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Certo
poche vicende hanno avuto nella cultura universale il posto di Troia
e della sua distruzione ad opera dei Greci. Il merito è soprattutto
della insuperabile poesia omerica, che col passare dei millenni
sembra trovare nuova linfa; e di Virgilio, che con il secondo libro
dell’”Eneide” ne ha fatto raccontare le fasi salienti al suo eroe,
Enea. Dietro di loro, nelle letterature classiche e del Medioevo
europeo, moltissimi hanno cercato di imitarli. Noi non facciamo
questo: il nostro obiettivo è quello di far conoscere al pubblico di
appassionati altre testimonianze letterarie, molto meno note e
tuttavia anch’esse importanti: quelle del ciclo omerico, quelle
tardolatine (con ascendenti ellenistici) di due autori oggi quasi
sconosciuti, ma noti fino a tutto l’Ottocento, Darete e Ditti, che
si dicono testimoni diretti dell’assedio; e dei loro imitatori
medievali, tantissimi, tra i quali spiccano Benoit de Sainte Maure e
Guido delle Colonne. Ne proporremo larghe scelte, nelle lingue
originali e in traduzione, certi che i lettori di tutte le età e
fasce culturali le accoglieranno con interesse. E iniziamo con
Darete, che influenzò più di mille anni di storia letteraria, fino a
Shakespeare.
Generalmente assenti dalle storie, anche apprezzate, della
letteratura latina o tutt’al più liquidati come autori della
decadenza, Ditti Cretese e Darete Frigio, i sedicenti testimoni
diretti del conflitto troiano, si rivelano di grande interesse per
il lettore moderno. Riprendendo nei loro confronti una attenzione
viva fino a tutto l’Ottocento, qualche anno fa ne è apparsa per i
tipi della Aleph una meritoria traduzione. Con l’auspicio che questi
due autori e i loro interpreti medievali Benoit de Sainte-Maure e
Guido delle Colonne tornino a rivelarsi indispensabili per chi
voglia approfondire la conoscenza di Troia nei secoli della tarda
latinità e del Medio Evo europeo, diamo qui il testo originale di
Darete e la traduzione, da noi curata.
L’opera di Darete è stata variamente datata dal IV al VI secolo
d.C., ma nella versione originale risale certamente al primo periodo
imperiale, se non alle ultime fasi repubblicane. La redazione che ci
è pervenuta è però certamente più tarda, per evidenti ragioni
linguistiche. Nella prefazione, Cornelio Nepote (!) dice al suo
amico Sallustio(!!) di aver trovato ad Atene, nel corso dei suoi
studi, la storia di Darete frigio scritta di suo pugno, di esserne
rimasto affascinato e di averla amorosamente tradotta senza nulla
aggiungervi o toglierne, con l’intento di lasciare al lettore la
scelta se fosse più credibile lui, testimone diretto della guerra, o
Omero, vissuto tanti anni dopo. “Cornelio” dice che il parere suo e
dei compagni fu netto: è pazzo Omero se racconta che gli dèi si
impegnarono con i mortali in quell’assurdo conflitto.
Di un certo Darete si parla in Iliade V 9-12. Ha questo nome il
sacerdote di Efesto e i suoi due figli combattono contro Diomede.
Uno solo si salverà, grazie all’aiuto del dio. L’ignoto autore
dell’”Excidium” ha dato maggior consistenza così al suo pseudonimo.
A crederci sarà tra gli altri il grande Isidoro di Siviglia, che
dirà di lui: ”A scrivere storia presso di noi cristiani fu per primo
Mosè, che parlò dell’inizio del mondo. Presso i pagani invece il
primo fu Darete frigio, che pubblicò la storia dei Greci e dei
Troiani, che, raccontano, egli scrisse su foglie di palma. Dopo
Darete il primo storico in Grecia fu ritenuto Erodoto .” Del Darete
omerico si parla anche nell’”Ilias Latina”, un tardo centone che non
fa cenno alcuno di una sua cronaca del conflitto né parla della
vicenda di Enea traditore.
La storia di Darete riassume tutta la vicenda del ciclo di Troia,
non la sola Iliade, e l’aspirazione dell’autore, come nel caso di
Ditti, è in realtà comporre una anti-Iliade, che nella parte
conclusiva finisce per essere anche una anti-Eneide.
La finzione letteraria appare abbastanza convincente, almeno sul
piano cronologico: Cornelio Nepote e Sallustio sono due importanti
storici di età cesariana, e pur se non ne abbiamo alcuna
testimonianza è ben probabile che si siano conosciuti e frequentati.
Sallustio affiancò Cesare nelle lotte civili, mentre Cornelio almeno
teoricamente doveva essere più vicino al partito avverso, se proprio
valutiamo parallelamente la sua amicizia con Catullo e l’avversione
del grande poeta veronese a Cesare e ai suoi scherani; e anche il
suo “modus scribendi” ha delle affinità notevoli con lo stile di
Darete. Resta in ombra invece il problema della scrittura
“originale” dell’opera che sarebbe dovuta essere quella fenicia, ma
l’argomento viene solo sfiorato nel capitolo conclusivo, dove si
parla di “litterae Graecae” che invece non potevano esserci al tempo
della guerra di Troia. E questo dimostra abbondantemente la natura
retorica di questo scritto, forse anteriore, nella versione
originale, a quello di Ditti Cretese.
STORIA DELLA CADUTA DI TROIA DI DARETE FRIGIO
CORNELIO NEPOTE SALUTA SALLUSTIO CRISPO.
Quando ero ad Atene, impegnato attivissimamente in molte cose,
trovai la storia di Darete Frigio, scritta di suo pugno, come indica
il titolo, su Greci e Troiani. Ed io abbracciandola con grandissimo
amore subito l’ho tradotta. Ho ritenuto di non dover aggiungere né
togliere nulla per mero desiderio di cambiamento, altrimenti sarebbe
potuta sembrare mia. Ho ritenuto dunque che la cosa migliore fosse
tradurla letteralmente in latino, così come era stata scritta, in
modo vero e semplice, perché i lettori potessero conoscere come
queste cose si fossero svolte: e per capire se stimino più vere le
cose tramandate da Darete Frigio, che visse e militò in quel tempo
in cui i Greci combattevano contro Troia, o se si debba credere ad
Omero, che nacque molti anni dopo che questa guerra era stata
combattuta: su questo in Atene ci fu un processo, giacché si
riteneva Omero un pazzo perché scrisse che gli dèi avevano
combattuto con gli uomini. Ma fermiamoci qui, e torniamo a quel che
avevo promesso.
[1] Il re Pelia ebbe come fratello Esone. Figlio di Esone era
Giasone, eccellente per valore: e aveva come ospiti tutti quelli che
erano sotto il regno di lui, ed era amato moltissimo da essi. Il re
Pelia, quando vide che Giasone era gradito a tutti, ebbe paura che
Giasone gli facesse dei torti e lo scacciasse dal regno. Dice a
Giasone che i Colchi hanno una pelle d’ariete tutta d’oro, degna del
suo valore, e promette che gli darà tutto, purché la portasse via di
lì. Giasone, appena sentì, poiché era di animo coraggioso, e voleva
conoscere tutti i luoghi, e pensava che sarebbe stato più famoso, se
avesse tolto il vello d’oro ai Colchi, dice al re Pelia di volerci
andare, a meno che non gli venissero meno forze e compagni. Il re
Pelia fece chiamare l’architetto Argo, e gli comanda di costruire
una nave quanto più bella possibile, secondo la volontà di Giasone.
Per tutta la Grecia si diffuse la voce, che si stava costruendo la
nave con la quale Giasone deve andare in Colchide, a cercare il
vello d’oro. Amici e ospiti vennero da Giasone, e promettono di
andare insieme con lui. Giasone li ringrazia: e li pregò di essere
pronti quando giungesse il momento opportuno. Giasone, quando giunse
il momento opportuno, mandò una lettera a quelli che avevano giurato
di andare insieme con lui, e subito convennero alla nave il cui nome
era Argo. Il re Pelia fece porre sulla nave tutto il necessario ed
esortò Giasone, e quelli che dovevano partire con lui, a partire con
animo fermo a compiere il loro tentativo. Quell’impresa sembrava
destinata a portare gloria alla Grecia e a loro. Non è compito
nostro indicare quelli che partirono con Giasone: ma chi vuole
conoscerli, legga gli Argonauti.
[2] Giasone appena giunse in Frigia accostò la nave al porto
Simoenta. Poi tutti uscirono dalla nave a terra. A Laomedonte re dei
Troiani fu annunciato che una bellissima nave era entrata nel porto
Simoenta, e che in essa erano trasportati giovani provenienti dalla
Grecia. Appena il re Laomedonte lo sentì ne fu turbato, e considerò
il pericolo comune, se i Greci si abituassero a presentarsi con navi
alle sue spiagge. Manda perciò al porto messaggeri che dicano che i
Greci si allontanino dai suoi territori; e che se non avessero
obbedito al suo ordine, allora egli li avrebbe scacciati con le armi
dai confini. Giasone e quelli che erano venuti con lui sopportarono
malvolentieri la crudeltà di Laomedonte, di essere trattati così da
lui, pur non essendogli stata fatta alcuna offesa da loro; nello
stesso tempo temevano anche il gran numero di Barbari, ove
tentassero di rimanere lì contro il suo ordine, che non li
schiacciassero: non essendo essi pronti a combattere, si
imbarcarono, si allontanarono dalla terraferma, partirono per la
Colchide, si presero il vello d’oro, tornarono in patria.
[3] Ercole sopportò a malincuore di essere stato trattato in modo
offensivo dal re Laomedonte, lui e quelli che erano partiti insieme
con Giasone per la Colchide, e andò a Sparta da Castore e Polluce.
