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Flavio Ermini
Il moto apparente del sole
Storia dell’infelicità
prefazione di Massimo Donà
pagine 304 • € 20,00
(Moretti&Vitali - Nuova serie della collana "Andar per
storie. Narrazioni della conoscenza)
Per ordinare il libro:
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Parte Prima
DIETRO IL PAESAGGIO
Ora entriamo
nella penetrazione,
nel rovescio pungente
di ciò che infinitamente si divide.
José Ángel Valente
Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio
qui volgere le spalle.
Andrea Zanzotto
L’antro
Il prima della storia e dei suoi nomi viene comunemente immaginato
come una struttura cavernosa. In cui regna il silenzio da cui ogni
essere proviene e a cui ri-torna.
L’antro reca l’annuncio di ciò che viene. Nel nome proprio o del
figlio, la sua bocca fa scorrere gli elementi privi di luce e forma
che daranno inizio alla storia.
L’antro ci riguarda: ci chiama e ci interroga, ci accusa dal
silenzio. Dove neppure il tempo conosce altra segnalazione se non
quella offerta da un gesto remoto, la cui definizione è problematica
e provoca un’autentica aporia per qualsiasi logica.
La storia si sporge dall’antro. Varca la soglia tra l’origine e
l’interminato. Silenzio, calore, gloria vengono abbandonati sul quel
punto d’incontro dell’inizio e del limite primo in cui prende forma
la nozione di principio nella sua assoluta atemporalità. I primi
passi sono compiuti senza calcolo; non indicano una padronanza.
La storia è fatta per lacerare il silenzio che ci attornia. Per
aiutarci a creare un interstizio ascensionale: uno spiraglio dove
avanzare. Ma come compiere l’ascesa senza che la luce del giorno
s’impadronisca di noi?
C’è un alfabeto rudimentale che mette fine al tempo notturno per
dare libero pas-saggio al tempo solare. Eppure noi vorremmo che
quella luce non sconfiggesse le tenebre, ma semplicemente ne
proseguisse il cammino.
Così fa la storia. Il cammino da intraprendere tende a coincidere
nelle sue intenzio-nalità con la parola da pronunciare.
Sì, è una parola quell’ombra che si muove sulla bocca dell’antro.
Non un predire che anticipa il futuro. Né una previsione. Ma ancora
ascolto del silenzio. Quel silen-zio che accompagna la parola nel suo
luogo di apparizione e permanenza, e che è molto di più che del suo
“passato” e del suo “futuro”.
La parola dice la sua natura di corpo apparentemente vittorioso sul
silenzio del-l’antro. E inizia a perorare la causa dei nomi
classificanti.
Questa parola è uterina. Alle spalle ha l’indeterminazione
dell’antro che, dal bianco gineceo di tutti i colori e attraverso la
nera obliterazione degli stessi, va verso la primarietà dei colori
viventi.
Questa parola è l’estrema frontiera della contesa originaria che
nomina l’iniziale differenziarsi del tutto. In una condizione
d’instabilità – che oscilla tra i poli di un duplice e opposto
silenzio: il silenzio pudico della parola poetica e l’oblio
insolente della parola quotidiana –, collega e divide, istituendo la
separazione stessa come rapporto.
Questa parola assume un corpo a doppia cromia, organizzata su lati
opposti. Non poggia sulla soglia, ma viene avanti. Esce. Cerca
l’aria e un suono che la tolgano dallo smarrimento e attenui l’ombra
che sta alle sue radici.
Incontra la definizione di chi la osserva, mostrando la propria. E
vuole essere interrogata.
Nell’indeterminabile sta il seme primario di questa inquieta e
inappagabile parola, la stazione di ogni suo viaggio, la
molteplicità del suo tempo.
Quel protendersi oltre l’orlo è comunque un restare dentro, qualcosa
che continuia-mo a chiamare antro.
Nel movimento verso le terre circostanti sta la sua forza e
nell’intrattenersi sulle proprietà del limite primo sta la sua
festa.
L’antro custodisce ciò che il vedere non sopporta.
Senza ingombrarlo, senza rinchiuderlo, ma lasciandone aperta la
beanza e apren-dosi a essa, la parola può divenire la vigile custode
della spaziatura tra desiderio e compimento. E farsi segno non
interpretativo o indicare in direzione di ciò che si sottrae.
Nascere non è oltrepassamento del limite, ma solo la sua
perversione.
L’antro – questo trattenersi nel nulla, in ciò che non è ancora
logico – resta un’obie-zione contro la vita di cui è l’annuncio.
Le foglie dell’oracolo
1. L’ORACOLO
Le foglie che l’oracolo aveva sparso nell’antro si disperdono, via
via sostituite dal linguaggio cristallizzato delle categorie.
