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Antonio
Spagnuolo considera il proprio approccio alla poesia come un andar
per lembi che provi a ricucire le parole che scaturiscono
spontaneamente dal suo inconscio. Scrittore versatile e
dall’abbondante produzione in versi e in prosa, questo medico
napoletano (ormai in pensione), da anni di notevole interesse,
meriterebbe un bilancio critico che ne cogliesse dissonanze e
aperture, gli echi risonanti dai silenzi profondi della sua
scrittura e le strutture profonde che la attraversano. È a questo
livello che le sue capacità di evocazione verbale e di suggestività
inconscia diffusa possono essere giudicate. Per lembi è un libro
complesso, che procede lentamente (con brevi squarci di luce e
intervalli di senso che lasciano balenare la possibilità di una
definitiva soluzione dell’enigma), che non concede tregua al lettore
e che lo costringe a riflettere sulle possibilità rimaste alla
poesia quale epistemologia dell’Io e delle sue cristallizzazioni
d’amore: “Offri le meraviglie del tuo gesto, / incerta del passato.
/ Fuori del corpo riconosci l’amaro // naufragio di preghiere, /
ricalcando capricci o paure nel restituire / il saccheggio alla
memoria. / Dietro i miei libri, / dentro ogni foglio, / preziosi
rimproveri di strofe, / mescolando ai timori la nomenclatura / delle
arterie, del cuore, di sinapsi, / quasi a dir sottovoce lo stupore /
dell’ultima domanda. // Alle tue braccia, / conoscendo il tuo gesto,
/ distendo il mio respiro”. Si tratta di una dichiarazione di
poetica: l’affermazione esplicita del fatto che l’origine prima
della scrittura (la trasformazione dei segni compresi nel testo in
proposte di comunicazione verbale) è il corpo stesso del poeta. Un
corpo fatto di carne, cuore e sinapsi ma anche capacità di trovare
al proprio interno la ragione profonda del proprio esistere in
quanto forma emozionale e comunicabile. È a questo livello di
discesa nel profondo che i lembi vanno aperti e poi suturati dal
significato delle esperienze linguistiche adottate. Lo stupore sarà
il risultato più compiuto raggiunto dalla capacità del poeta di
aprirsi e di trovare le ragioni ulteriori del proprio scrivere:
stupore che è comprensione e desiderio di andare ancora a quelle
stesse ragioni. Si tratta di scoprire “qualcosa che illuda le ombre”
oppure –dirà successivamente– di voler disgregare “l’incerta
nostalgia”. Ribadire, di conseguenza, il primato della vita e
sconfiggere la morte quando si presenti coi tratti dell’illusione e
del rimpianto del passato, è il compito della scrittura: ricucire i
lembi separati dalla paura di vivere nel presente, aprirne altri per
capire cosa fa funzionare la macchina del desiderio che conduce alla
scrittura, essere in grado di “modellare altre notizie”, “spezzare
dinieghi”, “riportare le emozioni”. È stato per primo Mario Pomilio
(in A. Spagnuolo, Candida, Guida 1985) a dare di questa poesia una
delle migliori definizioni possibili: “Ha scritto una volta Antonio
Spagnuolo che ‘la poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il
luogo della poesia’. Ma una così esplicita professione di fede
psicanalitica non si limita affatto al regime della poetica. Essa
comporta da parte di Spagnuolo una vera e propria assunzione di
contenuti e mitemi anch’essi di origine psicanalitica: […]
l’endiadi-opposizione di libido e morte, assunti per via
d’un’estrema semplificazione con un’intensità quasi aggressiva e
sofferti per converso fino allo spasimo e allo sgomento…”. Analoga
dichiarazione, così netta, si potrà fare anche per quest’ultimo
libro.
© Giuseppe Panella,
in Semicerchio, 01.11.2005
* Antonio Spagnuolo, Per lembi
Manni Editori, 2004 - ISBN 88-8176-582-9; p. 80, € 10,00
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