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FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / GIOVANNI FONTANA


Prefazione a "Regalità della luce" di Maria Benedetta Cerro*
 

La regalità è rivelazione in sé. Regalità di luce è luce in sé. Il giorno che consuma la notte. Che quotidianamente rivela e si rivela. Un percorso di millenni che si rinnova sempre identico. Rigoroso nella sua invariabilità. Senza sorprese. Senza epifanie ulteriori. Ma c’è in questo meccanismo la forza di un racconto che nell’immutabilità sfida i millenni. Regalità di un impianto che spinge alla la conoscenza. Regalità che rinnova ogni giorno un miracolo agli occhi aperti sull’abisso della mente. Dove la luce, però, non serve a rischiarare il mistero dell’angoscia che non ha origine certa. Che accompagna ombre in percorsi ambigui dove il tempo non è più riconoscibile, così compromesso tra il sogno e la realtà. Così compresso. O così dilatato tra raziocinanti bagliori e oscuri inciampi. Lampi di interrogativi senza risposta. Anditi senza varchi. Dove comunque un disegno attento potrebbe in qualche modo far ruotare sui cardini le porte pesanti di un pensiero immoto. Imperturbabile nella sua monolitica malattia. Ed ecco allora che la mobilità del canto, sia pure nella sua atavica fragilità, sempre rinnovata nelle ossa e nel cuore, fende le nebbie. Barlumi, forse anche irraggiungibili, stregano comunque lo spazio nella loro percettibilità volante. Si parla qui di trasfigurazioni dell’assenza che rendono luminosità corpuscolari. O di flebili fuochi. Di tenui fiammelle dell’animo e del senso. Quando l’animo è il senso e il senso si fa anima delle cose e delle circostanze. Dei gesti e delle sembianze. Delle testimonianze perdute. Della devianza e della fratellanza. Della padronanza dello spazio e della lontananza del nome. E poi dell’esuberanza che è nella natura del mondo. Percepita in un tondo specchio deformante. Così che pure l’acerba età del Parmigianino si fa lungimirante. Così che l’equidistanza dei cardini favorisce rivelazioni conturbanti. Toccanti e superbe nella loro bellezza. Nella loro asprezza. Insomma. Se c’è l’orrendo peccato del mondo in apertura. Se le idolatrie dei tempi. Se oggi. Se ieri. Se le violenze. Irruente nell’indifferenza. Se dirompenti nella sofferenza. Invocano un intervento mediatore. C’è chi pensa. Come forse sogna Benedetta Cerro. Che uno scriba vestito di lino. Candido e puro. Di portamento regale. Come non è nei re di ordinario potere. Segna gli uomini. Sulla fronte. Sul petto di chi sospira e geme. Affinché venga riconosciuto e difeso. Salvato e riscattato. Mentre la Musa osserva. Per poi voltare le spalle alla tristezza. Ed ecco che allora il sole trafigge le fronti con la regolarità del ciclo. Anche se la minaccia dell’ombra ammala i bagliori nelle discese rovinose delle polveri. Delle ceneri. Nelle clessidre ingannatrici o impazienti. Che si pongono come trappole quando “attendi un tempo che non dovresti”. Si tratta del rovesciamento delle coordinate della percettibilità dove il verso “ode le invisibili voci”. E dove “il vuoto che tu pensi / immagine del nulla” è sempre cantabile. Sia pure in segreto. Ben venga allora “uno che scrive versi / e li canta a ritroso”. Del resto “Immota è l’anima / se scampa dal pensiero”. Risulterebbe indenne, quindi. Ma quell’immagine talvolta si satura di ioni che si dibattono in uno spazio dove l’orgoglio del silenzio si fa attesa in un labirinto di porte e di porte. Mentre i “labirinti a pioli” che evocano Escher trascendono le geometrie. Percorsi senza mete. Anche se sembrano palesare ricongiungimenti dove pare si scambi il reale con il divino attraverso le architetture nei crocicchi. Ma l’edicola è “vuota”. Ecco allora che il labirinto si rivela quasi un percorso di penitenza e amore amaro che si risolve tutto in quel vuoto. “La figura / che sale”. Che percorre un labirinto di scale. Dove “la luce divora / e dopo sarà il vuoto / che tutto amplifica