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Dell’arte di Vincenzo Cacace,
suggestiona quel suo così intenso spaziare nel mito, interpretato in
una regione interna della sensibilità, nel fantastico di una natura
simbolica e onirica, che non è solo traduzione di un immaginario, ma
anche river-bero di una tensione psichica e spirituale, di una
personale visione del mondo.
È qui il luogo d’origine della sua opera, che non è arte di
citazione, sebbene il lin-guaggio e le stesse coordinate stilistiche
paiono rimandare ad espressioni di un’arte colta, rimarcanti, nella
cifra di un’abilità tecnica, modelli di diverse accademie del
passato.
Per Cacace il discorso è più complesso, ma anche più semplice. Più
complesso per-ché l’artista entra direttamente nella coniugazione del
suo universo simbolico, inse-guendo lucidamente un suo percorso
intuitivo, svelando prima a se stesso che agli altri i suoi magmi
interni, le sue spinte espressive, le sue fantasie e i suoi simboli
vitali, rincorrendoli nello schermo interiore come riflessi di una
ancestrale memoria e rileggendoli sulla tela con passione e
nitidezza formale.
Più semplice perché il suo universo figurativo proviene senza
apparente fatica da una natura istintivamente visionaria, fresca nel
suo gettito espressivo, ancorché complessa nella sua elaborazione
visiva. Non c’è dunque, nella sua arte, pesan-tezza
intellettualistica, nonostante il riferimento pressoché costante ad
una cultura storica e classica, nonostante il frequente ricorso a
simboli e segnali di una cultura criptica e talora esoterica di un
passato antico e indecifrato.
C’è piuttosto come sottaciuta nostalgia nelle sue opere, dietro gli
sguardi dolci e tra-sognati di fanciulle greche, dietro gli stessi
volti di pietra o nelle città deserte e per-dute nello spazio e nel
tempo o nei tratti morbidi di forme splendenti che evocano una
sensualità urgente e vigilata.
La nostalgia è una condizione interna, uno stato dell’anima. Non
attiene solo alla memoria, ma riguarda la sensibilità, il rapporto
tra sé e se medesimo, in una perce-zione della vita che include la
dimensione psichica della propria esistenza. Nostal-gia non è solo
ricordare avvertendo la distanza, ma anche costruire la distanza,
anzi ricostruirla, ravvederla, darle senso, farne un luogo simbolico
del proprio universo interiore.
Così Cacace costruisce il suo mito, come una geografia improbabile
eppure vivida nella mente e nel cuore di un universo sommerso, di un
paradiso perduto, di una vita avveniente, del passato e del futuro.
C’è in questa sua percezione dello spazio e del tempo una visione
cosmica del sentimento e della storia che sfugge ad una immediata
decifrazione linguistica, che si avverte solo aderendovi
misticamente, magicamente. Certi cieli serali, variegatissimi e
chiusi nella cupola dell’orizzonte, specchi marini perduti nelle
infinite trasparenze di antichi silenzi, deserte plaghe su cui si
rinvengono fino a lambire l’onda di rute mura di civiltà sconosciute
e ancora fiori ed angeli, cavalieri, velieri fantasmagorici, isole
sommerse e templi deserti: tutto restituisce il senso spirituale e
romantico di una cosmicità misteriosa e segreta, ma anche di una
migrazione psicologica verso un oltre inconosciuto.
Né la preponderanza di un immaginario classico elude la modernità
psicologica del linguaggio. Linguaggio letterario, anche, che nella
traduzione visiva individua un costante riferimento alla parola
scritta, alla interpretazione metaforica in un contesto poetico e
narrativo.
Contesto di cui Cacace, come si è scritto, non è distaccato
interprete, ma ispirato, allarmato e lirico veggente.
Che tutto questo poggi infine su di una tecnica affinata, su di un
uso levigatissimo del colore, ciò aggiunge alla sua iconografia
quella preziosità che il mestiere, antica sapientia, conferisce come
dono coniugato della sensibilità e della ragione ad ogni opera dell’uomo.
© Giorgio Agnisola, 2003
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