|
Il libro
di Annalisa Macchia Il portone di via Ghibellina si rivela
coerente con il suo approccio e il suo punto di vista sulla
letteratura e sul mondo evidenziato dal suo curriculum. Annalisa
Macchia ha collaborato con la Fondazione "Carlo Collodi", ha scritto
racconti per l'infanzia ma ha anche pubblicato poesie e racconti
acuti e intensi ed ha scritto saggi e ricerche, per la Florence Art
Edizioni e per l'Associazione "Novecento - Pianeta Poesia" con cui
collabora. Il romanzo Il portone di via Ghibellina, edito
quest'anno da puntoacapo Editrice riassume e condensa in modo ideale
le passioni e gli interessi dell'autrice, e, soprattutto, il suo
modo di osservare e raccontare la realtà. C'è la volontà tenace di
cogliere le sfumature soavi conservando uno sguardo limpido,
bambino. Ma c'è, ugualmente presente, nitida e sincera, anche la
capacità di cogliere le contraddizioni, le incoerenze, i dolori del
nostro tempo.
La forza del romanzo è in questa fertile convivenza, questa
esplorazione del vissuto quotidiano e dei temi cardine
dell'esistenza condotta sui binari paralleli della lievità e
dell'analisi accurata, tramite un ottimismo ad occhi aperti,
spalancati e prudenti, ma mai ciechi alla speranza.
Perché questo romanzo è lieve, è giusto ribadirlo, ma non è ingenuo.
L'ingenuità è concessa nella vita, a chi può permettersela, ma non
in letteratura. Perché l'ingenuità consiste nel vedere solo un lato
della medaglia e una faccia della luna, quella luminosa e
sorridente. Chi scrive invece deve avere sempre in mente, e nella
propria penna, entrambe le facce, l'intera circonferenza della sfera
del pensiero, gli stati d'animo, le motivazioni umane, gli impulsi
generosi e quelli malvagi, il bene e il male, la luce e il buio.
Annalisa Macchia questo lo sa bene, e, quel che più conta, lo mette
in pratica.
Leggendo le pagine de Il portone di via Ghibellina si
assapora un modo squisitamente toscano di prendere tutto nella vita
(dalla politica, alla meteorologia, al calcio, al senso
dell'esistere, dalle piccole alle grandi cose) con ironia. Ciò non
significa prendere gli accadimenti con meno passione o meno serietà.
Vuol dire piuttosto sapere e volere lasciare un diaframma tra il
proprio sé e gli eventi, uno spiraglio di leggerezza, mai vuota,
sempre densa di emozione. Il tutto per esorcizzare le sconfitte e il
dolore; ma anche l'euforia, quando sembra aver motivo di sussistere.
Senza edulcorare e senza annacquare. Semplicemente, e creativamente,
cogliendo anche quello che pirandellianamente potremmo definire "il
sentimento del contrario": per rendere il piacere più sapido e il
dolore meno tagliente. Una fertile forma di difesa.
Anche il linguaggio del libro di Annalisa Macchia è funzionale
all'evocazione costante di questo sentimento multiforme: è elegante
il lessico utilizzato in questo libro, ma non è mai stucchevole o
paludato. E il rischio della retorica o dell'autocompiacimento non
sussiste, perché risulta sempre annientato sul nascere dall'ironia,
nota dominante del libro, espressa anche tramite espressioni
dialettali fiorentine, o da locuzioni colloquiali, dirette,
credibili.
Il gioco linguistico, condotto dall'autrice con abilità, è una delle
costanti di maggior interesse. A partire dall'esordio, dal passaggio
in cui la protagonista, Carlotta, mette in chiaro che il suo
soprannome "Carlo", non deve trarre in inganno. "Sia ben chiaro -
afferma - sono una donna, femmina in ogni cellula del corpo",
seppure alta un metro e ottantadue e del peso di cento chili, e con
una non comune forza fisica. Fin dall'inizio del libro siamo
invitati, in modo indiretto ma deciso, a non fidarci delle
apparenze. Sia per quanto riguarda le parole che in riferimento alle
persone. Questo invito è uno punti di riferimento per percorrere in
modo adeguato le vicende del libro, alcune delle quali sconfinano
nell'ambito del giallo, in una vicenda a sfondo poliziesco. Ma anche
la trama essenziale del libro, quello di una storia d'amore
complicata ma a lieto fine, è basata su una serie di contraddizioni,
caratteriali, sociali e psicologiche, che, a poco a poco, lasceranno
spazio all'istinto più sano e naturale.
