Franco Santamaria,poesia,narrativa,pittura,culturapoesia narrativa pittura arte
   

 

Gianmario Lucini

FRANCO SANTAMARIA

Opere
Hanno detto di
Franco Santamaria
Biografia
Biographie 
SALA DEGLI OSPITI
Poesia
Narrativa
Arte
Critica-Sagg.
Citazioni

Eventi Culturali Naz.
Concorsi Letter./Art.
Link Culturali

SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / GIANMARIO LUCINI


Introduzione a “La parola e la cura” ** di Valeria Serofilli
Monografia con aggiunta dell’inedito “Amalgama”

 

INTRODUZIONE
Fra le grandi, sotterranee divisioni che aggregano e disaggregano le poetiche, vi è il modo di concepire l’arte stessa, in particolare per quanto riguarda la forma: per alcuni la forma è l’essenza stessa dell’arte, per altri è un aspetto di importanza relativa, soprattutto in rapporto alla significatività dei contenuti - ciò che si definisce “spessore” di un’opera d’arte.
La forma, nella concezione tradizionale mutuata da Aristotele in Poetica I e IV e in alcuni passaggi della Retorica, delinea una funzione mimetica della realtà 1). Nella lettura di Aristotele molti si fermano, quasi come di fronte a un “ipse dixit”, a questa sola riflessione del grande filosofo greco e pertanto concludono che la forma, che è imitazione della bellezza è l’elemento indispensabile dell’espressione artistica e in un certo senso consentirebbe di misurarne la validità. Platone invece, specie in Repubblica, considerava l’arte una forma corrotta del sapere, una brutta copia della realtà, che a sua volta è una brutta copia del mondo ideale. Per questo motivo gli artisti dovevano essere estromessi dal governo dello Stato 2). Egli, e prima di lui Senofane, accusa l’arte di pessima rappresentazione morale del mondo degli dèi, che vengono dipinti come esseri meschini e immorali. Platone invero poneva l’etica sopra ogni considerazione e pertanto l’opera non poteva essere bella se non era anche buona. In pratica, istanze etica ed estetica, nella valutazione dell’opera d’arte, dovevano coincidere. Il giudizio di Platone fu poi rivisto e riformulato dai filosofi che a lui si ispirarono nel Rinascimento: all’arte venne attribuita una funzione di intermediazione fra l’umano e il divino, tra la libertà e l’ideale.
In questi diversi filoni del pensiero classico e nelle loro varianti, la forma assume quindi un’importanza primaria per definire, in qualche modo, che cosa sia bello e che cosa non lo sia.
Oggi il concetto di bellezza nell’arte è molto controverso, perché non vi è un’estetica che abbia la pretesa di valore normativo; ma quando la cultura era retta da un’idea di verità dal quale tutto doveva discendere (e quindi di un’etica ed un’estetica normative, sia pure in teoria e non in pratica), ossia nei secoli caratterizzati culturalmente dalle varie metafisiche forti e fino alla crisi della metafisica stessa in tarda età romantica, era normale sostenere di poter definire le regole dell’arte in un particolare canone, era normale che vi fosse un criterio per il giudizio della liceità o correttezza di particolari forme espressive. Ossia, era possibile definire un errore nell’opera d’arte, mentre oggi il concetto di errore nell’opera d’arte è molto più sfumato. In musica ad esempio il perfezionamento di questo canone formale iniziò nel Rinascimento con le musiche di Frescobaldi e Palestrina e raggiunse la sua completezza intorno alla fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, con le grandi opere di Bach, di Vivaldi, di Händel. Per le opere di questo periodo è quindi lecito parlare di errore armonici, melodici o del contrappunto nella scrittura musicale, in base alle regole ferree della teoria musicale – che peraltro ha strette affinità con la matematica. Oggi, se si dovesse giudicare un’opera di John Cage o di Stockhausen e di quasi tutta la musica contemporanea con questi criteri, si scoprirebbe che la musica odierna è un solo enorme errore inclassificabile. La forma, nella musica, è ormai qualcosa di molto diverso da appena 150 anni or sono: quasi nessuna delle vecchie regole è sopravvissuta all’evoluzione (spesso criticabile, ma per aspetti che non possiamo qui trattare) soprattutto della forma.
Analogamente fino a buona parte del secolo XIX, nella pittura, se un artista si azzardava a non rispettare le regole (trovate in età rinascimentale) della prospettiva, era normale parlare di errore nel dipinto. Oggi la prospettiva e le proiezioni ortogonali servono soltanto agli architetti per presentare i loro progetti e agli studenti dei Licei artistici per dannarsi: nella pittura difficilmente qualcuno ne tiene ancora conto.
Nella poesia italiana si fa invece riferimento all’opera di Dante e del Petrarca, che sancirono la popolarità dell’endecasillabo come il principe dei versi, perché evidentemente l’endecasillabo oltre ad ereditare l’evoluzione della metrica classica attraverso la poesia medioevale in latino, rappresentava il respiro più spontaneo o miglior prosodia nell’eloquio poetico della lingua volgare. La forma canonica parte da lì e dall’individuazione di alcune modalità sentite come particolarmente eleganti nel raggruppare i versi, come la terzina, la quartina, la stanza, il sonetto e gli infiniti altri modi di raggrupparli, in modo tale da creare anche dei riferimenti incrociati, degli ipersegni, particolari giochi linguistici intra- ed extratestuali, e così via. La rima divenne l’elemento più popolare e riconoscibile della metrica tradizionale, insieme al ritmo della composizione (la sequenza di accenti forti e deboli).
