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Sperando di
fornire anche in questo un utile strumento d’indagine, forniamo ai
nostri lettori l’elenco dei passi della Commedia che ritraggono
personaggi del mito troiano. In alcuni casi, come rilevato nelle
ricerche particolari, appare evidente che il divino poeta, che non
conosceva direttamente Omero, ha usato come fonti opere tardolatine
e medievali accanto a quelle classiche. Virgilio, Ovidio, Igino e
Stazio sono naturalmente gli autori prediletti. Approfondimenti
particolari vengono citati con l’eventuale link sul
sito, mentre il
nome del personaggio rinvia alle
note di mitologia.
1. I Greci
Achille
Indispensabile leggere preliminarmente gli amori e Achille, amore e
morte già pubblicati su questo sito (vedi
Pagina); Achille è con i
lussuriosi. Gli altri passi citano l’eroe in maniera indiretta.
Inf. V 65
Ell'è Semiramìs, di cui si legge/ che succedette a Nino e fu sua
sposa:/tenne la terra che 'l Soldan corregge./ L'altra è colei che
s'ancise amorosa,/ e ruppe fede al cener di Sicheo;/ poi è
Cleopatràs lussurïosa./ Elena vedi, per cui tanto reo/ tempo si
volse, e vedi 'l grande Achille,/ che con amore al fine combatteo./
Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille/ ombre mostrommi e nominommi a
dito,/ ch'amor di nostra vita dipartille.
Inf. XII 71
Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,/ che morì per la bella
Deianira/ e fé di sé la vendetta elli stesso. / E quel di mezzo,
ch'al petto si mira,/ è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;/
quell'altro è Folo, che fu sì pien d'ira.
Inferno, XXVI
Piangevisi entro l'arte per che, morta,/ Deïdamìa ancor si duol
d'Achille,/ e del Palladio pena vi si porta.
Purg. IX 34
Non altrimenti Achille si riscosse,/ li occhi svegliati rivolgendo
in giro/ e non sappiendo là dove si fosse, / quando la madre da
Chirón a Schiro/ trafuggò lui dormendo in le sue braccia,/ là onde
poi li Greci il dipartiro;/ che mi scoss'io, sì come da la faccia/
mi fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto,/ come fa l'uom che,
spaventato, agghiaccia.
Purg. XXI 92
Stazio la gente ancor di là mi noma:/ cantai di Tebe, e poi del
grande Achille;/ ma caddi in via con la seconda soma.
Agamennone
Di Agamennone, gran duca de’ Greci, Dante non dice dove sia, ma
ricorda solo la colpa di cui si macchiò nei confronti della figlia.
Verrebbe da chiedersi: ma non si comportò come lui Abramo?
Paradiso V 69
Non prendan li mortali il voto a ciancia;/ siate fedeli, e a ciò far
non bieci,/ come Ieptè a la sua prima mancia; / cui più si convenia
dicer 'Mal feci',/ che, servando, far peggio; e così stolto/
ritrovar puoi il gran duca de' Greci, / onde pianse Efigènia il suo
bel volto,/ e fé pianger di sé i folli e i savi/ ch'udir parlar di
così fatto cólto.
Calcante
Calcante, con Euripilo, è tra gli indovini.
Inferno XX 110
Allor mi disse: «Quel che da la gota/ porge la barba in su le spalle
brune,/ fu - quando Grecia fu di maschi vòta, / sì ch'a pena rimaser
per le cune -/ augure, e diede 'l punto con Calcanta/ in Aulide a
tagliar la prima fune./ Euripilo ebbe nome, e così 'l canta/ l'alta
mia tragedìa in alcun loco:/ ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
Sinone
Tra i falsari di persona non poteva mancare l’odioso Sinone, che
ingannò Priamo e, come racconta Virgilio, fece entrare in Troia il
cavallo fatale.
