|
Premessa
L’”Istorietta Troiana” è probabilmente tradotta in dialetto toscano
da un testo francese, che molti ritengono sia il “Roman de Troie” di
Benoit de Sainte-Maure, troppo più lungo però, anche nelle sue
versioni in prosa, per rendere accetta questa ipotesi. Forse la
fonte è uno dei numerosi volgarizzamenti francesi del testo di
Darete, anteriori alla colossale opera del monaco normanno, rispetto
al quale non mancano versioni differenti su vicende particolari.
Questo scritto è di grande interesse anche per le origini della
nostra lingua e il colorito tipicamente medievale e cavalleresco che
vien dato ai personaggi greci e troiani. Ne manteniamo la scrittura
originale, proponendo solo nei casi più complessi un chiarimento
semiologico. Anche quest’opera rende conferma dell’ipotesi che Dante
avesse, accanto a quelle classiche e a Virgilio, altre e diverse
fonti relative alla vicenda troiana. Quella qui riportata è una
selezione antologica, e prende le mosse dalla ricostruzione di Troia
ad opera di Priamo; gli eventi precedenti sono desumibili dal
racconto di Darete o dalle “Storie de Troia e de Roma”, presenti su
questo sito (vedi
Pagina).
N.B. Per una lettura più agevole, si tenga conto della «
scriptio continua » di antica origine, per la quale più parole
successive sono spesso legate insieme. Ad esempio, « essavia » del
terzo rigo va inteso: « e savia ». I gruppi consonantici –gl-, -gn-
sono foneticamente trascritti –lgl-, -ngn-. L’articolo si assimila
alla consonante del nome: i’rre = il re. Le difficoltà iniziali
svaniranno ben presto.
ISTORIETTA TROIANA
… Quando la cittade fue fortificata e perfetta di ciò ch’è detto e
i[r]re Priamo tenne general parlamento a trovare il modo della
vendetta contra gli Greci dell’oltraggio ricivuto, e nel consilglio
si diliberò che in Grecia si mandasse nobile, bella essavia
anbascieria, per li quali fosse cortesemente domandata la filgliuola
derre Laomedon essuora derre Priamo, la quale era stata presa ed era
tenuta in servaggio. Ma derre e della giente che morti erano stati
non fecero alcuna menzione e poi chella donzella sarà dimandata, se
renduta sia, basti, e se non, si rimanga in nuovo consilglio, e
preso il consilglio sì vi mandarono tale che compiutamente per tutta
Grecia fecie l’anbasciata, avengna che non bello vi fosse ricolto,
ma vituperosamente Igli fosse risposto; onde e’ ritornato in Troia
contò in che modo ricevuto era stato, ella risposta di Greci. Nel
tenpo chell’anbasciata e risposta detta fue in Troia per li detti
anbasciadori ecche mandati furono in Grecia, in quel mezzo Paris,
filgliuolo derre Priamo, era ito a vedere alle sue colture il
guernimento suo e trovò ne’ prati sotto una roccia d’accosta a una
chiara fontana uno bellissimo e grasso toro, il quale era strano
della greggia de’ suoi, eccon uno de’ suoi si combatteva; de’ quali
lungamente durò la zuffa. Paris stava e guardava li tori sanza
giovare o nuocere a nullo. Alla fine il toro della greggia di Paris
fue vinto. Ciò veggiendo Paris fecie una ghirlanda di fiori e
puosela in capo allo strano toro in sengnio di vettoria, e, ciò
saputo, molto ne fue Paris lodato e tenuto a giusto. Un altro dì
andò Paris accacciare nella selva, e quando fue il grande calore nel
mezzo dì, si partì Paris da’ compangni e andò a una chiara fontana
maravilgliosamente dilettevole ebbene assisa, nel quale luogo gli
uccelli riparavano con dolci canti. Quivi Paris si riposò ellavò le
mani e rinfrescossi il viso; poi piegò una sua guarnacca e puosela
allato alla fontana, e posta la guancia sopra la guarnacca
s’addormentò. Un’altra fontana non meno bella di quella era più
presso, alla quale erano venute addonneare tre dee, l’una delle
quali fue madonna Giuno, l’altra fue madonna Pallas, la terza
madonna Venus, ellà si diportavano, e ragionando intra loro avenne
che nel mezzo di loro cadde una palla d’oro ove era scritto
pulchriori detur, cioè alla più bella sia data. Quando le dee videro
la palla, lette le lettere, ciascuna disse che allei dovea esser
data, assengnando ciascuna ragioni per sè, e nata tralloro la
discordia alla quale data esser dovesse, l’una di queste dee disse:
« Non è bella cosa che per tale cagione sia discordia trannoi, ma
troviamo alcuno soficiente acciò giudicare, checciò diffinisca ».
Ecciò accordato intra loro, si mossero a trovare acciò giudicatore;
e andando per la foresta s’abbattetero alla fontana ove Paris
dormia. Allora disse l’una all’altra: « Vedete, vedete Paris qui, il
filgliuolo del re Priamo; piue leale di lui non potremo noi trovare
ed elli il mostrò bene alla battalglia del toro istrano che vinse il
suo, quello che elli ne giudicò; epperciò io lodo chennoi ne
facciamo lui giudicatore ». E acciò s’accordaro. Allora destaro
Paris, alle quali elgli fecie maravilgliosa gioia ed onore. Elle gli
comtarono la quistione che intralloro era e diederli la mela
dell’oro e disser chella desse a quella che allui fosse aviso che
più dengna ne fosse. Madonna Giuno lo pregò molto che allei la
donasse, ed ella gli promise aiuto quante volle bisongno gli fosse,
e al suo soccorso metterebbe tutte le vertù del cielo. Madonna
Pallas gli promise, con ciò sia cosa che ella sia dea di
battalgl[i]e, che gli darebbe senno e vigore, e mai non sarà che
ella non sia al suo aiuto contro a tutte gente. Madonna Venus, conta
e bella, nobile e piacente, sottrattosa e smovente, gli promise
tutta sua forza e disse: « Paris, settu se’ leale uomo, tu mi dei la
mela donare, per ciò che alla più bella debbe essere data. Settu mi
fai ragione io l’avrò, essettu fai ch’io l’abbia, io ti donerò bello
dono. Ciò fia chettutte le donne chetti vedranno t’amaranno e
qualunque tue vorrai, sitti darò; e ancora vedi che io sono la più
bella ». Alla fine fecie tanto che Paris le diede la mela, onde
l’altre due dee n’ebbero grande ira.
