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1. “Oh grande
fiume che prepari / e ripari”: con questo canto al grande fiume, il
Po, comincia questa raccolta di poesia di Maria Pia Quintavalla. Si
comincia con un simbolo: il fiume come scorrere della vita, ma anche
sorgente spirituale. Tanti sono i riferimenti di questa prima poesia
al “grande padre”, all’ ”energia soave”, a “l’aria fine che fa
libero / il cuore”, al “lume ritrovato”. E infine il fiume come
fonte e scorrere di poesia. In queste due prime cantate c’è tutto il
respiro e le prime contraddizioni inquietanti dell’anima di un
poeta.
Anche se al centro della Quintavalla è un dolore, un nucleo di
sofferenza che tocca tutti i suoi rapporti, con le persone e con le
cose.
2. Ecco infatti, subito dopo, le “donne che cianciano moderne” e
“donne che in bicicletta fan boccacce”.
Dal grande fiato iniziale la poesia si apre alla concretezza
dell’esperienza, il fiume si fa acqua e terra. Da una parte, proprio
tra gli uomini, scorre il fiume, dall’altra i preannunci della
desolazione della terra. La memoria del poeta si immerge in questa
sua visione - ricordo quasi a cercare una propria sommersa pace,
qualcosa che porta dentro e la sostiene e nessuno può più rubarle.
“Come correva ! Concreava ” è il suo grido, la vocazione di un tempo
e di un luogo dentro di sé. Sono versi stupendi: “dolce acqueo
sentiero di / sorgente, castamente lieto Lui / cammina” e con Lui
procede la poesia, tra “gorghi nel vuoto” e “argini gonfi”.
3. Così sovvengono, come apparizioni, le immagini di un’infanzia
senza infingimenti, senza abbellimenti: “E bugie cucite sulla tavola
di vino / e pane di ferocia / di leggi contadine che contraddicevano
/ il suo volto / di bambino ferito dalla notte / e dal tempo,..”
Maria Pia procede tra ciò che riemerge e ciò che, confusamente, si
spezza in un lampo, e tuttavia nel profilarsi di una certezza
dolente: “Le città sono la periferia del mondo, e non / la
perfezione - / che è della terra grassa verde rivestita / dalla
gloria, e insonnolita..”. Il tema della città si sovrappone a quello
del fiume. Non una faccia negativa, ma un gradino inferiore. Certo
si intrecciano gioie e dolori, ma senza più quel sapore di “dolce
acqueo sentiero / di sorgente”.
4. Ed ecco un angolo di Parma, “Questo angolo, muto di piazza e
suoni..” che rinviene come un sogno, così come a tutti riappare
l’infanzia. E’ il tempo in cui l’infante si affaccia al mondo e
comincia a chiedere, a sperare, a respirare la città, e a sentirne
l’ostilità. E’ una città anche questa attraversata dalle acque, la
Parma. Ma non più l’acqua lenta e “creativa” del grande fiume. E’ un
torrente di acque rapinose e spesso prosciugate alla fonte. Ed è tra
queste scarse acque, che la bimba parla col padre “vestito da
respirante”. Quanto rovello in quel verso che aggiunge “albero che
parla (e che mi ama)”. E’ proprio l’ ”amore” di quel “vestito
respirante” che le sconvolge la vita, quel “vestito” che “respira,
commenta, mi / rimprovera”. Quanta dolcezza in quel suo ricordare:
“Di pomeriggio lo vedo bene che il sole fa luce, / di passaggio, di
nascosto che fa luce”: sì, c’è ancora la luce, c’è forse ancora
letizia nel cuore, ma già si insinua la serpe, l’inquietudine, lo
specchio comincia a frantumarsi.
C’è un’immagine che non può non stringere il cuore: “Ingiuriate
abrasioni dei no! quelle / che al collo le uncinavano la voce..”. E’
spesso così aspra ad un bimbo la voce di un adulto. Qualche volta è
l’inizio di un male profondo. Oh, quanto è diffuso tra noi
l’oltraggio delle piccole anime indifese! e quanto duole al cuore di
un poeta!
