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In questo
intervento ci occupiamo dei famosi Apologhi, che nel poema di Omero
l’eroe faceva ad Alcinoo, il re dei Feaci, e che sono nella nostra
memoria scolastica associati a tanti personaggi a metà tra realtà e
fantasia. Ma Omero pareva lasciare ad Ulisse la responsabilità del
racconto: forse anche a lui quelle vicende dovevano apparire poco
credibili…Ditti Cretese e i suoi imitatori medievali ne sembrano
consapevoli e i personaggi del mito ci vengono presentati come
uomini, senza troppe caratteristiche sovrumane o mostruose. Ma
leggiamo la traduzione del passo della Historia destructionis
Troiae, anche per fare omaggio nell’imminenza del convegno di
Gioiosa Marea a un padre ideale dell’Europa unita, il messinese
Guido delle Colonne: non mancheranno le sorprese. Per i “nostri”
autori i racconti di Ulisse erano fatti non ad Alcinoo, ma ad
Idomeneo: una modifica da attribuire al “cretese” Ditti. E in calce
aggiungiamo proprio il passo parallelo di Ditti, per valutare
adeguatamente il lungo tragitto che questo argomento ha fatto nel
corso di millenni: fascino dell’Odissea omerica e di un eroe
mutevole e eterno come il re di Itaca.
Guido delle Colonne, Historia destructionis Troiae, l. XXXIII passim
“E’ vero, signor re, che dopo la conquista di Troia della quale
evidentemente io sono stato autore, con le mie navi onuste di molte
ricchezze d’oro e d’argento sottratte ai Troiani e con la compagnia
di molti amici mi affidai al mare e navigando felicemente per più
giorni approdai sano e salvo in un porto comunemente chiamato Mirna,
dove sbarcai con i miei per godere della terraferma e lì al sicuro
per qualche giorno indugiai senza che nessuno molestasse me e i
miei. Poi mi allontanai da quel porto e con il vento favorevole
arrivai sano e salvo nel porto detto Calastofago, dove insieme con i
miei mi fermai per alcuni giorni. E poiché venti fallaci mi facevano
pensare a tempo bello, lasciai il porto e navigai felicemente per i
tre giorni successivi. Poi d’improvviso prese vigore una tempesta di
venti e il cielo da sereno si fece subito oscuro: e con incerta
navigazione mi sbattè ora qua ora là con una violenta tempesta. Alla
fine mi costrinse a deviare malvolentieri in Sicilia , dove ho
patito moltissime sofferenze e fatiche. C’erano infatti in Sicilia
due re fratelli, dei quali uno si chiamava Stregone e l’altro
Ciclope. E questi due re assalirono me e i miei. Vedendo le mie navi
piene di tante ricchezze ne fecero bottino e si presero tutto quel
che vi trovarono, numerosi e violenti come erano. E anche peggio,
perché sopraggiunsero i loro due figli, molto valorosi e bellicosi,
che si chiamavano Allifan e Poliremo. Questi assalirono i miei
soldati, ne uccisero cento, catturarono me e Alfenore, uno dei miei
compagni, e gettarono me e lui in carcere in un castello. Questo
Poliremo aveva una sorella, bella e vergine, e Alfenore appena la
vide ne arse di passione e fu preda totale di questo amore. Per sei
mesi dunque Polifemo mi tenne prigioniero in Sicilia. Ma alla fine
ebbe compassione di me e mi liberò con Alfenore. Questo Poliremo poi
mi diede anche benefici e onori. Ma Alfenore per la violenza del suo
amore si diede tanto da fare che nottetempo rapì al fiduciario del
padre la sorella di Polifemo che amava e la portò via con sé. Quando
i suoi lo seppero se la presero molto, perciò Polifemo di nuovo
quella notte assalì me e i miei con molti armati e recuperò la
sorella. Poi assalì me e mentre cercavo di difendermi gli cavai un
occhio e con i compagni che erano sopravvissuti tornai alle navi e
con loro quella stessa notte lasciai la Sicilia. E di là benché non
volessi approdai direttamente nell’isola di Aulide. In quest’isola
c’erano due sorelle, ragazze alquanto graziose, padrone dell’isola
ritenute molto esperte nell’arte della negromanzia e nelle
esorcizzazioni. Tutti i naviganti che la sorte trascinava in
quest’isola, queste sorelle non tanto con la loro bellezza quanto
con i loro incantesimi magici li avvincevano così strettamente, che
non c’era alcuna speranza che chi entrava nell’isola potesse
uscirne, ma erano dimentichi di ogni altra cosa al punto che se esse
trovavano alcuni ribelli ai loro ordini, subito li trasformavano in
bestie.