Vengono poi canonizzate le figure letterarie, le figure sintattiche, fonetiche e semantiche, le figure retoriche sulle quali domina, nella poesia italiana, la metafora. Per coloro che enfatizzano il valore del canone tradizionale, la forma di per se stessa è sufficiente a qualificare un’opera come poesia o come prosa anche se, a rigore, nessuna estetica lo ha mai dichiarato e persino Aristotele lo sottolinea espressamente 3). Vale a dire ad esempio che se un testo è scritto in endecasillabi che formano quartine a rima alternata, giocoforza quella composizione è poesia, al di là di quello che sopra abbiamo definito come “spessore” del testo o validità del suo contenuto. L’accusa che ne deriva è che l’eccesso di forma a scapito del contenuto porta inevitabilmente a una pratica artigiana piuttosto che artistica, una poesia ben truccata e formosa, una “bella senz’anima”, per parafrasare una nota canzonetta di alcuni decenni or sono, o una poesia di poesia, ennesima ripetizione di luoghi comuni in belle parole.
I fautori dei contenuti (e per correttezza verso il lettore diremo che chi scrive lo è) avvertono il pericolo di una invasività della regola canonica che, per alcuni aspetti, tarperebbe le ali all’ispirazione. La forma inoltre, non avrebbe più senso in un mondo che ormai è completamente destrutturato e saturo di ogni verità e del suo contrario. Verrebbe da dire, ironicamente: “dimmi di quale verità metafisica sei e ti dirò quale canone professi”. Il canone infatti, potrebbe anche svolgere la funzione di salvagente a coloro che hanno paura di misurarsi con la libertà di creare, perché la libertà è tutto, ma chiede anche tutto.
Senza addentrarci nella storia infinita di questa secolare discussione, ricorderemo le grandi battaglie delle avanguardie, il cui bersaglio era soprattutto la forma canonica, tanto che non di rado intere composizioni e intere raccolte poetiche trattavano non del mondo del poeta, ma della forma dell’opera d’arte, ossia della poetica (o meglio, di qualche suo particolare aspetto).
Orbene, scrivere una poesia su come si dovrebbe scrivere una poesia è decisamente una ridondanza che personalmente non mi convince, perché si usa la forma per descrivere lei stessa, con una specie di tautologia dove il livello di contenuto spiega in qualche modo la scrittura che lo crea e considera implicita una relazione o un interesse comune col lettore che è tutto da dimostrare (e, prima ancora, da guadagnare, come tutte le relazioni); come? scrivendo poesie e non trattati di poetica in versi rivoluzionari.
I fautori del contenuto sottintendono però che la poesia debba avere un preciso messaggio relazionale, che necessita di interlocutori e che per forza di cose veicola un senso, un interesse fra poeta e lettore e pertanto un rapporto stringente fra di loro. Ogni scrittura poetica ha però un messaggio, anche quella scritta osservando le più ferree disposizioni canoniche: non si nega questa ovvietà, ma se si confronta un qualsiasi poeta del ‘900 con un poeta precedente si noterà (con le debite eccezioni e sfumature caso per caso, a cominciare dal Leopardi se non dal Parini) che l’autore che sia davvero del ‘900 e non solo per anagrafe, usa il linguaggio in maniera pregnante e diretta, finalizzata a trasmettere un preciso messaggio al lettore. Non si parla di una bellezza astratta o evanescente e a volte decisamente noiosa nonostante la perfezione formale canonica, come ad esempio ne La pioggia nel pineto di D’Annunzio, ma di una bellezza umana e concreta, a volte paradossalmente brutta (adottando i canoni estetici classici) come nella poesia La capra di Saba, come nella prima grande produzione ungarettiana, come nelle poesie spigliate e pur borghesi ma umanissime e comunicative di un Gozzano, nelle dure Revolverate di un Lucini, nei tormentati versi di un Rebora, e così via. Già le prime rivolte alla forma, pur mantenuta ma almeno su un piano paritetico al contenuto, si caratterizzano nella radicale trasformazione del verso, con l’invenzione del verso libero di Gianpietro Lucini, adottato poi da quasi tutti gli autori del ‘900. I futuristi e i dadaisti lavorano poi sullo specifico della lingua, dei sememi, dei grafemi, del lessico. La poesia accoglie il rumore, il guaito, l’ululato, di tutto. Nasce la poesia visiva, nascono le varie forme di contaminazione fra poesia e prosa, nasce l’anti-poesia e la poetica dell’impoetico, si profetizza la fine della poesia (magari in versi). Il risultato di tutti questi sperimentalismi è, a mio modo di vedere, abbastanza chiaro: laddove le avanguardie hanno prodotto opere di vera ispirazione sono credibili, al di là della forma (e quindi con la dimostrazione che la forma non è solo canonica), ma laddove le avanguardie hanno usato la rivolta alla forma identificandola toutcourt con l’arte stessa, lì hanno fallito, perché la lettura di queste opere, oltre ad essere di una noia mortale, ci trasmette messaggi intenzionali, “numerici” 4) di filosofia estetica più che contenuti artistici. Dunque sono opere che hanno un fine esterno, che servono a qualcosa, mentre la poesia vera, così come la filosofia, non serve a niente e soprattutto non serve nessuno.
Proporsi di scrivere secondo i dettami di un certo “Manifesto” avanguardistico non è infine meno vincolante (anzi, lo è di più) che scrivere osservando le regole canoniche della poesia classica: c’è sempre una batteria di regole in una poetica d’avanguardia.