Ma la parola poetica non segue questo cammino: non tralascia per il
definito e il determinato, l’indefinito e l’indeterminato della sua
nascita. Correlativa alla mobi-lità del suo orizzonte, è consapevole
d’incamminarsi lungo il sentiero proibito: «Hinaus / in Unland und
Unzeit», il nonpaese e il nontempo nominati da Celan.
È possibile seguire il movimento delle ombre che accompagnano il
pensiero della parola poetica. Ogni ombra è un’alterità che rivela
un eccesso situato al di là del re-gime di conoscenza.
Sono luoghi da cui la vita comune si è ritirata. Qui vive la figura
dell’Altro, che sfida il modo in cui – lontano dall’antro – il mondo
è ordinato. Qui io prendo dimora per descrivere la molteplicità
dell’esistenza e l’ansia per la conoscenza.
2. IO
Rimuovo dalle mie frasi il presente per ricongiungerlo, in una sorta
di dinamismo a ritroso, all’antro. Che è sì polvere ma anche un
aspetto di me veramente autentico, in quanto mai abbandonato alla
lingua delle classificazioni.
Forse posso dire così: sperimento il tempo che non respinge le
contraddizioni e le lunghe incertezze. Per analogia, il moto
apparente del sole a cui mi affido contri-buisce a svelare misura e
strutture di un’epoca arcaica, che con la storia niente ha da
condividere.
Torno io a spargere nell’antro le foglie dell’oracolo e domando:
come tracciare una scrittura che intacchi ogni volta la linea di
demarcazione tra il No e il Sì, e che ne alteri profondamente la
presunta compattezza? come produrre tagli e innesti nel corpo della
parola, fino ad aprirlo all’Altro che, sotterraneamente, racchiude
in sé?
2. TU
La frase che pronunci è destinata a diventare l’unità di scrittura
primordiale dalla quale deriveranno per aggregazione tutte le altre
unità superiori.
Quella parola è una lama nel reale. È la prima suddivisione del
visibile dall’invi-sibile. E dell’invisibile in parti ulteriori. Non
solo; è anche un tra che queste parti congiunge, togliendole così da
uno status di chiusura in se stesse per aprirle al principio di
contraddizione.
Quella frase vuole altresì circoscrivere il doppio di cui è
promotrice, per pacificarlo. Si espande quindi in un periodare
ideativo, spinto al superamento di due oggettiva-zioni: l’io e la
scena circostante. E si propaga in elaborazioni sempre più
articolate e sempre più sottili, che rappresentano quel viaggio
dalla figura all’astrazione a cui l’antidiscorso darà forma.
Le terre circostanti
Qualcosa di impensato e minaccioso torna a inquietare la lingua dal
di dentro, parola per parola. Un qualcosa che non ha mai cessato di
tracciarsi nel silenzio. Dunque, da quale limite muovere il passo?
Oltre il primo confine, la lingua si posa sulla superficie delle
terre circostanti e subito dopo penetra nella terra.
Una chiamata ne sottende un’altra. È l’invito a entrare in un luogo
persuasivo. Ma anche a proseguire. Per occupare il suo interno.
La superficie della Terra è rigata da fenditure alle quali la lingua
è indotta ad acco-starsi. Questa chiamata verso l’interno è
imperiosa, tanto che sottrarvisi è impossi-bile. Qui due punti di
vista, tra loro incompatibili, appaiono simultaneamente e danno
luogo a un conflitto senza esito. Stiamo assistendo all’incontro di
due elementi che si straziano in un dialogo accanito.
L’esperienza della lingua è l’esperienza stessa del poeta e prevede
il passaggio attraverso le tenebre mortali e l’estremo ammutolire.
Per stare in una situazione come questa, nelle terre circostanti,
bisogna allentare il troppo che incrosta il nostro sapere, e in ciò
che resta aprire interstizi, creare zone di nulla e di vuoto.
L’ennesima proposta di muovere al dialogo gli opposti? Sì. Ma anche
l’impresa di tentare un doppio gesto che sia capace di pensare
insieme, l’uno dentro l’altro, lo stesso e l’altro, ovvero le terre
circostanti e l’io che le guarda.
Va seguita questa esperienza di pensiero raccontandone le peripezie
e mostrando che queste non ne sono l’accidente ma forse la
caratteristica principale.
La dissoluzione del primo confine apre all’oltre dentro le cose: al
diventare realtà di ogni condizione del possibile.
Fuori dall’antro, oltre la delimitazione della sabbia e delle rocce
fanno cumulo diverse stratificazioni d’acqua. Nascono e si spostano
verso di noi. Parola e segno si rinnovano col progredire dell’onda.
È in atto un’altra interminabile conversazione. Si colgono
galleggiamenti di suoni residui, echi, ombre di assenze e nello
stesso tempo si assiste allo scorrimento inarrestabile di un corpo
irrequieto che procede per sentieri contorti e irregolari, forse
anche per cunicoli sotterranei.