Quando gli ‘nbasciadori di Troia furon tornati di Grecia, siddissero
al re Priamo lo convenente dell’opera ; onde il re Priamo fece tutti
li suoi baroni ragunare e ricordò loro l’onta e ‘l danno ell’
oltraggio che gli Greci aveano lor fatto, eccome aveano il paese
guasto, la cittade arsa, gli uomini morti, elle loro belle parenti
rapite. “E ora mi diniegano la mia suora, la quale in servaggio
ànno, per le quali cose molto ne dovemo turbare ne’ nostri cuori e
prendere vigore e talento di vendetta. Essopra ciò ne richeggio il
vostro consilglio”. Lo consilglio fue grande e molto si disse
intorno di ciò. Uno barone consilgliò che il più valente di Troia
andasse con grande forza di gente in Grecia, essi procacciasse di
dommaggiare Grecia e di vendicare la ricievuta onta. “E perciò
chelgli Greci sono fieri e oltraggiosi, quando averanno ricievuto
dànno, si penseranno di ritornare in questo paese con grande isforzo
per vendetta fare. Onde io lodo che uno valente barone vada per
tutte le nostre contrade sommovendo gente per essere alla difesa di
noi in modo che mattare possiamo l’orgolglio greco”. Onde tutti
s’accordaro a questo consilglio e grande ragionamento v’ebbe a
sciegliere quale fosse suficiente d’andare in Grecia. Alquanti
s’accordaro che Ettor v’andasse per lo vigore che era illui. Altri
il contradiavano però che elli era il maggiore, per lo dubbio
d’esser preso. Casandra, la filgliuola del re, che molto sapeva
d’arti, disse in presenza di tutti: « Vada in Grecia quale avvoi
parrà chessoficiente sia, ma nel mio dire a postutto niego l’andata
di Paris, perchè io so di vero che se Paris vi va e tolgl[i]e
mogl[i]e di Grecia, ecconviene che questa cittade ne sia diserta ».
Appresso il dire della donzella si levò uno antico troiano, che bene
avea ciento quaranta anni e disse: « Sengnori, il mio padre vivette
bene treciento anni, e quando elgli venne ammorte, simmi disse:
Filgliuolo, tu vedrai la cittade di Troia, la più bella, più forte e
maggiore del mondo, e allora era assai piccolo, essì vedrai uno
bello giovane chessarà filgliuolo derre Priamo e averà nome Paris,
il quale se va in Grecia e prende moglie, di là tutta Troia ne sarà
distrutta ». Poi disse Deifebus filgliuolo derre Priamo: « Padre
essengnore mio, non pensare perch’ io sia prete che io vengna meno a
voi o all’ aiuto della vostra cittade: e molto che io non sia
cavallerosa persona, la buona volontade ci [è] pure e al bisongnio
si vedrà. Però dico che Paris non vada in Grecia, con ciò sia cosa
checcome detto è la città di Troia ne dee essere distrutta e vedrete
disfare e ardere, rubare e uccidere vostra amistà. Non pertanto
mentre che io mi potrò tenere in sella, già la mia vita non sarà
risparmiata contro annullo dubbio ». Apresso disse Paris così: «
Sengnori, nullo puote andare im Grecia, il quale possa l’andata
meglio fornire di me, con ciò sia cosa che io ò l’aiuto di madonna
Venus, la quale m’ à promesso d’essere al mio aiuto ove il bisongnio
fia, e cierto folle sarebbe chi quest’opera credesse meglio trarre
abbuono fine di me, con ciò sia che io abbia così fatto aiuto. E io
sarei simigliantemente molto da biasimare se per lo consilglio d’una
femina o d’uno vecchio o di prete lasciassi così fatta inpresa, poi
che i’ ò la promessa da quella dea ; ma femina, né prete non
disiderano battalglie. Dunque mandatemi in Grecia, che io so di vero
che io avrò la prima cosa la quale io domanderò alla dea Venus. E
peroe trovate chi sia quelli che vada sommovendo gente per menare al
soccorso e difesa della cittade, che io mi vo ad apparecchiare e
fornire per mar passare con quella compangnia che bisongnio fia ». E
queste parole dette si partie del consilglio per fornire la ‘npresa.
Poi che Paris si fue partito, istettero gli baroni grande pezza
sanza parole dire e apresso grande pezza parlò il re Priamo in
questo modo: « Poi che Paris ae presa questa sicurtade, io non ci
veggio altro consilglio se non che, poi che andar vuole, vada da
parte di buona ventura, e non ci à più affare se non di pensare
quale sia soficiente d’andare arrichiedere li nostri amici, che
vengnano al nostro soccorso ». Per consentimento di tutti fu
l’accordo che ‘l valente Ettor andasse arrichiedere gli amici. Il
quale richiese amici, parenti essuoi subbietti, essommosse re,
duchi, conti, prenzi, marchesi, primati, baroni, castellani,
visconti, ricchi cavalieri e valenti donzelli e aprovati sergienti
per diverse contrade, tutti dotti di guerra belli e bene armati, e
una parte ne menò seco ell’altra lasciò che venisse apresso lui,
perciò chesse tutti insieme fosser venuti, no avrebbe(ro) potuto
sostenerli il paese di vettualglia, che cierto fue giente sanza
numero. Quando Paris ebbe le navi apparecchiate e le vele poste al
vento, cominciaro annavicare verso Grecia com molta volontà e quando
furono innalto mare si scontrarono innuna molto bella nave, nella
quale era il re Menelaon, il quale andava per provedere sue
castella. Da ongni parte aveva quivi orgolglio, si ne’ Troiani come
ne’ Greci. Elli passarono assai presso, nengià l’una parte innalcuno
modo non disse parola all’altra, bene che gli Greci conosciessero
che elli erano Troiani, e quelli di Troia che elli erano Greci.
Mentre che Paris andava verso Grecia, li Troiani federo
maravilgliosi e ricchi sacrifici, e feciono nella cittade una
maravigliosa chiesa arreverenza della dea Pallas, acciò che in
guiderdone di quella opera ne renda loro ricco merito. Et ella mandò
loro una bandiera di maravilglioso merito; nullo sapea giudicare se
ella era di lino o di lana o di seta, ma nullo vide mai più bella e
non si poteo sapere onde ella venne. Ma bene dicievano li Troiani
chedda cielo era venuta, che da alti venne in su l’altare veggiente
tutto il popolo. Apresso fue una bocie udita diciente: « Madonna
Pallas vi manda questa insengna, essì vi manda che voi la guardiate
innonore erriverenza, che mentre che voi l’avrete non sarete vinti
». Onde molto si rallegrarono li Troiani ed ebbervi grande speranza.
Molto fue bella e nobile la città di Troia; ella sengnioreggiava
sette reami, in questo modo che sopra catuna delle sette porte della
terra avea una alta e bella torre co molte altre meno alte torri e
alte mura e forti aggiunte assè. In ciascuna torre abitava uno re,
ella sua baronia era tutta ne’ casamenti giungnenti ad essa.
