Franco Santamaria,poesia,narrativa,pittura,culturapoesia narrativa pittura arte
   

 

Flavio Ermini, poeta, saggista

FRANCO SANTAMARIA

Opere
Hanno detto di
Franco Santamaria
Biografia
Biographie 
SALA DEGLI OSPITI
Poesia
Narrativa
Arte
Critica-Sagg.
Citazioni

Eventi Culturali Naz.
Concorsi Letter./Art.
Link Culturali

SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / FLAVIO ERMINI


Il moto apparente del sole
Storia dell’infelicità

 

Flavio Ermini
Il moto apparente del sole
Storia dell’infelicità

prefazione di Massimo Donà
pagine 304 • € 20,00
(Moretti&Vitali - Nuova serie della collana "Andar per storie. Narrazioni della conoscenza)

Per ordinare il libro:
ordini@morettievitali.it

Parte Prima
DIETRO IL PAESAGGIO

Ora entriamo nella penetrazione,
nel rovescio pungente
di ciò che infinitamente si divide
.
José Ángel Valente

Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio
qui volgere le spalle
.
Andrea Zanzotto

L’antro

Il prima della storia e dei suoi nomi viene comunemente immaginato come una struttura cavernosa. In cui regna il silenzio da cui ogni essere proviene e a cui ri-torna.

L’antro reca l’annuncio di ciò che viene. Nel nome proprio o del figlio, la sua bocca fa scorrere gli elementi privi di luce e forma che daranno inizio alla storia.

L’antro ci riguarda: ci chiama e ci interroga, ci accusa dal silenzio. Dove neppure il tempo conosce altra segnalazione se non quella offerta da un gesto remoto, la cui definizione è problematica e provoca un’autentica aporia per qualsiasi logica.

La storia si sporge dall’antro. Varca la soglia tra l’origine e l’interminato. Silenzio, calore, gloria vengono abbandonati sul quel punto d’incontro dell’inizio e del limite primo in cui prende forma la nozione di principio nella sua assoluta atemporalità. I primi passi sono compiuti senza calcolo; non indicano una padronanza.

La storia è fatta per lacerare il silenzio che ci attornia. Per aiutarci a creare un interstizio ascensionale: uno spiraglio dove avanzare. Ma come compiere l’ascesa senza che la luce del giorno s’impadronisca di noi?

C’è un alfabeto rudimentale che mette fine al tempo notturno per dare libero pas-saggio al tempo solare. Eppure noi vorremmo che quella luce non sconfiggesse le tenebre, ma semplicemente ne proseguisse il cammino.

Così fa la storia. Il cammino da intraprendere tende a coincidere nelle sue intenzio-nalità con la parola da pronunciare.

Sì, è una parola quell’ombra che si muove sulla bocca dell’antro. Non un predire che anticipa il futuro. Né una previsione. Ma ancora ascolto del silenzio. Quel silen-zio che accompagna la parola nel suo luogo di apparizione e permanenza, e che è molto di più che del suo “passato” e del suo “futuro”.

La parola dice la sua natura di corpo apparentemente vittorioso sul silenzio del-l’antro. E inizia a perorare la causa dei nomi classificanti.
Questa parola è uterina. Alle spalle ha l’indeterminazione dell’antro che, dal bianco gineceo di tutti i colori e attraverso la nera obliterazione degli stessi, va verso la primarietà dei colori viventi.

Questa parola è l’estrema frontiera della contesa originaria che nomina l’iniziale differenziarsi del tutto. In una condizione d’instabilità – che oscilla tra i poli di un duplice e opposto silenzio: il silenzio pudico della parola poetica e l’oblio insolente della parola quotidiana –, collega e divide, istituendo la separazione stessa come rapporto.

Questa parola assume un corpo a doppia cromia, organizzata su lati opposti. Non poggia sulla soglia, ma viene avanti. Esce. Cerca l’aria e un suono che la tolgano dallo smarrimento e attenui l’ombra che sta alle sue radici.
Incontra la definizione di chi la osserva, mostrando la propria. E vuole essere interrogata.

Nell’indeterminabile sta il seme primario di questa inquieta e inappagabile parola, la stazione di ogni suo viaggio, la molteplicità del suo tempo.
Quel protendersi oltre l’orlo è comunque un restare dentro, qualcosa che continuia-mo a chiamare antro.
Nel movimento verso le terre circostanti sta la sua forza e nell’intrattenersi sulle proprietà del limite primo sta la sua festa.

