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Da Aristotele a Donna Haraway, un file rouge s’intreccia a
incoronare il Reietto – esposto in una poliedrica galleria di
ritratti, dove i mostri più orrendi sfilano assieme al misero
insetto kafkiano o agli inquietanti androgini del cyborg.
Estratti
(pp. 9-12)
Se, come comprensibile e giusto, al pari di tutte le humanae
res anche i concetti di Bello e di Brutto ¬ e, più
genericamente, di Altro; Diverso ¬ vanno relati ai singoli periodi
storici e alle molteplici culture delle genti, sempre da
crocifiggere è l’aprioristico “rifiuto di”, a qualsiasi livello e in
qualsivoglia modo si manifesti.
E per l’appunto a ribadire come il rapporto tra Normale e Mostruoso,
accettabile e orripilante, risulti rovesciato a seconda che lo
sguardo vada da noi al Diverso o dal Diverso a noi, assai eloquenti,
tra i molti esempi possibili, due brani di narrativa contemporanea.
Il primo è tratto da uno dei più riusciti racconti di fantascienza
firmato da un maestro del genere, lo statunitense Fredric Brown:
«Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo ed era
lontano cinquantamila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una
gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato,
faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica... Era comodo per quelli
dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro
superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di
terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue,
palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita
nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro
perché c¹era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra
razza intelligente della galassia… crudeli schifosi, ripugnanti
mostri… Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo
e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli
faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni
avamposto era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto… E allora
vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece
fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti
loro facevano, poi non si mosse più. Il verso, la vista del cadavere
lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano
abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo
schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco
nauseante e senza squame…».
Il secondo esempio nasce invece dalla fiorita fantasia (onirica e
non) di William S. Burroughs: «La notte scorsa ho incontrato in
sogno un gatto con il collo lunghissimo e un corpo da feto umano,
grigio e traslucido. Lo coccolo. Non so se ha bisogno di qualcosa,
né come fare a dargliela. Altro sogno, anni fa, di un bambino con
gli occhi sulle antenne. È molto piccolo, non sa camminare e
parlare. “Non mi vuoi?” Di nuovo, non so come prendermi cura di quel
piccolino. Ma con tutto il mio essere voglio proteggerlo e nutrirlo!
Proteggere gli ibridi e i mutanti nel vulnerabile stadio
dell¹infanzia è proprio la funzione del Guardiano»; «Facile
immaginare un Gatto Pipistrello, le luccicanti ali nere e coriacee,
i piccoli denti aguzzi, gli occhi di un verde acceso. Il suo intero
essere irradia una pura dolcezza selvaggia, mentre volteggia tra i
boschi notturni con gridi melodiosi, diretto a una qualche criptica
missione. Circonda questa creaturina fiduciosa anche un’aura fatale
e triste. Nei secoli è stata abbandonata molte volte, lasciata
morire in freddi vicoli urbani, in torridi terrains vagues
assolati, tra cocci di terraglie, ortiche, muri crollati. Tante
volte ha gridato aiuto invano».
Passaggi tutti di doverosa (struggente) durezza. E turbano nella
loro (pur immaginata) veridicità, in quanto giustamente intesi a
ribadire come relativa e opinabile sia (non possa non essere) ogni
valutazione di Bene/Male; Bello/Brutto. Ovvero, di
rassicurante/spaventoso; intra/extra-norma. A tal punto che, sulla
scia di Senofane di Colofone ¬ ripreso per esempio, tra il secondo e
il terzo secolo dell’era cristiana, dal teologo Clemente di
Alessandria ¬ si può (deve) serenamente ribadire come, se buoi e
cavalli e leoni avessero le mani e fossero in grado di disegnare,
certamente simili ai cavalli il cavallo raffigurerebbe gli dèi,
simili ai buoi il bue e così di seguito continuando.