e confonde”. E allora riprende il viaggio al buio che racchiude i segni della vita in una morsa di pareti nude. E la chiave è gettata nell’abisso. Offerta in pegno a chi. Per che. Del resto. Se l’ “abisso [è] affamato / di disastri”. Se lì il tempo è altro dal tempo, la parola serra l’oscurità nei suoi fonemi. Ma non l’oscurità serra la gola. “Leggi. È la parola / il cardine e la spranga”. Un progetto che rischiara gli spazi del silenzio e ne purifica la forma contro la malattia del canto. Condannato a perdersi nel rumore dei giorni. Giorni. Giorni di effimere virtù. E di gran peso sulla bilancia tragica della morte. Dov’è la conoscenza se non nella coscienza stessa del silenzio. “Abbiamo censito i morti / dal peso delle ceneri”. E quelle ceneri leggere e impalpabili depositano dai turbini gli strati che si fanno pesanti e gravano sul cuore come quelle eruttive sui tetti delle case basse che crollano e si disfanno a terra. Insomma: qui il silenzio si fa specchio di conoscenza e vaticinio. Ma c’è anche la luce dei corpi. Il loro magnetismo. Un magnetismo animale che l’anima assale nelle sospensioni. Nelle trasfigurazioni dolorose degli eventi. Il distacco segnato o la separazione volontaria o l’impossibilità. Dove un sole invernale ogni tanto sembra riscaldare un ghiaccio di ansie e alterazioni. Tornano anche in questo libro le figure dell’inverno. Le loro buie cadute. Ma anche le lacerazioni dell’imperturbabilità del marmo. Spaccati di ambienti pregni di lattiginosa foschia con lampi di colore intenso. Come il rosso di un tulipano che prega nella sua forma per sette giorni su un “gambo penitente” reclino sulle attese. Del resto è “impossibile toccare il sole / che s’attarda”. Quando s’attarda. E ci sono i suoni. Sono tonfi sordi. Dei “frutti che non matureranno”. Che piombano in un letto di terra che li accoglie umida e scura e li trafigge di larve d’insetto. Con mille bocche. Bavosi opercoli strazianti li tormenteranno in labirinti intestini che ne faciliteranno la decomposizione. Finirà con muffe e polveri. Palpabili. Appena appena. Che si tramuteranno in pollini o in ali di farfalle. Che si poseranno poi su nuovi fiori. E nuovi fiori. In questo può risolversi la magia delle attese. Ma qui c’è tutta la pienezza della vita. Nella consapevolezza che si fa leggera. E questa leggerezza ha bisogno di spazio. Una distesa d’erba che riflette il cielo è l’espansione improvvisa della stanza serrata che si spalanca in un mare d’erba terso che ospita un cuore pulsante e “pieno”. Ecco però la prigione dell’anima nell’armonia del canto che ripercuote mentale le cifre della malinconia. Che batte contro pareti esili che lasciano talvolta trasparire suoni indistinti. Forse del tutto apparenti. Di prefigurazioni. Di ansie prolungate che non avranno esito se non nei versi segreti che ne afferreranno gli echi. Sembra che si riponga qui fiducia in una parola densa di amore e struggimento per le cose e i fatti dell’anima e del mondo. Ricercare. Ricercare una lingua che dia luce all’idea che del mondo si ha. La lingua della poesia che è “lingua della lode”. Che ha in sospetto il flusso dei nostri giorni. Contraria a un secolo negativo. Di modernità. Forse bastarda. O forse imbastardita. Lingua come segno di conoscenza. Di affermazione di una filosofia di vita. Che sposi la poesia. Ma il grido implode in chi percorre la strada senza senso. Uno che a testa bassa fissa il manto sconnesso della via e non vede dove porti. “Uno che non vuole dietro / altro che il suono del suo passo / e la sua ombra”. Quale l’aspirazione. Di essere consegnata al vuoto. Forse. Di essere consegnata alla terra. O diventare terra. O aria. “Indosserò l’abito dei semi”. Chissà. “ Sarò polline un giorno”. Dove il soprannaturale si confonde con il sogno. Nella TRILOGIA DEI SEGNI espiando “la presunzione di vivere” l’incertezza dei percorsi e le difficoltà sono naufragate nella “nostalgia della perfezione”. Ma si accendono speranze sulla “via di