Inferno XXX 98
E io a lui: «Chi son li due tapini/ che fumman come man bagnate 'l
verno,/ giacendo stretti a' tuoi destri confini?»./ «Qui li trovai -
e poi volta non dierno - »,/ rispuose, «quando piovvi in questo
greppo,/ e non credo che dieno in sempiterno./ L'una è la falsa
ch'accusò Gioseppo;/ l'altr'è 'l falso Sinon greco di Troia:/ per
febbre aguta gittan tanto leppo». /E l'un di lor, che si recò a
noia/ forse d'esser nomato sì oscuro,/ col pugno li percosse l'epa
croia. /Quella sonò come fosse un tamburo;/ e mastro Adamo li
percosse il volto/ col braccio suo, che non parve men duro,/ dicendo
a lui: «Ancor che mi sia tolto/ lo muover per le membra che son
gravi,/ ho io il braccio a tal mestiere sciolto»./ Ond'ei rispuose:
«Quando tu andavi/ al fuoco, non l'avei tu così presto;/ ma sì e più
l'avei quando coniavi»./ E l'idropico: «Tu di' ver di questo:/ ma tu
non fosti sì ver testimonio/ là 've del ver fosti a Troia
richesto»./«S'io dissi falso, e tu falsasti il conio»,/ disse Sinon;
«e son qui per un fallo,/ e tu per più ch'alcun altro demonio!»./
«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,/ rispuose quel ch'avëa infiata
l'epa;/ «e sieti reo che tutto il mondo sallo!»./ «E te sia rea la
sete onde ti crepa»,/ disse 'l Greco, «la lingua, e l'acqua marcia/
che 'l ventre innanzi a li occhi sì t'assiepa!»./Allora il monetier:
«Così si squarcia /la bocca tua per tuo mal come suole; /ché, s'i'
ho sete e omor mi rinfarcia, / tu hai l'arsura e 'l capo che ti
duole,/ e per leccar lo specchio di Narcisso, /non vorresti a
'nvitar molte parole».
Ulisse e Diomede
Tra i frodolenti non poteva mancare Ulisse, con l’inseparabile
Diomede. Si consiglia la lettura preliminare della ricerca sulla
morte di Ulisse e gli apologhi, utili a capire quale immagine il
Medio Evo avesse elaborato dei due famosi eroi. Ricorre qui in
maniera indiretta l’unica citazione nella Commedia di Circe e
Penelope, come del Palladio, il talismano fatale depredato a Troia.
Quanto alla strana decisione di Virgilio di parlar lui, e non Dante,
con i due Greci, avanzo qui l’ipotesi che egli voglia evitare che
siano rivolte loro domande imbarazzanti sul Palladio e sul
tradimento della città da parte di Antenore ed Enea: questo avrebbe
messo in crisi la stessa immagine di Virgilio poeta e profeta, che è
uno dei capisaldi della Commedia.
Inferno XXVI 49-142
«Maestro mio», rispuos'io, «per udirti/ son io più certo; ma già
m'era avviso/ che così fosse, e già voleva dirti: / chi è 'n quel
foco che vien sì diviso/ di sopra, che par surger de la pira/
dov'Eteòcle col fratel fu miso?». / Rispuose a me: «Là dentro si
martira/ Ulisse e Dïomede, e così insieme/ a la vendetta vanno come
a l'ira; / e dentro da la lor fiamma si geme/ l'agguato del caval
che fé la porta/ onde uscì de' Romani il gentil seme. / Piangevisi
entro l'arte per che, morta,/ Deïdamìa ancor si duol d'Achille,/ e
del Palladio pena vi si porta». / «S'ei posson dentro da quelle
faville/ parlar», diss'io, «maestro, assai ten priego/ e ripriego,
che 'l priego vaglia mille, /che non mi facci de l'attender niego/
fin che la fiamma cornuta qua vegna;/ vedi che del disio ver' lei mi
piego!»./ Ed elli a me: «La tua preghiera è degna/ di molta loda, e
io però l'accetto;/ ma fa che la tua lingua si sostegna. /Lascia
parlare a me, ch'i' ho concetto/ ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero
schivi,/ perch'e' fuor greci, forse del tuo detto»./ Poi che la
fiamma fu venuta quivi/ dove parve al mio duca tempo e loco,/ in
questa forma lui parlare audivi: /«O voi che siete due dentro ad un
foco,/ s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,/ s'io meritai di voi
assai o poco /quando nel mondo li alti versi scrissi, /non vi
movete; ma l'un di voi dica dove, per lui, perduto a morir gissi».
Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi
mormorando, pur come quella cui vento affatica;indi la cima qua e là
menando, come fosse la lingua che parlasse, gittò voce di fuori, e
disse: «Quando mi diparti' da Circe, che sottrasse me più d'un anno
là presso a Gaeta, prima che sì Enëa la nomasse, né dolcezza di
figlio, né la pieta del vecchio padre, né 'l debito amore lo qual
dovea Penelopè far lieta, vincer potero dentro a me l'ardore ch'i'
ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore; ma
misi me per l'alto mare aperto sol con un legno e con quella
compagna picciola da la qual non fui diserto. L'un lito e l'altro
vidi infin la Spagna, fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi, e
l'altre che quel mare intorno bagna. Io e ' compagni eravam vecchi e
tardi quando venimmo a quella foce stretta dov'Ercule segnò li suoi
riguardi acciò che l'uom più oltre non si metta; da la man destra mi
lasciai Sibilia, da l'altra già m'avea lasciata Setta. 'O frati',
dissi 'che per cento milia perigli siete giunti a l'occidente, a
questa tanto picciola vigilia d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza
gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come
bruti, ma per seguir virtute e canoscenza'. Li miei compagni fec'io
sì aguti, con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia
li avrei ritenuti; e volta nostra poppa nel mattino, de' remi
facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino.Tutte
le stelle già de l'altro polo vedea la notte, e 'l nostro tanto
basso, che non surgëa fuor del marin suolo. Cinque volte racceso e
tante casso lo lume era di sotto da la luna, poi che 'ntrati eravam
ne l'alto passo, quando n'apparve una montagna, bruna per la
distanza, e parvemi alta tanto quanto veduta non avëa alcuna. Noi ci
allegrammo, e tosto tornò in pianto; ché de la nova terra un turbo
nacque e percosse del legno il primo canto.Tre volte il fé girar con
tutte l'acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in
giù, com'altrui piacque, infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».
Purgatorio XIX 22
«Io son», cantava, «io son dolce serena,/ che' marinari in mezzo mar
dismago;/ tanto son di piacere a sentir piena! /Io volsi Ulisse del
suo cammin vago/ al canto mio; e qual meco s'ausa,/ rado sen parte;
sì tutto l'appago!».
2. I Troiani
Va detto che le fonti medievali cui Dante fa spesso ricorso hanno
generalmente nel descrivere eventi e personaggi del conflitto un
evidente atteggiamento filotroiano, legato anche all’indiscusso
modello virgiliano.
Anchise
Inf. I 73-5
Poeta fui, e cantai di quel giusto/ figliuol d' Anchise che venne di
Troia,/ poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.
Par. XV 25-7
Sì pïa l'ombra d' Anchise si porse,/ se fede merta nostra maggior
musa,/ quando in Eliso del figlio s'accorse.
Par. XIX 130-2
Vedrassi l'avarizia e la viltate/ di quei che guarda l'isola del
foco,/ ove Anchise finì la lunga etate.
Enea
Assolutamente indispensabile la conoscenza della ricerca sull’Impius
Aeneas, e si capirà perché quel “giusto”di Inf. I 73 suscitasse
l’ira dei commentatori del poema contemporanei a Dante, mentre lasci
incredibilmente indifferenti i critici moderni. Importante anche
Inf. IV 22, mentre le altre sono citazioni indirette.
Inf. I,74
Poeta fui, e cantai di quel giusto/ figliuol d' Anchise che venne di
Troia,/ poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.
Inf. II,32
Ma io, perché venirvi? o chi 'l concede?/ Io non Enëa, io non Paulo
sono;/ me degno a ciò né io né altri 'l crede.
Inf. IV 122
I' vidi Elettra con molti compagni,/ tra ' quai conobbi Ettòr ed
Enea,/ Cesare armato con li occhi grifagni.
Inf. XXVI, 93
“Quando / mi diparti' da Circe, che sottrasse/ me più d'un anno là
presso a Gaeta,/ prima che sì Enëa la nomasse, / né dolcezza di
figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né 'l debito amore/ lo qual
dovea Penelopè far lieta, / vincer potero dentro a me l'ardore/
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto/ e de li vizi umani e del
valore”. Pg. XVIII, 137(accidia punita)
Di retro a tutti dicean: «Prima fue/ morta la gente a cui il mar
s'aperse,/ che vedesse Iordan le rede sue»; / e: «Quella che
l'affanno non sofferse/ fino a la fine col figlio d'Anchise,/ sé
stessa a vita sanza gloria offerse».
