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Letizia Lanza, antichista,saggista,poeta

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / LETIZIA LANZA


Il cuore di Lucia in "Orme di signoria" *

Dio pose una donna come statua
sulla facciata della sua casa
per farne una preghiera.
Aldo Vianello, da Per farne una preghiera


È intriso d'amore, il recente libro di Lucia Visconti Cicchino (Orme di signoría, Chirico, Napoli 2003). Un amore grande – come lei stessa, del resto – un amore al tempo medesimo umano e divino. Che nel suo grembo abbraccia la totalità dell'essere e si esprime con immediatezza, generosità, appar(isc)ente semplicità.

Il vero amore, d'altronde – anzi, l'amore tout court – non ha bisogno di orpelli, bellurie, complicanze. È. E in quanto tale, si vive/dice. E avvolge, abbraccia, accoglie: riempie, compenetra, sostanzia ogni cosa. Così la parola della poeta fiorentina trova facile agio nel dirsi – con gioia rapida di espressione, quasi rubando brandelli di serenità al tempo, al mestiere di vivere. Piccoli attimi fugaci – che hanno però la pienezza e la durata dell'eterno in quanto includono l'intero creato e, assieme, il Demiurgo divino: il supremo Creatore, il Dio d'infinita bontà e d'infinita giustizia. A Lui infatti – unica spes mundi? – sono rivolti numerosi brani della raccolta, per esempio Passione: «Con urlo muto / Ti chiamo. / Il cuore scoppia» (p. 33); o Collevalenza: «Nel villaggio globale, / frenetico, efficiente, / una meta di silenzio. // Colli abbracciano / l'Uomo sulla croce / che intercede perdono. // Desiderio mi chiama / a consumare nozze con Amore» (p. 49). Oppure Girasole: «Scopri l'utero / solo per il re. / Lui lo sperma della tua fecondità. // Anch'io / sia / girasole, / satellite di Dio» (p. 56).

Né d'altro canto l'amore celeste induce l'autrice a dimenticare o a trascurare l'amore terreno, aprendosi al contrario ad esso anche attraverso richiami – sobri e pudichi, quanto lietamente esplicati – al vissuto personale: «"Mia Galatea", mi dici. / In cupa indifferenza, / tuo laccio di luce» (Sussurro, p. 18).
In aggiunta a ciò, dilatando il proprio orizzonte all'intatta naturalità: sia animale – come in Respiro: «Scivolano due anatre / in alcova d'amore. / Il fiume – acque lucenti – riposa» (p. 11) o nell'onomatopeico, struggente Friù: «Ascolto il tuo lamento / in questa sera grigia. / Mi specchio nel tuo verso afono. / Anche il mio gemito non ha risposta / e come il tuo "friù", / repentino, / s'interrompe» (p. 34) – sia vegetale: «Irrompere / in un mare di spighe –. / Sdraiarmi, / tra papaveri e fiordalisi» (Vita, p. 7); «In macchia d'ombra, / chiarore inatteso. / È la mimosa, / gemma di sole» (Mimosa, p. 10).
Ovvero, ancora, investendosi di fervide istanze di madre: «Ho ricevuto in dono cinque pietre. / Difese fino al sangue / le tengo nello scrigno. / Eppure il ladro verrà. // Ma resteranno gemme» (Maternità, p. 23).

Di fatto, la poesia viscontiana non è mai evasione, attività disarticolata dalla sofferenza (e rara, sdrucita allegria) del vivere – continuando al contrario essa a rinnovare con disarmante (consolatoria?) purezza l'ansia di esser(ci) e la pur amara voluttà (volontà?) di assaporarne i mille risvolti.
E questo fa di Orme di signoría un minuscolo, grande libro. Grande come il cuore di chi l'ha scritto.

© Letizia Lanza

* Lucia Visconti Cicchino, Orme di signoría, Chirico, Napoli 2003.

 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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