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Letizia Lanza

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / LETIZIA LANZA


Mirabile bruttezza
 

Letizia Lanza, Mirabile bruttezza

Letizia Lanza
MIRABILE BRUTTEZZA - saggio
Premessa di Armando Pajalich
Studio Editoriale Gordini, Padova 2008
ISBN 978-88-95022-31-4, pp.164, € 12

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Da Aristotele a Donna Haraway, un file rouge s’intreccia a incoronare il Reietto – esposto in una poliedrica galleria di ritratti, dove i mostri più orrendi sfilano assieme al misero insetto kafkiano o agli inquietanti androgini del cyborg.


Estratti

(pp. 9-12)
Se, come comprensibile e giusto, al pari di tutte le humanae res anche i concetti di Bello e di Brutto ¬ e, più genericamente, di Altro; Diverso ¬ vanno relati ai singoli periodi storici e alle molteplici culture delle genti, sempre da crocifiggere è l’aprioristico “rifiuto di”, a qualsiasi livello e in qualsivoglia modo si manifesti.
E per l’appunto a ribadire come il rapporto tra Normale e Mostruoso, accettabile e orripilante, risulti rovesciato a seconda che lo sguardo vada da noi al Diverso o dal Diverso a noi, assai eloquenti, tra i molti esempi possibili, due brani di narrativa contemporanea.
Il primo è tratto da uno dei più riusciti racconti di fantascienza firmato da un maestro del genere, lo statunitense Fredric Brown: «Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica... Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c¹era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri… Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto… E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più. Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame…».
Il secondo esempio nasce invece dalla fiorita fantasia (onirica e non) di William S. Burroughs: «La notte scorsa ho incontrato in sogno un gatto con il collo lunghissimo e un corpo da feto umano, grigio e traslucido. Lo coccolo. Non so se ha bisogno di qualcosa, né come fare a dargliela. Altro sogno, anni fa, di un bambino con gli occhi sulle antenne. È molto piccolo, non sa camminare e parlare. “Non mi vuoi?” Di nuovo, non so come prendermi cura di quel piccolino. Ma con tutto il mio essere voglio proteggerlo e nutrirlo! Proteggere gli ibridi e i mutanti nel vulnerabile stadio dell¹infanzia è proprio la funzione del Guardiano»; «Facile immaginare un Gatto Pipistrello, le luccicanti ali nere e coriacee, i piccoli denti aguzzi, gli occhi di un verde acceso. Il suo intero essere irradia una pura dolcezza selvaggia, mentre volteggia tra i boschi notturni con gridi melodiosi, diretto a una qualche criptica missione. Circonda questa creaturina fiduciosa anche un’aura fatale e triste. Nei secoli è stata abbandonata molte volte, lasciata morire in freddi vicoli urbani, in torridi terrains vagues assolati, tra cocci di terraglie, ortiche, muri crollati. Tante volte ha gridato aiuto invano».
Passaggi tutti di doverosa (struggente) durezza. E turbano nella loro (pur immaginata) veridicità, in quanto giustamente intesi a ribadire come relativa e opinabile sia (non possa non essere) ogni valutazione di Bene/Male; Bello/Brutto. Ovvero, di rassicurante/spaventoso; intra/extra-norma. A tal punto che, sulla scia di Senofane di Colofone ¬ ripreso per esempio, tra il secondo e il terzo secolo dell’era cristiana, dal teologo Clemente di Alessandria ¬ si può (deve) serenamente ribadire come, se buoi e cavalli e leoni avessero le mani e fossero in grado di disegnare, certamente simili ai cavalli il cavallo raffigurerebbe gli dèi, simili ai buoi il bue e così di seguito continuando.
Già prima di Clemente Alessandrino per altro, in ambito questa volta latino, autorevole suona il monito a relativizzare che Plinio Seniore non per caso scolpisce nel libro antropologico della monumentale Naturalis historia: «Quale fatto non sembra straordinario, nel momento in cui se ne prende per la prima volta conoscenza? Quante cose non si ritengono impossibili, prima che accadano? La potenza e la maestà della natura in tutte le fasi del suo esplicarsi è incredibile, se la si considera solo parzialmente e non nel suo insieme».