L’antro custodisce ciò che il vedere non sopporta.
Senza ingombrarlo, senza rinchiuderlo, ma lasciandone aperta la beanza e apren-dosi a essa, la parola può divenire la vigile custode della spaziatura tra desiderio e compimento. E farsi segno non interpretativo o indicare in direzione di ciò che si sottrae.

Nascere non è oltrepassamento del limite, ma solo la sua perversione.
L’antro – questo trattenersi nel nulla, in ciò che non è ancora logico – resta un’obie-zione contro la vita di cui è l’annuncio.


Le foglie dell’oracolo

1. L’ORACOLO
Le foglie che l’oracolo aveva sparso nell’antro si disperdono, via via sostituite dal linguaggio cristallizzato delle categorie.
Ma la parola poetica non segue questo cammino: non tralascia per il definito e il determinato, l’indefinito e l’indeterminato della sua nascita. Correlativa alla mobi-lità del suo orizzonte, è consapevole d’incamminarsi lungo il sentiero proibito: «Hinaus / in Unland und Unzeit», il nonpaese e il nontempo nominati da Celan.
È possibile seguire il movimento delle ombre che accompagnano il pensiero della parola poetica. Ogni ombra è un’alterità che rivela un eccesso situato al di là del re-gime di conoscenza.
Sono luoghi da cui la vita comune si è ritirata. Qui vive la figura dell’Altro, che sfida il modo in cui – lontano dall’antro – il mondo è ordinato. Qui io prendo dimora per descrivere la molteplicità dell’esistenza e l’ansia per la conoscenza.

2. IO
Rimuovo dalle mie frasi il presente per ricongiungerlo, in una sorta di dinamismo a ritroso, all’antro. Che è sì polvere ma anche un aspetto di me veramente autentico, in quanto mai abbandonato alla lingua delle classificazioni.
Forse posso dire così: sperimento il tempo che non respinge le contraddizioni e le lunghe incertezze. Per analogia, il moto apparente del sole a cui mi affido contri-buisce a svelare misura e strutture di un’epoca arcaica, che con la storia niente ha da condividere.
Torno io a spargere nell’antro le foglie dell’oracolo e domando: come tracciare una scrittura che intacchi ogni volta la linea di demarcazione tra il No e il Sì, e che ne alteri profondamente la presunta compattezza? come produrre tagli e innesti nel corpo della parola, fino ad aprirlo all’Altro che, sotterraneamente, racchiude in sé?

2. TU
La frase che pronunci è destinata a diventare l’unità di scrittura primordiale dalla quale deriveranno per aggregazione tutte le altre unità superiori.
Quella parola è una lama nel reale. È la prima suddivisione del visibile dall’invi-sibile. E dell’invisibile in parti ulteriori. Non solo; è anche un tra che queste parti congiunge, togliendole così da uno status di chiusura in se stesse per aprirle al principio di contraddizione.
Quella frase vuole altresì circoscrivere il doppio di cui è promotrice, per pacificarlo. Si espande quindi in un periodare ideativo, spinto al superamento di due oggettiva-zioni: l’io e la scena circostante. E si propaga in elaborazioni sempre più articolate e sempre più sottili, che rappresentano quel viaggio dalla figura all’astrazione a cui l’antidiscorso darà forma.


Le terre circostanti

Qualcosa di impensato e minaccioso torna a inquietare la lingua dal di dentro, parola per parola. Un qualcosa che non ha mai cessato di tracciarsi nel silenzio. Dunque, da quale limite muovere il passo?

Oltre il primo confine, la lingua si posa sulla superficie delle terre circostanti e subito dopo penetra nella terra.
Una chiamata ne sottende un’altra. È l’invito a entrare in un luogo persuasivo. Ma anche a proseguire. Per occupare il suo interno.

La superficie della Terra è rigata da fenditure alle quali la lingua è indotta ad acco-starsi. Questa chiamata verso l’interno è imperiosa, tanto che sottrarvisi è impossi-bile. Qui due punti di vista, tra loro incompatibili, appaiono simultaneamente e danno luogo a un conflitto senza esito. Stiamo assistendo all’incontro di due elementi che si straziano in un dialogo accanito.

