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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / FRANCO LOI


Il grande fiume di Maria Pia Quintavalla*

1. “Oh grande fiume che prepari / e ripari”: con questo canto al grande fiume, il Po, comincia questa raccolta di poesia di Maria Pia Quintavalla. Si comincia con un simbolo: il fiume come scorrere della vita, ma anche sorgente spirituale. Tanti sono i riferimenti di questa prima poesia al “grande padre”, all’ ”energia soave”, a “l’aria fine che fa libero / il cuore”, al “lume ritrovato”. E infine il fiume come fonte e scorrere di poesia. In queste due prime cantate c’è tutto il respiro e le prime contraddizioni inquietanti dell’anima di un poeta.
Anche se al centro della Quintavalla è un dolore, un nucleo di sofferenza che tocca tutti i suoi rapporti, con le persone e con le cose.

2. Ecco infatti, subito dopo, le “donne che cianciano moderne” e “donne che in bicicletta fan boccacce”.
Dal grande fiato iniziale la poesia si apre alla concretezza dell’esperienza, il fiume si fa acqua e terra. Da una parte, proprio tra gli uomini, scorre il fiume, dall’altra i preannunci della desolazione della terra. La memoria del poeta si immerge in questa sua visione - ricordo quasi a cercare una propria sommersa pace, qualcosa che porta dentro e la sostiene e nessuno può più rubarle. “Come correva ! Concreava ” è il suo grido, la vocazione di un tempo e di un luogo dentro di sé. Sono versi stupendi: “dolce acqueo sentiero di / sorgente, castamente lieto Lui / cammina” e con Lui procede la poesia, tra “gorghi nel vuoto” e “argini gonfi”.

3. Così sovvengono, come apparizioni, le immagini di un’infanzia senza infingimenti, senza abbellimenti: “E bugie cucite sulla tavola di vino / e pane di ferocia / di leggi contadine che contraddicevano / il suo volto / di bambino ferito dalla notte / e dal tempo,..”
Maria Pia procede tra ciò che riemerge e ciò che, confusamente, si spezza in un lampo, e tuttavia nel profilarsi di una certezza dolente: “Le città sono la periferia del mondo, e non / la perfezione - / che è della terra grassa verde rivestita / dalla gloria, e insonnolita..”. Il tema della città si sovrappone a quello del fiume. Non una faccia negativa, ma un gradino inferiore. Certo si intrecciano gioie e dolori, ma senza più quel sapore di “dolce acqueo sentiero / di sorgente”.

4. Ed ecco un angolo di Parma, “Questo angolo, muto di piazza e suoni..” che rinviene come un sogno, così come a tutti riappare l’infanzia. E’ il tempo in cui l’infante si affaccia al mondo e comincia a chiedere, a sperare, a respirare la città, e a sentirne l’ostilità. E’ una città anche questa attraversata dalle acque, la Parma. Ma non più l’acqua lenta e “creativa” del grande fiume. E’ un torrente di acque rapinose e spesso prosciugate alla fonte. Ed è tra queste scarse acque, che la bimba parla col padre “vestito da respirante”. Quanto rovello in quel verso che aggiunge “albero che parla (e che mi ama)”. E’ proprio l’ ”amore” di quel “vestito respirante” che le sconvolge la vita, quel “vestito” che “respira, commenta, mi / rimprovera”. Quanta dolcezza in quel suo ricordare: “Di pomeriggio lo vedo bene che il sole fa luce, / di passaggio, di nascosto che fa luce”: sì, c’è ancora la luce, c’è forse ancora letizia nel cuore, ma già si insinua la serpe, l’inquietudine, lo specchio comincia a frantumarsi.
C’è un’immagine che non può non stringere il cuore: “Ingiuriate abrasioni dei no! quelle / che al collo le uncinavano la voce..”. E’ spesso così aspra ad un bimbo la voce di un adulto. Qualche volta è l’inizio di un male profondo. Oh, quanto è diffuso tra noi l’oltraggio delle piccole anime indifese! e quanto duole al cuore di un poeta!