Concorda con questi, di vendicare insieme con lui le offese subite,
perché Laomedonte non esca impunito dall’averli tenuti lontani dalla
sua terra e dal porto. Dice che ci saranno molti alleati, se si
fossero accordati. Castore e Polluce promisero di fare tutto ciò che
Ercole volesse. Partito da loro per Salamina, giunge da Telamone: lo
prega di andare con lui a Troia, e vendicare con lui le offese
subite. Telamone si dichiarò pronto a tutto ciò che Ercole volesse.
Di là partì per Ftia per andare da Peleo, e lo prega di andare con
lui a Troia e Peleo gli promise di andare. Di là partì per Pilo, per
andare da Nestore; Nestore gli chiede perché sia venuto. Ercole dice
di voler condurre l’esercito in Frigia, perché spinto dal dolore.
Nestore lodò Ercole, e promise il suo intervento. Ercole, appena
ebbe inteso le volontà di tutti, prepara dodici navi, sceglie i
soldati. Quando venne il momento di partire, mandò una lettera a
quelli che aveva pregato, e essendo questi venuti con i loro uomini,
partirono per la Frigia; e approdarono di notte al Sigeo. Da lì
Ercole, Telamone e Peleo fecero scendere dalle navi l’esercito: ma
lasciarono Castore, Polluce e Nestore a difesa delle navi.
Laomedonte con la cavalleria venne al mare, e cominciò a combattere.
Ercole era andato verso Troia, e cominciò ad assalire quelli che
erano in città e che non se lo aspettavano. Appena questo fu
riferito al re Laomedonte, che la città era assalita dai nemici,
subito ritorna a Troia: e in questo percorso essendosi imbattuto nei
Greci, viene ucciso da Ercole. Telamone per primo entrò nella città
di Troia: ed Ercole per il suo valore gli diede in dono Esione, la
figlia del re Laomedonte. I figli di Laomedonte che erano con lui
vengono uccisi. Priamo era in Frigia, dove suo padre Laomedonte lo
aveva messo a capo dell’esercito. Ercole e quelli che erano venuti
con lui fecero un grande bottino, e lo portarono alle navi. Poi
stabilirono di tornarsene in patria. Telamone portò via con sé
Esione.
[4] Appena questo fu annunciato a Priamo, che il padre era stato
ucciso, i cittadini depredati, il bottino portato via, la sorella
Esione data in dono a Telamone, mal sopportò che la Frigia fosse
stata trattata così offensivamente dai Greci. Si reca a Troia con la
moglie Ecuba, e i figli Ettore, Alessandro, Deifobo, Eleno, Troilo,
Andromaca (!), Cassandra, Polissena. Veramente c’erano anche altri
figli nati da concubine, ma nessuno ha detto che siano di stirpe
reale se non quelli che erano nati dalle mogli legittime. Priamo
appena venne a Troia non perse proprio tempo, fece le mura più
grandi, e rese la città fortificatissima; e vi fece stare un gran
numero di soldati, perché per ingenuità non fosse distrutta, così
come era stato distrutto suo padre Laomedonte. Costruì anche la
reggia, e vi consacrò un altare a Giove Statore. Mandò Ettore in
Peonia. Fece per Ilio delle porte, i cui nomi sono questi:
Antenoria, Dardania, Ilia, Scea, Timbrea, Troiana. Poi, quando vide
rafforzata Ilio, aspettò del tempo. Quando gli sembrò opportuno
vendicare le offese al padre, ordina di chiamare Antenore, gli dice
di volerlo mandare come ambasciatore in Grecia a dire che, pur
avendo dovuto sopportare le gravi offese fattegli da quelli che
erano venuti con l’esercito con l’uccisione del padre Laomedonte, e
con il ratto di Esione, tuttavia egli avrebbe sopportato tutto con
rassegnazione, se gli veniva restituita Esione.
[5] Antenore, come ordinò Priamo, si imbarcò, e partito andò a
Magnesia da Peleo. Peleo lo ospitò per tre giorni, e il quarto gli
chiede perché sia venuto. Antenore dice quel che gli era stato
comandato da Priamo, di chiedere ai Greci di restituire Esione.
Quando Peleo udì queste cose, la prese male, perché vedeva che la
cosa coinvolgesse lui: gli ordina di uandarsene dalle sue terre.
Antenore senza indugio s’imbarcò, fece rotta verso Salamina da
Telamone: cominciò a chiedergli di restituire a Priamo la sorella
Esione: non era infatti giusto tenere così a lungo in schiavitù una
fanciulla di stirpe reale. Telamone rispose ad Antenore che lui a
Priamo non aveva fatto nulla: ma che non darà a nessuno ciò che gli
è stato donato per il suo valore. Perciò ordina ad Antenore di andar
via dall’isola. Portatosi poi da Castore e Polluce, cominciò a
chiedere a questi di dar soddisfazione a Priamo e di restituirgli la
sorella Esione. Castore e Polluce dissero che a Priamo non era stata
fatta nessuna offesa, ma che Laomedonte per primo li aveva
danneggiati. Ordinano ad Antenore di partire. Poi andò a Pilo da
Nestore, disse a Nestore per quale ragione fosse venuto. Appena
questi lo sentì, cominciò a rimproverarlo di aver osato venire in
Grecia, quando dai Frigi i Greci erano stati offesi prima. Quando
Antenore sentì di non aver ottenuto nulla, e che Priamo veniva
trattato in modo offensivo, si imbarcò, tornò in patria. Riferisce
al re Priamo come ognuno abbia risposto e come sia stato trattato da
loro: e insieme esortò Priamo a punirli con la guerra.
[6] Priamo fa subito chiamare i figli e tutti i suoi amici,
Antenore, Anchise, Enea, Ucalegonte, Bucolione, Panto, Lampone, e
tutti i figli che gli erano nati da concubine. Quando questi vennero
tutti, disse loro di aver mandato Antenore come ambasciatore in
Grecia, per aver soddisfazione del fatto che gli avevano ucciso il
padre e perché gli restituissero Esione: ma quelli lo avevano
trattato in modo offensivo, e Antenore non aveva ottenuto nulla da
loro. Ma, poiché non avevano voluto fare la sua volontà, gli
sembrava opportuno mandare in Grecia un esercito che rapinasse loro
ricchezze, perché i Greci non avessero a scherno i barbari. E Priamo
esortò i suoi figli a mettersi a capo di questa impresa, soprattutto
Ettore: era infatti il più grande: e questi cominciò a dire che
certo voleva eseguire la volontà del padre, e vendicare la morte del
suo avo Laomedonte e che, qualsiasi offesa i Greci avessero fatto ai
Troiani, ciò non restasse impunito: ma temeva che non potessero
portare a termine ciò che avrebbero tentato; disse che molti
sarebbero stati gli alleati della Grecia, che l’Europa aveva uomini
bellicosi; l’Asia invece aveva sempre vissuto nell’ozio, e per
questo non aveva una flotta.
[7] Alessandro cominciò ad esortare, che si prepari la flotta e la
si mandi in Grecia: sarebbe stato lui il capo di quella impresa, se
il padre voleva. Disse infatti che, essendo andato a caccia
sull’Ida, in sogno Mercurio gli aveva portato Giunone, Venere,
Minerva, perché tra loro scegliesse la più bella. E allora Venere
gli aveva promesso che, se giudicava il suo aspetto miglioe
dell’aspetto di queste, lei gli avrebbe dato in moglie quella che in
Grecia pareva la più bella; e lui, appena aveva sentito questo,
aveva giudicato Venere la più bella: per cui Priamo doveva sperare
che Venere sarebbe stata alleata ad Alessandro. Deifobo disse che
gli piaceva il consiglio di Alessandro, e di sperare che i Greci
avrebbero restituito Esione, e avrebbero dato soddisfazione, se,
come era stato disposto, la flotta fosse inviata in Grecia. Eleno
prese a vaticinare che i Greci sarebbero venuti, avrebbero distrutto
Troia, genitori e fratelli sarebbero morti per mano dei nemici, se
Alessandro si fosse portato una moglie dalla Grecia. Troilo, il più
piccolo, non meno forte di Ettore, consigliava che si facesse la
guerra, e diceva che non ci si doveva far atterrire dal timore delle
parole di Eleno, e questo piacque a tutti, che si preparasse la
flotta, e si partisse per la Grecia.
[8] Priamo mandò in Peonia Alessandro e Deifobo, a scegliere i
soldati; fa venire il popolo ad assemblea. Ammonisce i figli, perché
i maggiori comandassero ai minori. Spiegò quali offese i Greci
avessero fatte ai Troiani: che per ciò Antenore era stato inviato
come ambasciatore in Grecia, perché gli restituissero sua sorella
Esione, e dessero soddisfazione ai Troiani. Antenore però era stato
trattato da loro in modo offensivo, né aveva potuto ottenere
alcunché. Per questo aveva deciso che Alessandro fosse inviato con
una flotta in Grecia, a vendicare la morte del suo avo e le offese
ai Troiani. Ordinò che Antenore spiegasse come era stato trattato in
Grecia. Antenore esortò i Troiani a non aver paura, e rese i suoi
più desiderosi di andare a combattere in Grecia. Con poche parole
spiegò le cose che aveva fatte in Grecia. Priamo disse che, se a
qualcuno spiaceva che si facesse la guerra, dicesse pubblicamente
cosa voleva. Allora Panto proclama a Priamo e ai suoi parenti quello
che aveva udito da suo padre Euforbo: se Alessandro avesse portato
con sé una moglie dalla Grecia, per i Troiani sarebbe stata
l’estrema rovina. Ma era più bello passare la vita nella pace che
perdere la libertà nella lotta civile, e affrontare un rischio. Il
popolo disprezzò l’autorevole intervento di Panto: ordinarono che il
re dicesse cosa voleva si facesse. Priamo disse che si dovevano
preparare le navi, perché si andasse in Grecia; anche gli attrezzi
per costruire la flotta non mancavano al popolo. Il popolo gridò che
per parte sua non c’era motivo di indugio perché si obbedisse agli
ordini del re. Priamo li ringraziò molto, e congedò l’assemblea. E
subito mandò nella selva sull’Ida chi tagliasse legname, e
costruisse navi. Mandò Ettore nella Frigia superiore, a preparare
l’esercito: e così si tenesse pronto. Cassandra, quando udì la
decisione del padre, cominciò a dire le cose che sarebbero accadute
ai Troiani, se Priamo insisteva a mandare la flotta in Grecia.