L’esperienza della lingua è l’esperienza stessa del poeta e prevede il passaggio attraverso le tenebre mortali e l’estremo ammutolire.
Per stare in una situazione come questa, nelle terre circostanti, bisogna allentare il troppo che incrosta il nostro sapere, e in ciò che resta aprire interstizi, creare zone di nulla e di vuoto.

L’ennesima proposta di muovere al dialogo gli opposti? Sì. Ma anche l’impresa di tentare un doppio gesto che sia capace di pensare insieme, l’uno dentro l’altro, lo stesso e l’altro, ovvero le terre circostanti e l’io che le guarda.
Va seguita questa esperienza di pensiero raccontandone le peripezie e mostrando che queste non ne sono l’accidente ma forse la caratteristica principale.

La dissoluzione del primo confine apre all’oltre dentro le cose: al diventare realtà di ogni condizione del possibile.

Fuori dall’antro, oltre la delimitazione della sabbia e delle rocce fanno cumulo diverse stratificazioni d’acqua. Nascono e si spostano verso di noi. Parola e segno si rinnovano col progredire dell’onda. È in atto un’altra interminabile conversazione. Si colgono galleggiamenti di suoni residui, echi, ombre di assenze e nello stesso tempo si assiste allo scorrimento inarrestabile di un corpo irrequieto che procede per sentieri contorti e irregolari, forse anche per cunicoli sotterranei.

Da quale limite parlare?
La visione dei fatti conduce alla visione della struttura. Il progredire dell’onda non impedisce di scorgere l’intreccio delle linee portanti. Sotto la scia vi sono gli appa-rati che la sostengono e la rendono possibile.

«Il primo piano giustifica il secondo e questo rende durevole il primo.
Guardate nell’acqua e vedrete che il fondo è alla portata del vostro respiro. Guar-date nel cristallo e ne scorgerete l’impalcatura geometrica. Guardate nel vostri so-gni: l’inconsueto è veritiero proprio come un accadimento che si svolga nella ve-glia.»

«Fra l’antro e le terre circostanti è tesa una griglia. Allentatela e il vostro corpo sarà inciso da segmenti di luce. Ma è anche possibile che niente venga a colpirvi dall’e-sterno e che il vostro corpo rimanga intatto.
Là fuori, nelle terre circostanti, si formano intanto combinazioni di voci. Ponetevi in ascolto. Provate ad aggregare le sillabe e formare frasi. Sono incomprensibili? Ripro-vate. Riaggregate quei suoni brevi...»

Un minuta fila di gocce è venuta per annunciarne altre.
È l’interminato a cui tende ogni ricerca, luogo dell’incessante trapasso tra nascosto e manifesto, estraneo e familiare, erranza e radice.

Ecco uno spiraglio d’ombra nel compatto mondo delle idee: è la variante degradata della figura del Minotauro nel labirinto. In questo caso l’ombra è la semplice traccia di una vicinanza: domanda sulla questione stessa del limite, su ciò che delimita e chiude un pensiero, sulle possibilità di un superamento e di un passaggio verso un altrove.
Dall’antro: interrogare il limite a partire dal quale esso stesso si definisce; marcare, con successivi spostamenti, volta per volta, il dentro e il fuori che lo costituiscono e registrare i tentativi che ne vorrebbero travalicare i margini.

«Le acque stanno rifluendo. Lo vedete anche voi come sul terreno circostante il co-lore vada, a fasce, stendendosi e come qualche frattura insorga. Ogni fascia è ideata per debordare. E questi inserti taglienti si costituiscono per dare flessione alle super-fici.
Il parallelismo di questi elementi ha sul terreno funzione separatoria o connetti-vante. Può creare nel tempo una lacerazione o una pausa.
Ascoltate: serve a introdurre un discorso pungente o sussurrato.»

Le terre circostanti e le acque sono contrassegnate dal silenzio da cui ogni parola proviene e a cui ritorna.
Correlativa alla mobilità del proprio orizzonte, la poesia qui prepara scenari e figure da cui i concetti filosofici prendono avvio. Figure di una soggettività plurale, irriducibili a norme e presupposti. La loro libertà non rappresenta alcuna epifania della ragione, ma l’apertura a un ospite inatteso, quel perturbante il cui arrivo nes-sun pensiero può prevedere.
Inoltrarsi nelle terre circostanti e poi immergersi nelle acque significa votarsi all’interminabile quando tutto è da tempo terminato.