Tanto navicò Paris essua compangnia, che elli arrivò in Grecia
presso d’uno nobile castello, il quale era del re Menelao. Di sopra
dal castello avea assai presso uno boschetto, nel quale era uno
tenpio di Venere di grande nominanza e ricchezza pieno, e molto il
teneano uomini effemine della contrada in grande reverenza, e
dicienno che più largamente dava la dea Venus in quel tempo quello
che con reverenza era chesto che innullo altro, e perciò erano
costumati di venire a questa festa la maggiore parte di Grecia e
recavano ricche offerende e grande oblationi. E Paris arrivò al
porto la villa (francese veille=vigilia) della detta festa, alla
quale era giente sanza numero, ella chiesa era ornata di nobili
addornamenti e ricchi tesori. Paris uscì della nave conto e nobile
eccon ricca compangnia. Tutti quelli del castello gli si fecero
incontro per sapere chi fosse; fue risposto: « Questi è Paris
filgliuolo derre Priamo di Troia, il quale viene per anbasciadore in
Grecia ». Paris essua compangnia passarono oltre per lo castello e
passando molto ***andò provedendo. E poi che elli fuoron giunti al
tenpio della dea Venus e viddero le belle offerende elli belli doni,
li quali li Greci facieano ad onore della dea…
A quella festa era venuta la bella Elena molgl[i]e derre Menelao,
che era de’ più alti re di tutta Grecia, la quale molto avea
irriverenza laddea Venus. Quello re che Paris avea incontrato in
mare era il marito della reina Elena, la quale molto v’era venuta
contamente con nobile conpangnia. Ella fue di bella statura, di
convenevole grandezza, lunga e schietta, convenevolmente carnuta,
adatta, snella, bianca come aliso, pulita come ivorio, chiara come
cristallo e colorita per avenente modo, capelli biondi e crespi e
lunghi, gli occhi chiari, amorosi e pieni di grazia, bruni di pelo e
bassi, le cilglia sottili e volte, il naso deritto e bene sedente,
di comune forma, bocca picciola e bene fatta, le braccia colorite,
li denti bene ordinati, di colore d’avorio con alquanto splendore,
il collo diritto, lungo e coperto, bianco come neve, la gola pulita,
stesa sanza apparenza, ben fatta nel petto e nelle spalle, le
braccia lunghe e bene fatte, le mani bianche e stese, morbide
essoavi, le dita lunghe, tonde essottili, l’unghie chiare e
colorite, il pié piccolo e ben calzante e snello, bello portamento e
umile riguardo, grazioso e di buon’aria, franca eccortese.
Quando Paris venne alla festa con così nobile compangnia ed arnese,
come detto è, ciascuno andò a vederlo, sicché la novella venne
infino alla reina Elena ed ella si rivolse verso quella parte e
vidde Paris molto umilemente venire con sua compangnia. Veggiendo
Paris la reina Elena, sì andò verso lei e salutolla dolcemente eccon
onesto atto, e quella in tal maniera rispuose al saluto, eppoi che
cortesemente ebe risposto, sì domandò chi elli era e onde venia. Ed
elli li disse il nome e illingniaggio ella cagione della sua venuta,
avengnia che elli non dicesse lo ‘ntendimento suo, ma disse che
venuto era a quello luogo per divozione ed onore della dea Venus.
Ella reina disse: « Sengnore, buona orazione possi tu fare, elli dii
ella deessa intendano e mettano inneffetto tua volontade. E certo se
‘l mio sengniore fosse a questa festa, io penso che elli farebbe
avvoi tutti onore, esse d’alcuna cosa ti bisongna, avengna che ‘l
mio sengniore non sia nel paese, sissara’ fornito liberamente e di
buono volere ». Della qual cosa Paris le rende grazie e delle sue
ricchezze le proffere collargo animo. A.presso cioè si partie Paris,
preso e accieso d’amore della bella accolglienza e oferta della
reina Elena, avengna che ella non rimanesse meno ardente dell’amore
di lui.
Paris s’inginocchiò dinanzi all’altare della dea pregandola chelli
renda sua promessa, che venuto è luogo e ‘l tenpo. Ecciò detto sì
fecie senbianti di volere tornare alle navi e navicare verso Grecia
e prese conmiato dalla reina Elena. Poi tornò alle navi molto
isnello con la sua compangnia e presero consilglio di rubare il
tenpio e di rapire Elena. Il qual consilglio preso, s’armaro
vistamente, e anzi chella luna si levasse furono tutti armati e
ordinati e quetamente vennero al tenpio anzi che nullo se ne
prendesse guardia, ellà ordinaro cento cavalieri alla guardia, acciò
che nullo ne potesse uscire e nel tenpio n’entraro quattrocento, i
quali rubaro quanto chennel tenpio era prezioso. Paris andò alla
reina Elena e quelli che difendere la voleano morti furo. Poi ne
menò lei, poi le disse umilemente ecco lieto volto: « Madonna, se vi
piaciesse, io mi prometto al vostro piaciere come vostro cavaliere e
leale amante ». La reina rispuose: « La forza è tua ». E Paris di
ciò le rende grazie e presela per mano eccon sua conpangnia la
condusse infino alle navi e poi tutta la preda del tenpio e delle
gienti che dentro erano. Cierti greci cheffuggiro infino ad uno
vicino castello, che ivi presso era, contarono ciò che avenuto era.
Dire non si potrebbe come isnellamente e tosto quelli del castello
furono armati e trovarono una parte de’ Troiani carichi di prede e
lassi; sì percossero alloro e molti n’uccisero. Ma quelli delle navi
udirono il grido; siccorsero isnellamente al soccorso e riccolsero
loro giente con grande danno de’ nemici, e trassersi alle navi. Poi
levaro le vele al vento e non finarono di navicare infino attanto
ch’ elli furono ad una giornata presso a Troia, ellà soggiornarono
una settimana. E intanto mandò Paris una galea armata verso Troia
per contare arre Priamo loro tornata. Giunta la novella a Troia,
maravilgliosa allegrezza ebbe nella cittade, ma Casandra e Deifebus
e spezialmente Casandra cominciò affare si grandissimo pianto e
menare sì smisurato dolore, che nullo la potea appaciare. Ella
gridava come arrabbiata, scapilgliata, piangiendo e diciea: « Ora
s’apressa il dolore, il tormento, l’angoscia, lo struggimento, la
mortale uccisione del lengniaggia di Dardano e della ricca cittade
di Troia. A mortale dolore si vedranno uccidere, elli belli alberghi
abbattere, e le forti mura distruggiere, le ricchezze consumare e le
donne vituperare, le pulcielle sforzare e li vecchi talgliare. Ahi
malaventurosa cosa è questa a pensare: giente, di vostra morte fate
allegrezza; voi siete similglianti al ciecero (=cigno, ndr), che più
gioiosamente canta quando viene al suo fine; fuggite, giente,
fuggite ahi miseri; li dii non v’amano tanto che non ciessino di tal
vita lasciarvi menare ». I[r]re Priamo silla fecie mettere innuna
scura volta, acciò che il suo tristo annunzio non fosse dalla giente
udito né veduto.
