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Ivano Mugnaini

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CRITICA-SAGGISTICA / IVANO MUGNAINI


Il portone di Via Ghibellina” di Annalisa Macchia *
(Puntoacapo Editrice 2011)


 

Il libro di Annalisa Macchia Il portone di via Ghibellina si rivela coerente con il suo approccio e il suo punto di vista sulla letteratura e sul mondo evidenziato dal suo curriculum. Annalisa Macchia ha collaborato con la Fondazione "Carlo Collodi", ha scritto racconti per l'infanzia ma ha anche pubblicato poesie e racconti acuti e intensi ed ha scritto saggi e ricerche, per la Florence Art Edizioni e per l'Associazione "Novecento - Pianeta Poesia" con cui collabora. Il romanzo Il portone di via Ghibellina, edito quest'anno da puntoacapo Editrice riassume e condensa in modo ideale le passioni e gli interessi dell'autrice, e, soprattutto, il suo modo di osservare e raccontare la realtà. C'è la volontà tenace di cogliere le sfumature soavi conservando uno sguardo limpido, bambino. Ma c'è, ugualmente presente, nitida e sincera, anche la capacità di cogliere le contraddizioni, le incoerenze, i dolori del nostro tempo.
La forza del romanzo è in questa fertile convivenza, questa esplorazione del vissuto quotidiano e dei temi cardine dell'esistenza condotta sui binari paralleli della lievità e dell'analisi accurata, tramite un ottimismo ad occhi aperti, spalancati e prudenti, ma mai ciechi alla speranza.
Perché questo romanzo è lieve, è giusto ribadirlo, ma non è ingenuo. L'ingenuità è concessa nella vita, a chi può permettersela, ma non in letteratura. Perché l'ingenuità consiste nel vedere solo un lato della medaglia e una faccia della luna, quella luminosa e sorridente. Chi scrive invece deve avere sempre in mente, e nella propria penna, entrambe le facce, l'intera circonferenza della sfera del pensiero, gli stati d'animo, le motivazioni umane, gli impulsi generosi e quelli malvagi, il bene e il male, la luce e il buio. Annalisa Macchia questo lo sa bene, e, quel che più conta, lo mette in pratica.
Leggendo le pagine de Il portone di via Ghibellina si assapora un modo squisitamente toscano di prendere tutto nella vita (dalla politica, alla meteorologia, al calcio, al senso dell'esistere, dalle piccole alle grandi cose) con ironia. Ciò non significa prendere gli accadimenti con meno passione o meno serietà. Vuol dire piuttosto sapere e volere lasciare un diaframma tra il proprio sé e gli eventi, uno spiraglio di leggerezza, mai vuota, sempre densa di emozione. Il tutto per esorcizzare le sconfitte e il dolore; ma anche l'euforia, quando sembra aver motivo di sussistere. Senza edulcorare e senza annacquare. Semplicemente, e creativamente, cogliendo anche quello che pirandellianamente potremmo definire "il sentimento del contrario": per rendere il piacere più sapido e il dolore meno tagliente. Una fertile forma di difesa.
Anche il linguaggio del libro di Annalisa Macchia è funzionale all'evocazione costante di questo sentimento multiforme: è elegante il lessico utilizzato in questo libro, ma non è mai stucchevole o paludato. E il rischio della retorica o dell'autocompiacimento non sussiste, perché risulta sempre annientato sul nascere dall'ironia, nota dominante del libro, espressa anche tramite espressioni dialettali fiorentine, o da locuzioni colloquiali, dirette, credibili.
Il gioco linguistico, condotto dall'autrice con abilità, è una delle costanti di maggior interesse. A partire dall'esordio, dal passaggio in cui la protagonista, Carlotta, mette in chiaro che il suo soprannome "Carlo", non deve trarre in inganno. "Sia ben chiaro - afferma - sono una donna, femmina in ogni cellula del corpo", seppure alta un metro e ottantadue e del peso di cento chili, e con una non comune forza fisica. Fin dall'inizio del libro siamo invitati, in modo indiretto ma deciso, a non fidarci delle apparenze. Sia per quanto riguarda le parole che in riferimento alle persone. Questo invito è uno punti di riferimento per percorrere in modo adeguato le vicende del libro, alcune delle quali sconfinano nell'ambito del giallo, in una vicenda a sfondo poliziesco. Ma anche la trama essenziale del libro, quello di una storia d'amore complicata ma a lieto fine, è basata su una serie di contraddizioni, caratteriali, sociali e psicologiche, che, a poco a poco, lasceranno spazio all'istinto più sano e naturale.