Le acque sono interamente rifluite. Lembi di sabbia vanno dall’orizzonte all’antro. Stanno l’uno sull’altro per lunghi tratti. Qualche incrinatura nel terreno rompe la compattezza di questi tratti sabbiosi. Le basse erbe fra un lembo e l’altro segnalano di volta in volta la mancanza d’acqua o la sua presenza.
La luce getta i suoi mutevoli dadi e il paesaggio di volta in volta cambia. E invita a sprofondare lo sguardo nella notte del mondo dove nulla è più conoscibile e tutto induce all’immobilità.
Né avanti né indietro; né dentro né fuori; sul margine: su quel confine che tiene insieme i poli di una tensione irriducibile, di una contraddizione inconciliabile.

L’antecedente (l’antro) e il conseguente (le terre circostanti) cedono alla luce albale: all’elemento alieno e perturbante che si affaccia a minacciare dall’altra parte del mondo l’integrità della lingua.
Va infittita la caduta. L’indomabilità di questa progressione verso la perdita provie-ne dall’intimo avvertimento del consumarsi delle cose. L’interminabilità di questo spettro mostra tutta l’ampiezza delle variazioni.

Il nuovo giorno è già qui e scalda il gradino della soglia. La luce girerà intorno alle cortecce fino a formare un semicerchio. Fra non molte ore sarà di nuovo nella stessa posizione. O appena più in là.

«Le ombre che vi stavano davanti ora sono dietro di voi. Il vostro sguardo è andato più volte altrove mentre si compiva questo giro di orologio. Le strade sono molte e convergono tutte all’orizzonte in un medesimo punto. Di là poi divergeranno verso altri punti, in una vigile relazione con ciò che non si lascia nominare; dunque sempre sul punto di perdersi nel caos delle cose.»

È un lento penetrare senza prudenza nelle regioni accidentate dell’indicibile.
Preclusa alla comprensione razionale l’avventura infantile ed egocentrica dell’umana forma sogna di poter sfuggire l’ordine del discorso.
La voce continua a perseguire una sua vocazione al pianissimo. La volontà di rag-giungere le terre circostanti è talvolta manifesta così come il fine: gettare uno sguar-do indagatore nel regno della vita.

Uscita dall’antro, l’umana forma s’imbatte nella propria trasformazione. Al ritmo del respiro gigante, perde la sua spontaneità e si dà una movenza rigida. Si spoglia di tutte le cellule festanti e comincia a riconoscere le difficoltà della vita.
Poi incrocia le ombre mutevoli che il moto apparente del sole dietro il paesaggio continua a disegnare e qualcosa s’incrina.
Attraverso questa crepa si svela lo spazio ante rem in cui si forma e continuamente si rinnova il senso. Nell’ombra uomini e donne tornano a lasciar regredire ciò che non consentirebbe loro l’ordine.



Parte Terza
LE PAROLE AL TEMPO DELLA POESIA


Noi ci troviamo tutti, volenti o meno, al centro di un mondo e siamo circondati dal suo involucro sferico. Nel firmamento vediamo adesso un sole del passato prossimo di otto minuti. Immediatamente accanto e simultaneamente a esso osserviamo una stella del passato ancor più lontano, di mille o milioni di anni. Il firmamento è pieno di punti luminosi. Dinanzi ai nostri occhi si svolge uno spettacolo celeste di differenti passati, i quali tutti – situati l’uno vicino all’altro sulla stessa superficie visibile – appaiono ai nostri occhi come presenti simultaneamente.
Imre Toth

La natura della conoscenza

1.
è sempre terra della sera la terra che delimita il nascente su ciascuno dei canti nell’equità infallibile del sonno

si aprono piano le dita su ogni lembo di luce che affiora — meno visibile è la superficie stellata su cui si posano le foglie e la terra stessa

— a causa del suo estendersi tra l’antro e il piacevole delle cose, il passato che si forma nella parte opposta dei cieli è colmo di esseri e terra

2.
consiste nel movimento verso l’alto della pena la nascita — altre volte avviene tra lumi e sassi il fiorire, pur senza evitare che il danno incalcolabile accada

è tutt’uno la materia con la sostanza di aria e ali che nel buio sopraggiunge da tutte le parti