5. Ho accennato al respiro di Maria Pia, ma devo precisare che si
tratta di un fiato rotto, angoscioso, interrotto e reso convulso
dalle esperienze. E’ qualcosa che viene verso di noi come uno
specchio in frantumi, tra momenti di afflato lirico – “Va’ sul
sentiero che ai meli bianchi / ti avvicina” e “Come amerò ancora, /
se non di un troppo ritornare delle mani / e gioire frinire ..” – e
subito dopo l’erompere del male: “…battere tre volte al muro e /
crederti già morto, che servir messa / alla tua porta”. E’ una
poesia che procede dai sussulti di un’anima in pena. E proprio per
questo incatena. E’ come entrare nei meandri di un folto di rami e
foglie: si avanza, si ritorna, ci si perde, non c’è mai la certezza
di uscirne, ma ci si sente aperti al suo dire e rinnovati.
Si legga quella poesia che comincia “sta’ tranquilla ora, figlia…”.
La paura è il tema centrale, e con essa la menzogna. Perché è vero:
la paura è matrice d’ipocrisia e del falso dire. E’ ancora da un
groviglio di sentimenti e intromissioni della mente, pensieri
aggrovigliati, che la poesia s’attorciglia e, spezzata, balbetta. Ma
ancora una volta ci attrae nelle sue spire, nel suo inquieto mare
dove “la carne abbrustolita sembra / fuoco d’inferno..” ma è luce di
verità, grido e lacrima.
6. “Dalle cavità disperse sperdute dei timpani, / quel testimoniare
volontà di restare fedeli / a se stesse ma nella sottomissione / al
male e a volontà avverse – a violazioni” scrive in un moto di
indignazione e di rimorsi: “…di testimone in testimone, di natura /
in natura, di dissoluzione in dissoluzione”. Viene alla memoria
quell’aspetto della volontà che Kierkegaard chiama “volontà di
essere disperatamente se stessi” affiancata all’altra “volontà di
non essere disperatamente se stessi”, né abbandonarsi allo
sconosciuto in noi – per quella paura di non uscirne più, proprio
come dice Zanzotto in Filò – vivere insomma nell’oscurità del nostro
desiderio di rinascita, un volere disperato di aggrapparsi a quel
barlume di ricordi di sé e voler costruire un “se stessi” che è
allontanamento e forzatura di sé, non saper di fatto liberarsi dal
nodo della pena, accettando e perdonando il passato.
Ed è qui che ci si abbandona invece al “noi”, quel “.. “noi” rivolto
a catene di gioventù tradite / che debordate abbandonavano –“ nella
“volontà di appoggiarsi forte / e decisa al parapetto della storia”.
E’ la vicenda di una generazione. Rammento quanti di noi per
debolezze individuali o eccesso di passione si sono costruiti una
altrettanto debole identità nella speranza civile e nell’illusione
del poter fare la storia, e con essa la propria, così che “..
quantità inviolate di pesce, e cadaveri fini / galleggianti sul
fiume delle voci dove / piccole parole e docili filosofie di vita /
e marrani seduti e non più visti – si spandevano / intorno al corso
del suo fiume”. E’ l’impulso, che si ripete nella storia antica e
recente, del cedimento alla negazione come eroismo, all’interno
dell’implosione di una umana o religiosa - terrena speranza: il
desiderio “di perdersi in prigione”, di trascinare nel nulla la
vita, dare immagine estetica alla disperazione.
7. Ed è da qui, da questa disperazione che nasce la parola.
“Benvenuto sincero cantico / tragitto uno e lento che vicino / sé
dissolveva” e “Respira espira! Pensando ora, e separata / io qui
seduta in bene, sto vivendo”.
E’ certo un mutamento interiore, qualcosa che nella vita è cambiato.
Come somiglia al “bene” del poeta quel “star qui seduta” e respirare
la voce che fa dolce il sopravvivere acquietato, non risanato ma
calmato, della memoria. Certo si tratta di un accadimento della
vita, ma non è del tutto erroneo pensare al contemporaneo nascere
del dono della parola poetica. E la riprova è data dai versi che
seguono: “Devo calmarmi / dall’angoscia lasciarla esalare come /
asma come tosse,…” e “…la bambina ferita, interrotta, al riparo /
…sia curata e salvata in luoghi ma da mani / sicure, le mie”.
