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La
regalità è rivelazione in sé. Regalità di luce è luce in sé. Il
giorno che consuma la notte. Che quotidianamente rivela e si rivela.
Un percorso di millenni che si rinnova sempre identico. Rigoroso
nella sua invariabilità. Senza sorprese. Senza epifanie ulteriori.
Ma c’è in questo meccanismo la forza di un racconto che
nell’immutabilità sfida i millenni. Regalità di un impianto che
spinge alla la conoscenza. Regalità che rinnova ogni giorno un
miracolo agli occhi aperti sull’abisso della mente. Dove la luce,
però, non serve a rischiarare il mistero dell’angoscia che non ha
origine certa. Che accompagna ombre in percorsi ambigui dove il
tempo non è più riconoscibile, così compromesso tra il sogno e la
realtà. Così compresso. O così dilatato tra raziocinanti bagliori e
oscuri inciampi. Lampi di interrogativi senza risposta. Anditi senza
varchi. Dove comunque un disegno attento potrebbe in qualche modo
far ruotare sui cardini le porte pesanti di un pensiero immoto.
Imperturbabile nella sua monolitica malattia. Ed ecco allora che la
mobilità del canto, sia pure nella sua atavica fragilità, sempre
rinnovata nelle ossa e nel cuore, fende le nebbie. Barlumi, forse
anche irraggiungibili, stregano comunque lo spazio nella loro
percettibilità volante. Si parla qui di trasfigurazioni dell’assenza
che rendono luminosità corpuscolari. O di flebili fuochi. Di tenui
fiammelle dell’animo e del senso. Quando l’animo è il senso e il
senso si fa anima delle cose e delle circostanze. Dei gesti e delle
sembianze. Delle testimonianze perdute. Della devianza e della
fratellanza. Della padronanza dello spazio e della lontananza del
nome. E poi dell’esuberanza che è nella natura del mondo. Percepita
in un tondo specchio deformante. Così che pure l’acerba età del
Parmigianino si fa lungimirante. Così che l’equidistanza dei cardini
favorisce rivelazioni conturbanti. Toccanti e superbe nella loro
bellezza. Nella loro asprezza. Insomma. Se c’è l’orrendo peccato del
mondo in apertura. Se le idolatrie dei tempi. Se oggi. Se ieri. Se
le violenze. Irruente nell’indifferenza. Se dirompenti nella
sofferenza. Invocano un intervento mediatore. C’è chi pensa. Come
forse sogna Benedetta Cerro. Che uno scriba vestito di lino. Candido
e puro. Di portamento regale. Come non è nei re di ordinario potere.
Segna gli uomini. Sulla fronte. Sul petto di chi sospira e geme.
Affinché venga riconosciuto e difeso. Salvato e riscattato. Mentre
la Musa osserva. Per poi voltare le spalle alla tristezza. Ed ecco
che allora il sole trafigge le fronti con la regolarità del ciclo.
Anche se la minaccia dell’ombra ammala i bagliori nelle discese
rovinose delle polveri. Delle ceneri. Nelle clessidre ingannatrici o
impazienti. Che si pongono come trappole quando “attendi un tempo
che non dovresti”. Si tratta del rovesciamento delle coordinate
della percettibilità dove il verso “ode le invisibili voci”. E dove
“il vuoto che tu pensi / immagine del nulla” è sempre cantabile. Sia
pure in segreto. Ben venga allora “uno che scrive versi / e li canta
a ritroso”. Del resto “Immota è l’anima / se scampa dal pensiero”.
Risulterebbe indenne, quindi. Ma quell’immagine talvolta si satura
di ioni che si dibattono in uno spazio dove l’orgoglio del silenzio
si fa attesa in un labirinto di porte e di porte. Mentre i
“labirinti a pioli” che evocano Escher trascendono le geometrie.
Percorsi senza mete. Anche se sembrano palesare ricongiungimenti
dove pare si scambi il reale con il divino attraverso le
architetture nei crocicchi. Ma l’edicola è “vuota”. Ecco allora che
il labirinto si rivela quasi un percorso di penitenza e amore amaro
che si risolve tutto in quel vuoto. “La figura / che sale”. Che
percorre un labirinto di scale. Dove “la luce divora / e dopo sarà
il vuoto / che tutto amplifica e confonde”. E allora riprende il
viaggio al buio che racchiude i segni della vita in una morsa di
pareti nude. E la chiave è gettata nell’abisso. Offerta in pegno a
chi. Per che. Del resto. Se l’ “abisso [è] affamato / di disastri”.