Una dunque di queste, quella che evidentemente era più esperta in
quest’arte, si chiamava per nome Circe e l’altra Calipso. La fortuna
mi trascinò in potere di queste due, e Circe, evidentemente folle
d’amore per me, preparò un filtro e con l’insidia dei suoi
incantesimi mi sedusse al punto che per un anno intero non ebbi
facoltà di andarmene. Allo scadere Circe rimase gravida e concepì da
me un figlio, che poi crebbe e diventò un uomo molto bellicoso. Ma
io non abbandonavo il mio proposito di partire: Circe irata se ne
accorse e credeva di potermi trattenere con i suoi incantesimi. Io
però che in quell’arte ero dotto come lei, con i giusti antidoti
annullai l’effetto delle sue magie. E poiché l’arte è sconfitta
dall’arte., le mie arti prevalsero sugli opposti tentativi di Circe
tanto che con tutti i miei compagni superstiti partii, nonostante
lei stesse molto in guardia. Ma a cosa mi valse quella partenza?
Infatti mi affidai al mare e il vento mi spinse nella terra della
regina Calipso, che con le sue arti avvinse me e i miei compagni
tanto da trattenermi presso di sé più a lungo di quanto io volessi.
Ma questo indugio non fu troppo noioso per me, per la bellezza
straordinaria di quella regina e per i suoi teneri sentimenti con
cui cercò di piacere a me e ai miei. Alla fine con il mio ingegno
riuscii a staccarmi da lei, con grandissima pena però, perché le mie
arti a malapena avevano avuto la meglio sulle sue. Poi navigando con
i miei giunsi ad un’altra isola nella quale c’era un sacro oracolo
che per concessione della potenza divina dava a chi li chiedesse
responsi certi e veri. A quest’oracolo io chiesi accuratamente molte
cose, e, tra queste, cosa succedesse delle nostre anime una volta
uscite dal corpo. Di tutto quello che chiesi ebbi un responso certo,
tranne sul destino delle anime. Lasciato l’oracolo, e profittando
del vento che pareva favorevole, ne fui spinto per un luogo pieno di
molti pericoli. Giunsi infatti in quel mare nel quale si muovono le
Sirene, che sono grandi mostri marini. Dall’ombelico in sù infatti
hanno l’aspetto di donna, con un volto virgineo; dall’ombelico in
giù invece l’aspetto di pesce. Esse cantano meravigliosamente e con
modulazioni così dolci che riterresti superino l’armonia dei cieli,
e i poveri naviganti, quando giungono da loro, sono tanto presi
dalla dolcezza del loro canto che calano le vele delle loro navi,
buttano i remi in mare, astenendosi del tutto dalla navigazione.
Quel canto infatti inebria gli animi di quei poveretti sicché essi
sentendolo si liberano da ogni peso e la loro dolcezza accarezza
tanto il loro udito, che, dimentichi quasi di sé stessi, non
desiderano cibo, fin quando nei loro animi si insinua un sopore che
li assorbe tutti in un sonno profondo. Quando le Sirene si accorgono
che essi dormono, rovesciano le navi prive della guida del nocchiero
e le affondano, e i naviganti sono sommersi nell’infelice naufragio
nel pieno del sonno. M’ imbattei dunque in queste Sirene, e perché i
miei compagni con me non venissero coinvolti in un simile fatale
sopore, con le mie arti otturai così tenacemente le orecchie mie e
loro, che nulla assolutamente sentendo del loro canto io e i miei
compagni le debellammo e ne uccidemmo più di mille, sicché sani e
salvi passammo per i loro domini e fummo liberi da quel pericolo.