Veggiendo Deifebus la grande allegrezza cheffacieano i Troiani, e
udendo la maniera checCassandra tenea, disse: « Pesami, che ararne è
palese il doloroso avenimento, ma perch’ io ò partecipato agli onori
del mio padre e alle ricchezze, io voglio participarmi
all’aversitadi: colgli miei volglio vivere e morire, e volglio fare
tale contezza, quale fanno egli, che del tenpo che è avenire nulla
veggiono ». A tanto giunse Paris essua compangnia, ella reina Elena
insieme collui. Irre Priamo ella reina Ecuba, i filgliuoli elle
filgliuole elli bastardi, tutta la baronia e grandi e piccoli della
città gli andarono all’ancontra con maravilgliosa festa e
allegrezza. Poi a grandissimo onore sposò Paris Elena. Dopo lunga
festa furo li baroni acconsilglio ed ordinaro di guernirsi e di
stare intenti, consappiendo chelli Greci verranno per tale onta
vendicare. Poi cheffurono di ciò che bisongniava guerniti, errecato
allaccitade dentro quello che bisongnìa e irrimanente arsero e
strussero. Uno re, il quale avea nome Lernesio, domandò arre parola
di potere con sua compangnia andare alla guardia d’uno suo forte
castello, che era presso alla cittade a venti milglia ed era in sul
passo de’ nemici: al quale gliene diede parola. Questo Lernesio fue
padre della pulcella Criseis, la quale Accilles rapio.
La novella fue saputa per Grecia come Paris avea rapita Elena
errubato il tenpio di Venus e morte le giente del castello. Irre
Menelao fue tornato e trovò chella molglie gli era stata tolta,
della qual cosa elli si dolse con gientili uomini del paese, i quali
promisero tutti insieme d’andare sopra a Troia ad oste.
Elena avea due bellissimi fratelli e d’una similglianza, arditi
eccavallerosi, i quali incontanente chesseppero che Elena fue rapita
si misero in mare con grande compangnia in tal punto che poi di loro
non fue novella saputa; onde li Greci furon fortemente crucciati.
L’uno de’ detti fratelli avea nome Castor ell’altro Polus. Gli altri
baroni di Grecia presero un die diterminato nel quale dovessero
muovere; onde con grande compangnia e bene armati mossero il detto
die; tralli quali vi fue il re Agamenon, il re Teseus, il re Ulixes,
il re Diomedes, il re Talamone, il re Tideus, il duca Accilles e il
suo caro compangnio re Patricolus e il re Menelao, marito della
bella Elena, e Deomonson e il re Aiax ell’orgolglioso Maccareo e il
re Iolo e il grosso Proteselao ell’ardito Danaus e Protinus e
Corintius e Acuntius, Meleander e Calculus, con tutti li gientili
uomini di Grecia. Agamenon era bello uomo e di bello tenpo, molto
fiero e molto savio; effue il più ricco e poderoso d’avere e d’amici
che fosse in tutta Grecia e di maggiore seguito. Ulixes fue ricco re
effu nero, barbuto e piloso, grosso eccorto efforte, savio e
sottile, effue il più bello parladore chell’uomo sapesse. Diomedes
fue bello, grande e formato, orgolglioso e amoroso. Texeus fue bello
e ben fatto d’inbusto e di menbra: questo fue quello che diliverò
l’assedio da Tebe. Diomedes fue grande compangnio di questo Texeus a
molte terre conquistare e guerre vincere. Elli fu quelli che per sua
vertù col consilglio d’Adriana canpò dal Minotauro della magione di
Dedalus. Accilles fue bello, forte, bruno e di corpo ben fatto, né
grasso, né magro e maravilgliosamente fue buono cavalcatore; effue
quello cheffue più bello innarmi; Talamone fue grosso, tondo e
grasso efforte; molto fue ricco e rigolglioso. Patricolus fue
bellissimo, biondo, ricciuto, bianco e vermilglio, prode e ardito.
Menelao fue bello, ricchissimo, giusto e di bonare, sottile e
ingiengnioso. Nestore fue prode, forte e ardito e grandissimo di
corpo, sicché tutti li baroni di Grecia sopragiudicava dalle ispalle
in suso, essì era bene così grande d’animo e di senno. Effurono due
Aiax, [l’uno] fue filgliuolo della serocchia di Laomedon, serocchia
derre Priamo, quella che Antenore andò arrichiedere da parte del re
Priamo infino in Grecia, la quale non volle essere renduta; l’altro
Aiax fue prode, ardito, il quale volle avere l’armi d’Accilles,
malgrado d’Ulixes, eccontro allui se ne volle combattere corpo
accorpo, avengna che Ulixes l’avesse per suo maestrevole parlare.
Proteselaus fue bellissimo in sua giovanezza; ma aqquel tempo elli
era sì grasso chennullo l’avrebbe potuto avinghiare; ma molto era
ancora fiero, forte e ardito. Tutti Igli altri baroni e lor seguagi
furono nobilemente ad arnese. Tanto navicaro che presero porto
dinanzi al più bello e ricco castello di Troiani, e (quando)
Lernesiio, chessingniore n’era e allora era nel castello,
s’apparecchiò di contradiare li nemici siccome ardito e valente, ma
Diomedes e Ulixes con loro isforzo per battaglia il presero e
vinsero, e poi che Diomedes gli ebbe disarmata la testa e avea la
spada già alzata per talgliargl[i]ele, Accilles si misse innanzi
eccoprillo collo iscudo eddisse: « Non piaccia addio che elli muoia,
cheggià grandi piacieri ò ricievuti dallui ». Eppoi cheddalla morte
fue riscosso, sì ebbe tali convenenze colli Greci chella sua terra
riconosciesse dalloro, elliberamente darebbe loro l’entrata
ecconducerebbe loro la vivanda all’ oste. Là soggiornarono tanto li
Greci, che uno nobile eppossente re giunse, il quale non potea
giungnere insieme colgli altri per la grande multitudine di giente
ed arnese, la quale elli conducieva, eppoi che elli fue giunto,
soggiornarono alquanto, eppoi sì feciono comune parlamento, ove
questo sengniore disse che molto si maravilgliava, che gli Greci non
s’erano più avanzati innanzi e bene uno anno erano già stati nelle
terre di Troia. « Non avete la cittade assalita; ora sanno li nostri
nemici come voi siete qui stati, e ànno avuto ispazio d’avisarsi e
di fornirsi contra la nostra forza, essonsi rassicurati e meno ci
lottano. Ora mi parrebbe che il difetto si debbia amendare ecche
isnellamente corriamo verso la cittade, esseguiamo il pregio de’
nostri antichi ». A questo consilglio si tennero, essì tosto come
potero si misero in mare, ella prima nave che mosse fu quella derre
Patricolus e non fìnarono infino a tanto ch’elli furono dinanzi al
porto di Troia. Grande maestria convenne contro alli grandi lengni
aguti, li quali li Troiani aveno fìtti nel porto per contradire le
navi; ma tanto feciono per ingiengno e per forza che elli arrivarono
assalvamento. *
Quando li Troiani videro le navi al porto corsero all’ armi e
uscirono fuori della cittade schierati e acconci per contradire la
venuta di Greci. Patricolus essua giente ricievettero il primo
assalto e maravilgliosamente sofersero grave fascio eccon molto