(pp. 131-133)
Una fantasmagoria di simboli, di mutazioni, di ibriderie selvagge -¬ senza dubbio atte a ben rappresentare la sconfinata categoria di mostri e affini. Cioè a dire, esseri per lo più d¹invenzione e in massima parte insigni per bruttezza ¬ i quali tuttavia non in ogni epoca né in qualsivoglia circostanza o ambiente vengono rifiutati tout court e demonizzati alla stregua di presenze pericolose.
Per esempio nei secoli del Rinascimento, se da una parte i freaks mantengono e semmai accentuano il loro potenziale di “perverso ornamento” -¬ basti lo splendido Parco di Bomarzo nel Viterbese dove, alla metà del Cinquecento, il principe Vicinio Orsini fa realizzare all¹architetto Pirro Ligorio un giardino unico e bizzarro, magnifico “bosco sacro” sul fianco della collina che propone un “percorso iniziatico” attraverso una trentina di sculture fantastiche: Sfingi, Sirene, personaggi delle fiabe e figure mitologiche, Draghi che lottano, Orchi, una Tartaruga gigante, un Elefante gravato da una torre. Meta d¹arrivo: il tempietto che sorge sul punto più elevato, simbolo di armonia interiore ¬- dall¹altra parte essi arrivano a svolgere una funzione che può definirsi in qualche modo “amichevole”.
Sempre per esemplificare, se nell’Ars memorandi di Petrus von Rosenheim (1502) compaiono figure mnemotecniche direttamente imparentate con le creature dell’Apocalisse e dei Bestiari, i medesimi mostri “mansueti” rinverdiscono le proprie glorie nell’universo eterodosso degli alchimisti, impiegati come sono a simbolizzare gli incredibili processi per ottenere la Pietra Filosofale o l’Elisir di Lunga Vita. Di qui, il nuovo interlocutorio atteggiamento non più o non solo di spavento o di pura decifrazione del significato mistico, bensì di curiosità scientifica o almeno pre-scientifica: basti il mastodontico lavoro dal titolo Physica curiosa ¬- milleseicento pagine arricchite di una congerie d’incisioni -¬ pubblicato dal gesuita e matematico dell’Università di Würburg Kaspar Schott nel 1662, con il proposito di descrivere tutte le aberrazioni, per dir così, “naturali” conosciute all’epoca. Un testo, come altri del genere, dove il miniatore o l’incisore tendono a interpretare e a riprodurre da vicino i nomi, allegramente fantasiosi, attribuiti dagli antichi scrittori -¬ Plinio in primis -¬ per i quali la foca (vitulus marinus) diventa una sorta di vitello pesciforme; il crostaceo (mus marinus) un topo dotato di pinne: il polpo (polypus) un pesce con i piedi; lo struzzo (struthocamelus) un cammello alato ...