Già prima di Clemente Alessandrino per altro, in ambito questa volta
latino, autorevole suona il monito a relativizzare che Plinio
Seniore non per caso scolpisce nel libro antropologico della
monumentale Naturalis historia: «Quale fatto non
sembra straordinario, nel momento in cui se ne prende per la prima
volta conoscenza? Quante cose non si ritengono impossibili, prima
che accadano? La potenza e la maestà della natura in tutte le fasi
del suo esplicarsi è incredibile, se la si considera solo
parzialmente e non nel suo insieme».
(pp. 131-133)
Una fantasmagoria di simboli, di mutazioni, di ibriderie selvagge -¬
senza dubbio atte a ben rappresentare la sconfinata categoria di
mostri e affini. Cioè a dire, esseri per lo più d¹invenzione e in
massima parte insigni per bruttezza ¬ i quali tuttavia non in ogni
epoca né in qualsivoglia circostanza o ambiente vengono rifiutati
tout court e demonizzati alla stregua di presenze pericolose.
Per esempio nei secoli del Rinascimento, se da una parte i
freaks mantengono e semmai accentuano il loro potenziale di
“perverso ornamento” -¬ basti lo splendido Parco di Bomarzo nel
Viterbese dove, alla metà del Cinquecento, il principe Vicinio
Orsini fa realizzare all¹architetto Pirro Ligorio un giardino unico
e bizzarro, magnifico “bosco sacro” sul fianco della collina che
propone un “percorso iniziatico” attraverso una trentina di sculture
fantastiche: Sfingi, Sirene, personaggi delle fiabe e figure
mitologiche, Draghi che lottano, Orchi, una Tartaruga gigante, un
Elefante gravato da una torre. Meta d¹arrivo: il tempietto che sorge
sul punto più elevato, simbolo di armonia interiore ¬- dall¹altra
parte essi arrivano a svolgere una funzione che può definirsi in
qualche modo “amichevole”.
Sempre per esemplificare, se nell’Ars memorandi di
Petrus von Rosenheim (1502) compaiono figure mnemotecniche
direttamente imparentate con le creature dell’Apocalisse
e dei Bestiari, i medesimi mostri “mansueti”
rinverdiscono le proprie glorie nell’universo eterodosso degli
alchimisti, impiegati come sono a simbolizzare gli incredibili
processi per ottenere la Pietra Filosofale o l’Elisir di Lunga Vita.
Di qui, il nuovo interlocutorio atteggiamento non più o non solo di
spavento o di pura decifrazione del significato mistico, bensì di
curiosità scientifica o almeno pre-scientifica: basti il
mastodontico lavoro dal titolo Physica curiosa ¬-
milleseicento pagine arricchite di una congerie d’incisioni -¬
pubblicato dal gesuita e matematico dell’Università di Würburg
Kaspar Schott nel 1662, con il proposito di descrivere tutte le
aberrazioni, per dir così, “naturali” conosciute all’epoca. Un
testo, come altri del genere, dove il miniatore o l’incisore tendono
a interpretare e a riprodurre da vicino i nomi, allegramente
fantasiosi, attribuiti dagli antichi scrittori -¬ Plinio in primis
-¬ per i quali la foca (vitulus marinus) diventa una
sorta di vitello pesciforme; il crostaceo (mus marinus)
un topo dotato di pinne: il polpo (polypus) un pesce
con i piedi; lo struzzo (struthocamelus) un cammello
alato ...
Nell’ambito pseudo-umano, tra i casi indubitamente scioccanti taluni
sono descritti e riprodotti da Paré con minuziosità estrema: «In
Piemonte, nella città di Chieri, che dista circa cinque leghe da
Torino, alle otto della sera del 17 gennaio del corrente anno 1578,
una gentildonna partorì un mostro il cui viso era in tutto e per
tutto proporzionato. Era invece mostruoso nel resto della testa, in
quanto nella sezione alta della fronte, e disposte una contro
l’altra, gli spuntavano cinque corna abbastanza simili a quelle di
un ariete; sulla nuca poi aveva un lungo pezzo di carne che gli
pendeva sul dorso come il cappuccio di una ragazza. Il collo era
circondato da una striscia di carne ripiegata su se stessa… a mo’ di
colletto di camicia; le punte delle dita assomigliavano ad artigli
di uccelli da preda e le ginocchia a cosce. La gamba e il piede
destro erano d’un rosso di tonalità molto accesa. Il resto del corpo
era di un colore grigio fumo. Si dice che al momento della nascita
questa creatura… gettò un grido acutissimo che terrorizzò la
levatrice e tutti gli astanti, che infatti fuggirono di casa».