Poi navigando un infelice caso ci spinse tra Scilla e Cariddi e
benché tra i loro vorticosi pericoli ci siano più di quindici
stadii, più della metà delle mie navi fu inghiottita da quel gorgo
marino. Perciò i miei compagni navigando tra esse perirono
naufragando nel gorgo di quel mare. Io invece con l’altra metà delle
mie navi, scampato al gorgo di quel mare, giunsi navigando in
Fenicia, dove c’era un tiranno di quel mirabile popolo che assalendo
me e i compagni uccise di spada la maggior parte dei miei
lasciandone superstiti pochi. Tutti i beni che avevo con me nelle
navi me li strapparono quegli uomini, mi catturarono e chiusero in
dure carceri con me i superstiti tra i miei. Infine, con l’aiuto
degli dèi, mi liberarono con quelli che avevano rinchiusi con me,
senza restituirmi nulla delle mie cose. Ridotto perciò in somma
povertà feci il periplo da sud e finalmente approdai in questa
terra, povero e mendico, come mi vedi. Ecco, ti ho raccontato tutte
le mie vicende da quando sono partito da Troia e perché mi sono
ridotto in povertà”.
Ditti Cretese, Ephemerides belli Troiani, [6,5]
Per idem tempus Ulisses Cretam appulsus est, duabus Phoenicum
nauibus mercedis pacto acceptis: namque suas cum sociis atque
omnibus quae ex Troia habuerat, per uim Telamonis amiserat: scilicet
infesti ob illatam per eum filio necem, uix ipse liberatus industria
sua. Percontantique Idomeneo quibus ex causis in tantas miserias
deuenisset, erroris initium narrare occipit: quo pacto appulsus
Ismarum multa inde per bellum quaesita praeda nauigauerit:
appulsusque ad Lotophagos, atque aduersa usus fortuna, deuenerit in
Siciliam, ubi per Cyclopa et Lestrygona fratres, multa indigna
expertus, ad postremum ab eorum filiis Antiphate et Polyphemo
plurimos sociorum amiserit: dein per misericordiam Polyphemi in
amicitiam receptus, filiam regis Arenen, postquam Elpenoris socii
eius amore deperibat, rapere conatus: ubi res cognita est,
interuentu parentis puella ablata per uim, exactus per Aeoli insulas
deuenerit ad Circen, atque inde ad Calypso, utramque reginam
insularum, in queis morabantur, ex quibusdam illecebris animos
hospitum ad amorem sui illicientes: inde liberatus peruenerit ad eum
locum, in quo, exhibitis quibusdam sacris, futura defunctorum animis
dignoscerentur: post quae appulsus Sirenarum scopulis, ibi per
industriam liberatus sit: ad postremum inter Scyllam et Charybdim
mare saeuissimum, et illata sorbere solitum, plurimas nauium cum
sociis amiserit. Ita se cum residuis in manus Phoenicum per maria
praedantium incurrisse atque ab his per misericordiam reseruatum.
Igitur, uti uoluerat, acceptis ab rege nostro duabus nauibus
donatusque multa praeda ad Alcinoum regem Phaeacum remittitur.
© Francesco Chiappinelli
L'Autore
Francesco Chiappinelli è nato nel 1947 a Bovino (FG) da famiglia
numerosa, dal 1960 vive a Napoli. Laureato in Lettere classiche alla
Federico II, ha insegnato a lun-go nei Licei scientifici e negli
ultimi venticinque anni greco e latino al liceo "Vico", tra i più
prestigiosi della città partenopea. È sposato felicemente e ha due
figlie, Bar-bara ed Erika.
Francesco Chiappinelli in
Modulazioni.it
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