena fuori
Nettuno. Con Francesco, ventinove anni, e il ragazzino di sedici che
era con loro, hanno tirato fuori una delle bocce di birra da mezzo
litro che gli avevano fatto compagnia per tutta la notte e
quell’euro di verde l’hanno infilato lì dentro. Sì, proprio lì
dentro, anziché nel serbatoio della Twingo nera su cui avevano
ossessivamente ronzato, come ogni sabato, tra Anzio e Nettuno, tra
Nettuno e Anzio. Ma sì, “il razzismo non c’entra”, “solo uno scherzo
al barbone”, “una bravata”, dice ai carabinieri Luca, il primo … a
sciogliersi in una confessione che i militari ritengono “piena”.
Diciannove anni, una vita da studente in una casa dignitosa di “una
famiglia apposto” di Nettuno. Uno schizzo di rabbia e adrenalina,
“un’emozione per chiudere la serata”, per vincere la noia di un
sabato sera qualunque e non farla passare liscia a quel tipo dalla
pelle olivastra con cui si erano “attaccati” poco prima delle 4 del
mattino, quando la Twingo nera aveva raggiunto il piazzale della
stazione e Navtej Singh Sidhu aveva avuto la sfortuna di incrociare
i suoi passi con quelle tre ombre barcollanti. “Eravamo fatti di
alcol e hashish”, dice ancora Luca. Ma abbastanza lucidi da
provocare un disgraziato. Il primo che capitava. Navtej. Gli si
fanno sotto in due. Gli chiedono soldi, lo insultano. Singh li manda
al diavolo. Loro girano i tacchi, ma solo per promettere che non
finisce lì. Il distributore di benzina notturno è lontano pochi
chilometri. Il lavoretto da fare all’indiano – dice Luca – è un’idea
di Francesco, 29 anni. Con la boccia di benzina gli inzupperanno gli
stracci che gli coprono le gambe. Con una bomboletta di vernice
spray grigia gli imbratteranno il viso. Poi, lo “accenderanno”.
Così, tanto per fargliela fare addosso. “Perché – giura Luca –
l’idea era di spegnerlo subito”. L’idea, forse. Perché le cose, come
è noto, vanno diversamente. Alle 4 del mattino, quando la Twingo
nera torna sul piazzale della stazione, Navtej, sfinito dalla
stanchezza, si è già accucciato da un po’ su una delle panchine
dell’atrio. Dei tre ragazzi, Luca rimane alla macchina. Francesco e
il più piccolo entrano nella stazione deserta e gli si avventano
contro. Lo “accendono” e si “sorprendono” nel vederlo ridotto a una
torcia umana che, gridando, cerca la salvezza verso il piazzale.
Scappano. Il tempo di risalire sulla Twingo, rollarsi un’altra canna
per calmarsi un po’ e andarsene a dormire che ancora non albeggia»
(Un’emozione forte per finire la serata, così abbiamo acceso quel
barbone, «la Repubblica», 2 febbraio 2009).
Come di continuo si vede, tante sono le manifestazioni di (anche
infame, orrenda) intolleranza o di (anche mostruosa) crudeltà,
originate appunto da una indiscriminata, comunque colpevole se non
altro perché aprioristica e preconcetta ostilità nei confronti del
Diverso: una ostilità, o per lo meno un sospetto, un “non
gradimento”, del tutto indipendenti da effettivi comportamenti o
aspetti negativi – che pure in parecchi casi esistono e vanno
ovviamente censurati (anzi, più o meno duramente puniti, benché, di
sicuro, non con il “giustizialismo faidate”)!
Mostruosità in serie, dunque. E, quel che è peggio, con sempre
maggiore frequenza da imputarsi alla cd. “gente normale”, ossia
quella che, per tradizionale definizione (e convincimento),
costituisce la parte “sana”, “benemerita”, “affidabile” della
società: secondo gli schemi consolidati, il Bene contro il groviglio
del Male.
Una realtà che, sempre più spesso, si presenta appunto rovesciata –
sul piano letterario richiamando tout court un mio recente lavoro
(Mirabile bruttezza, Studio Editoriale Gordini, Padova 2008) – nel
quale, come avverte la quarta di copertina, in negativo ma anche in
positivo campeggia «l’Altro, il Diverso. Da Aristotele a Donna
Haraway, un file rouge s’intreccia a incoronare il Reietto – esposto
in una poliedrica galleria di ritratti, dove i mostri più orrendi
sfilano assieme al misero insetto kafkiano o agli inquietanti
androgini del cyborg».
Di rilievo la premessa di Armando Pajalich, anglista di Ca’ Foscari,
da cui cito qualche passaggio fortemente polemico nei riguardi di
qualunque sopraffazione a opera della cd. Normalità: «Ogni cultura
egemone perentoriamente impone i propri vincenti parametri …
rifiutandosi di vedere all’interno della cultura Altra anche ciò che
potrebbe rendere migliore, o più “felice”, la cultura egemone
stessa: il dialogo non è possibile; l’unica opzione per il vincente
è la negazione – il non-essere – dell’Altro … L’Impero non è somma
di individui con rispettive differenze, bensì astrazione perentoria,
discorso, concetto. Simulacro fondato su miti più che sulla Storia e
le storie. L’unico modo per imporlo è la coercizione autoritaria
anche al suo interno. Di conseguenza, terrorista non è solo il
ribelle armato che resiste alle armi dell’Imperatore, ma anche chi
pure appartenendo alla cultura egemone non vi si adegua:
l’idealista, l’egualitario, il pacifista, la persona innamorata del
divino o turbata dalla carne, quella innamorata di un individuo di
altro colore, l’intellettuale scettico e chiunque si rifiuti di
osannare il Simulacro. L’Impero ammette l’ipocrita – anzi: lo
predilige – ma non può ammettere lo scettico» (p. 7).
Parole (amare) di Verità, senza dubbio veruno.
E danno ragione, appunto, delle tante forme di violenza che non di
rado la cd. Parte Giusta – rappresentata vuoi da singoli individui
“normali” vuoi da un’intera classe politico-socio-economica, ovvero
(in ambiti i più svariati, anche all’interno della Cultura Alta) da
una presidenza o da un gruppo dirigente – esercita (da sempre ha
esercitato, ma oggi in maniera più scoperta, plateale addirittura)
nei confronti di chi è “altro da”.
Il che, superfluo ripeterlo, in particolare ai nostri giorni non può
non avallare – se non addirittura incoraggiare, incitare –
comportamenti che, si è visto, giungono a perversità inaudite e,
quel che è peggio, in qualche modo “legalizzate”. Lo conferma in
pieno Beppe Sini – che, al riguardo di una ennesima infamia
istituzionale (il cd. “pacchetto sicurezza”), si esprime in asse con
Lorenzo Fort: «“Senatores boni viri, senatus mala bestia”, recita
l’antico adagio; quando poi anche i senatori sono quel che oggi
sono, il senato partorisce quel che ieri ha partorito: un mostro
giuridico che con la scusa della “sicurezza” (di chi? da cosa?)
promuove l’odio e il crimine, esalta la violenza, distrugge la
civile umana convivenza, instaura dei cannibali il regime» (Le
ultime cose. “Senatus mala bestia”, «Notizie minime della
Nonviolenza in cammino» 723, 6 febbraio 2009).
© Letizia Lanza |