8. E’ rigenerazione la parola, e svelazione del nascondimento – come
dice Heidegger – e rivelazione di sé e della propria esperienza
nelle cause più profonde. Maria Pia sa ormai quale sia il cammino e
come ci si debba applicare al passo. Mi viene in mente un altro
percorso e un’altra fede nella taumaturgia della parola, quella di
Amelia Rosselli. Anche in Maria Pia è sopravvenuta la resistenza
alla corruzione e al dolore del vivere: “Occhi verdi concupiscenti
non ti pregarono / né ti insegnarono la morale ma a morire / per
strada di sragione in prigione, di clamore /in bassure di terra - /
straniera, non genufletterti là non / vendere la tua limpida /gioia
di donna – e vergine cresciuta / là fuori nelle vaste sale /di isole
del più verde”. Non dal fuori, non dalla famiglia, non dagli amici e
dai compagni, ma dalla propria coscienza si viene liberati, e dalla
sonda della parola che non indietreggia, che penetra in noi da noi,
la parola che lievita nel nostro cuore.
“Ecco un io pianetino invisibile azzurro…(…)…avanzare su sé, e di
fronte all’occhio monologo del buon Dio”: è fragile, e insicura la
bambina così rinfrancata – e anche la donna più avanti – ma ecco
aprirsi la luce: “Se Dio mi ama io scrivo, e se non scrivo muoio”.
9. Ed è da questa certezza, da questa vocazione che il poeta sente
il bisogno di riandare ai luoghi e alle persone, di rivisitare il
passato: “Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi”,
“Forti le braccia i baci le lusinghe, / per amore della vita che
perdevi / e lenta nell’amore ti perdeva”. E’ da qui che il poeta
rivede le contraddizioni di un’esistenza e di un luogo amato e
sofferto. Era corsa incontro alla vita e si è trovata disamorata –
“Lì menzogna e sorrisi, e raggi abbacinati / bianchi buchi morsi di
seme vuoto". Le sequenze su Parma sono amare e tuttavia amorose,
lacerazioni dell’anima. Mi ricordano la cara indimenticabile
Patrizia Vicinelli, le sue grida su Bologna e il suo disperato
attaccamento alla città, i suoi suoni come gracidii di rane e
offerte fioche di voci. Così, Maria Pia ricorda: “Insetti ronzano, /
cicale e mosche su quel prato / ma le nubi incostanti e dense, /
dolci al suo sentire contraddicono / chiare e opache il suo
destino”, pur tuttavia ritrovando sempre un filo di speranza, ché
guardando una foto con la propria sorella sente rinascere il senso
di sé e del proprio cammino: “Se le guardo (le due sorelle
Quintavalla) penso lei / mi potrà parlare /di quella bambina è
testimone – ma io / sono quella bambina, e al mondo / amo quella
bambina che è esistita”.
Accorato vindice di un’esistenza in frantumi, ma di un saldo
riferimento di resurrezione.
10. Un libro tormentato, questo di Maria Pia, un libro importante.
Perché segna la sua volontà di guardare in faccia la realtà, di
rivisitare il passato, riaffrontare con amore la propria vicenda e i
propri compagni di strada. E’ certo un libro di dolenza, ma anche di
luce. Ci sono anche versi felici e sereni e slanci di gioia. Il
lavoro fatto su sé sta dando i suoi frutti: quella bambina è ancora
viva, ricca di se stessa, resa più forte dalla poesia, pronta ad
accettare di essere divenuta adulta. Come cita il brano di Gianni
Celati messo a conforto del libro: “I corpi nella luce sentono il
loro isolamento e vorrebbero scappare via come lepri. Ma scappare
dove ?”. Forse Maria Pia ha deciso di non scappare più, di darsi
luce attraverso la parola, di accettare quanto la vita le ha dato.
Già l’accorata pietà con cui rammemora la madre e le braccia tese
verso il padre ne sono un segno.
“Era mia madre quella beatitudine di piccolo rosa e piccolo giallo
che forava il bianco dell’aria, consentendoci di non essere più sole
né fasciate, ma circonfuse, quasi battezzate insieme ?”
Da qui parte, dai frantumi, quell’allargarsi di cui abbiamo parlato
agli inizi sino a “l’aria fine che fa libero / il cuore ”.
© Franco Loi
Prefazione a "Album feriale"
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