Da quale limite parlare?
La visione dei fatti conduce alla visione della struttura. Il
progredire dell’onda non impedisce di scorgere l’intreccio delle
linee portanti. Sotto la scia vi sono gli appa-rati che la sostengono
e la rendono possibile.
«Il primo piano giustifica il secondo e questo rende durevole il
primo.
Guardate nell’acqua e vedrete che il fondo è alla portata del vostro
respiro. Guar-date nel cristallo e ne scorgerete l’impalcatura
geometrica. Guardate nel vostri so-gni: l’inconsueto è veritiero
proprio come un accadimento che si svolga nella ve-glia.»
«Fra l’antro e le terre circostanti è tesa una griglia. Allentatela
e il vostro corpo sarà inciso da segmenti di luce. Ma è anche
possibile che niente venga a colpirvi dall’e-sterno e che il vostro
corpo rimanga intatto.
Là fuori, nelle terre circostanti, si formano intanto combinazioni
di voci. Ponetevi in ascolto. Provate ad aggregare le sillabe e
formare frasi. Sono incomprensibili? Ripro-vate. Riaggregate quei
suoni brevi...»
Un minuta fila di gocce è venuta per annunciarne altre.
È l’interminato a cui tende ogni ricerca, luogo dell’incessante
trapasso tra nascosto e manifesto, estraneo e familiare, erranza e
radice.
Ecco uno spiraglio d’ombra nel compatto mondo delle idee: è la
variante degradata della figura del Minotauro nel labirinto. In
questo caso l’ombra è la semplice traccia di una vicinanza: domanda
sulla questione stessa del limite, su ciò che delimita e chiude un
pensiero, sulle possibilità di un superamento e di un passaggio
verso un altrove.
Dall’antro: interrogare il limite a partire dal quale esso stesso si
definisce; marcare, con successivi spostamenti, volta per volta, il
dentro e il fuori che lo costituiscono e registrare i tentativi che
ne vorrebbero travalicare i margini.
«Le acque stanno rifluendo. Lo vedete anche voi come sul terreno
circostante il co-lore vada, a fasce, stendendosi e come qualche
frattura insorga. Ogni fascia è ideata per debordare. E questi
inserti taglienti si costituiscono per dare flessione alle
super-fici.
Il parallelismo di questi elementi ha sul terreno funzione
separatoria o connetti-vante. Può creare nel tempo una lacerazione o
una pausa.
Ascoltate: serve a introdurre un discorso pungente o sussurrato.»
Le terre circostanti e le acque sono contrassegnate dal silenzio da
cui ogni parola proviene e a cui ritorna.
Correlativa alla mobilità del proprio orizzonte, la poesia qui
prepara scenari e figure da cui i concetti filosofici prendono
avvio. Figure di una soggettività plurale, irriducibili a norme e
presupposti. La loro libertà non rappresenta alcuna epifania della
ragione, ma l’apertura a un ospite inatteso, quel perturbante il cui
arrivo nes-sun pensiero può prevedere.
Inoltrarsi nelle terre circostanti e poi immergersi nelle acque
significa votarsi all’interminabile quando tutto è da tempo
terminato.
Le acque sono interamente rifluite. Lembi di sabbia vanno
dall’orizzonte all’antro. Stanno l’uno sull’altro per lunghi tratti.
Qualche incrinatura nel terreno rompe la compattezza di questi
tratti sabbiosi. Le basse erbe fra un lembo e l’altro segnalano di
volta in volta la mancanza d’acqua o la sua presenza.
La luce getta i suoi mutevoli dadi e il paesaggio di volta in volta
cambia. E invita a sprofondare lo sguardo nella notte del mondo dove
nulla è più conoscibile e tutto induce all’immobilità.
Né avanti né indietro; né dentro né fuori; sul margine: su quel
confine che tiene insieme i poli di una tensione irriducibile, di
una contraddizione inconciliabile.
L’antecedente (l’antro) e il conseguente (le terre circostanti)
cedono alla luce albale: all’elemento alieno e perturbante che si
affaccia a minacciare dall’altra parte del mondo l’integrità della
lingua.
Va infittita la caduta. L’indomabilità di questa progressione verso
la perdita provie-ne dall’intimo avvertimento del consumarsi delle
cose. L’interminabilità di questo spettro mostra tutta l’ampiezza
delle variazioni.
Il nuovo giorno è già qui e scalda il gradino della soglia. La luce
girerà intorno alle cortecce fino a formare un semicerchio. Fra non
molte ore sarà di nuovo nella stessa posizione. O appena più in là.
«Le ombre che vi stavano davanti ora sono dietro di voi. Il vostro
sguardo è andato più volte altrove mentre si compiva questo giro di
orologio. Le strade sono molte e convergono tutte all’orizzonte in
un medesimo punto. Di là poi divergeranno verso altri punti, in una
vigile relazione con ciò che non si lascia nominare; dunque sempre
sul punto di perdersi nel caos delle cose.»
