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«Ha scritto: /
“Ogni guerra è una guerra civile”. / Mi permetto / di aggiungere:
‘Ogni vittoria / è una vittoria di Pirro’».
Così nella più recente silloge (consacrata alla memoria della figlia
Sara, scomparsa appena quarantenne nel 2008), il brano
Aforismi (p. 42), che il poeta e italianista della Columbia
University – «una delle figure decisive della poesia italiana
espatriata» (C.A. Sitta) – indirizza non per caso a Cesare Pavese,
offrendo una significativa non-risposta alle domande (riprese in
quarta di copertina) che D. Rondoni (si) rivolge nell’Introduzione:
«Cosa sta facendo Valesio? Questo è un libro di poesia? O cosa è?
Come è da leggere questa serie di dardi o fogli di taccuino da una
“sommersa regione” o forse sarebbe da chiamare zibaldone?». E
rincara: «Insomma, cosa sta combinando Valesio in questo libro che
si dedica a Sant’Agostino e a Almodóvar, che ritrae con tenerezze
infinite i venditori di rose e che porta dentro il suo tempo
profondo, successivo e biografico, il controtempo della morte della
figlia, e che si snoda tra laghetti familiari e spettacolari, stanze
d’albergo, biblioteche, chiese, angoli di città dove fermarsi
all’improvviso?» (p. 11).
Il volume, al tutto inedito, si suddivide in tre parti (Le
ritrovate e le senza-date; Il diario del personaggio;
Il personaggio nella vita) anticipate da una
Dedicatoria e chiuse da un Epilogo. Indubitamente corposa, la
silloge accosta ad alcuni brani di anni precedenti quasi tutte le
liriche-giaculatorie composte tra il 2003 e il 2005, e una volta di
più sembra sfidare – ma la spada fende con una lama di purissimo,
adamantino acciaio o di malsicura, cedevole latta? – la domanda che,
basilare, ogni umana esistenza in un qualche momento (o non
piuttosto, sempre?) si pone di fronte alla
probabile?impossibile?sicura? trascendenza divina.
Una raccolta complessa, densissima – di necessità un po’ discontinua
– che giustappone inarrivabili gemme a testi (Bolognese,
p. 55) o singole parole («vivenza», p. 147; «nolontà», p. 263) di
meno felice esito benché ognora di magistrale (alta) costruzione.
Strabilianti d’altronde moltissime liriche – prove tutte maiuscole:
da La bellezza (p. 32), Comunione (p. 34),
Sulla preghiera (p. 57),
Il tentativo costante (p. 60) a La incomunicazione (p. 92),
L’esserci (p. 93), Lacustre (p. 95),
Il Golgota periferico (p. 97);
da Nella carne (p. 129), Il ricordo quasi-amoroso (p. 132),
L’ebbrezza (p. 134) a La comunione dei santi (p. 145),
Il tentato
scampo (p. 146); da Scriba (p. 149), Il brivido della quiete (p.
175), Bestie divine (p. 197) a Luna d’inverno (p. 228),
Interlocuzione zero (p. 234).
Gli esempi si sprecano, dunque.
In particolare, se emblematici appaiono due brani del 2003 (scritti
rispettivamente l’8-9 maggio a Bologna in Via Rismondo, il 15
novembre sul treno da New Haven a New York) – ossia a dire, Tiresia
(«Il più profondo nucleo / della coscienza è il luogo dell’Andrògino
/ dove cessano gli odi e le querele / della sdoppiata / superficie
sessuale / e il purificato / soggetto sorride / (con affetto ma
senza rimpianto) / delle trascorse / trasgressioni e travestimenti /
traslazioni e mascheramenti / di quell’impoverito Narciso / che era
il suo “io” una volta / e che adesso infine si accascia, / pierrot
fra gli stracci», p. 104) e La poesia, 2 («Ogni poema fonde / il
discorso dei Greci / col discorso dei Popoli del Libro – / le linee
della visione / con l’aura di ciò che si ode: / kerygma dell’araldo
/ là dove voce e tromba si confondono», p. 140) – i quali entrambi
evidenziano mira cum arte come (ovviamente) vasto, stratificato sia
lo spessore culturale e pluriangolare si apra la visione
dell’autore, a sua volta sconcertante (esplosiva) per il lucido,
dimesso disincanto è La debole gratitudine (scritta a Laghetto il 14
ottobre 2003, giorno del genetliaco): «Preghiere, preghiere – ma
quali / ma come ma perché? Le petizioni / affiorano più agevoli alle
labbra / che le preghiere di ringraziamento. / Il cuore umano: /
nella sua rapacità / e cruda capacità, / elastica e non curante, /
di gettarsi alle spalle / il ricevuto bene» (p. 128).
Voci sommesse – o vibranti appelli – per altro accomunati (e resi
eccelsi) da una medesima, costante componente: l’assoluta
(fanciullesca?) onestà e sincerità di concepimento/realizzazione –
basti la professione di La poesia, 4 (scritta a Manhattan tra 116
Strada e Amsterdam Avenue, il 23 novembre 2004): «Dir sempre il vero
vero vero vero / (anche a costo dell’eco e dello specchio): / la
verità del suo dentroistante / insieme al fuoristante che lo
avvolge» (p. 224).
Un inesausto dire – e patire (nelle possibili accezioni del latino
patior): perché l’anima, per chi sa che esiste, non si stanca né si
arrende mai: «Diffida in se stesso di ogni germe / e scintilla e
patetica ambizione / di eccezione / ma la norma conforme e regolare
/ lo fa vomitare. / Questo groviglio, lo consegna a Dio»
(Entanglement, p. 220: scritto sempre a Manhattan tra 116 Strada e
Amsterdam Avenue, il 9 novembre 2004).
Un’anima a nudo in somma, quella dell’autore. Un’impresa (se non
eroica, assai impegnativa) da parte di un (quasi innocente) martire
– se è vero quanto nuovamente D. Rondoni asserisce: «Nulla in
Valesio somiglia agli orecchianti che furbescamente – in quest’epoca
di smarrimenti – ospitano nella loro opera riferimenti, citazioni,
andamenti presi dal repertorio sacro o religioso, sperando così di
scaldicchiare un pensiero privo di visione e una carne annoiata […]
La presenza delle figure alate di vario genere di uccelli, in un
catalogo disseminato che richiama certi deliri pascoliani, da aironi
a cardinali a germani, non è solo debito lirico, ma segno della
medietà del regno dove si trova l’occhio della scrittore, che mai va
via da “qui”» (pp. 13-14).
Asseverazioni decisive: e trovano ultima conferma nell’esempio con
cui lo stesso Valesio illumina la sua Nota d’autore: «Nella poesia
Longa Manus si risale all’inizio dell’invasione dell’Iraq, e resta
fissato senza temere l’accusa d’ingenuità il senso d’orrore di
fronte a quella che appare una sfida lanciata al cielo; la voce che
parla in quella poesia è quella di chi ancora, nel 2009,
“teme-aspetta” che l’Arcangelo Michele alzi il braccio … » (pp.
18-19).
© Letizia Lanza |