Se lì il tempo è altro dal tempo, la parola serra l’oscurità nei
suoi fonemi. Ma non l’oscurità serra la gola. “Leggi. È la parola /
il cardine e la spranga”. Un progetto che rischiara gli spazi del
silenzio e ne purifica la forma contro la malattia del canto.
Condannato a perdersi nel rumore dei giorni. Giorni. Giorni di
effimere virtù. E di gran peso sulla bilancia tragica della morte.
Dov’è la conoscenza se non nella coscienza stessa del silenzio.
“Abbiamo censito i morti / dal peso delle ceneri”. E quelle ceneri
leggere e impalpabili depositano dai turbini gli strati che si fanno
pesanti e gravano sul cuore come quelle eruttive sui tetti delle
case basse che crollano e si disfanno a terra. Insomma: qui il
silenzio si fa specchio di conoscenza e vaticinio. Ma c’è anche la
luce dei corpi. Il loro magnetismo. Un magnetismo animale che
l’anima assale nelle sospensioni. Nelle trasfigurazioni dolorose
degli eventi. Il distacco segnato o la separazione volontaria o
l’impossibilità. Dove un sole invernale ogni tanto sembra riscaldare
un ghiaccio di ansie e alterazioni. Tornano anche in questo libro le
figure dell’inverno. Le loro buie cadute. Ma anche le lacerazioni
dell’imperturbabilità del marmo. Spaccati di ambienti pregni di
lattiginosa foschia con lampi di colore intenso. Come il rosso di un
tulipano che prega nella sua forma per sette giorni su un “gambo
penitente” reclino sulle attese. Del resto è “impossibile toccare il
sole / che s’attarda”. Quando s’attarda. E ci sono i suoni. Sono
tonfi sordi. Dei “frutti che non matureranno”. Che piombano in un
letto di terra che li accoglie umida e scura e li trafigge di larve
d’insetto. Con mille bocche. Bavosi opercoli strazianti li
tormenteranno in labirinti intestini che ne faciliteranno la
decomposizione. Finirà con muffe e polveri. Palpabili. Appena
appena. Che si tramuteranno in pollini o in ali di farfalle. Che si
poseranno poi su nuovi fiori. E nuovi fiori. In questo può
risolversi la magia delle attese. Ma qui c’è tutta la pienezza della
vita. Nella consapevolezza che si fa leggera. E questa leggerezza ha
bisogno di spazio. Una distesa d’erba che riflette il cielo è
l’espansione improvvisa della stanza serrata che si spalanca in un
mare d’erba terso che ospita un cuore pulsante e “pieno”. Ecco però
la prigione dell’anima nell’armonia del canto che ripercuote mentale
le cifre della malinconia. Che batte contro pareti esili che
lasciano talvolta trasparire suoni indistinti. Forse del tutto
apparenti. Di prefigurazioni. Di ansie prolungate che non avranno
esito se non nei versi segreti che ne afferreranno gli echi. Sembra
che si riponga qui fiducia in una parola densa di amore e
struggimento per le cose e i fatti dell’anima e del mondo.
Ricercare. Ricercare una lingua che dia luce all’idea che del mondo
si ha. La lingua della poesia che è “lingua della lode”. Che ha in
sospetto il flusso dei nostri giorni. Contraria a un secolo
negativo. Di modernità. Forse bastarda. O forse imbastardita. Lingua
come segno di conoscenza. Di affermazione di una filosofia di vita.
Che sposi la poesia. Ma il grido implode in chi percorre la strada
senza senso. Uno che a testa bassa fissa il manto sconnesso della
via e non vede dove porti. “Uno che non vuole dietro / altro che il
suono del suo passo / e la sua ombra”. Quale l’aspirazione. Di
essere consegnata al vuoto. Forse. Di essere consegnata alla terra.
O diventare terra. O aria. “Indosserò l’abito dei semi”. Chissà. “
Sarò polline un giorno”. Dove il soprannaturale si confonde con il
sogno. Nella TRILOGIA DEI SEGNI espiando “la presunzione di vivere”
l’incertezza dei percorsi e le difficoltà sono naufragate nella
“nostalgia della perfezione”. Ma si accendono speranze sulla “via di
Damasco / [che] è lastricata di luce”. Non posso. Però. Non sentirmi
inquieto. Io. Sonoro. Se “ora la parola è un soffio / nella bocca
vuota dell’urlo”. Che non può non ricordare il grido gelido di
Munch. Insonorizzato nei tratti dell’immagine e per questo più duro.