5. Ho accennato al respiro di Maria Pia, ma devo precisare che si tratta di un fiato rotto, angoscioso, interrotto e reso convulso dalle esperienze. E’ qualcosa che viene verso di noi come uno specchio in frantumi, tra momenti di afflato lirico – “Va’ sul sentiero che ai meli bianchi / ti avvicina” e “Come amerò ancora, / se non di un troppo ritornare delle mani / e gioire frinire ..” – e subito dopo l’erompere del male: “…battere tre volte al muro e / crederti già morto, che servir messa / alla tua porta”. E’ una poesia che procede dai sussulti di un’anima in pena. E proprio per questo incatena. E’ come entrare nei meandri di un folto di rami e foglie: si avanza, si ritorna, ci si perde, non c’è mai la certezza di uscirne, ma ci si sente aperti al suo dire e rinnovati.
Si legga quella poesia che comincia “sta’ tranquilla ora, figlia…”. La paura è il tema centrale, e con essa la menzogna. Perché è vero: la paura è matrice d’ipocrisia e del falso dire. E’ ancora da un groviglio di sentimenti e intromissioni della mente, pensieri aggrovigliati, che la poesia s’attorciglia e, spezzata, balbetta. Ma ancora una volta ci attrae nelle sue spire, nel suo inquieto mare dove “la carne abbrustolita sembra / fuoco d’inferno..” ma è luce di verità, grido e lacrima.

6. “Dalle cavità disperse sperdute dei timpani, / quel testimoniare volontà di restare fedeli / a se stesse ma nella sottomissione / al male e a volontà avverse – a violazioni” scrive in un moto di indignazione e di rimorsi: “…di testimone in testimone, di natura / in natura, di dissoluzione in dissoluzione”. Viene alla memoria quell’aspetto della volontà che Kierkegaard chiama “volontà di essere disperatamente se stessi” affiancata all’altra “volontà di non essere disperatamente se stessi”, né abbandonarsi allo sconosciuto in noi – per quella paura di non uscirne più, proprio come dice Zanzotto in Filò – vivere insomma nell’oscurità del nostro desiderio di rinascita, un volere disperato di aggrapparsi a quel barlume di ricordi di sé e voler costruire un “se stessi” che è allontanamento e forzatura di sé, non saper di fatto liberarsi dal nodo della pena, accettando e perdonando il passato.
Ed è qui che ci si abbandona invece al “noi”, quel “.. “noi” rivolto a catene di gioventù tradite / che debordate abbandonavano –“ nella “volontà di appoggiarsi forte / e decisa al parapetto della storia”. E’ la vicenda di una generazione. Rammento quanti di noi per debolezze individuali o eccesso di passione si sono costruiti una altrettanto debole identità nella speranza civile e nell’illusione del poter fare la storia, e con essa la propria, così che “.. quantità inviolate di pesce, e cadaveri fini / galleggianti sul fiume delle voci dove / piccole parole e docili filosofie di vita / e marrani seduti e non più visti – si spandevano / intorno al corso del suo fiume”. E’ l’impulso, che si ripete nella storia antica e recente, del cedimento alla negazione come eroismo, all’interno dell’implosione di una umana o religiosa - terrena speranza: il desiderio “di perdersi in prigione”, di trascinare nel nulla la vita, dare immagine estetica alla disperazione.

7. Ed è da qui, da questa disperazione che nasce la parola. “Benvenuto sincero cantico / tragitto uno e lento che vicino / sé dissolveva” e “Respira espira! Pensando ora, e separata / io qui seduta in bene, sto vivendo”.
E’ certo un mutamento interiore, qualcosa che nella vita è cambiato. Come somiglia al “bene” del poeta quel “star qui seduta” e respirare la voce che fa dolce il sopravvivere acquietato, non risanato ma calmato, della memoria. Certo si tratta di un accadimento della vita, ma non è del tutto erroneo pensare al contemporaneo nascere del dono della parola poetica. E la riprova è data dai versi che seguono: “Devo calmarmi / dall’angoscia lasciarla esalare come / asma come tosse,…” e “…la bambina ferita, interrotta, al riparo / …sia curata e salvata in luoghi ma da mani / sicure, le mie”.

