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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / GIORGIO AGNISOLA


L'Arte di Vincenzo Cacace

Dell’arte di Vincenzo Cacace, suggestiona quel suo così intenso spaziare nel mito, interpretato in una regione interna della sensibilità, nel fantastico di una natura simbolica e onirica, che non è solo traduzione di un immaginario, ma anche river-bero di una tensione psichica e spirituale, di una personale visione del mondo.
È qui il luogo d’origine della sua opera, che non è arte di citazione, sebbene il lin-guaggio e le stesse coordinate stilistiche paiono rimandare ad espressioni di un’arte colta, rimarcanti, nella cifra di un’abilità tecnica, modelli di diverse accademie del passato.
Per Cacace il discorso è più complesso, ma anche più semplice. Più complesso per-ché l’artista entra direttamente nella coniugazione del suo universo simbolico, inse-guendo lucidamente un suo percorso intuitivo, svelando prima a se stesso che agli altri i suoi magmi interni, le sue spinte espressive, le sue fantasie e i suoi simboli vitali, rincorrendoli nello schermo interiore come riflessi di una ancestrale memoria e rileggendoli sulla tela con passione e nitidezza formale.
Più semplice perché il suo universo figurativo proviene senza apparente fatica da una natura istintivamente visionaria, fresca nel suo gettito espressivo, ancorché complessa nella sua elaborazione visiva. Non c’è dunque, nella sua arte, pesan-tezza intellettualistica, nonostante il riferimento pressoché costante ad una cultura storica e classica, nonostante il frequente ricorso a simboli e segnali di una cultura criptica e talora esoterica di un passato antico e indecifrato.
C’è piuttosto come sottaciuta nostalgia nelle sue opere, dietro gli sguardi dolci e tra-sognati di fanciulle greche, dietro gli stessi volti di pietra o nelle città deserte e per-dute nello spazio e nel tempo o nei tratti morbidi di forme splendenti che evocano una sensualità urgente e vigilata.
La nostalgia è una condizione interna, uno stato dell’anima. Non attiene solo alla memoria, ma riguarda la sensibilità, il rapporto tra sé e se medesimo, in una perce-zione della vita che include la dimensione psichica della propria esistenza. Nostal-gia non è solo ricordare avvertendo la distanza, ma anche costruire la distanza, anzi ricostruirla, ravvederla, darle senso, farne un luogo simbolico del proprio universo interiore.
Così Cacace costruisce il suo mito, come una geografia improbabile eppure vivida nella mente e nel cuore di un universo sommerso, di un paradiso perduto, di una vita avveniente, del passato e del futuro. C’è in questa sua percezione dello spazio e del tempo una visione cosmica del sentimento e della storia che sfugge ad una immediata decifrazione linguistica, che si avverte solo aderendovi misticamente, magicamente. Certi cieli serali, variegatissimi e chiusi nella cupola dell’orizzonte, specchi marini perduti nelle infinite trasparenze di antichi silenzi, deserte plaghe su cui si rinvengono fino a lambire l’onda di rute mura di civiltà sconosciute e ancora fiori ed angeli, cavalieri, velieri fantasmagorici, isole sommerse e templi deserti: tutto restituisce il senso spirituale e romantico di una cosmicità misteriosa e segreta, ma anche di una migrazione psicologica verso un oltre inconosciuto.
Né la preponderanza di un immaginario classico elude la modernità psicologica del linguaggio. Linguaggio letterario, anche, che nella traduzione visiva individua un costante riferimento alla parola scritta, alla interpretazione metaforica in un contesto poetico e narrativo.
Contesto di cui Cacace, come si è scritto, non è distaccato interprete, ma ispirato, allarmato e lirico veggente.
Che tutto questo poggi infine su di una tecnica affinata, su di un uso levigatissimo del colore, ciò aggiunge alla sua iconografia quella preziosità che il mestiere, antica sapientia, conferisce come dono coniugato della sensibilità e della ragione ad ogni opera dell’uomo.

© Giorgio Agnisola, 2003

Vincenzo Cacace: galleria

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.