|
Dio pose una
donna come statua
sulla facciata della sua casa
per farne una preghiera.
Aldo Vianello, da Per farne una preghiera
È intriso d'amore, il recente libro di Lucia Visconti Cicchino (Orme
di signoría, Chirico, Napoli 2003). Un amore grande – come lei
stessa, del resto – un amore al tempo medesimo umano e divino. Che
nel suo grembo abbraccia la totalità dell'essere e si esprime con
immediatezza, generosità, appar(isc)ente semplicità.
Il vero amore, d'altronde – anzi, l'amore tout court – non ha
bisogno di orpelli, bellurie, complicanze. È. E in quanto tale, si
vive/dice. E avvolge, abbraccia, accoglie: riempie, compenetra,
sostanzia ogni cosa. Così la parola della poeta fiorentina trova
facile agio nel dirsi – con gioia rapida di espressione, quasi
rubando brandelli di serenità al tempo, al mestiere di vivere.
Piccoli attimi fugaci – che hanno però la pienezza e la durata
dell'eterno in quanto includono l'intero creato e, assieme, il
Demiurgo divino: il supremo Creatore, il Dio d'infinita bontà e
d'infinita giustizia. A Lui infatti – unica spes mundi? – sono
rivolti numerosi brani della raccolta, per esempio Passione: «Con
urlo muto / Ti chiamo. / Il cuore scoppia» (p. 33); o Collevalenza:
«Nel villaggio globale, / frenetico, efficiente, / una meta di
silenzio. // Colli abbracciano / l'Uomo sulla croce / che intercede
perdono. // Desiderio mi chiama / a consumare nozze con Amore» (p.
49). Oppure Girasole: «Scopri l'utero / solo per il re. / Lui lo
sperma della tua fecondità. // Anch'io / sia / girasole, / satellite
di Dio» (p. 56).
Né d'altro canto l'amore celeste induce l'autrice a dimenticare o a
trascurare l'amore terreno, aprendosi al contrario ad esso anche
attraverso richiami – sobri e pudichi, quanto lietamente esplicati –
al vissuto personale: «"Mia Galatea", mi dici. / In cupa
indifferenza, / tuo laccio di luce» (Sussurro, p. 18).
In aggiunta a ciò, dilatando il proprio orizzonte all'intatta
naturalità: sia animale – come in Respiro: «Scivolano due anatre /
in alcova d'amore. / Il fiume – acque lucenti – riposa» (p. 11) o
nell'onomatopeico, struggente Friù: «Ascolto il tuo lamento / in
questa sera grigia. / Mi specchio nel tuo verso afono. / Anche il
mio gemito non ha risposta / e come il tuo "friù", / repentino, /
s'interrompe» (p. 34) – sia vegetale: «Irrompere / in un mare di
spighe –. / Sdraiarmi, / tra papaveri e fiordalisi» (Vita, p. 7);
«In macchia d'ombra, / chiarore inatteso. / È la mimosa, / gemma di
sole» (Mimosa, p. 10).
Ovvero, ancora, investendosi di fervide istanze di madre: «Ho
ricevuto in dono cinque pietre. / Difese fino al sangue / le tengo
nello scrigno. / Eppure il ladro verrà. // Ma resteranno gemme»
(Maternità, p. 23).
Di fatto, la poesia viscontiana non è mai evasione, attività
disarticolata dalla sofferenza (e rara, sdrucita allegria) del
vivere – continuando al contrario essa a rinnovare con disarmante
(consolatoria?) purezza l'ansia di esser(ci) e la pur amara voluttà
(volontà?) di assaporarne i mille risvolti.
E questo fa di Orme di signoría un minuscolo, grande libro. Grande
come il cuore di chi l'ha scritto.
© Letizia Lanza
* Lucia Visconti Cicchino, Orme
di signoría, Chirico, Napoli 2003.
|