Nell’ambito pseudo-umano, tra i casi indubitamente scioccanti taluni sono descritti e riprodotti da Paré con minuziosità estrema: «In Piemonte, nella città di Chieri, che dista circa cinque leghe da Torino, alle otto della sera del 17 gennaio del corrente anno 1578, una gentildonna partorì un mostro il cui viso era in tutto e per tutto proporzionato. Era invece mostruoso nel resto della testa, in quanto nella sezione alta della fronte, e disposte una contro l’altra, gli spuntavano cinque corna abbastanza simili a quelle di un ariete; sulla nuca poi aveva un lungo pezzo di carne che gli pendeva sul dorso come il cappuccio di una ragazza. Il collo era circondato da una striscia di carne ripiegata su se stessa… a mo’ di colletto di camicia; le punte delle dita assomigliavano ad artigli di uccelli da preda e le ginocchia a cosce. La gamba e il piede destro erano d’un rosso di tonalità molto accesa. Il resto del corpo era di un colore grigio fumo. Si dice che al momento della nascita questa creatura… gettò un grido acutissimo che terrorizzò la levatrice e tutti gli astanti, che infatti fuggirono di casa».
Un ulteriore esseraccio ricordato dal medico francese «aveva volto e fattezze di uomo, i capelli erano invece piccoli serpentelli vivi e la barba era costituita da tre serpenti che gli uscivano dal mento. È stato trovato ad Autun in Borgogna, il 15 marzo 1569 ultimo scorso, in casa di un avvocato che si chiama Baucheron, da una cameriera che rompeva alcune uova, tra cui appunto questa, per farle al burro. Quando lo ruppe e vide che ne era uscito quel mostro… ne restò terrorizzata. L’albume di questo uovo fu dato da mangiare a un gatto, che morì dopo pochi istanti».
Per quanto attiene agli ibridi è poi da menzionare, vieppiù orroroso, un fenomeno suino: «Nel 1572, il lunedì di Pasqua, a Metz in Lorena, nella locanda di Santo Spirito, una scrofa partorì un maiale con otto zampe, quattro orecchie, testa di cane, con le parti posteriori del corpo separate fino allo stomaco e poi unite; aveva inoltre due lingue situate ai due estremi della bocca e quattro grossi denti, sopra e sotto, ai due lati del muso. Gli organi genitali non erano ben definiti, cosicché non era possibile accertare se fossero di maschio o di femmina. Sotto la coda avevano un dotto unico». Con tutto ciò, per il mondo animale il top dell’orrore è rappresentato da un ribrezzoso dodecapode, amenamente descritto dal medesimo Paré: «Ho ripreso dalla Storia africana di Leone Africano questo animale assai mostruoso di forma rotonda, simile alla tartaruga; sulla sua schiena vi sono due linee che s’incrociano ad angolo retto, a forma di croce e all’estremità di ogni linea vi è un occhio e un orecchio, cosicché questi animali vedono e odono in quattro direzioni e in ogni lato con i loro quattro occhi e le quattro orecchie; peraltro hanno una bocca sola e un solo stomaco, dove quello che bevono e mangiano scende. Queste bestie hanno più piedi attorno al corpo tramite i quali possono camminare in qualsiasi direzione vogliano senza girare il corpo; la loro coda è molto lunga e la sua punta ha un pelo molto folto. Gli abitanti di quel paese affermano che il sangue di questi animali ha lo straordinario potere di marginare e cicatrizzare le ferite e che non esiste nessun balsamo che ha il potere di farlo meglio».