ardire e con vertù sostennero; ma non poterono [so]stenere contro
alla grande multitudine di Troiani; siffurono sconfìtti. Ma Diomedes
giunse al soccorso, che molto gli sostenne, e cominciò a prendere
terra contro alli Troiani. Enea e Deifebus, Filimenis e Troilus
usciro della cittade e nobilmente armati con serrate ischiere
assalirono li Greci e pinselgli infìno alla riva. Contro gli quali
giunse Tideus con forte e bella gente, ecco molta fatica oltre il
grado de’ Troiani prese porto. Là ricominciò fiero stormo, tale che
irromore che era in sue la riva risonava per tutta la cittade. Ettor
con nobile giente uscì tutto armato della cittade con nobile
compangnia e giunse alla battalglia. Quando Patricolus lo vidde
venire così nobile, si domandò chi elli era; risposto gli fue che
elli era Ettore. Patricolus rispuose chellui assalire gli potea
cresciere lode e pregio. Addunque mosse Patricolus il cavallo contro
allui e bassa la lancia e percosse Ettor sopra lo scudo d’oro,
ov’era uno leone azzurro. Ettor fue forte e sostenne lo colpo sanza
muoversi tanto o quanto, ella lancia si ruppe in piue pezzi. Ma
Ettor diede lui si forte colpo che nè scudo, né arme non potè
sostenere lo talgliente ferro, che oltre per lo fianco gli passò il
cuore; onde Patricolus cadde morto atterra. Ora è cominciato il
pericoloso assalto, innarrata è la mortale distruzione, scoperto è
il tristo annunzio. Come Patricolus fue alla terra versato, Ettor
pugna contro li Greci, i quali non poteano sostenere l’assalto, anzi
si trassero imfino in sue la riva, ove gli Troiani gli uccideano
eddamaggiavano sanza rimedio. Addunque giunse Ulixes e il re Serses
e Accilles e per forza presero porto assai eppiù leggiermente che
gli altri, che prima aveano preso porto, perciò che quelli che
innanzi erano sciesi, sosteneano l’assalto de’ nemici in sue la
riva. Chi avesse veduto Ettor percuotere intra li nemici, a
maravilglia lo terrebbe. Cierto egli faciea quello checcorpo umano
non dovrebbe potere sostenere. Si tosto come Accilles fue della nave
iscieso, si udi dire come Patricolus era morto, onde elli
dolorosamente fue punto di trestizia, e incontanente domandò chi
quello danno fatto gli avea. Al quale risposto fue checciò avea
fatto il valente e vertuoso Ettor. Accilles pieno d’ira mosse il
cavallo contra Ettor colla lancia sotto il braccio et Ettor si
dirizzò contro allui e diedersi delle lancie sopra gli scudi. Ma
Accilles nonna trovato quello che pensava, che per lo colpo nollo
mosse se non siccome posto l’avesse a una torre; ed Ettor diede lui,
effeciegli per lo colpo votare amendue le staffe, ecconvenne
checcolle braccia s’attenesse al collo del distriere. Quando gli
Greci viddero ciò, non attesero la battalglia delle spade; per
temenza d’Accilles, sì soccorsero tutti alla riscossa d’Accilles e
quando Accilles fue riscosso dalle mani de Ettor, cominciò affare
crudele uccisione de’ Troiani, ma non tale che Ettor nolla faccia
maggiore di Greci. Tanto si combatterono in su la riva, che ‘l dì si
partì e per la scurità della notte convenne chelli Troiani
tornassero alla cittade; i quali con grande baldanza e allegrezza
tornarono, elli Greci rimasero sbigottiti e affannati. La notte
arrivaro al porto tutti quelli Greci che giunti non v’erano, e parte
di loro guardaro armati, elgli altri intesero addirizzare loro tende
elloggiarsi in su la riva. Ella mattina al punto del die tutti
armati furono al padilglione d’Agamenon e là tenerono grande
parlamento, ove molto fue detto della prodezza del forte Ettor. La
fine del loro consilglio fue di domandare triegue, ella cagione di
triegue domandare pensarono gli anbasciadori, ciò fue Ulixes e
Tedeus, i quali con nobile conpangnia andaro verso laccittà,
ettrovaro cheggià era armato Ettor, Troiolus e Deifebus e Filimenis
e grande giente de’ Troiani per uscire per la porta di Marte, e per
l’altra porta de costa Eneas, Toas il vecchio, Cassibilante e il
bello Paris elli bastardi tutti insieme con ventimila coverture di
ferro. Ma quando le guardie scorsero gli anbasciadori che venieno
con rammi d’ulivo in singnifìcanza di pacie, fecero alli baroni di
Troia sengno di ciò, i quali si ritrassero alla terra e snellamente
si disarmaro; poi andarono in Ilion per udire l’anbasciata. Gli
anbasciadori entrano nella terra per la porta di Cereris e molto si
maravilgliano della forte grandezza e nobiltà della cittade. Quando
furono dinanzi al re Priamo, Ulixes cominciò a parlare e disse: « Re
Priamo, io ti fo assapere che alla riva del porto sono tutti li
nobili prenzi di Grecia elli gientili uomini commaravilgliosa forza
e volontà di battere lo tuo orgolglio, e prendere vendetta dello
oltraggio chettu elli tuoi loro avete fatto. E sappi checciò averrà
settu per senno nolgli muovi a pietà per saddisfazione d’ammenda;
ciò è in rendere Elena e l’oltraggioso alla volontà di tutti li
baroni di Troia, ettu com pietoso prieghiero bangni di lagrime la
terra dinanzi alli loro piedi. E cierto io non sono qui per pregarti
checciò facci, che troppo piacierà più alli Greci di vedere loro
fiera vendetta che d’avere l’amenda sanza mostrare loro forza. Ora
ti dirò perchè io sono qui venuto. Sappi chelli Greci sono cierti
della vettoria contro atte; ma perciò che elli non volgliono loro
messe fare se non accierto termine di loro reddite, sì volgliono
mandare alli tre dii dell’ isola di Bellide affare sagrifici e
offerende per udire cierta risposta infra quanto tenpo la città sarà
presa: si dimandano triegue infino a tanto che quelli che portano
l’offerende siano tornati. Triegue non debbono essere vietate, però
che ispesso serà mestiere domandarle voi e di ciò ne rispondete
quello chenne credete fare ». Il re Priamo disse che elli andassero
all’albergo e si posassero ed elgli sopra la loro anbasciata si
consilglierebbe e avrebbero diliberata risposta. Ulixes disse: « Noi
ci trarremo da una parte e vo’ vi comsilgliarete, che assa’
liberamente ci potete rispondere, che qui non falla buono
consilglio, ennoi nonnavemo intemdimento di qui soggiornare, chelle
nostre tende sono presso di qui ». « Ciò ci piace », disse il re
Priamo. Innuna nobile camera furono menati gli anbasciadori di
Grecia, e il re Priamo prese consiglio. Il primo dicitore fue Ettor
e disse cosi: « Sengnore, li Greci addomandano triegua per lo loro
acconcio elloro inforzare, che bisongnio n’ànno. Esse il bisongnio
non vi fosse, già per cagione che dicano nonnaddimanderebono
triegue; perciò dico che triegue non siano lor date, esse elgli sono
lassi ettravalgliati, noi gli dovemo fieramente assalire, essovente