[9] Intanto venne il momento: le navi furono costruite. Arrivarono i
soldati che Alessandro e Deifobo avevano arruolato in Peonia; e
appena parve che fosse possibile navigare, Priamo parla
all’esercito: mette Alessandro a capo dell’esercito come comandante,
manda con lui Deifobo, Enea, Polidamante. E ordina ad Alessandro di
andare per prima cosa a Sparta, incontrare Castore e Polluce, e
chieder loro, che sia restituita Esione sua sorella e che si dia
soddisfazione ai Troiani. Se lo avessero negato, mandi subito da lui
un messo, in modo che egli possa mandare l’esercito in Grecia.
Allora Alessandro si mise in mare verso la Grecia, e prima che
giungesse all’isola di Citerea, il re Menelao, andando a Pilo da
Nestore, nel tragitto si incrociò con Alessandro, e si chiedeva
meravigliato dove si dirigesse quella flotta regale. Entrambe
incrociandosi si videro a vicenda, ignari dove ognuno andasse.
Castore e Polluce erano andati da Clitennestra, e avevano portato
con loro la loro nipote Ermione, figlia di Elena. Ad Argo era festa
in quei giorni, nei quali Alessandro arrivò all’isola di Citerea,
dove sacrificò a Diana nel tempio di Venere. Quelli che erano
nell’isola ammiravano la flotta regale, e chiedevano a quelli che
erano con Alessandro, chi fossero, perché fossero venuti. Essi
risposero che era stato mandato da Priamo un ambasciatore a Castore
e Polluce, per incontrarli.
[10] Però Elena, la moglie di Menelao, essendo Alessandro nell’isola
di Citerea, decise di andarci. Perciò si recò verso il lido, dov’era
il tempio di Diana e Apollo: lì Elena aveva deciso di fare il
sacrificio. Appena ciò fu annunziato ad Alessandro, che cioè Elena
era venuta sulla spiaggia, egli, consapevole della sua bellezza,
cominciò a passeggiare al suo cospetto, desiderando di di vederla.
Ad Elena fu riferito che Alessandro, figlio del re Priamo, era
venuto nella città dove si trovava Elena. E anche lei desiderava
vederlo. Ed essendosi guardati entrambi, ambedue, infiammati della
loro bellezza, fissarono un appuntamento per ringraziarsi.
Alessandro ordina che tutti sulle navi stiano pronti: salpino di
notte, rapiscano Elena dal tempio, la portino via con loro. Dato il
segnale invasero il tempio, rapiscono Elena senza farle danno, la
portano sulla nave, e con lei rapiscono alcune donne. Avendo i
cittadini visto ciò, a lungo combatterono con Alessandro, perché non
potesse rapire Elena. Ma Alessandro fidando nel gran numero di
alleati li sconfisse, saccheggiò il tempio, portò via con se
moltissimi uomini come prigionieri, li fece salire sulla nave,
salpò, dispose di tornare in patria, giunse nel porto di Tenedo,
dove calmò con un colloquio Elena mesta, mandò al padre l’annuncio
dell’impresa. Quando la cosa fu riferita a Menelao a Pilo, egli con
Nestore partì per Sparta, mandò un messo ad Argo dal fratello
Agamennone, pregandolo di venire da lui. Intanto Alessandro giunse
dal padre suo con la preda e gli riferisce per filo e per segno
l’impresa.
[11] Priamo fu contento, sperando che i Greci per recuperare Elena
avrebbero restituito sua sorella Esione, e le cose che allora
avevano sottratte ai Troiani. Consolò Elena mesta e la diede in
sposa ad Alessandro: ma appena Cassandra la vide, cominciò a
vaticinare, ricordando quel che aveva predetto prima. E Priamo
ordinò di portarla via e rinchiuderla. Agamennone, quando arrivò a
Sparta, consolò il fratello, e si decise di mandare per tutta la
Grecia a far rimostranze per convocare i Greci e dichiarar guerra ai
Troiani. E si radunarono questi: Achille con Patroclo, Eurialo,
Tlepolemo, Diomede. Quando giunsero a Sparta, decisero di punire le
offese dei Troiani, di preparare esercito e flotta. Come comandante
supremo e duce, scelgono Agamennone. Questi mandano ambasciatori,
perché da tutta la Grecia convengano con flotte ed eserciti, ben
equipaggiati, al porto degli Ateniesi contemporaneamente, e
contemporaneamente di là partano alla volta di Troia, per vendicare
le offese ricevute. Castore e Polluce subito, appena sentirono che
la loro sorella Elena era stata rapita, si imbarcarono e la
inseguirono. Salparono da Lesbo, ma sorpresi da una grandissima
tempesta non comparvero più da nessuna parte: poi si disse che erano
diventati immortali. E che perciò i Lesbii con navi andarono fino a
Troia per cercarli, e riferirono in patria di non aver trovato
tracce di loro in nessun posto.
[12] Darete Frigio, che ha scritto questa storia, afferma di aver
militato fin quando Troia non è stata conquistata: e di averli visti
in occasione delle tregue, e che in parte parteciparono alla
battaglia. Aggiunge di aver udito dai Dardani di che aspetto e
natura fossero stati Castore e Polluce. Furono l’uno simile
all’altro, con capelli biondi, occhi grandi, di bell’aspetto, di
corporatura slanciata. Elena era simile a loro, formosa, di animo
semplice, affettuosa, dalle gambe molto belle, con una nota tra le
due sopracciglia, la bocca piccola. Priamo il re dei Troiani aveva
un bel volto, era grosso, con la voce soave, il corpo aquilino.
Ettore era balbuziente, di carnagione chiara, crespo, strabico,
dalle membra agili, l’aspetto venerabile, barbuto, decoroso,
bellicoso, grande d’animo, clemente con i concittadini, dignitoso e
propenso all’amore. Deifobo ed Eleno erano simili al padre, ma
dissimili per natura: Deifobo forte, Eleno clemente, dotto, vate.
Troilo era grande, bellissimo, valoroso in rapporto all’età, forte,
bramoso di dimostrare il suo valore. Alessandro era di carnagione
chiara, alto, forte, con gli occhi bellissimi, la chioma morbida e
bionda, con il volto bello, la voce soave, veloce, bramoso di
comando. Enea rossiccio, tozzo, facondo, affabile, forte ma con
senno, pio, bello, dagli occhi ilari e neri. Antenore alto, gracile,
dalle membra snelle, astuto, cauto. Ecuba alta, dal corpo aquilino,
bella, d’animo virile, giusta, pia. Andromaca di occhi e carnagione
chiari, alta, formosa, modesta, saggia, pudica, affettuosa.
Cassandra di media statura, con il viso rotondo, rossiccia, dagli
occhi vividi, divinatrice del futuro. Polissena chiara, alta,
formosa, con il collo lungo, gli occhi belli, i capelli biondi e
lunghi, le membra armoniose, le dita lunghe, le gambe dritte, i
piedi bellissimi, tale da superare tutte con la sua bellezza, di
animo semplice, generosa, prodiga.
[13] Agamennone di carnagione chiara, grande, dalle membra forzute,
facondo, prudente, nobile. Menelao di media statura, rossiccio,
bello, simpatico, grato. Achille muscoloso, dal bel volto, le membra
forti e grandi, ben ricciuto, clemente, acerrimo nei combattimenti,
dal volto allegro, prodigo, dai capelli color mirto. Patroclo di
corpo bello, occhi vividi e grandi, modesto, retto, prudente,
prodigo. Aiace Oileo tozzo, dalle membra vigorose, il corpo
aquilino, allegro, forte. Aiace Telamonio valoroso, con voce chiara,
capelli neri, spietato con il nemico. Ulisse bello, astuto,
d’aspetto allegro, statura media, eloquente, saggio. Diomede forte,
tozzo, dal corpo maestoso, volto austero, acerrimo in guerra,
attaccabrighe, testacalda, intollerante, audace. Nestore grande col
naso adunco, alto, largo, grandissimo, di carnagione chiara,
prudente, prodigo di consigli. Protesilao di corporatura chiara,
volto dignitoso, veloce, fiducioso, temerario. Neottolemo grande,
forzuto, irascibile, balbettante, buono in volto, adunco, dagli
occhi rotondi, accigliato. Palamede gracile, alto, saggio, grande
d’animo, gentile. Podalirio grasso, forte, superbo, triste. Macaone
grande, forte, deciso, prudente, paziente, pietoso. Merione
rossiccio, di media statura, di corpo rotondo, forzuto, tenace,
crudele, insofferente. Briseide formosa, di alta statura, chiara, di
capelli biondi e morbidi, le sopracciglia congiunte, gli occhi
belli, il corpo armonioso, blanda, affabile, pudica, di animo
semplice, pia.
[14] Poi equipaggiati con la flotta i Greci convennero ad Atene.
