Franco Santamaria,poesia,narrativa,pittura,culturapoesia narrativa pittura arte
   

 

Letizia Lanza, saggista

FRANCO SANTAMARIA

Opere
Hanno detto di
Franco Santamaria
Biografia
Biographie 
SALA DEGLI OSPITI
Poesia
Narrativa
Arte
Critica-Sagg.
Citazioni

Eventi Culturali Naz.
Concorsi Letter./Art.
Link Culturali

SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / LETIZIA LANZA


Paolo Valesio, Il volto quasi umano. Poesie-dardi, 2003-2005
(Introduzione di Davide Rondoni, Lombar Key, Bologna 2009, pp. 264, euro 18,00)

«Ha scritto: / “Ogni guerra è una guerra civile”. / Mi permetto / di aggiungere: ‘Ogni vittoria / è una vittoria di Pirro’».
Così nella più recente silloge (consacrata alla memoria della figlia Sara, scomparsa appena quarantenne nel 2008), il brano Aforismi (p. 42), che il poeta e italianista della Columbia University – «una delle figure decisive della poesia italiana espatriata» (C.A. Sitta) – indirizza non per caso a Cesare Pavese, offrendo una significativa non-risposta alle domande (riprese in quarta di copertina) che D. Rondoni (si) rivolge nell’Introduzione: «Cosa sta facendo Valesio? Questo è un libro di poesia? O cosa è? Come è da leggere questa serie di dardi o fogli di taccuino da una “sommersa regione” o forse sarebbe da chiamare zibaldone?». E rincara: «Insomma, cosa sta combinando Valesio in questo libro che si dedica a Sant’Agostino e a Almodóvar, che ritrae con tenerezze infinite i venditori di rose e che porta dentro il suo tempo profondo, successivo e biografico, il controtempo della morte della figlia, e che si snoda tra laghetti familiari e spettacolari, stanze d’albergo, biblioteche, chiese, angoli di città dove fermarsi all’improvviso?» (p. 11).

Il volume, al tutto inedito, si suddivide in tre parti (Le ritrovate e le senza-date; Il diario del personaggio; Il personaggio nella vita) anticipate da una Dedicatoria e chiuse da un Epilogo. Indubitamente corposa, la silloge accosta ad alcuni brani di anni precedenti quasi tutte le liriche-giaculatorie composte tra il 2003 e il 2005, e una volta di più sembra sfidare – ma la spada fende con una lama di purissimo, adamantino acciaio o di malsicura, cedevole latta? – la domanda che, basilare, ogni umana esistenza in un qualche momento (o non piuttosto, sempre?) si pone di fronte alla probabile?impossibile?sicura? trascendenza divina.

Una raccolta complessa, densissima – di necessità un po’ discontinua – che giustappone inarrivabili gemme a testi (Bolognese, p. 55) o singole parole («vivenza», p. 147; «nolontà», p. 263) di meno felice esito benché ognora di magistrale (alta) costruzione. Strabilianti d’altronde moltissime liriche – prove tutte maiuscole: da La bellezza (p. 32), Comunione (p. 34), Sulla preghiera (p. 57), Il tentativo costante (p. 60) a La incomunicazione (p. 92), L’esserci (p. 93), Lacustre (p. 95), Il Golgota periferico (p. 97); da Nella carne (p. 129), Il ricordo quasi-amoroso (p. 132), L’ebbrezza (p. 134) a La comunione dei santi (p. 145), Il tentato scampo (p. 146); da Scriba (p. 149), Il brivido della quiete (p. 175), Bestie divine (p. 197) a Luna d’inverno (p. 228), Interlocuzione zero (p. 234).