8. E’ rigenerazione la parola, e svelazione del nascondimento – come dice Heidegger – e rivelazione di sé e della propria esperienza nelle cause più profonde. Maria Pia sa ormai quale sia il cammino e come ci si debba applicare al passo. Mi viene in mente un altro percorso e un’altra fede nella taumaturgia della parola, quella di Amelia Rosselli. Anche in Maria Pia è sopravvenuta la resistenza alla corruzione e al dolore del vivere: “Occhi verdi concupiscenti non ti pregarono / né ti insegnarono la morale ma a morire / per strada di sragione in prigione, di clamore /in bassure di terra - / straniera, non genufletterti là non / vendere la tua limpida /gioia di donna – e vergine cresciuta / là fuori nelle vaste sale /di isole del più verde”. Non dal fuori, non dalla famiglia, non dagli amici e dai compagni, ma dalla propria coscienza si viene liberati, e dalla sonda della parola che non indietreggia, che penetra in noi da noi, la parola che lievita nel nostro cuore.
“Ecco un io pianetino invisibile azzurro…(…)…avanzare su sé, e di fronte all’occhio monologo del buon Dio”: è fragile, e insicura la bambina così rinfrancata – e anche la donna più avanti – ma ecco aprirsi la luce: “Se Dio mi ama io scrivo, e se non scrivo muoio”.

9. Ed è da questa certezza, da questa vocazione che il poeta sente il bisogno di riandare ai luoghi e alle persone, di rivisitare il passato: “Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi”, “Forti le braccia i baci le lusinghe, / per amore della vita che perdevi / e lenta nell’amore ti perdeva”. E’ da qui che il poeta rivede le contraddizioni di un’esistenza e di un luogo amato e sofferto. Era corsa incontro alla vita e si è trovata disamorata – “Lì menzogna e sorrisi, e raggi abbacinati / bianchi buchi morsi di seme vuoto". Le sequenze su Parma sono amare e tuttavia amorose, lacerazioni dell’anima. Mi ricordano la cara indimenticabile Patrizia Vicinelli, le sue grida su Bologna e il suo disperato attaccamento alla città, i suoi suoni come gracidii di rane e offerte fioche di voci. Così, Maria Pia ricorda: “Insetti ronzano, / cicale e mosche su quel prato / ma le nubi incostanti e dense, / dolci al suo sentire contraddicono / chiare e opache il suo destino”, pur tuttavia ritrovando sempre un filo di speranza, ché guardando una foto con la propria sorella sente rinascere il senso di sé e del proprio cammino: “Se le guardo (le due sorelle Quintavalla) penso lei / mi potrà parlare /di quella bambina è testimone – ma io / sono quella bambina, e al mondo / amo quella bambina che è esistita”.
Accorato vindice di un’esistenza in frantumi, ma di un saldo riferimento di resurrezione.

10. Un libro tormentato, questo di Maria Pia, un libro importante. Perché segna la sua volontà di guardare in faccia la realtà, di rivisitare il passato, riaffrontare con amore la propria vicenda e i propri compagni di strada. E’ certo un libro di dolenza, ma anche di luce. Ci sono anche versi felici e sereni e slanci di gioia. Il lavoro fatto su sé sta dando i suoi frutti: quella bambina è ancora viva, ricca di se stessa, resa più forte dalla poesia, pronta ad accettare di essere divenuta adulta. Come cita il brano di Gianni Celati messo a conforto del libro: “I corpi nella luce sentono il loro isolamento e vorrebbero scappare via come lepri. Ma scappare dove ?”. Forse Maria Pia ha deciso di non scappare più, di darsi luce attraverso la parola, di accettare quanto la vita le ha dato. Già l’accorata pietà con cui rammemora la madre e le braccia tese verso il padre ne sono un segno.
“Era mia madre quella beatitudine di piccolo rosa e piccolo giallo che forava il bianco dell’aria, consentendoci di non essere più sole né fasciate, ma circonfuse, quasi battezzate insieme ?”
Da qui parte, dai frantumi, quell’allargarsi di cui abbiamo parlato agli inizi sino a “l’aria fine che fa libero / il cuore ”.

© Franco Loi
Prefazione a "Album feriale"


 

* Maria Pia Quintavalla, Album feriale, Archinto 2005 - Prefazione di Franco Loi
ISBN 88-7768-444-5; € 9,50

 

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