Agamennone da Micene con cento navi. Menelao da Sparta con sessanta
navi. Arcesilao e Protenore dalla Beozia con cinquanta. Ascalafo e
Ialmeno da Orcomeno con trenta navi. Epistrofo e Schedio dalla
Focide con quaranta. Aiace Telamonio da Salamina portò con sé il
fratello Teucro e dall’Elide Anfimaco, Diore, Talpio, Polisseno con
quaranta navi. Nestore da Pilo con ottanta navi. Toante dall’Etolia
con quaranta navi. Aiace Oileo da Locri con trentasette navi. Antifo
e Fidippo con trenta. Idomeneo e Merione da Creta con ottanta navi.
Ulisse da Itaca con dodici navi. Eumelo da Fere con dieci navi.
Protesilao e Podacre da Filaca con quaranta navi. Podalirio e
Macaone, i figli di Esculapio, da Trica con trentadue navi. Achille
con Patroclo e i Mirmidoni da Ftia con cinquanta navi. Tlepolemo da
Rodi con nove navi. Euripilo da Orcomeno con quaranta navi. Antifo e
Anfimaco dall’Elide con dodici navi. Polipete e Leonteo da Larissa
con quaranta navi. Diomede, Eurialo, Stenelo da Argo Filottete da
Melibea con sette. Guneo da Cifo con ventuno navi. Protoo da
Magnesia con undici navi. Agapenore dall’Arcadia con sessanta navi.
Mnesteo da Atene con cinquanta navi. Questi furono i duci dei Greci,
quarantasette di numero, che portarono milleduecentodue navi.
[15] Quando furono convenuti ad Atene, Agamennone convoca in
consiglio i capi e li esorta a vendicare quanto prima le offese
ricevute. Chiede se piaccia loro, e li persuade, mandare a
consultare Apollo a Delfi su tutta la faccenda: e tutti concordano
con lui. A ciò viene destinato Achille, e parte con Patroclo. Priamo
intanto, come sentì che i nemici sono pronti, manda per tutta la
Frigia ad arruolare truppe dei popoli confinanti, e procura in
patria con grande ardore i soldati. Giunto a Delfi, Achille va
all’oracolo e dai penetrali gli si risponde che i Greci saranno
vincitori e nel decimo anno conquisteranno Troia. Achille compie i
sacrifici, così come gli era stato ordinato. In quella circostanza
era venuto anche Calcante, figlio di Testore, indovino; e, mandato
dal suo popolo, portava doni ad Apollo in favore dei Frigi. A lui
dai penetrali si risponde di partire con la flotta dei soldati
Argivi contro i Troiani e con la sua capacità divinatoria li spinga
a non ripartire prima che Troia sia stata conquistata. Quando si
venne al tempio, Achille e Calcante confrontarono tra loro i
responsi: felici dell’antico patto ospitale, confermano l’amicizia,
partono insieme per Atene e vi giungono. Gli Argivi esultano,
accolgono tra loro Calcante, salpano. Poiché le tempeste li
trattenevano, Calcante dal volo degli uccelli diede il responso che
prima ritornino in Aulide, per sacrificare a Diana. Partiti, vi
giungono. Agamennone placa Diana, e dice agli alleati che salpino e
facciano il viaggio verso Troia. Si servono come guida di Filottete,
che era andato a Troia con gli Argonauti. Poi approdano ad un
fortilizio, che era sotto il dominio del re Priamo, e lo espugnano:
e, fatto bottino, partono: arrivano a Tenedo, e qui uccidono tutti.
[16] Agamennone divide il bottino, convoca il consiglio. Poi manda
ambasciatori a Priamo, nel caso volesse restituire Elena e la preda
che fece Alessandro. Come ambasciatori vengono scelti Diomede e
Ulisse; partono per andare da Priamo. Mentre gli ambasciatori
adempiono all’incarico, Achille e Telefo vengono mandati a
saccheggiare la Misia. Giungono nelle terre del re Teutrante, e
fanno bottino. Teutrante sopraggiunse con l’esercito, ma Achille,
messo in fuga l’esercito, lo ferì, e Telefo lo protesse con lo scudo
mentre giaceva al suolo, perché non fosse ucciso da Achille.
Ricordava infatti l’ospitalità reciproca promessasi quando Telefo
ancora fanciullo, nato dal padre Ercole, fu ospitato dal re
Teutrante. Raccontano che Diomede, ucciso da Ercole mentre cacciava
con i suoi cavalli forti e feroci, diede tutto il regno a Teutrante:
perciò suo figlio Telefo gli venne in aiuto. Capendo Teutrante
questo, che non poteva sfuggire alla morte con quella ferita, diede
da vivo il suo regno a Telefo, e lo ordinò re. Allora Telefo
seppellì magnificamente il re Teutrante. Achille lo convince a
conservare quel nuovo regno, poiché aiuterà molto di più l’esercito
greco qualora lo aiuti con vettovaglie da quello stesso regno per
tanti anni quanti si saranno fermati lì che andando a Troia. E così
Telefo rimane. Achille torna a Tenedo dall’esercito con un grosso
bottino. Racconta ad Agamennone la sua impresa. Agamennone approva e
lo loda.
[17] Intanto gli ambasciatori inviati arrivano da Priamo. Ulisse
riferisce le parole di Agamennone, chiede che Elena e il bottino
siano restituiti, si dia soddisfazione al re per partire
pacificamente. Priamo ricorda le offese degli Argonauti, la morte
del padre, l’espugnazione di Troia e la schiavitù della sorella
Esione. Infine, quando mandò Antenore come ambasciatore, quanto
offensivamente sia stato trattato da loro. Ripudia la pace, dichiara
la guerra, ordina di respingere dai confini gli ambasciatori dei
Greci. Gli ambasciatori ritornano a Tenedo nell’accampamento,
annunciando il responso. La faccenda viene portata in consiglio.
[18] C’erano invero ad aiutare Priamo questi duci con i loro
eserciti: abbiamo ritenuto giusto inserirne qui i nomi e i regni.
Dalla Zelia Pandaro, Anfione, Adrasto. Dalla Colofonia Mopso,
Carete, Naste, Anfimaco. Dalla Licia Sarpedonte, Glauco. Dalla
regione di Larissa Ippotoo e Copeso. Dalla Ciconia Eufemo. Dalla
Tracia Piro e Acamante. Antifo e Mneste dalla Meonia. Ascanio e
Forcis dall’Ascania. Dalla Paflagonia Pilemene. Dall’Etiopia Perse e
Memnone. Dalla Tracia, Reso e Archiloco. Dalla Adrestia Adrasto e
Anfio. Dall’Alizonia Epistrofo. A questi condottieri ed eserciti che
si preparavano Priamo pose a capo come comandanti in capo Ettore,
Deifobo, Alessandro, Troilo, Enea, Memnone. Mentre Agamennone decide
su tutta la questione, da Cormo giunse il figlio di Nauplio
Palamede, con trenta navi. Egli si scusò di non essere potuto venire
ad Atene perché ammalato: e tuttavia era venuto non appena aveva
potuto. Lo ringraziano, e lo pregano di far parte del consiglio.
[19] Poi, non essendo chiaro agli Argivi se si dovesse fare
irruzione verso Troia occultamente di notte o durante il giorno,
Palamede li persuade, e ne dà ragione, che conviene che la scalata
verso Troia avvenga di giorno, e che così la schiera di nemici sia
spinta ad uscire dalla città. E così tutti approvano: deliberano e
mettono Agamennone a capo dell’impresa. Mandano come legati in Misia
e negli altri luoghi, perché curino gli approvvigionamenti da
fornire all’esercito, i Teseidi Demofoonte e Atamante, ed Anio. Poi
Agamennone convoca l’esercito in assemblea, distribuisce lodi,
ordini, esortazioni: e lo ammonisce accuratamente, perché siano
obbedienti ai suoi ordini. Dato il segnale, salpano, e tutta la
flotta schierata in larghezza si avvicina a Troia, e i Troiani
energicamente difendono gli approdi. Protesilao sbarca sul lido,
mette in fuga e fa strage. Gli si fece contro Ettore, e lo uccise, e
scompigliò gli altri: da dove Ettore si allontanava, là i Troiani
erano messi in fuga. Dopo che da entrambe le parti era stata fatta
grande strage, sopraggiunse Achille: egli volse in fuga tutto
l’esercito e li risospinse in Troia. La notte scioglie il conflitto,
Agamennone fa sbarcare l’esercito, allestisce l’accampamento. Il
giorno dopo Ettore fa uscire l’esercito dalla città, e lo schiera.
Agamennone gli si fa contro con gran clamore: la battaglia si fa
aspra e irosa: tutti i più forti cadono nelle prime file. Ettore
uccide Patroclo, e si appresta a spogliarlo. Merione lo sottrasse al
combattimento perché non venisse spogliato. Ettore insegue Merione e
lo uccide. Voleva allo stesso modo spogliarlo, ma sopraggiunge in
aiuto Mnesteo e ferisce Ettore al femore: anche ferito egli uccide
molte migliaia: e avrebbe perseverato a mettere in fuga gli Achei,
se non lo avesse affrontato Aiace Telamonio: mentre combatteva con
lui, capì che era del suo stesso sangue, era infatti nato da Esione
sorella di Priamo. Per questo vincolo di sangue Ettore ordinò che si
rimovesse il fuoco dalle navi, ed entrambi si scambiarono doni, e si
separarono da amici. Il giorno dopo i Greci chiedono una tregua.
[20] Achille piange Patroclo, i Greci i loro morti. Agamennone onora
Protesilao con un magnifico funerale, fa seppellire gli altri.
Achille fa i giochi funebri per Patroclo. Mentre dura la tregua,
Palamede non cessa di sobillare la sedizione: disse che Agamennone
era un re indegno di esercitare il comando supremo e incapace. E
dinanzi all’esercito personalmente espresse i tanti suoi meriti.