Par. XV 25-7
Sì pïa l'ombra d'Anchise si porse,/ se fede merta nostra maggior
musa,/ quando in Eliso del figlio s'accorse.
Ettore
Inferno IV 122
I' vidi Eletra con molti compagni,/ tra ' quai conobbi Ettòr ed
Enea,/ Cesare armato con li occhi grifagni.
Paradiso, VI 68
Antandro e Simeonta, onde si mosse,/ rivide e là dov'Ettore si cuba;
/e mal per Tolomeo poscia si scosse.
Paride
Inferno V 67
Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille/ ombre mostrommi e nominommi a
dito,/ ch'amor di nostra vita dipartille.
Polidoro
Rinviamo alla ricerca sulle morti di Polidoro, raccontate in maniera
sovente diversissima dalla vulgata euripideo-virgiliana cui Dante
comunque si attiene.
Inferno XXX
E quando la fortuna volse in basso/ l'altezza de' Troian che tutto
ardiva,/ sì che 'nsieme col regno il re fu casso, / Ecuba trista,
misera e cattiva,/ poscia che vide Polissena morta,7 e del suo
Polidoro in su la riva del mar si fu la dolorosa accorta,/
forsennata latrò sì come cane;/ tanto il dolor le fé la mente torta.
Purgatorio, XX
Indi accusiam col marito Saffira;/ lodiam i calci ch'ebbe Elïodoro;/
e in infamia tutto 'l monte gira/ Polinestòr ch'ancise Polidoro.
3. Le donne
Circe e Penelope
Opportuna la lettura degli altri apologhi di Ulisse, nel passo che
riguarda la maga, e della morte di Ulisse. Dante fa di lei come di
Penelope una citazione fugace e indiretta nel famoso canto di
Ulisse, già citato sopra.. Creusa
Del tutto marginale la citazione della moglie di Enea perita
nell’incendio della città: va detto però che nei commenti medievali
all’Eneide e a Dante non mancarono i rimproveri ad Enea per averla
lasciata morire o addirittura uccisa a fini negromantici, come
magistralmente ricorda sulla base di numerose testimonianze Giorgio
Inglese in un articolo (“Una pagina di Guido delle Colonne…,La
Cultura, XXV, 3, pagg. 403 sgg.) segnalatomi dalla professoressa
Ilaria Tufano.
Par. IX 93-8
Folco mi disse quella gente a cui/ fu noto il nome mio; e questo
cielo/ di me s'imprenta, com'io fe' di lui; / ché più non arse la
figlia di Belo,/ noiando e a Sicheo e a Creusa,/ di me, infin che si
convenne al pelo.
Elena
La netta condanna del poeta somiglia profondamente al giudizio della
maggior parte dei Greci. La troviamo in Inferno V 64, già citato a
proposito di Achille.
Ifigenia
Per la dolce vergine sacrificata dai Greci come poi Polissena, torna
a leggere i versi già citati su Agamennone.
Pentesilea
Si occupano largamente di questa affascinante regina le ricerche
sugli “amori di Achille” e “Viddi Camilla e la Pantasilea”, presenti
su questo sito.
Inferno IV 124
Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l'altra parte, vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.
Ecuba e Polissena
Rileggi la parte finale dell’ Impius Aeneas e gli amori di Achille.
Qui, torna ai versi già citati per Polidoro.
4. Gli oggetti
Palladio
Il Palladio in età medievale ebbe fama ed eco profondissime e sarà
oggetto di una prossima ricerca. Si rileggano intanto la parte
conclusiva dell’Impius Aeneas e le note relative ad Aiace, Ulisse e
Diomede.
© Francesco Chiappinelli
L'Autore
Francesco Chiappinelli è nato nel 1947 a Bovino (FG) da famiglia
numerosa, dal 1960 vive a Napoli. Laureato in Lettere classiche alla
Federico II, ha insegnato a lun-go nei Licei scientifici e negli
ultimi venticinque anni greco e latino al liceo "Vico", tra i più
prestigiosi della città partenopea. È sposato felicemente e ha due
figlie, Bar-bara ed Erika.
Francesco Chiappinelli in
Modulazioni.it
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