È un libro vario quello di Annalisa Macchia, in grado di far convivere sotto lo stesso tetto narrativo persone diversissime tra loro, una fauna di animali a cui davvero manca la parola, e, sul piano dei temi e degli spunti narrativi, situazioni diversissime in grado di spaziare dal comico al drammatico, sempre alla luce dell'ironia di fondo che fa da guida e ci accompagna. Ma ci sono anche temi di rilievo sociale e umano. Problemi reali, come ad esempio il passaggio in cui si parla dei paesi africani che spesso si trovano a soffrire per la mancanza di cose di bassissimo costo. Quasi a confermare quante incongruenze ci siano, sia a livello individuale che globale. Tutto questo senza prediche dirette e senza interventi autorali espliciti e pressanti. Lasciando piuttosto che siano le situazioni descritte e i personaggi a parlare con voce sincera e sentita.
È un'altra caratteristica di rilievo di questo libro quella di saper far scaturire dalle vicende individuali considerazioni di respiro più ampio. La necessità di cambiamento, faro e stella polare per la protagonista, finisce per coinvolgere anche tutto il mondo con cui è a contatto, la varia umanità che frequenta, e, al tempo stesso, si rivela urgente anche per il mondo tout court, per il pianeta in cui viviamo.
Ciò avviene, è opportuno confermarlo, con la naturalezza, spesso divertita e umoristica, di chi non pretende di imporre verità assolute o ricette miracolose, ma, con verve, narra una vicenda colorata e vivace, e si diverte a divertire, ossia a mostrare quante strade e quante porte ci sono nella vita, e quanto vario sia il percorso che conduce o condurrà ciascuno a destinazione. In questo ambito, in questa miscela sostanziosa e fluida di cui è costituita la narrazione, si colloca l'idea, di per sé espressiva, di affidare alla protagonista il ruolo di dog-sitter. Ed i cani che Carlotta custodisce e gestisce, o da cui è gestita, non si sa, diventano in modo immediato non solo protagonisti e voci narranti (o abbaianti) della vicenda, ma anche, in qualche modo, riferimenti simbolici, quasi incarnazioni delle diverse tendenze della natura umana, dei vizi, delle virtù, dei bisogni (non solo fisiologici) e della necessità di socializzare e condividere i passi, gli odori, i sapori e le pulsioni dell'esistere. E non è solo umoristico, diviene pagina dopo pagina chiaramente percepibile, constatare la veridicità del detto secondo cui i cani finiscono per assomigliare ai loro padroni. O forse è vero il contrario. O entrambe le cose.
Anche grazie a questi cani, e alla spinta che sanno dare al modo di sentire e di vivere della protagonista, si concretizza passo dopo passo, attraversando momenti di crisi e di dubbio, aggressioni violente e oppressioni morali, alti e bassi, esaltazioni e depressioni, lo sviluppo tematico fondamentale. Carlotta decide di puntare sulle sue risorse personali, fisiche e mentali, per vincere la sua scommessa. Quella che implica, dopo tutto e nonostante tutto, la vittoria della bontà. La capacità di conservare la speranza. Sempre senza ingenuità, ma anche senza rinunciare all'idea che le cose possano andare meglio. E, alla fine, nel momento in cui con astuzia bonaria agisce sulle cose, e con ironia accetta il proprio corpo così com'è, trova la quadratura del cerchio. O meglio trova uno specchio: il suo alter ego ideale. Identico a partire dal nome: Carlo. Diverso ma affine. In grado di aiutarla a risolvere il giallo della sua vicenda personale, e capace di accompagnarla, metro dopo metro, di fronte al portone del suo destino. Il luogo in cui, per dirla con le parole di Massimo Seriacopi, siamo "un po' artefici, un po' strumento... più o meno consapevoli, più o meno in grado di non farci travolgere, più o meno decisi a farci o non farci trascinare".
Con il gusto e il sapore che resta gradevole nella mente di un romanzo che scorre liscio e fluido e comunica sensazioni e idee tramite un atteggiamento accattivante, l'invito a condividere con sapida allegria il bello e il brutto, la pena e il sorriso che ci attendono dietro i portoni della vita.

© Ivano Mugnaini

* Annalisa Macchia
Il portone di Via Ghibellina, romanzo
Puntoacapo Editrice, Novi Ligure (AL) 2011
pp.78, € 10.00

 


su "Il portone di via Ghibellina": v. anche Lucia Visconti
di Ivano Mugnaini: v. anche Narrativa
di Annalisa Macchia: v. anche Poesia, Critica

 

 

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