Innanzitutto elencò la scalata a Troia, la fortificazione
dell’accampamento, l’aggiramento delle sentinelle, l’aver dato il
segnale, la misurazione di libbre e pesi, e lo schieramento
dell’esercito. Avendo fatto tutte queste cose, disse che non era
giusto, essendo stato da pochi conferito ad Agamennone il comando
supremo, che egli comandasse a tutti quelli che fossero venuti dopo:
soprattutto ora che tutti avevano visto capacità e valore nei propri
comandanti. Mentre gli Achei contendono tra loro a vicenda sul
comando supremo, la guerra fu ripresa dopo due anni. Agamennone,
Achille, Diomede, Menelao fanno uscire l’esercito, contro di loro
avanzano Ettore, Troilo, Enea. Avviene una grande strage: da
entrambe le parti cadono i più forti. Ettore uccide i comandanti
Boete, Archiloco e Protenore: la notte dirime lo scontro. Agamennone
di notte chiama tutti a consiglio: li persuade ed esorta ad andare
tutti in battaglia, e incalzino soprattutto Ettore che tra questi ha
ucciso alcuni comandanti.
[21] E fattosi giorno Ettore, Enea e Alessandro fanno uscire
l’esercito. Tutti gli Achei avanzano. Avviene una grande strage.
Molte migliaia vengono mandati all’Orco da una parte e dall’altra.
Menelao cominciò ad inseguire Alessandro: girandosi a guardarlo
Alessandro trafigge con una freccia il femore di Menelao. Quello,
spinto dal dolore, insieme con Aiace Locrese non cessa di
inseguirlo. Appena Ettore li vide incalzare suo fratello, gli viene
in aiuto con Enea. Enea lo coprì con lo scudo, e lo portò con sé
dalla battaglia in città. La notte dirime la battaglia. Achille con
Diomede il giorno dopo fanno uscire l’esercito. Contro di loro,
Ettore ed Enea. Avviene una grande strage. Ettore uccide Orcomeneo,
Palamene, Epistrofo, Schedio, Elpenore, Dorio, Polisseno, duci
fortissimi; Enea Anfimaco e Nireo; Achille Eufemo, Ippotoo, Pileo,
Asterio; Diomede Santippo e Mestle. Agamennone, come vide che i più
forti erano caduti, ordinò la ritirata. I Troiani lieti ritornano in
città. Agamennone preoccupato convoca i duci a consiglio: li esorta
a combattere virilmente, e a non desistere perché la maggior parte
dei loro è stata vinta: dice di sperare che ogni giorno (forse un
refuso per “il giorno dopo”, ndt.) sopraggiungerà un esercito
dalla Misia.
[22] Il giorno dopo Agamennone costrinse a uscire in battaglia tutto
l’esercito e tutti i duci. Di fronte si schierarono i Troiani.
Avviene una grande strage, si combatte aspramente da tutte e due le
parti, molte migliaia cadono da una parte e dall’altra: né la
battaglia veniva rinviata, cosicché si combatté per ottanta giorni
continui. Agamennone, quando vide molte migliaia di soldati cadere
ogni giorno, e che non ce la faceva a dare gli onori funebri ai
caduti senza interruzione, mandò come ambasciatori a Priamo Ulisse e
Diomede, a chiedere una tregua di tre anni, per poter dare onori
funebri ai suoi, e curare i feriti, e riparare le navi, e procurare
le vettovaglie. Ulisse e Diomede vanno di notte come ambasciatori:
va loro incontro il troiano Dolone. Ed essendo richiesti per quale
motivo fossero venuti così armati di notte in città, dissero di
essere stati mandati come ambasciatori da Agamennone a Priamo. E
appena Priamo sentì del loro arrivo e che avevano chiesto di
vederlo, convoca in consiglio tutti i duci. Riferisce loro che sono
venuti ambasciatori da parte di Agamennone, e che chiedono una
tregua di tre anni. Ad Ettore pare sospetto che avessero richiesto
un tempo così lungo. Priamo ordina che ciascuna esprima il suo
parere: e tutti furono d’accordo che si desse la tregua per un
triennio. Intanto i Troiani restaurano le mura, curano i loro
feriti, ognuno celebra con grande onore i funerali dei propri
familiari.
[23] Sopraggiunse dopo il triennio il tempo della battaglia. Ettore
e Troilo con Enea fanno uscire dalle mura l’esercito. Contro di loro
avanzano Agamennone, Menelao, Achille e Diomede. Avviene una grande
strage. Ettore nella prima fila uccide duci fortissimi, Fidippo,
Antifo e Merione. Achille uccide Licaone ed Euforbio. Del resto
dell’esercito cadono da entrambe le parti molte migliaia di uomini:
si combatte aspramente per trenta giorni continui. Priamo, come vide
che molte migliaia di uomini del suo esercito erano caduti, manda
ambasciatori ad Agamennone, per chiedere una tregua di sei mesi. E
su parere del consiglio Agamennone concede la tregua. Sopraggiunge
il tempo della battaglia: si combatte aspramente per dodici giorni.
Molti duci fortissimi di qua e di là cadono, moltissimi sono feriti,
moltissimi muoiono mentre cercano di curarsi. Agamennone manda da
Priamo ambasciatori, a chiedere una tregua di trenta giorni, per
poter dare onori funebri ai morti. Priamo dopo essersi consultato lo
fa e acconsente.
[24] Ma quando sopraggiunse il momento della battaglia, Andromaca,
la moglie di Ettore, vide in sogno che Ettore non dovesse andare in
battaglia: e riferendogli ella il sogno, Ettore respinge quelle
parole da donnette. Andromaca mesta mandò a chiedere a Priamo di
proibirgli di combattere quel giorno. Priamo ordina di chiamare
Eleno, Alessandro, Troilo, Enea e Memnone, perché andassero essi in
battaglia: e in battaglia li mandò. Ettore appena lo seppe,
rimproverando molto Andromaca, chiese le armi per indossarle, e in
nessun modo potè essere trattenuto. Mesta Andromaca con i capelli
sciolti, protendendo il figlio Astianatte davanti ai piedi di
Ettore, non riuscì a richiamarlo. Allora con il suo pianto femmineo
scuote la città, corre da Priamo nella reggia, racconta quel che ha
visto in sogno, e che Ettore vuole andare in battaglia e che non lo
si riesce a richiamare neppure spingendo suo figlio alle sue
ginocchia. Priamo ordinò che tutti gli altri avanzassero in
battaglia, e trattenne Ettore. Agamennone, Diomede, Achille, Aiace
Locrese appena videro che Ettore non era uscito, combatterono
aspramente e uccisero molti duci dei Troiani. Ettore, appena udì il
tumulto nello scontro, e che senza di lui i Troiani erano in
difficoltà, proruppe in battaglia. E subito fa a pezzi Eioneo,
ferisce Ifinoo, uccide Leonteo, trafigge con un giavellotto il
femore di Stenelo: appena Achille lo scorse e vide tanti
valorosissimi duci uccisi da lui, dirigeva contro di lui la sua
attenzione, per farglisi contro. Calcolava infatti Achille che, se
egli non uccideva Ettore, parecchi tra i Greci sarebbero periti per
mano sua. Molte migliaia di uomini intanto vengono trucidati. Si
ingaggia un’aspra battaglia. Ettore uccide Polipete, fortissimo
condottiero, e avendo cominciato a spogliarlo sopravvenne Achille.
La battaglia si fa più intensa, e si leva un clamore dalla città e
da tutto l’esercito. Ettore ferisce il femore di Achille. Egli
nonostante il dolore patito ancor più prende a inseguirlo né
desistette se non uccidendolo. Ucciso il quale volse in fuga i
Troiani, e con grandissima strage li volse in fuga fino alla porta
della città. Gli si oppose tuttavia valorosissimamente Memnone, e
aspramente tra loro combatterono: si separarono feriti entrambi. La
notte dirime lo scontro. Achille torna ferito dalla battaglia. Nella
notte i Troiani piangono Ettore.
[25] Il giorno dopo Troilo fa uscire dalla città i Troiani contro
l’esercito dei Greci. Agamennone consulta l’esercito, lo convince
che si chieda una tregua di due mesi, perché ognuno possa seppellire
i suoi. Partono gli ambasciatori a Priamo: ottengono ciò che
chiedevano, ricevono la tregua di due mesi. Priamo secondo il suo
costume seppellì Ettore davanti alla porta della città, e gli fa
fare i giochi funebri. Durante la tregua, Palamede di nuovo non
smette di lamentarsi a proposito del comando supremo. Perciò
Agamennone cedette alla sedizione, e dice che riguardo a ciò farà
volentieri sì che essi eleggessero comandante supremo chi volessero.
Il giorno dopo chiama in assemblea il popolo: dice di non esser mai
stato bramoso del comando supremo: volentieri lo accettava se
volessero darglielo; ma volentieri lo cedeva. Gli basta vendicarsi
dei nemici, e stima poco importante per intervento di chi ciò
avvenga. Se qualcuno avesse qualcosa da dire, ordina che parli.
Palamede si fa avanti, svela le sue intenzioni. E così gli Argivi
gli conferiscono il comando supremo. Palamede ringrazia gli Argivi,
accetta il comando supremo, lo esercita. Achille condanna
l’avvicendamento del comando supremo.