dammaggiare, acciò chennoi gli possiamo disavanzare ». Poi parlò il
vecchio Antenor e disse: « Anzi che questo diparta, averrà che di
nostri più cari saranno morti e presi, esse triegue non si
domandassero, non potremmo le corpora riavere e apresso noi saremo
serrati qua entro, che poco sarebbe là nostra difesa pregiata,
perch’ io priego chelle triegue sieno ottriate ». A questo
consilglio si tennero tutti ed egli rispuose algli anbasciadori
effermaro le triegue due mesi. Gli anbasciadori riportaro alli Greci
le novelle, onde della cortesia di Priamo si lodaro e della sua
fierezza sbigottiro, e della maravilglia, dell’ avere e delle
fortezze che gli anbasciadori videro nella cittade raccontarono alli
Greci. Quando furono al cierlo delle triegue sissi cominciaro ad
aloggiarsi ed afforzaronsi di fossi e di steccati e di pozzi e di
ciò che attale affare si comvenia. Poi soppellirono il corpo derre
Patricolus a grande onore; poi presero consilglio d’andare
nell’isola de’ dei affare sagrifici e doni, tanto cherrisposto
avessero della fine della loro inpresa; alla quale cosa fare
allessero Accilles, Diomedes e Ulixes. Li Troiani si consilgliaro di
mandare nella detta isola per lo detto Antenore e acciò
s’accordarono tutti e mandaronvi il vescovo Toias, che era uno savio
vecchio, col quale andò Ettor e il bello Pollidamas, il fìlgliuolo
del vecchio Antenore. E il die checcostoro giunsero nell’isola, si
vi trovarono li Greci cheggià aveano sacrificato agli dii effatte
maravilgliosamente ricche offerende, e incontanente li Troiani
feciero lo somilgliante. Tutta la notte furono ad orazioni, ell’una
ell’ altra parte. La mattina al tempo del die ebbero risponso dalgli
dii in questo modo: « Singniori di Grecia, ciò dicono gli dii del
cielo che intra qui a dieci anni per la potenzia e per lo isforzo di
te, Acciles, sarà la città di Troia presa e distrutta sevvoi
manterete l’assedio, e tutti li dii vi comandano, i quali i secreti
distini conducono, che voi non siate arditi di partirvi dall’
assedio, né voi né gli altri Greci, chella cosa avete cominciata.
Conciò sia cosa chesse voi ve ne partite anzi chella cittade sia
presa, tutti gli distini si cruccieranno contro a voi. E a voi di
Troia dico [che] la vostra difesa non varrà nulla, che alla fine vi
converrà perdere, e bene che voi vi voleste rendere nol sofferrebbe
il distino; ettu, antico Toas, chesse’ savio essottile, io ti
comando da parte di tutti gli dii e del destino, chettu mai non
entri in Troia infìno che ella sia presa e distrutta, anzi ti tieni
colli Greci elloro aiuta ecconsilglia e io loro comando che elli ti
credano esservano e onorino, che a grande bisongnio verrai loro »; e
qui tacette.
Di questa risposta furono li Greci molto allegri, malli Troiani si
sconfortarono molto, ma tanto erano pieni d’ardimento che nullo di
loro ne fecie senbiante, se non Toas, il quale pianse e si ramaricò
duramente ; elli Greci andarono allui e molto l’onoraro e menarlone
colloro. Ed Ettor e Polidamas gli dissero: « Già per uno vecchio, il
quale ae le menbra perdute non saremo di minore valore; esse di
tutti li suoi pari fossimo diliveri troppo ci pregieremmo meglio ».
Apresso queste parole si partirono dell’ isola, elli Greci elli
Troiani. Grande duolo fecie Toas fra gli Greci, perciò che dipartuto
s’ era di suo paese per lo mandamento delli iddii. Ma molto il
confortarono e onorare li Greci e da quella ora innanzi fecero
quelli di Grecia poco onneente sanza lo suo consilglio.
Quando Ettor e Polidamas furono tornati a Troia, ricontaro quello
che trovato aveano, e quando Priamo gl’ intese, sì bassò lo viso e
cominciò a pensare e poi disse: « Facciano li dii quello che
vorranno, che in mia vita non farò pacie a mia onta né disinore:
troppo val melglio ad onore morire che ad onta vivere. Noi avemo
Palladion, che Pallas la dea ci donò e avemo l’aiuto della dea
Venus, e avemo con noi Eneas suo filgliuolo e avemo la prima
offerenda della dea Diana. Noi avemo contra questa rea risposta
quattro benedizioni; ma il malvagio vecchio che dannoi s’è partito,
che per sua partita varremo noi troppo meglio; molto mi pesa che
trannoi sia rimaso alcuno di suo lingniaggio ». Queste parole disse
irre Priamo contro a Toas per una sua filgliuola, la quale avea nome
Briseis, la quale Troilus amava maravilgliosa mente e per quello
amore erano li Troiani troppi crucciosi della partita di Toas.
Quando Briseis seppe che Toas era andato di verso li Greci ne fecie
duolo per senbiante e molto se ne dolse dinanzi arre Priamo. Non
guari poi fue Toas ad uno consilglio che gli Greci feciero; dopo il
consilglio gli pregò molto teneramente chella filgliuola fosse
richesta alli Troiani, ecciò preso, mandarolla richeggiendo per due
anziani cavalieri, Tideus e Ulixes; ma in compangnia di loro, sanza
comandamento, si mise uno giovine cavaliere filgliuolo del detto
Tedeus, il quale era chiamato Diomedes.
Il re Priamo confortava li suo’ cavalieri per lo disconforto che
elli aveano avuto della risposta delli dii dell’isola e Paris
promettea il soccorso della dea Venus. Adunque vennero alla corte i
messaggi di Grecia, e dissero al re che gli Greci mandavano per la
fìlgliuola del vecchio Toas, la qual cosa molto fue grave a Troilus.
Il re rispuose: « Sappiate che io non pregio tanto l’amistà del
traditore Toas, che io voglia ritenere alcuna cosa del suo, avengnia
che pietà mi prenda della damigiella, ch’è stata intrannoi nodrita e
ne’ suoi tradimenti nonnà pecca. E perciò che ella è di ragione al
comandamento del suo padre, silgliele rendiamo e perchè la donzella
s’appaghi piue, sille doniamo termine oggi, sicché ella apparecchi
li suoi arnesi e prenda commiato da’ parenti e da’ vicini ». Gli
anbasciadori sì partirono per tornare la mattina per la donzella, la
quale quando intese le novelle, siccominciò affare maravilglioso
dolore, eccominciossi a scomiatare dalli suoi cittadini co molte
lagrime. Questo duolo durò infino alla sera, chettutta la giente fue
all’alberghi addormire. E quando furono tutti addormentati, Troilus
segretamente andò a vedere la donzella, e tutta la notte stettero
insieme braccio a braccio e bocca a bocca. E tutta la notte non si
finarono di piangnere senpre pregando l’uno l’altro che il carissimo
amore non si dimenticasse tralloro. Con grandissimi sospiri e
abbondanza di lagrime disse Troilus alla donzella: « Io ti priego
chettu mi guardi lealmente lo tuo amore, con ciò sia che io sia
fermo di senpre mantenerlo inverso di te; essettu lo tuo non falsi
verso di me, mai nulla altra amerò, però cheppiue saroe tuo chemmio.