È un libro vario quello di Annalisa Macchia, in grado di far
convivere sotto lo stesso tetto narrativo persone diversissime tra
loro, una fauna di animali a cui davvero manca la parola, e, sul
piano dei temi e degli spunti narrativi, situazioni diversissime in
grado di spaziare dal comico al drammatico, sempre alla luce
dell'ironia di fondo che fa da guida e ci accompagna. Ma ci sono
anche temi di rilievo sociale e umano. Problemi reali, come ad
esempio il passaggio in cui si parla dei paesi africani che spesso
si trovano a soffrire per la mancanza di cose di bassissimo costo.
Quasi a confermare quante incongruenze ci siano, sia a livello
individuale che globale. Tutto questo senza prediche dirette e senza
interventi autorali espliciti e pressanti. Lasciando piuttosto che
siano le situazioni descritte e i personaggi a parlare con voce
sincera e sentita.
È un'altra caratteristica di rilievo di questo libro quella di saper
far scaturire dalle vicende individuali considerazioni di respiro
più ampio. La necessità di cambiamento, faro e stella polare per la
protagonista, finisce per coinvolgere anche tutto il mondo con cui è
a contatto, la varia umanità che frequenta, e, al tempo stesso, si
rivela urgente anche per il mondo tout court, per il pianeta in cui
viviamo.
Ciò avviene, è opportuno confermarlo, con la naturalezza, spesso
divertita e umoristica, di chi non pretende di imporre verità
assolute o ricette miracolose, ma, con verve, narra una vicenda
colorata e vivace, e si diverte a divertire, ossia a mostrare quante
strade e quante porte ci sono nella vita, e quanto vario sia il
percorso che conduce o condurrà ciascuno a destinazione. In questo
ambito, in questa miscela sostanziosa e fluida di cui è costituita
la narrazione, si colloca l'idea, di per sé espressiva, di affidare
alla protagonista il ruolo di dog-sitter. Ed i cani che Carlotta
custodisce e gestisce, o da cui è gestita, non si sa, diventano in
modo immediato non solo protagonisti e voci narranti (o abbaianti)
della vicenda, ma anche, in qualche modo, riferimenti simbolici,
quasi incarnazioni delle diverse tendenze della natura umana, dei
vizi, delle virtù, dei bisogni (non solo fisiologici) e della
necessità di socializzare e condividere i passi, gli odori, i sapori
e le pulsioni dell'esistere. E non è solo umoristico, diviene pagina
dopo pagina chiaramente percepibile, constatare la veridicità del
detto secondo cui i cani finiscono per assomigliare ai loro padroni.
O forse è vero il contrario. O entrambe le cose.
Anche grazie a questi cani, e alla spinta che sanno dare al modo di
sentire e di vivere della protagonista, si concretizza passo dopo
passo, attraversando momenti di crisi e di dubbio, aggressioni
violente e oppressioni morali, alti e bassi, esaltazioni e
depressioni, lo sviluppo tematico fondamentale. Carlotta decide di
puntare sulle sue risorse personali, fisiche e mentali, per vincere
la sua scommessa. Quella che implica, dopo tutto e nonostante tutto,
la vittoria della bontà. La capacità di conservare la speranza.
Sempre senza ingenuità, ma anche senza rinunciare all'idea che le
cose possano andare meglio. E, alla fine, nel momento in cui con
astuzia bonaria agisce sulle cose, e con ironia accetta il proprio
corpo così com'è, trova la quadratura del cerchio. O meglio trova
uno specchio: il suo alter ego ideale. Identico a partire dal nome:
Carlo. Diverso ma affine. In grado di aiutarla a risolvere il giallo
della sua vicenda personale, e capace di accompagnarla, metro dopo
metro, di fronte al portone del suo destino. Il luogo in cui, per
dirla con le parole di Massimo Seriacopi, siamo "un po' artefici, un
po' strumento... più o meno consapevoli, più o meno in grado di non
farci travolgere, più o meno decisi a farci o non farci trascinare".
Con il gusto e il sapore che resta gradevole nella mente di un
romanzo che scorre liscio e fluido e comunica sensazioni e idee
tramite un atteggiamento accattivante, l'invito a condividere con
sapida allegria il bello e il brutto, la pena e il sorriso che ci
attendono dietro i portoni della vita.
© Ivano Mugnaini
*
Annalisa Macchia
Il portone di Via Ghibellina,
romanzo
Puntoacapo Editrice, Novi Ligure (AL) 2011
pp.78, € 10.00
su "Il portone di via Ghibellina": v. anche
Lucia Visconti
di Ivano Mugnaini: v. anche Narrativa
di Annalisa Macchia: v. anche
Poesia,
Critica
|