[26] Intanto la tregua finisce. Palamede fa uscire dall’accampamento
l’esercito equipaggiato e pronto, lo schiera, lo esorta. Di fronte,
la stessa cosa fa Deifobo. Si combatte aspramente da parte dei
Troiani. Sarpedonte Licio con i suoi fa pressione contro gli Argivi,
uccide e stende molti. Gli si fa contro Tlepolemo Rodio: ma pur
resistendo a lungo e combattendo, cade gravemente ferito. Gli
subentra Perse figlio di Admesta, riequilibra la battaglia: e, a
lungo combattendo da presso con Sarpedonte, viene ucciso. Anche
Sarpedonte ferito tornò indietro. E così per parecchi giorni si
svolgono battaglie. Da ambedue le parti vengono uccisi dei capi, ma
più dalla parte di Priamo. I Troiani mandano ambasciatori, chiedono
una tregua, per seppellire i morti e curare i feriti. Palamede manda
Agamennone come ambasciatore ai Teseidi: Demofoonte e Atamante che
Agamennone aveva preposto come delegati a procurare vettovaglie, e
perché portassero dalla Misia il frumento ricevuto da Telefo. Appena
giunge là racconta la sedizione di Palamede. Essi la prendono male.
Agamennone dice di non avercela con lui, che ciò è avvenuto con il
suo consenso. Intanto Palamede cura l’acquisto delle navi, munisce
l’accampamento, lo cinge di torri. I Troiani esercitano l’esercito,
rifanno diligentemente le mura, aggiungono diligentemente fossati e
trincea, sistemano le altre cose.
[27] Quando venne il primo anniversario della sepoltura di Ettore,
Priamo, Ecuba e Polissena, e gli altri Troiani, andarono al suo
sepolcro. Si imbatte in loro Achille, contempla Polissena, fissa su
lei la sua attenzione, cominciò ad amarla fortemente. Allora, spinto
dall’ardore, cominciò a consumare nell’amore una vita che gli era
ormai odiosa, e mal tollerava che fosse stato tolto il comando
supremo ad Agamennone, ma che poi a lui fosse stato preferito
Palamede. Costretto dall’amore, dà ad un fedelissimo servo frigio un
messaggio da portare ad Ecuba: e gliela chiede in moglie: se lo
farà, egli con i suoi Mirmidoni se ne tornerà in patria. E quando lo
avrà fatto lui anche gli altri Greci faranno lo stesso. Il servo
parte, arriva da Ecuba, riferisce il messaggio: Ecuba rispose di
essere d’accordo, ma a condizione che la cosa piaccia a suo marito
Priamo: ordina al servo di tornare quando ella abbia parlato con
Priamo: il servo riferisce ad Achille quello che aveva fatto.
Agamennone con una grande scorta di viveri ritorna all’accampamento.
Ecuba parla con Priamo della condizione di Achille. Priamo rispose
che non se ne poteva far nulla: non perché lo stimi indegno di
parentela; ma perché, se gliela darà, crede che gli altri Greci non
se ne andranno: e non è giusto sposare la propria figlia ad un
nemico. Perciò, se la voleva, sia fatta una pace senza limiti di
tempo, e l’esercito parta e si sanciscano i sacri patti di alleanza.
Egli gli darà volentieri la figlia, se e quando questo sia accaduto.
Perciò, al servo mandatole da Achille Ecuba dice le stesse cose che
aveva discusso con Priamo: e il servo le riferisce a Achille.
Achille si lamenta pubblicamente che per una sola donna, Elena,
tutta la Grecia e l’Asia siano state tirate in ballo, in tanto tempo
tante migliaia di uomini siano periti, tanti rischi si affrontino,
la libertà sia in pericolo: perciò bisogna che si faccia la pace, e
l’esercito si ritiri. Passò un anno. Palamede fa uscire l’esercito e
lo schiera.
[28] Deifobo si schiera di fronte. Achille irato non esce a
battaglia. Palamede, colta l’occasione, fa impeto contro Deifobo e
lo uccide: nasce un’aspra battaglia, da entrambe le parti cadono
molte migliaia di uomini. Palamede si aggira nella prima fila, ed
esorta i suoi a combattere valorosamente. Contro di lui si lancia
Sarpedonte licio, e Palamede lo uccide. Lieto per quest’impresa, si
aggira nel campo. Ma mentre esulta e si vanta Paride Alessandro gli
trafigge il collo con una freccia. I Frigi se ne accorgono, lanciano
dardi, e così Palamede viene ucciso. Ucciso il re, gli Argivi
cedono, i Troiani li inseguono, assalgono l’accampamento, incendiano
le navi, tutti fanno pressione, vilmente gli Achei girano le spalle,
si rifugiano nell’accampamento. La cosa fu riferita ad Achille: fa
finta di niente. Aiace Telamonio lotta valorosissimamente: la notte
dirime il conflitto. Gli Argivi nell’accampamento piangono la
perizia, l’equità, la bontà, la clemenza di Palamede.
[29] I Troiani piangono Sarpedonte e Deifobo. Nestore, che era il
più anziano, di notte chiama i duci a consiglio, li persuade ed
esorta a eleggere un comandante supremo, e che, se sembra loro
opportuno, lo stesso Agamennone può diventarlo con minimo dissenso.
Contemporaneamente rammenta loro che, fin quando era lui comandante
supremo, le cose sono andate in maniera positiva, e l’esercito era
stato abbastanza contento: se a qualcuno sembra altrimenti, esorta a
dirlo. Tutti concordano; eleggono Agamennone comandante supremo. Il
giorno dopo i Troiani escono festanti dalla città in battaglia.
Agamennone fa uscire contro di loro l’esercito: attaccata battaglia,
entrambi gli eserciti alternamente sono messi in fuga. Quando passò
la maggior parte del giorno, avanza tra i primi Troilo, uccide,
devasta, mette in fuga gli Argivi nell’accampamento. Il giorno
successivo i Troiani fanno uscire l’esercito: Agamennone si schiera
contro di loro. Avviene una grande strage: entrambi gli eserciti si
scontrano, nasce un’aspra battaglia. Troilo uccise molti duci degli
Argivi. Si combatte nei sette giorni successivi. Agamennone chiede
una tregua per due mesi. Seppellisce Palamede con un magnifico
funerale, e gli uni e gli altri curano la sepoltura degli altri
comandanti e soldati.
[30] Agamennone, durante la tregua, manda da Achille Nestore,
Ulisse, Diomede, perché gli chiedessero di rientrare nella guerra.
Achille rifiuta, triste, perché aveva già deciso di non rientrare in
guerra, giacché aveva promesso ad Ecuba di non combattere, poiché
amava molto Polissena. All’inizio accolse male quelli che erano
venuti da lui, dicendo che bisognava che si facesse una pace
duratura: tanti pericoli si determinavano per una sola donna, la
libertà era a rischio, egli non si fidava di tempi così lunghi:
chiede la pace, rifiuta la guerra. Ad Agamennone viene riferito cosa
si sia concluso con Achille, e che egli tenacemente diceva di no.
Agamennone convoca in consiglio tutti i duci, consulta l’esercito su
cosa si debba fare, ordina di dire ciò che ad ognuno sembri
opportuno. Menelao cominciò ad esortare suo fratello perché
piuttosto l’esercito esca in battaglia, dicendo che non ci si deve
atterrire, se Achille si è tirato fuori: egli tuttavia cercherà di
persuaderlo a rientrare in guerra, ma non ha paura se egli non
vorrà. Ricorda che i Troiani non hanno un altro eroe tanto valoroso
quanto lo è stato Ettore. Diomede e Ulisse cominciarono a dire che
Troilo era eroe non meno forte di Ettore, e così opponendosi a
Menelao impedivano che la guerra si facesse. Calcante in seguito al
rito augurale diede il responso di dover combattere, e non
preoccuparsi che i Troiani sono recentemente stati superiori in
battaglia.
[31] Giunse il momento della battaglia. Agamennone, Menelao,
Diomede, Aiace fanno uscire l’esercito dall’accampamento: contro di
loro si schierano i Troiani. C’è una grande strage: si combatte
aspramente, entrambi gli eserciti incrudeliscono a vicenda. Troilo
ferisce Menelao, uccide molti, costringe gli Argivi alla fuga
nell’accampamento. La notte dirime il conflitto. Il giorno dopo
Troilo e Alessandro fanno uscire l’esercito. Contro di loro avanzano
tutti gli Argivi: si combatte aspramente da entrambe le parti.
Troilo ferisce Diomede: fa un assalto contro Agamennone, e lo
ferisce al volto, fa strage degli Argivi. Per alquanti giorni si
combatte aspramente, molte migliaia di uomini sono trucidati
dall’una e dall’altra parte. Agamennone, appena vide che ogni giorno
perdeva la maggior parte dell’esercito, e che non poteva reggere,
manda a chiedere una tregua per sei mesi. Priamo convoca il
consiglio, espone la richiesta degli Argivi. Troilo dice di non dare
la tregua per tanto tempo, ma che si faccia piuttosto un assalto, si
brucino le navi. Priamo ordina di dire cosa ad ognuno sembri
opportuno. All’unanimità si è deciso che si debba fare ciò che
chiedono gli Argivi: allora si fa una tregua di sei mesi. Agamennone
cura che i suoi vadano seppelliti con onore; fa curare Diomede e
Menelao feriti. Allo stesso modo i Troiani seppelliscono i loro
morti. Durante la tregua, Agamennone secondo il parere del consiglio
va da Achille con Nestore, per chedergli di rientrare in guerra.
Achille, triste, cominciò a dire che non vi sarebbe rientrato, e a
lamentarsi che bisognasse chiedere la pace: ma comunque, visto che
non potrebbe negare nulla ad Agamennone, quando fosse giunto il
momento della battaglia, avrebbe mandato i suoi soldati: lo
considerasse scusato per la sua astensione dalla battaglia.
Agamennone lo ringrazia.
[32] Giunge il momento della battaglia. I Troiani fanno uscire
l’esercito. Di fronte, avanzano gli Argivi. Achille schiera i
Mirmidoni, li manda armati ad Agamennone. La battaglia si fa più
grande: aspramente ci si incrudelisce. Troilo infatti in prima fila
fa strage degli Argivi, insegue i Mirmidoni: fa un assalto
all’accampamento; molti ne uccide, moltissimi ne ferisce. Aiace
Telamonio si oppose. I Troiani tornano vincitori in città. Il giorno
dopo Agamennone fa uscire l’esercito: tutti i duci e i Mirmidoni
avanzano. Di fronte a loro, i Troiani esultanti vanno allo scontro.