Esse questa guerra finiscie e io rimangnio in vita ettutti mantieni
leale verso di me, tu avrai me e quanto che io avrò di podere ».
Eccosì le promise, ella pulciella promise lui fede e lealtade. Al
punto del dì Troilus si partì segretamente, ella pulciella si levò e
apparecchiossi orrevolemente. Al punto del die Ulixes e Polipom e
Diomedes vennero per la donzella, la quale alloro fue data. Si tosto
come li Greci furono fuori colla donzella, Diomedes la richiese
d’amore, la quale sanza alcuno detto gli ebbe promesso e donolgli
uno anello che Troilus l’avea donato. Ecciò vide uno ragazzetto che
Troilus avea mandato, lo quale la pulcella non conoscieva, per
sapere come ella si contenesse. Ma la donzella credeva che elli
fosse valletto di Greci, elli Greci credeano ch’ elli fosse a
servigio della pulciella, e perciò capea in tralloro, il quale avea
nome Forolus. Grande duolo fecie Troilus quando il garzone gli
apportò la contezza elle novelle di Briseis. Malle donne elle
donzelle di Troia n’ebbero grandissima vergongnia di così piccola
fermezza, come ella avea mostrata, ellasciato l’amore di così grande
e valente e alto giovane per uno nemico forestiere.
Conpiuto è il termine delle triegue. Li Troiani usciro fuori alla
battalglia contra li Greci. Alcuna volta ànno li Troiani il
milgliore della battalglia, ma ispesso sono vinti gli Troiani,
quando aviene che Ettor nonnesca alla battaglia. Esse non fosse
Accilles che alquanto contastava Ettor, di vero li Greci
nonnavrebbero innalcuno modo durato contro alli Troiani. Truovasi
nella vera e perfetta storia che innuno solo die Ettor uccise di sua
mano sette re di Grecia sanza gli altri valorosi prenzi e ongnindì
erano alla battalglia, se non quando il canpo era sì pieno di corpi
morti che per lo puzzo nullo potè durare. Allora prendeano triegue
per tanto tenpo chelli morti fossero ragunati e arsi e incontanente
ricominciavano le mortali battalglie. Molto si consilgliaro li Greci
in che maniera ellino potrebbero uccidere Ettor, e ordinaro di
tenersi insieme li più virtudiosi, ettutti ad una essere sopra lui
per darli morte. Molto pregiavano tralloro Accilles di quello
checcontra Ettor si contratteneva essofferia la sua forza. Sì tosto
come le triegue furono fallite, sirricorminciò il pericoloso
istormo, ove d’una parte e d’altra conveniva di sostenere tanta
mortalità; e grande danno e grande angoscia e grande dolore e grande
tenpesta e grande persecuzione avenne in Troia, quando così alta
giente e così nobile eccosì valenti cavalieri erano a tanta furia
giudicati. Un dì essendo la battalglia di tutti li più valentr di
Grecia, (e) andavano caendo Ettor, avengna che in quella compangnia
non fosse Accilles. I quali trovarono Ettor di lungi da’ suoi molto
infra le schiere de’ Greci, il quale andava facciendo di loro
maravilgliosa uccisione. Uno giovane re di verso oriente, bello e
ardito, volonteroso di pregio acquistare, il quale avea nome Polus,
si partì della ischiera de’ Greci e con la lancia sotto il braccio
spronò verso Ettor e fedilo dallato deritto in su le coste, sicché
per forza l’abattè dalla sella, della qual cosa Ettor ebbe grande
vergongna. Ma di rizzarsi in piede fue molto presto e fedì Polus
della spada sopra all’elmo siffieramente, che morto il fecie versare
alla terra. Allora tutti li Greci gli spronaro addosso ad uno grido,
quale colla lancia e qual colla spada, eccominciaro tutti insieme
sopra lui aspro assalto e quelli come fiero e prode mise lo scudo de
al dinanzi, e cominc[i]a affedire addestra e a sinestra, ora dinanzi
assè, ora si volgiea e menava consì grande romore, che abbattea e
uccidea, sicché grande angoscia aveano di sua fiera contenenza.
Intorno di sé e’ faciea fortezza di cavalieri morti ; sopra lui non
si conoscieva insengnia se non sangue di nemici; e quanto piue
durava l’assalto, più pareva che vertù gli crescesse. Tanti n’uccise
intorno assè, che gli Greci dicieano: « Questi nonnè uomo, questi è
Cerbero »; e dicievano tutti chessè Giupiter propio non vi metta la
mano, già per uomo Ettor non fia menato a morte. Allora giunse il
bello Filimenis con sua compangnia e percosse infra li Greci, e
tanto gli pinse che per forza rimontò Ettor in sul destriere,
effaceano maravilgliosa uccisione de’ Greci. Quando Menelao vi
giunse con grande seguito, Aias giunse dall’altra parte co maggiore
compangnia. E veramente li Troiani non avrebbero potuto sostenere se
non fosse Ettor, il quale era nel più folto de’ nemici, elle piue
strette schiere apriva ; fiede, abbatte, uccide, talglia e
magangnia. Nullo osava attenderlo, e per la sua vertù li Greci erano
molto spaventati. Allora giunse Paris com quattro mila arcieri;
quivi pareva che piovesse saette. Incontra venne Accilles con sua
compangnia, poi Antinore e il gientile Polidamas; dall’altra parte
poi venne Ulixes, all’ancontra del quale venne Ettor, poi gli
anbastardi. Là cominciò una uccisione essì grande struggimento di
gentil sangue, che mai no fue tale, nè fia, che quel dì vi morirono
cinquanta sette milgliaia di gientili uomini, sanza gli fediti, che
poi moriro. E di questa battalglia non si poteo sapere quale
n’avesse il migliore, cheggià isconfitta nulla delle parti nolgli
partì da battalglia; ma affrontati combattendo, la luce del dì
partita, si rimasero di combactere.