3.
così in terra, come in cielo, prende ciò che gli si addice all’interno della bocca il grido — sul medesimo lato del corpo, sedimenta la parte in cenere del sangue

se il piccolo corpo nella veglia riappare, nel suo moto lo contrastano le stelle, nella tendenza di ciascuna a volgere al tramonto

dov’è il mondo minacciato dalla fine, cela alla madre le ali il vivente — oltre alla vana speranza nient’altro dona la vita se non l’inerzia del respiro sulla terra

a un passo dalle cose che si formano, ha parola a stento chi è inadatto al tempo —

— è terra e sera la lingua


Il totem che cade

fin dentro il nulla si piega l’uomo per nascondersi al figlio che lo designa e tra i chiodi striscia nel portare ovunque rovi e miele —

sono spine adeguate alla carne le ossa di chi muore, o saliva e peli ispidi che si ammucchiano nel residuo spazio destinato al respiro —

non ha fine il soffio che da segni e partizioni si leva per cadere ogni volta dove chi scrive si cela e non scrive che di sé — ciò che il dolore non contempla è la mancanza che sempre conduce alla vita

restano dissepolti i corpi che il padre abbandona gli uni su gli altri nell’unico dirupo —

— la parola è resa al pensiero a cui si affida l’essere che a ciascuna parte è inadatto

sebbene ogni giorno si assottigli la sostanza mortale della pelle, non così è cava la pietra d’onda che rovina sulla terra natale

lodato sia con il signore il becco adunco del totem che tra l’erba l’inerme fa cadere e offre al cielo e cade — non in altro modo ha principio nella voce esitante del padre il pensiero

— muore alfine ogni uomo per mano di molte creature in ognuno di questi mutamenti

© Flavio Ermini
 


Il libro

Da Eraclito a Celan, da Dostoevskij a Nietzsche, da Hölderlin a Heidegger, da Leopardi a Zambrano, da Petrarca a Zanzotto: ricostruire la storia dell’infelicità significa testimoniare che la dimensione dell’essere nel mondo è costituita dal dolo-re dell’esistere.
Il moto apparente del sole segue passo dopo passo questo percorso conoscitivo dialogando con poeti, narratori e pensatori la cui parola in proposito appare decisi-va. Attraverso le loro opere, Ermini si interroga sulla condizione della vita umana sperimentando un linguaggio poetico-narrativo che ne testimonia l’insensatezza.
Il moto apparente del sole svela altresì come il cammino di tali opere nell’arco dei secoli sia apparente almeno quanto lo è, sulla volta celeste, quello del sole; con-fermando che in realtà siamo noi a ruotare nella loro orbita.
Questo libro sembra dunque indicarci che anche la semplice osservazione del moto apparente del sole può consentirci di incontrare la verità, perché nell’apparenza di tale moto – vera e propria metafora del nostro illusorio inoltramento nel ciclo vitale – può essere colta in tutta la sua evidenza la lacerazione tra l’essere uma-no e il mondo.


L’autore

Flavio Ermini (Verona, 1947), poeta e saggista, ha pubblicato per la poesia: Roseti e Cantiere (1980), Epitaphium Blesillae (1982), Thaide (1983), Idalium (1986), Segnitz (1987), Delosea (1989), Hamsund (1991), Antlitz (1994), Karlsár (1998), Poema n. 10. Tra pensiero (2001); per la saggistica: Il moto apparente del sole (2006), Antiterra (2006).
Dirige la rivista di ricerca letteraria “Anterem”, fondata nel 1976 con Silvano Marti-ni.
Fa parte del comitato scientifico della rivista di studi filosofici “Panaptikon” e della rivista di critica letteraria “Testuale”. Per Moretti&Vitali dirige la collana di saggi-stica narrativa “Andar per storie. Narrazioni della conoscenza” e, con Stefano Ba-ratta, i quaderni di psicoanalisi e filosofia “Convergenze”.
Redattore della rivista internazionale di poesia “Osiris”.
Collabora all’attività culturale degli “Amici della Scala” di Milano.
Vive a Verona, dove lavora in editoria, ponendo cura a varie collane di poesia e saggistica.


A cura di Flavio Ermini: "Il racconto ulteriore"
Flavio Ermini, Il compito terreno dei mortali

 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.