Attaccata battaglia, entrambi gli eserciti combattono tra loro:
aspramente per alcuni giorni si combatte: molte migliaia di uomini
cadono da una parte e dall’altra. Troilo insegue i Mirmidoni, li
abbatte, li mette in fuga. Agamennone, appena vide più uccisi dalla
sua parte, chiede una tregua per trenta giorni, per poter dare onori
funebri ai suoi. Priamo concesse la tregua; ognuno cura la sepoltura
dei suoi.
[33] Venne il momento della battaglia. I Troiani fanno uscire
l’esercito. Di fronte Agamennone raduna a battaglia tutti i duci.
Attaccata battaglia, avviene una grande strage: aspramente
incrudeliscono. Quando fu passata la prima parte del giorno, avanza
in battaglia Troilo, fa strage, abbatte i nemici. Gli Argivi
fuggirono con clamore. Achille appena vide Troilo incrudelire in
quel modo, e infierire sugli Argivi, e insieme senza interruzione
abbatterli, gli Argivi in difficoltà, balzò in battaglia. Subito lo
sorprende Troilo, e lo ferisce. Achille ritorna ferito dalla
battaglia: si combatte per sei giorni continui. Il settimo giorno,
mentre l’uno e l’altro esercito, attaccata battaglia, era messo in
fuga, Achille, che per alcuni giorni ferito non era venuto in
battaglia, schiera i Mirmidoni. Li esorta e sprona a fare fortemente
assalto contro Troilo. Quando fu passata la maggior parte del
giorno, avanza Troilo a cavallo, esultante. Gli Argivi con gran
clamore fuggono. Sopraggiunsero i Mirmidoni, fanno assalto contro
Troilo, e molti di loro sono uccisi da Troilo. Mentre si combatte
aspramente, il cavallo di Troilo, ferito, cade e sbalza Troilo che è
rimasto impigliato. Subito accorrendo Achille lo uccide e comincia a
trascinarlo fuori dalla battaglia. E ci sarebbe riuscito, se non
glielo avesse strappato Memnone, e non avesse ferito Achille.
Achille ferito torna dalla battaglia nell’accampamento. Memnone lo
insegue e con molti lo assale. Quando Achille lo vide, si fermò: e
così, curata la ferita, e dopo un duello alquanto lungo, uccise
Memnone con molti colpi, e egli stesso ferito da lui si allontanò
dalla battaglia. Quando il duce dei Persiani fu ucciso e l’esercito
dei Troiani fu sbaragliato, i superstiti si rifugiarono in città, e
chiusero le porte: la notte dirime lo scontro. Il giorno dopo furono
inviati ambasciatori da Priamo ad Agamennone, per chiedere una
tregua: Agamennone secondo il parere del consiglio fa una tregua per
trenta giorni. Priamo fa seppellire Troilo e Memnone con un
magnifico funerale: ed entrambi curano la sepoltura degli altri
soldati.
[34] Ecuba, mesta perché i suoi due figli più forti, Ettore e
Troilo, erano stati uccisi da Achille, prese una decisione temeraria
tipicamente femminile per vendicare il suo dolore. Chiama il figlio
Alessandro, lo prega, lo esorta a vendicare lei e i suoi fratelli, a
tendere un agguato ad Achille e ucciderlo quando meno se lo aspetta:
giacché le ha mandato un messaggero, e le ha chiesto che gli fosse
data in sposa Polissena, ella gli manderà a dire a nome di Priamo di
firmare tra loro pace e alleanza, e lo stabiliscano nel tempio di
Apollo Timbreo, davanti alla porta: là Achille verrà, parlerà: lì si
può porre l’agguato: basta alla sua vita se lo ucciderà. Poiché
Alessandro era temerario, subito promise che lo avrebbe fatto. Di
notte vengono condotti là i più forti dell’esercito, e vengono posti
nel tempio di Apollo; ricevono la parola d’ordine. Ecuba manda un
messaggero ad Achille, a nome di Priamo, come aveva stabilito.
Achille esultante, amando Polissena, decide di andare l’indomani al
tempio. E il giorno dopo con Antiloco, figlio di Nestore, venne al
posto stabilito, ed appena entrò nel tempio dall’agguato gli corrono
contro. Da ogni parte lanciano dardi: Paride Alessandro li incita.
Achille con Antiloco, col braccio sinistro coperto dallo scudo, col
destro tenendo la spada, fa impeto. Achille uccide molti. Alessandro
trafigge Antiloco ed Achille con molte ferite. Così Achille per un
agguato, invano comportandosi valorosamente, perse la vita: e
Alessandro ordina che sia portato via, e sia gettato in pasto agli
uccelli. Ma Eleno lo vieta, ricordando molte cose, e ordina che essi
vengano portati fuori dal tempio e consegnati ai loro compagni.
Portano Achille ed Antiloco nell’accampamento. Agamennone
seppellisce Achille con un magnifico funerale: e per fargli il
sepolcro chiede una tregua a Priamo e lì fa i giochi funebri.
[35] Poi convoca il consiglio: parla agli Argivi; all’unanimità si
decide di consultare gli dèi sul da farsi. Mandano subito quelli che
dovrebbero consultarli: e questi ricevono il responso che la fine
della vicenda passa per la stirpe di Achille. Avendo i messaggeri
riferito queste cose, Aiace dice: dal momento che il figlio di
Achille, Neottolemo, è vivo, lui si deve far venire all’esercito,
per vendicare suo padre: e alla fine ad Agamennone e a tutti il suo
consiglio piace. Si dà l’incarico a Menelao: egli parte per Sciro
per andare da Licomede suo nonno: gli ordina di lasciar partire suo
nipote. E Licomede volentieri lo concesse agli Argivi. Quando finì
la tregua, Agamennone fece uscire l’esercito, lo schiera, lo esorta.
Di fronte avanzano i Troiani: si attacca battaglia. In prima fila si
aggira Aiace, mentre sorge un gran clamore. Cadono molti da entrambe
le parti. Alessandro, tenendo l’arco, molti ne uccide, trafigge il
fianco scoperto di Aiace. Aiace ferito prese a inseguire Alessandro
tra i nemici; e non smise, fin quando non lo abbatté. Estratta la
freccia, muore subito anche lui. Il corpo di Alessandro viene
riportato in città. Ucciso Alessandro, Diomede con grande
determinazione fa impeto contro i nemici. I Frigi stanchi si
rifugiano in città, ma Diomede financo in città li insegue.
Agamennone conduce l’esercito intorno alla città, e tutta la notte
assedia le mura tutt’intorno, e fa in modo che con veci alterne
diligentemente svolgano i turni di guardia. Il giorno dopo Priamo
seppellisce Alessandro nella città, ed Elena lo segue con grandi
lamenti, perché è stata trattata da lui con onore. E Priamo ed Ecuba
l’hanno considerata sempre come una figlia e accudita con cura,
perché mai ella aveva disprezzato i Troiani e rimpianto gli Argivi.
[36] Il giorno dopo Agamennone cominciò a schierare l’esercito
davanti alla porta, e a sfidare a battaglia i Dardani. Priamo non
reagiva, fortificava la città e stava tranquillo in attesa che
sopravvenisse Pentesilea con le Amazzoni. Pentesilea poi arrivò, e
fece uscire l’esercito dall’accampamento contro gli Argivi: scoppia
una grande battaglia, si combatte per parecchi giorni. Gli Argivi
sono compressi nel loro accampamento. A lei a stento si oppone
Diomede: altrimenti avrebbe devastato l’accampamento, incendiato le
navi degli Argivi, e sbaragliato tutto l’esercito. Sospesa la
battaglia Agamennone trattiene i suoi nell’accampamento. Intanto
Pentesilea si fa avanti e ogni giorno sbaraglia gli Argivi, li sfida
alla guerra. Agamennone su decisione collegiale fortifica
l’accampamento e lo difende, e non esce a battaglia, fin quando non
arriva Menelao con Neottolemo. Neottolemo appena arriva riceve le
armi di suo padre, e presso la tomba del padre si lamenta con grande
clamore. Pentesilea schiera l’esercito come di consueto, e avanza
fino all’accampamento degli Argivi. Avanza Neottolemo, schiera i
Mirmidoni, e li fa uscire per lo scontro. Agamennone schiera
l’esercito: entrambi si scontrano aspramente. Neottolemo fa strage:
Pentesilea gli si fa contro, valorosamente gli si oppose da presso.
Finché per parecchi giorni combatterono aspramente, entrambi
uccisero molti nemici. Pentesilea ferisce Neottolemo. Egli,
nonostante abbia subito quella dolorosa ferita, fa a pezzi
Pentesilea condottiera delle Amazzoni. Con quest’impresa fa
ripiegare in città tutto l’esercito dei Troiani. Gli Argivi con
l’esercito circondano le mura, in modo che i Troiani non potessero
uscire fuori.