La mattina al punto del die s’incontrarono gli anbasciadori troiani
colli greci e ciascheduno andava per domandare triegue, tanto che i
corpi fossero soppelliti e arsi, elle triegue furono ferme. Allora
furono li corpi di coloro che di maggiore nominanza era [no] e d’una
parte e d’altra arsi, ella cienere messa in pretiosi vasella e
i|r]rimanente arsero essoppelliro. E poi mentre che ‘l tempo delle
triegue durò, pensaro di riposarsi ed agiare li cavalli e di guerire
li fediti e di racconciare l’armi ch’erano dirotte. E anzi chelle
triegue fossero finite, venne sì grande fame e caro di vivanda
nell’oste chesse guari fosse durata, tutti gli convenia morire e
abbandonare l’assedio. Ma Accilles e Aias andarono al singniore di
Tenedon, cui Accilles avea già fatto perdonare la vita dal
cominciamento di loro venuta, e domandarono soccorso di vettualglia,
il quale la fecie cosi piena e abbondevole come fosse mai fatta,
checcosì grande oste come era quella di Greci ne fu per quattro mesi
bene fornita. Nel campo furo gli Greci spesso apparlamento e
ragionavano e ciercavano modo come Ettor fosse morto o preso. Li
Troiani dicieano che Ettore era troppo spesso in dubbio e troppo si
mettea infra’ nemici, ecche la loro salute era sollo illui, eccome
elli l’abandonavano troppo. Poi pensavano e dicievano in che modo
potrebbero ritenere morto o vivo Accilles, il quale troppo gli
gravava, ecche all’ultimo stormo avea morto Gassibilant e malamente
avea gravati gli bastardi; e bene dicieano chesse Accilles e’
potessero uccidere, che mai li Greci non terrebbero piazza contra
Ettor.
Il termine delle triegue falli. La mattina furono li Greci e Troiani
al punto del die armati effurono in sul campo e assalironsi sì
crudelmente chennullo potrebbe contare né stimare. Il canpo fue in
piccola ora tutto coperto di morti e di magangniati. Troiolus andava
fieramente assalendo li nemici; Diomedes cominciò a guardare che
tenpesta e che mortalità Troiolus faceva intorno di sé; prese allora
una forte lancia e punse lo destriere verso lui e dalli sopra lo
scudo. Il giovane, che delle sua venuta non s’era preso guardia, per
lo colpo votò la sella. Troilus fue imantanente in piede e mise la
mano alla spada e cominciò affare maravilgliosa difesa. Allora
giunsero Ettor e Nestor e Polidamas, i quali per forza irriscossero
e rimiserlo accavallo, non quello onde abbattuto fue, ma in su un
altro; che il suo avea Diomedes, che molto ne fecie grande festa, e
chiamò uno suo donzello e mandollo a Brises, la filgliuola di Toas,
“e di’ che io l’ò guadangniato e come e daccui e di’ ch’io sono
essarò sempre suo cavaliere”. Troilus, cheffue rimontato accavallo,
andava riciercando le schiere de’ Greci effleramente danneggiando e
scorse Accilles, il quale struggea ecconfondea e uccidea li Troiani
: bassò la lancia e punse contro allui e diegli sopra lo scudo uno
maravilglioso colpo. Ma perciò della sella nol mosse e Accilles lo
percosse della spada sì fiero colpo, che talgliò l’elmo e ‘l
bacinetto e della cotenna gli fesse un grande palmo. Ma Filimenis
giunse allora al soccorso di Troiolus con sua compangnia, e
avrebbero morto o preso Accilles; ma elli volse le redine e ritornò
verso i suoi per rilegarli insieme; ma Polidamas punse il cavallo
verso Accilles e dielli si grande colpo che ‘l cavallo sostenne
troppo grande fascio. Ma unque Accilles per lo colpo non si mosse se
non come una torre, e Accilles percosse lui d’uno sì grande colpo
sopra lo scudo, chellui e ‘l cavallo versoe alla terra. Ma Polidamas
si dirizza snellamente come buono cavaliere e diede uno colpo ad
Acciles sopra l’elmo e il colpo calò giuso in su la testa del
distriere si forte, che morto cadde in terra. Acciles mise mano alla
spada e mise lo scudo dinanzi e fiede ettalglia e abatte effa piazza
intorno asse ; tanto si fa temere chennullo s’osa d’apressare allui.
Allora giunse Filimenis con sua conpangnia ettutti gli trassero
addosso. Maravilgliosamente gli convenne sostenere grave fascio ;
qui non convenne che elgli sia sperduto, che troppo gli sono gli
Troiani vicini. Ma Accilles cominciò affare sì grande maraviglia di
sé, che tutto intorno facea de’ corpi morti. Polidamas e Filimenis
l’assalivano sovente ma nol poterono abbattere a la terra. Ahi come
sovente chiamavano Ettor dicendo: « S’elgli fosse qui presente
ristorata sarebbe la libertà di Troia; elgli fornirebbe tutto quello
che noi non osiamo di fare, né di cominciare ». Adunque giunse il re
Agamenon e Diomedes e Ulixes con grande compagnia de’ Greci, i quali
per forza riscossono Accilles e poi che fue rimontato a destriere
corse sopra li Troiani. Allora rinforzò l’assalto, che vi giunse
Eneas e Nestor, Ettor e li bastardi e il re Cattabus e il re
Antinostes e il bello Paris, Telon il grande, Polemon e il re
Isdras. Ahi lasso! Che duro cuore converrebbe avere a ricontare
tanta crudeltade e tanta furia e sì crudele uccisione, che tutto dì
non fìnarono di partirsi anime da miseri corpi, tanto che la nera
notte puose fine al doloroso tormento. Poi che ciascuno fue tornato
al proprio albergo, Ettor fue in su la sala dove allui vennero done
e donzelle a disarmarlo. Qui fue la pietà grandissima. Ahi quante
faccie tenere di donne e di donzelle vi si bagnavano di pietose
lagrime! Ahi quante donne e donzelle stavano ginocchione, le mani
giunte levate inverso il cielo pregando per la salute d’Ettor! Per
ciò che quasi per ogni malglia d’asbergo gli usciva abbondanza di
sangue, e il pugno destro gli era sì enfiato per lo molto fedire e
per lo strignere de la spada che non poteva aprire le dita.
Poi che Ettore fue disarmato e suo’ fratelli e la multitudine de’
cavalieri furono tornati dentro a la città, si fecero serrare le
porte de la città con forti serrami e quella notte se riposarono per
lo grande travalglio che aveano sostenuto, però che non erano usciti
fuori de la città ordinatamente se non come uomini arrabbiati
incontro a’ loro nemici. Poi che lo dì fu chiaro e bello ed e’
fecero i loro morti raunare e ardere e i fediti curare. Ma i Greci
che ancora non erano scesi tutti de le loro navi, si iscesero la
notte e quello dì. E per meglio sapere quante furono le navi e
cavalieri de’ Greci si gli conteremo qui.
De re e duchi e baronì, che vennero a la città di Troia e del numero
de le loro navi.
Tempo era nel quale la brinata già era spogliata da la sua
freddura... ecc. (di qui innanzi abbiamo il volgarizzamento del
Ceffi).
© Francesco Chiappinelli
L'Autore
Francesco Chiappinelli è nato nel 1947 a Bovino (FG) da famiglia
numerosa, dal 1960 vive a Napoli. Laureato in Lettere classiche alla
Federico II, ha insegnato a lun-go nei Licei scientifici e negli
ultimi venticinque anni greco e latino al liceo "Vico", tra i più
prestigiosi della città partenopea. È sposato felicemente e ha due
figlie, Bar-bara ed Erika.
Francesco Chiappinelli in
Modulazioni.it
|