Gli esempi si sprecano, dunque.
In particolare, se emblematici appaiono due brani del 2003 (scritti rispettivamente l’8-9 maggio a Bologna in Via Rismondo, il 15 novembre sul treno da New Haven a New York) – ossia a dire, Tiresia («Il più profondo nucleo / della coscienza è il luogo dell’Andrògino / dove cessano gli odi e le querele / della sdoppiata / superficie sessuale / e il purificato / soggetto sorride / (con affetto ma senza rimpianto) / delle trascorse / trasgressioni e travestimenti / traslazioni e mascheramenti / di quell’impoverito Narciso / che era il suo “io” una volta / e che adesso infine si accascia, / pierrot fra gli stracci», p. 104) e La poesia, 2 («Ogni poema fonde / il discorso dei Greci / col discorso dei Popoli del Libro – / le linee della visione / con l’aura di ciò che si ode: / kerygma dell’araldo / là dove voce e tromba si confondono», p. 140) – i quali entrambi evidenziano mira cum arte come (ovviamente) vasto, stratificato sia lo spessore culturale e pluriangolare si apra la visione dell’autore, a sua volta sconcertante (esplosiva) per il lucido, dimesso disincanto è La debole gratitudine (scritta a Laghetto il 14 ottobre 2003, giorno del genetliaco): «Preghiere, preghiere – ma quali / ma come ma perché? Le petizioni / affiorano più agevoli alle labbra / che le preghiere di ringraziamento. / Il cuore umano: / nella sua rapacità / e cruda capacità, / elastica e non curante, / di gettarsi alle spalle / il ricevuto bene» (p. 128).

Voci sommesse – o vibranti appelli – per altro accomunati (e resi eccelsi) da una medesima, costante componente: l’assoluta (fanciullesca?) onestà e sincerità di concepimento/realizzazione – basti la professione di La poesia, 4 (scritta a Manhattan tra 116 Strada e Amsterdam Avenue, il 23 novembre 2004): «Dir sempre il vero vero vero vero / (anche a costo dell’eco e dello specchio): / la verità del suo dentroistante / insieme al fuoristante che lo avvolge» (p. 224).

Un inesausto dire – e patire (nelle possibili accezioni del latino patior): perché l’anima, per chi sa che esiste, non si stanca né si arrende mai: «Diffida in se stesso di ogni germe / e scintilla e patetica ambizione / di eccezione / ma la norma conforme e regolare / lo fa vomitare. / Questo groviglio, lo consegna a Dio» (Entanglement, p. 220: scritto sempre a Manhattan tra 116 Strada e Amsterdam Avenue, il 9 novembre 2004).

Un’anima a nudo in somma, quella dell’autore. Un’impresa (se non eroica, assai impegnativa) da parte di un (quasi innocente) martire – se è vero quanto nuovamente D. Rondoni asserisce: «Nulla in Valesio somiglia agli orecchianti che furbescamente – in quest’epoca di smarrimenti – ospitano nella loro opera riferimenti, citazioni, andamenti presi dal repertorio sacro o religioso, sperando così di scaldicchiare un pensiero privo di visione e una carne annoiata […] La presenza delle figure alate di vario genere di uccelli, in un catalogo disseminato che richiama certi deliri pascoliani, da aironi a cardinali a germani, non è solo debito lirico, ma segno della medietà del regno dove si trova l’occhio della scrittore, che mai va via da “qui”» (pp. 13-14).

Asseverazioni decisive: e trovano ultima conferma nell’esempio con cui lo stesso Valesio illumina la sua Nota d’autore: «Nella poesia Longa Manus si risale all’inizio dell’invasione dell’Iraq, e resta fissato senza temere l’accusa d’ingenuità il senso d’orrore di fronte a quella che appare una sfida lanciata al cielo; la voce che parla in quella poesia è quella di chi ancora, nel 2009, “teme-aspetta” che l’Arcangelo Michele alzi il braccio … » (pp. 18-19).

© Letizia Lanza
 

Altri saggi di Letizia Lanza || Poesie di Letizia Lanza ||
Prefazione a "Se la catena non si spezza" di Franco Santamaria

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.