Un ulteriore esseraccio ricordato dal medico francese «aveva volto e
fattezze di uomo, i capelli erano invece piccoli serpentelli vivi e
la barba era costituita da tre serpenti che gli uscivano dal mento.
È stato trovato ad Autun in Borgogna, il 15 marzo 1569 ultimo
scorso, in casa di un avvocato che si chiama Baucheron, da una
cameriera che rompeva alcune uova, tra cui appunto questa, per farle
al burro. Quando lo ruppe e vide che ne era uscito quel mostro… ne
restò terrorizzata. L’albume di questo uovo fu dato da mangiare a un
gatto, che morì dopo pochi istanti».
Per quanto attiene agli ibridi è poi da menzionare, vieppiù
orroroso, un fenomeno suino: «Nel 1572, il lunedì di Pasqua, a Metz
in Lorena, nella locanda di Santo Spirito, una scrofa partorì un
maiale con otto zampe, quattro orecchie, testa di cane, con le parti
posteriori del corpo separate fino allo stomaco e poi unite; aveva
inoltre due lingue situate ai due estremi della bocca e quattro
grossi denti, sopra e sotto, ai due lati del muso. Gli organi
genitali non erano ben definiti, cosicché non era possibile
accertare se fossero di maschio o di femmina. Sotto la coda avevano
un dotto unico». Con tutto ciò, per il mondo animale il top
dell’orrore è rappresentato da un ribrezzoso dodecapode, amenamente
descritto dal medesimo Paré: «Ho ripreso dalla Storia africana
di Leone Africano questo animale assai mostruoso di forma rotonda,
simile alla tartaruga; sulla sua schiena vi sono due linee che
s’incrociano ad angolo retto, a forma di croce e all’estremità di
ogni linea vi è un occhio e un orecchio, cosicché questi animali
vedono e odono in quattro direzioni e in ogni lato con i loro
quattro occhi e le quattro orecchie; peraltro hanno una bocca sola e
un solo stomaco, dove quello che bevono e mangiano scende. Queste
bestie hanno più piedi attorno al corpo tramite i quali possono
camminare in qualsiasi direzione vogliano senza girare il corpo; la
loro coda è molto lunga e la sua punta ha un pelo molto folto. Gli
abitanti di quel paese affermano che il sangue di questi animali ha
lo straordinario potere di marginare e cicatrizzare le ferite e che
non esiste nessun balsamo che ha il potere di farlo meglio».