Più inquietante. Chissà quale l’orrore. Chissà. Quale mistero cupo.
O cavernoso grido. Denso. Tagliente. Penetrante. Acuto forse. Oltre
la gamma dell’udibilità ordinaria. Assoluto nelle molecole
dell’anima. Se l’anima ne ha. O nel suo plasma. Se fluisce. O nelle
vibrazioni. Se vibra. Così come si sa. Che la materia è in
vibrazione. E cangia al ritmo della danza. “Lei è l’assenza”
nell’ELOGIO DELLA DANZATRICE ROSSA E DELLA PICCOLA VIOLA. “So che ha
bracciali alle caviglie / chiome ventose e collane / di semi e di
conchiglie”. Si tratta di una nuvola acustica che appare in tutta la
sua sensualità. E la follia sottile del movimento gratuito apre
orizzonti nuovi. Inesplorati o percorsi da entità impalpabili. E in
questo vortice, allora, puoi accendere lampi di energia. “Fuggi da
una vita dalla prosa spenta / – ti dico fuggi – da una vita / dalla
prosa spenta”. Tra visibile e invisibile i tratti limpidi degli
oggetti e quelli ingannevoli degli spazi si fanno simbolo misterioso
dell’io. Dove l’invisibilità è specchio paradossale del peso del
corpo. Della sua caducità. Della disgregazione delle cose stesse che
al primo istante, invece, appaiono tracciate in un momento di
eternità ideale. Ma l’affanno. Il silenzio è sfondo. Presenza. O
fondo. Come profondità da esplorare traguardando i contorni delle
cose. “Starò seduta sopra una spalliera / a fissare l’ordine del
fuoco”. Poi. Nella STANZA DELL’ATTESA. La luce è “inaccessibile”. Lì
c’è “l’ennesima rosa di sangue” àncora del reale. “Non c’è ragione
di guardare in alto / - tutto è molto al di sopra delle nubi. / E
oltre la diceria del nome”. E il canto si affaccia come a riparare
strappi improvvisi. Fuori dalle congestioni temporali le realtà
domestiche si vestono di spazi acustici ritagliati nel respiro degli
oggetti. Tremori. Immobilità improvvise. “Rotolò nel cuore delle
fontane / nel vento delle foglie”. Vibrazioni e fragilità. “Come
sognano / ai muri i glicini rampanti”. Poi i sussurri sommersi nella
notte. La perdita. La sospensione. La sofferenza. Un respiro che
marca. Tratteggia. Ripercorre le superfici. Le attraversa. “Saranno
perle / rapite alle conchiglie / i versi chiusi / in globi di
cristallo”. Affonda nelle radici. “Non posso seguirti nell’abisso /
diafano del sasso”. Affonda e strazia. “Udivo l’anima farsi dolore /
tenuta da un chiodo / per un lembo”. Poi “Il candelabro al centro /
perché ogni angolo veda”. Così. Così “distanti innalzeranno canti i
fiori”.
Ma in tutto questo la raccomandazione è: “Nessuno sappia che tu
vivi”. Anche se nella STANZA DELL’ASCESA c’è volontà di luce.
“Richiamo la parola / dal dizionario oscuro degli sguardi / e lei mi
acceca / con verità che brucia”. In quella stanza “vado in cima al
tempo / all’aurora e al vorticoso arancio”. E “la gola annunciava la
luce / con suono di ritorta conchiglia”. Finché nella STANZA DELLA
VISIONE “la parola che taglia l’aria / con la sua purezza […]
scaglia per le altitudini / il suo pugno di lode”. E grida: “Anima,
brucia”. Ma la stanza della visione è sinestetica tanto che “dalle
dita rapprese non sapeva / svincolarsi la teoria del suono”. “Potrà
la bocca dimenticare il nome / l’occhio cercare nel cuore spalancato
/ dell’oblio. E lei danzare / sul cordoglio insensato dei colori. /
E ancora lei cantare / per i testimoni dell’inverno / un suono
rovente che gli amanti spoglia”. Ma bruciando “In fondo al cuore
della morte / urlerà ancora la vita”. Allora tu: “Taci. Ascolta /
Nessuno sappia che tu vivi”. ©
Giovanni Fontana
* Maria Benedetta
Cerro, Regalità della luce
Salvatore Sciascia Editore 2009
ISBN 978-88-8241-317-0
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