Il lettore voglia perdonare questo richiamo iniziale, peraltro controverso (me ne rendo conto), ma esso ci serve da orizzonte per iniziare l’esame delle opere di Valeria Serofilli.
Questa poeta infatti mostra, nella sua scrittura, la costante ricerca di una mediazione fra forma e contenuto. La sua è una scrittura che non intende rinunciare a una forma che punta diritta all’eleganza (della prosodia) ma nello stesso tempo si pone in modo incessante il problema del contenuto – aspetto questo che probabilmente la poeta mutua, per sua stessa ammissione, da una frequentazione della poesia di Mario Luzi, che ella ammira e che considera suo costante punto di riferimento. Va precisato che la forma curata dalla Serofilli non si basa affatto sul canone prosodico tradizionale: l’autrice usa il verso libero e non si cura di raggruppare i suoi versi in modo particolare, secondo gli schemi tradizionali (non troveremo sonetti, quartine o stanze né strutture di endecasillabi e settenari). L’aspetto che incuriosisce e che vale la pena di esaminare è la sua capacità di conciliare in una struttura qualcosa che all’apparenza non osserva nessuna regola. In altre parole: la capacità di stare dentro la tradizione ma nello stesso tempo sentirsi libera e non vincolata a nessun canone.
Per argomentare questa sua scelta bisogna pur riferirsi a una teoria estetica capace di spiegare che anche laddove un particolare gioco linguistico non si riferisce a regole formali, pur tuttavia esprime una regola, che è propria del suo gioco – non esistono infatti giochi senza regole e, per assurdo, anche il proposito di rinunciare a qualsiasi regola è, in sé, una regola (peraltro molto coercitiva e difficile da seguire). Se così è, ossia se la nostra autrice pur non osservando il canone tradizionale propone una serie di regole che ella liberamente sceglie di osservare, noi possiamo dedurre che ella non si comporta come una poeta avanguardista, ma come una poeta tradizionale che sceglie di rinnovare la sua forma espressiva, che si dota di un suo canone. Leggendo le opere della Serofilli si può agevolmente notare la preoccupazione dell’autrice di trovare un suo gioco linguistico e di caratterizzarlo secondo regole che lei stessa elabora, secondo un gusto estetico personale. Ovviamente il lettore può, a buon diritto, avanzare la pretesa di verificare la coerenza dell’autore rispetto alle regole che lui stesso si è creato e legittimamente può anche criticare queste regole (argomentando però la critica con motivazioni pertinenti e oggettivizzanti) e infine può anche affermare di non approvarle, per qualsiasi ragione legata al suo personale gusto. In ogni caso, nessuno ha il diritto di dire che sono regole “sbagliate”, perché nell’arte è la riuscita, il criterio dell’opera stessa. La teoria estetica che noi abbiamo come riferimento è, nel suo sostanziale orizzonte ermeneutico, la teoria della formatività di Luigi Pareyson, della quale non possiamo trattare in questo scritto, per ragioni di spazio e che tuttavia si può agevolmente consultare leggendo il volume Estetica dello stesso autore o anche solo consultando alcuni siti filosofici sul web 5).
Lo scopo che ci proponiamo quindi, con questa monografia, è quello di cogliere la formazione della scrittura nella poesia di Valeria Serofilli, anche come esempio di formatività nell’opera d’arte. Non si vuole affermare però che stia in questo l’originalità e la personalità della scrittura di Valeria Serofilli, perché siamo convinti che ogni poesia abbia una sua evoluzione formativa. Vogliamo soltanto sottolineare che l’autrice scrive in un modo che rende particolarmente agevole questa ricerca, perché la sua evoluzione ha un carattere continuo e costante, con significativi segni evolutivi in ogni raccolta poetica pubblicata.
Avremo inoltre modo di constatare che questa continua attenzione al senso e alla forma, la porti ad elaborare uno stile personalissimo e molto elegante, senza nessuna rinuncia sul piano dei contenuti.