Damasco / [che] è lastricata di luce”. Non posso. Però. Non sentirmi inquieto. Io. Sonoro. Se “ora la parola è un soffio / nella bocca vuota dell’urlo”. Che non può non ricordare il grido gelido di Munch. Insonorizzato nei tratti dell’immagine e per questo più duro. Più inquietante. Chissà quale l’orrore. Chissà. Quale mistero cupo. O cavernoso grido. Denso. Tagliente. Penetrante. Acuto forse. Oltre la gamma dell’udibilità ordinaria. Assoluto nelle molecole dell’anima. Se l’anima ne ha. O nel suo plasma. Se fluisce. O nelle vibrazioni. Se vibra. Così come si sa. Che la materia è in vibrazione. E cangia al ritmo della danza. “Lei è l’assenza” nell’ELOGIO DELLA DANZATRICE ROSSA E DELLA PICCOLA VIOLA. “So che ha bracciali alle caviglie / chiome ventose e collane / di semi e di conchiglie”. Si tratta di una nuvola acustica che appare in tutta la sua sensualità. E la follia sottile del movimento gratuito apre orizzonti nuovi. Inesplorati o percorsi da entità impalpabili. E in questo vortice, allora, puoi accendere lampi di energia. “Fuggi da una vita dalla prosa spenta / – ti dico fuggi – da una vita / dalla prosa spenta”. Tra visibile e invisibile i tratti limpidi degli oggetti e quelli ingannevoli degli spazi si fanno simbolo misterioso dell’io. Dove l’invisibilità è specchio paradossale del peso del corpo. Della sua caducità. Della disgregazione delle cose stesse che al primo istante, invece, appaiono tracciate in un momento di eternità ideale. Ma l’affanno. Il silenzio è sfondo. Presenza. O fondo. Come profondità da esplorare traguardando i contorni delle cose. “Starò seduta sopra una spalliera / a fissare l’ordine del fuoco”. Poi. Nella STANZA DELL’ATTESA. La luce è “inaccessibile”. Lì c’è “l’ennesima rosa di sangue” àncora del reale. “Non c’è ragione di guardare in alto / - tutto è molto al di sopra delle nubi. / E oltre la diceria del nome”. E il canto si affaccia come a riparare strappi improvvisi. Fuori dalle congestioni temporali le realtà domestiche si vestono di spazi acustici ritagliati nel respiro degli oggetti. Tremori. Immobilità improvvise. “Rotolò nel cuore delle fontane / nel vento delle foglie”. Vibrazioni e fragilità. “Come sognano / ai muri i glicini rampanti”. Poi i sussurri sommersi nella notte. La perdita. La sospensione. La sofferenza. Un respiro che marca. Tratteggia. Ripercorre le superfici. Le attraversa. “Saranno perle / rapite alle conchiglie / i versi chiusi / in globi di cristallo”. Affonda nelle radici. “Non posso seguirti nell’abisso / diafano del sasso”. Affonda e strazia. “Udivo l’anima farsi dolore / tenuta da un chiodo / per un lembo”. Poi “Il candelabro al centro / perché ogni angolo veda”. Così. Così “distanti innalzeranno canti i fiori”.
Ma in tutto questo la raccomandazione è: “Nessuno sappia che tu vivi”. Anche se nella STANZA DELL’ASCESA c’è volontà di luce. “Richiamo la parola / dal dizionario oscuro degli sguardi / e lei mi acceca / con verità che brucia”. In quella stanza “vado in cima al tempo / all’aurora e al vorticoso arancio”. E “la gola annunciava la luce / con suono di ritorta conchiglia”. Finché nella STANZA DELLA VISIONE “la parola che taglia l’aria / con la sua purezza […] scaglia per le altitudini / il suo pugno di lode”. E grida: “Anima, brucia”. Ma la stanza della visione è sinestetica tanto che “dalle dita rapprese non sapeva / svincolarsi la teoria del suono”. “Potrà la bocca dimenticare il nome / l’occhio cercare nel cuore spalancato / dell’oblio. E lei danzare / sul cordoglio insensato dei colori. / E ancora lei cantare / per i testimoni dell’inverno / un suono rovente che gli amanti spoglia”. Ma bruciando “In fondo al cuore della morte / urlerà ancora la vita”. Allora tu: “Taci. Ascolta / Nessuno sappia che tu vivi”
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© Giovanni Fontana

* Maria Benedetta Cerro, Regalità della luce
Salvatore Sciascia Editore 2009
ISBN 978-88-8241-317-0
 

 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.