© Letizia Lanza, da "Mirabile bruttezza"

Il libro

Premessa (di Armando Pajalich):
Ogni cultura egemone perentoriamente impone i propri vincenti parametri, pretende omologazione da parte del subalterno e contemporaneamente lo svilisce, rifiutandosi di vedere all’interno della cultura Altra anche ciò che potrebbe rendere migliore, o più “felice”, la cultura egemone stessa: il dialogo non è possibile; l’unica opzione per il vincente è la negazione – il non-essere – dell’Altro. L’Impero mette in atto un meccanismo generalizzante che nega varianti e sfumature non solo nella cultura Altra ma anche nella cultura egemone. L’Impero non somma di individui con rispettive differenze, bensì astrazione perentoria, discorso, concetto. Simulacro fondato su miti più che sulla Storia e le storie. L’unico modo per imporlo è la coercizione autoritaria anche al suo interno. Di conseguenza, terrorista non è solo il ribelle armato che resiste alle armi dell’Imperatore, ma anche chi pure appartenendo alla cultura egemone non vi si adegua: l’idealista, l’egualitario, il pacifista, la persona innamorata del divino o turbata dalla carne, quella innamorata di un individuo di altro colore, l’intellettuale scettico e chiunque si rifiuti di osannare il Simulacro. L’Impero ammette l’ipocrita – anzi: lo predilige – ma non può ammettere lo scettico. Pur di sopravvivere, il Simulacro accetta metamorfosi a patto di continuare a essere vincente. Quando un Impero tenta di definirsi concretamente (tramite ad esempio una lingua, un sistema giudiziario, una religione) assume solo un abito al fine di erigere appunto un Simulacro. Chi non si adegua alla mutazione è obsoleto. Poiché il suo territorio è concettuale, il Simulacro può anche spostare il suo centro egemone. Il suo territorio, ipotetico e concettuale, può espandersi o ridursi, non essendo mai comunque identificabile attraverso confini materiali. Se all’interno di una nazione il terrorista è chi mira a deterritorializzare un territorio mappato e fisicamente riconoscibile e a sconfiggere l’“apparato di Stato” attraverso le “linee di fuga” del suo desiderio individuale (per quanto delirante questo possa essere) e le sue “macchine da guerra”, all’interno di un Impero il terrorista è anche chi dubita o si mostra inadeguato o non adora il Simulacro. Chi non adora, disobbedisce ad un concetto astratto eretto a Legge che si ramifica in poteri economici e controlli materiali ma non è quelli: il terrorista imperiale deterritorializza un territorio concettuale.
Venezia, 17 dicembre 2008

L’autrice

Letizia Lanza, antichista veneziana, ha conseguito significativi risconoscimenti specie per la produzione di saggistica.
Coinvolta in manifestazioni culturali le più varie (Convegni, Tavole rotonde), fa parte di associazioni importanti quali: Associazione Iasos di Caria; Dante Alighieri (Treviso); Soroptimist (Venezia-Mestre); ONERPO; Amici di Merlin Cocai; AICC (Venezia); SIL.
Collabora a numerose riviste cartacee e on line (La Clessidra, L’Immaginazione, Carte allineate), e nella redazione di Nexus, Bollettino dell’Associazione Iasos di Caria, Senecio e ha al suo attivo moltissime pubblicazioni (saggi, articoli, note, recensioni, libri).
Qualche titolo dei volumi:
Sofocle. Problemi di tradizione indiretta (scritto con L.Fort, premessa di M.Geymonat), Padova 1991; Ritorno ad Omero. Con due appendici sulla poesia africana, Venezia 1994; Eidola. Immagini dal fare poetico, Venezia 1996; Vipere e Demoni. Stereotipi femminili dell’antica Grecia, Venezia 1997; Donne greche (e dintorni). Da Omero a Ingeborg Bachmann, Venezia 2001; Grecità femminile. L’altra Penelope, Venezia 2001; Frustoli di scrittura. Tra paganesimo e misticismo (postfazione di M.Ferrari), Venezia 2002; Il diavolo nella rete (premessa di F.Santucci, postfazione di G.Lucini), Novi Ligure 2003; Diabolica. Da oggi a ieri, Venezia 2004; Ludi, ghiribizzi e varie golosità, Venezia 2005; Le donne e l’antico (a cura di L.Fort-I.Lisovy), Ceskè Budejovice, Venezia 2006; Litora vitae honestae. Disputationes de magistro nostro, collega et amico, professore Franco Sartori (1922-2004) (a cura di I.Lisovy-L.Lanza), Ceskè Budejovice, Venezia 2006; Vino donne amori (di varia antichità), Venezia 2006; Medusa. Tentazioni e derive, Padova 2007; Donne e Sangue a Venezia, spigolature storiche di cronaca nera (scritto con G.Distefano), Venezia 2008.
Per altre notizie biografiche, vedi anche Poesie di Letizia Lanza.

Sitoweb: http://digilander.libero.it/letizial
 



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Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.