© Gianmario Lucini

1)   “Come alcuni imitano riproducendo molti oggetti con colori e figure (chi per arte, chi per pratica) e altri usando la voce, così tutte le dette arti compiono l’imitazione con il ritmo, la parola e la musica, separatamente oppure in combinazione. Usano per esempio soltanto musica e ritmo l’auletica, la citaristica e tutte le arti funzionalmente simili, come ad esempio quella della siringa; di solo ritmo e senza musica è l’arte dei danzatori, anche costoro infatti per mezzo di ritmi figurati imitano caratteri, emozioni e azioni. L’arte che adopera le nude parole e quella che adopera i versi, o in combinazione gli uni con gli altri o usandone di un solo genere, si trovano sino ad oggi senza nome [...] tranne che la gente, unendo al verso il “comporre”, denomina gli uni compositori elegiaci, gli altri compositori epici, non definendoli poeti per imitazione ma comunemente per il verso. Si è soliti chiamare così anche coloro che espongono in versi qualcosa che riguarda la medicina o la natura, mentre, a parte il verso, non vi è nulla di comune tra Omero ed Empedocle. Sarebbe perciò giusto chiamare l’uno poeta e l’altro studioso della natura piuttosto che poeta”. Aristotele, Poetica, I - 47 b, BUR, 1987, a cura di Diego Lanza.
2)   Vedi in Platone, Repubblica, Libro X, 540 b – 555 c
3)   Aristotele, cit.
4)   “Numerico” è usato in senso pragmatico, e sta per contenuto logico-razionale del messaggio. Si veda in P. Watzlawick e altri, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1967
5)   Luigi Pareyson, Estetica, Bompiani, 1988. Si veda in particolare il cap. II, Formazione dell’opera d’arte.


* *
Valeria Serofilli
La parola e la cura
(Monografia con la raccolta AMALGAMA)
Note critiche di Gianmario Lucini
Puntoacapo Editrice (coll. I Quaderni di Poiein)
ISBN 978-88-96020-57-9, pagg. 48, € 7,50
www.puntoacapo-editrice.com/index_file/Page384.htm

 


 Valeria Serofilli, La parola e la cura

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.