© Letizia Lanza, da "Mirabile bruttezza"
Il libro
Premessa
(di Armando Pajalich):
Ogni cultura egemone perentoriamente impone i propri vincenti
parametri, pretende omologazione da parte del subalterno e
contemporaneamente lo svilisce, rifiutandosi di vedere all’interno
della cultura Altra anche ciò che potrebbe rendere migliore, o più
“felice”, la cultura egemone stessa: il dialogo non è possibile;
l’unica opzione per il vincente è la negazione – il non-essere –
dell’Altro. L’Impero mette in atto un meccanismo generalizzante che
nega varianti e sfumature non solo nella cultura Altra ma anche
nella cultura egemone. L’Impero non somma di individui con
rispettive differenze, bensì astrazione perentoria, discorso,
concetto. Simulacro fondato su miti più che sulla Storia e le
storie. L’unico modo per imporlo è la coercizione autoritaria anche
al suo interno. Di conseguenza, terrorista non è solo il ribelle
armato che resiste alle armi dell’Imperatore, ma anche chi pure
appartenendo alla cultura egemone non vi si adegua: l’idealista,
l’egualitario, il pacifista, la persona innamorata del divino o
turbata dalla carne, quella innamorata di un individuo di altro
colore, l’intellettuale scettico e chiunque si rifiuti di osannare
il Simulacro. L’Impero ammette l’ipocrita – anzi: lo predilige – ma
non può ammettere lo scettico. Pur di sopravvivere, il Simulacro
accetta metamorfosi a patto di continuare a essere vincente. Quando
un Impero tenta di definirsi concretamente (tramite ad esempio una
lingua, un sistema giudiziario, una religione) assume solo un abito
al fine di erigere appunto un Simulacro. Chi non si adegua alla
mutazione è obsoleto. Poiché il suo territorio è concettuale, il
Simulacro può anche spostare il suo centro egemone. Il suo
territorio, ipotetico e concettuale, può espandersi o ridursi, non
essendo mai comunque identificabile attraverso confini materiali. Se
all’interno di una nazione il terrorista è chi mira a
deterritorializzare un territorio mappato e fisicamente
riconoscibile e a sconfiggere l’“apparato di Stato” attraverso le
“linee di fuga” del suo desiderio individuale (per quanto delirante
questo possa essere) e le sue “macchine da guerra”, all’interno di
un Impero il terrorista è anche chi dubita o si mostra inadeguato o
non adora il Simulacro. Chi non adora, disobbedisce ad un concetto
astratto eretto a Legge che si ramifica in poteri economici e
controlli materiali ma non è quelli: il terrorista imperiale
deterritorializza un territorio concettuale.
Venezia, 17 dicembre 2008
L’autrice
Letizia Lanza, antichista veneziana, ha
conseguito significativi risconoscimenti specie per la produzione di
saggistica.
Coinvolta in manifestazioni culturali le più varie (Convegni, Tavole
rotonde), fa parte di associazioni importanti quali: Associazione
Iasos di Caria; Dante Alighieri (Treviso); Soroptimist
(Venezia-Mestre); ONERPO; Amici di Merlin Cocai; AICC (Venezia);
SIL.
Collabora a numerose riviste cartacee e on line (La Clessidra,
L’Immaginazione, Carte allineate), e nella redazione di Nexus,
Bollettino dell’Associazione Iasos di Caria, Senecio e ha al suo
attivo moltissime pubblicazioni (saggi, articoli, note, recensioni,
libri).
Qualche titolo dei volumi:
Sofocle. Problemi di tradizione indiretta (scritto con
L.Fort, premessa di M.Geymonat), Padova 1991; Ritorno ad
Omero. Con due appendici sulla poesia africana, Venezia
1994; Eidola. Immagini dal fare poetico, Venezia 1996;
Vipere e Demoni. Stereotipi femminili dell’antica Grecia,
Venezia 1997; Donne greche (e dintorni). Da Omero a Ingeborg
Bachmann, Venezia 2001; Grecità femminile. L’altra
Penelope, Venezia 2001; Frustoli di scrittura. Tra
paganesimo e misticismo (postfazione di M.Ferrari), Venezia
2002; Il diavolo nella rete (premessa di F.Santucci,
postfazione di G.Lucini), Novi Ligure 2003; Diabolica. Da oggi
a ieri, Venezia 2004; Ludi, ghiribizzi e varie
golosità, Venezia 2005; Le donne e l’antico (a
cura di L.Fort-I.Lisovy), Ceskè Budejovice, Venezia 2006;
Litora vitae honestae. Disputationes de magistro nostro, collega et
amico, professore Franco Sartori (1922-2004) (a cura di
I.Lisovy-L.Lanza), Ceskè Budejovice, Venezia 2006; Vino donne
amori (di varia antichità), Venezia 2006; Medusa.
Tentazioni e derive, Padova 2007; Donne e Sangue a
Venezia, spigolature storiche di cronaca nera (scritto con
G.Distefano), Venezia 2008.
Per altre notizie biografiche, vedi anche
Poesie di Letizia Lanza.
Sitoweb:
http://digilander.libero.it/letizial
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