[37] Quando i Troiani videro ciò, Antenore, Polidamante, Enea vanno
da Priamo. Gli dicono di convocare il consiglio per deliberare cosa
fare. Priamo convoca il consiglio. Essi chiesero di poter parlare, e
Priamo ordina loro di dire cosa propongano. Antenore ricorda che i
principali difensori di Troia, Ettore e gli altri figli di Priamo,
sono stati uccisi; che contro di loro ci sono ancora invece
Agamennone, Menelao, Neottolemo, non meno forte di quanto lo fosse
stato suo padre, Ulisse, Nestore, Diomede, Aiace locrese, e tanti
altri di somma prudenza. Al contrario, i Troiani sono assediati e
decimati. Consiglia di restituire piuttosto a questi Elena e le
ricchezze trafugate da Alessandro, e di fare la pace. Dopo che
dissero molte parole sull’opportunità di concordare la pace, si alza
Amfimaco, il figlio di Priamo, giovane fortissimo: e con insulti
aggredì Antenore e cominciò a rimbrottare quelli che si erano detti
d’accordo con lui e il loro comportamento, e a proporre di fare
piuttosto una sortita nell’accampamento greco, in modo da vincere o,
se sconfitti, morire valorosamente per la patria. Quando finì, si
alza Enea, e con miti parole lo contrasta, propone con insistenza di
chiedere la pace ai Greci.
[38] Quando fu finito il dibattito, Priamo si alza molto adirato,
indirizza molte imprecazioni ad Antenore e Enea: essi sono stati
promotori del desiderio di guerra e dell’invio di ambasciatori in
Grecia, quando anche Antenore stesso quale ambasciatore è tornato, e
ha riferito di essere stato trattato in modo vergognoso. E poi Enea,
che con Alessandro ha rapito Elena e il bottino. Perciò egli dava
per certo che non si potesse far la pace, e ordina che tutti siano
pronti, quando egli ne avrà dato il segnale, a fare una sortita per
le porte della città: per lui era ormai inevitabile o vincere o
morire. Dopo aver detto ciò, esortandoli con molte parole, congedò
il consiglio, portò Anfimaco nella reggia, e gli disse di temere da
parte di quelli che avevano consigliato la pace che tradiscano la
città, e che essi hanno molti del popolo che la pensano come loro:
c’è bisogno che siano uccisi. Se questo accade, egli potrà difendere
la patria e sconfiggere gli Argivi. E insieme lo prega di essergli
fedele e obbediente, e pronto con le armi: e questo può avverarsi
così: il giorno successivo, come al solito, egli avrebbe fatto il
sacrificio, e li avrebbe invitati a cena. Allora Anfimaco, approvata
la sua decisione, promette che la eseguirà e così si allontanò da
lui.
[39] Lo stesso giorno si riuniscono di nascosto Antenore,
Polidamante, Ucalegone, Anfidamante, Dolone. Dicono di meravigliarsi
della pertinacia del re che, assediato, preferiva morire con la
patria e i compagni piuttosto che fare la pace. Antenore dice di
aver trovato una via d’uscita, utile ugualmente per sé e per loro,
ma che bisognava vincolarsi con un giuramento. Tutti si vincolano
con giuramento. Antenore, appena si vide vincolato dal giuramento,
manda a dire ad Enea che si deve tradire la patria e badare ognuno a
sé e ai suoi; dice che bisogna mandare qualcuno ad informare di ciò
Agamennone, e a riferirgli che il re si era alzato in consiglio,
irato perché egli gli aveva consigliato la pace, e che lui,
Antenore, temeva che stesse tramando un colpo di stato. E così,
tutti giurano: e subito mandano di nascosto Polidamante, che era uno
di questi, da Agamennone. Polidamante arriva nell’accampamento dei
Greci, si incontra con Agamennone, e gli disse dell’accordo
intervenuto.
[40] Agamennone di nascosto, di notte, convoca in consiglio tutti i
duci, riferisce quelle stesse cose ed ordina che ognuno esprima la
sua opinione. Si convenne all’unanimità di dar credito ai traditori.
Ulisse e Nestore dissero di avere qualche timore ad affrontare
questa incognita. Ma Neottolemo li contrasta. Mentre contendevano
tra loro, si stabilì di farsi dire da Polidamante la parola
d’ordine, e di servirsene per mezzo di Sinone in un colloquio con
Enea, Anchise ed Antenore. Sinone parte per Troia. E poiché le
chiavi della porta non ancora erano state date alle guardie di
Anfimaco, data la parola d’ordine, Sinone si sentì fare i nomi di
Enea, Anchise ed Antenore, e rassicurato lo riferisce ad Agamennone.
Allora si decise all’unanimità di dar credito ai congiurati e di
confermare con giuramento che si dava assicurazione ad Antenore,
Enea, Ucalegone, Polidamante, Dolone e a tutti i loro genitori,
figli, mogli e parenti consanguinei e amici che insieme con loro
avessero giurato, che fosse loro lecito mantenere intatte tutte le
loro cose e indenni i loro beni. Stretto e confermato con giuramento
questo patto Polidamante propone che portino di notte l’esercito
alla porta Scea, dove all’esterno è dipinta la testa di un cavallo.
Dice che lì sono di presidio durante la notte Antenore con Anchise,
che avrebbero aperto di notte la porta all’esercito e avrebbero
fatto loro luce. Questo sarebbe stato il segnale dell’irruzione in
città, perché sarebbero stati pronti lì quelli che li avrebbero
condotti alla reggia.
(41) La proposta fu accettata e concordata, e Polidamante torna in
città, riferisce i fatti, dice ad Antenore e ad Enea e agli altri
con i quali era stato stretto l’accordo di portare tutti i loro
familiari alla porta Scea, aprire di notte la porta Scea, mostrare
il lume, far entrare l’esercito. Antenore ed Enea di notte furono lì
alla porta, accolsero Neottolemo, aprirono la porta all’esercito,
mostrarono la fiaccola, chiesero che ci fosse la garanzia della fuga
per sé e per tutti i loro cari. Neottolemo fa irruzione in città, fa
strage dei Troiani, insegue Priamo, che sgozza davanti all’altare di
Giove. Ecuba, mentre fugge con Polissena, si imbatte in Enea, e gli
affidò Polissena, che Enea nascose a casa del padre Anchise.
Andromaca e Cassandra si rifugiano nel tempio di Minerva. Per tutto
il giorno e la notte gli Argivi non cessano di devastare e far
bottino.
[42] Quando fece giorno, Agamennone convoca tutti i duci nel tempio
di Minerva: ringrazia gli dèi, loda l’esercito, ordina di portare in
mezzo tutto il bottino, dicendo che lo avrebbe diviso alla pari con
tutti. E contemporaneamente chiede all’esercito se voglia che ad
Antenore ed Enea, con quegli altri che insieme con loro avevano
tradito la patria, venga mantenuto ciò che in segreto essi gli
avevano promesso. L’esercito tutto grida che vuole così; e allora,
chiamatili tutti, gli restituì tutte le loro cose. Antenore chiede
ad Agamennone di parlare. Agamennone lo concede. All’inizio Antenore
loda i Greci, e insieme ricorda che Eleno e Cassandra avevano sempre
sconsigliato al padre la guerra, che Eleno aveva detto che si desse
sepoltura ad Achille, e disse che Eleno era esperto indovino.
Agamennone con il favore del consiglio diede ad Eleno e a Cassandra
la libertà. Eleno allora prese a pregare Agamennone per Ecuba ed
Andromaca, ricordando che egli era stato sempre caro per loro.
Agamennone riporta la questione al consiglio. Si decise di dar loro
la libertà, di restituire tutte le loro cose, di dividere equamente
il bottino; e inoltre di fare i sacrifici e sciogliere i voti, e
decidere il giorno per la partenza. Quando però quel giorno arrivò,
scoppiarono grandi tempeste e per alquanti giorni dovettero fermarsi
lì.
[43] Calcante allora vaticinò che non si erano soddisfatte le
divinità infernali e a Neottolemo venne in mente che Polissena, a
causa della quale suo padre era morto, non era stata trovata nella
reggia. La chiede ad Agamennone, si lamenta, chiama in ballo
l’esercito. Agamennone ordina che si chiami Antenore, gli ordina di
cercarla e di condurgliela. Egli va da Enea, e indaga con gran cura;
e perché gli Argivi partano il prima possibile, appena trova
Polissena nascosta, la porta da Agamennone. Agamennone la consegna a
Neottolemo, ed egli la sgozza presso la tomba del padre. Agamennone,
irato con Enea perché aveva nascosto Polissena, gli ordina di uscire
subito con i suoi dalla patria. Enea con tutte le sue navi parte, e
lascia i suoi possedimenti ad Antenore. Dopo che partì Agamennone,
Elena, dopo alcuni giorni, mesta piuttosto che lieta, viene
riportata in patria con il suo Menelao. Eleno con Ecuba, Andromaca e
Cassandra si dirige verso il Chersoneso.
[44] Fin qui Darete Frigio tramandò la sua opera in caratteri greci.
Infatti egli rimase lì a Troia con la fazione di Antenore. Si
combatté per dieci anni, otto mesi e dodici giorni; presso Troia
caddero tra gli Argivi, come indicano i bollettini quotidiani di
guerra, che Darete Frigio accuratamente segnò, 806.000 uomini fino
al tradimento della città. Dei Troiani, 278000 uomini. Enea partì
con le navi con le quali venne in Grecia Alessandro, ventidue di
numero. Lo seguirono uomini di ogni età, circa 3300. Seguirono
Antenore duemilacinquecento uomini, Andromaca ed Eleno 1200. Fino a
qui arriva la storia di Darete.
© Francesco Chiappinelli
N.B. Per il testo latino
del "De excidio Troiae" di Darete e altri scritti sulla vicenda di
Troia, a cura di Francesco Chiappinelli, consultare il sito:
www.culturaescuola.it
L'Autore
Francesco Chiappinelli è nato nel 1947 a Bovino (FG) da famiglia
numerosa, dal 1960 vive a Napoli. Laureato in Lettere classiche alla
Federico II, ha insegnato a lun-go nei Licei scientifici e negli
ultimi venticinque anni greco e latino al liceo "Vico", tra i più
prestigiosi della città partenopea. È sposato felicemente e ha due
figlie, Bar-bara ed Erika.
Francesco Chiappinelli in
Modulazioni.it
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