È un lento penetrare senza prudenza nelle regioni accidentate
dell’indicibile.
Preclusa alla comprensione razionale l’avventura infantile ed
egocentrica dell’umana forma sogna di poter sfuggire l’ordine del
discorso.
La voce continua a perseguire una sua vocazione al pianissimo. La
volontà di rag-giungere le terre circostanti è talvolta manifesta
così come il fine: gettare uno sguar-do indagatore nel regno della
vita.
Uscita dall’antro, l’umana forma s’imbatte nella propria
trasformazione. Al ritmo del respiro gigante, perde la sua
spontaneità e si dà una movenza rigida. Si spoglia di tutte le
cellule festanti e comincia a riconoscere le difficoltà della vita.
Poi incrocia le ombre mutevoli che il moto apparente del sole dietro
il paesaggio continua a disegnare e qualcosa s’incrina.
Attraverso questa crepa si svela lo spazio ante rem in cui si forma
e continuamente si rinnova il senso. Nell’ombra uomini e donne
tornano a lasciar regredire ciò che non consentirebbe loro l’ordine.
Parte Terza
LE PAROLE AL TEMPO DELLA POESIA
Noi ci troviamo tutti, volenti o meno, al centro di un mondo e
siamo circondati dal suo involucro sferico. Nel firmamento vediamo
adesso un sole del passato prossimo di otto minuti. Immediatamente
accanto e simultaneamente a esso osserviamo una stella del passato
ancor più lontano, di mille o milioni di anni. Il firmamento è pieno
di punti luminosi. Dinanzi ai nostri occhi si svolge uno spettacolo
celeste di differenti passati, i quali tutti – situati l’uno vicino
all’altro sulla stessa superficie visibile – appaiono ai nostri
occhi come presenti simultaneamente.
Imre Toth La natura
della conoscenza
1.
è sempre terra della sera la terra che delimita il nascente su
ciascuno dei canti nell’equità infallibile del sonno
si aprono piano le dita su ogni lembo di luce che affiora — meno
visibile è la superficie stellata su cui si posano le foglie e la
terra stessa
— a causa del suo estendersi tra l’antro e il piacevole delle cose,
il passato che si forma nella parte opposta dei cieli è colmo di
esseri e terra
2.
consiste nel movimento verso l’alto della pena la nascita — altre
volte avviene tra lumi e sassi il fiorire, pur senza evitare che il
danno incalcolabile accada
è tutt’uno la materia con la sostanza di aria e ali che nel buio
sopraggiunge da tutte le parti
3.
così in terra, come in cielo, prende ciò che gli si addice
all’interno della bocca il grido — sul medesimo lato del corpo,
sedimenta la parte in cenere del sangue
se il piccolo corpo nella veglia riappare, nel suo moto lo
contrastano le stelle, nella tendenza di ciascuna a volgere al
tramonto
dov’è il mondo minacciato dalla fine, cela alla madre le ali il
vivente — oltre alla vana speranza nient’altro dona la vita se non
l’inerzia del respiro sulla terra
a un passo dalle cose che si formano, ha parola a stento chi è
inadatto al tempo —
— è terra e sera la lingua
Il totem che cade
fin dentro il nulla si piega l’uomo per nascondersi al figlio che lo
designa e tra i chiodi striscia nel portare ovunque rovi e miele —
sono spine adeguate alla carne le ossa di chi muore, o saliva e peli
ispidi che si ammucchiano nel residuo spazio destinato al respiro —
non ha fine il soffio che da segni e partizioni si leva per cadere
ogni volta dove chi scrive si cela e non scrive che di sé — ciò che
il dolore non contempla è la mancanza che sempre conduce alla vita
restano dissepolti i corpi che il padre abbandona gli uni su gli
altri nell’unico dirupo —
— la parola è resa al pensiero a cui si affida l’essere che a
ciascuna parte è inadatto
sebbene ogni giorno si assottigli la sostanza mortale della pelle,
non così è cava la pietra d’onda che rovina sulla terra natale
lodato sia con il signore il becco adunco del totem che tra l’erba
l’inerme fa cadere e offre al cielo e cade — non in altro modo ha
principio nella voce esitante del padre il pensiero
— muore alfine ogni uomo per mano di molte creature in ognuno di
questi mutamenti
© Flavio Ermini
Il libro
Da Eraclito a Celan, da Dostoevskij a Nietzsche, da Hölderlin a
Heidegger, da Leopardi a Zambrano, da Petrarca a Zanzotto:
ricostruire la storia dell’infelicità significa testimoniare che la
dimensione dell’essere nel mondo è costituita dal dolo-re
dell’esistere.
Il moto apparente del sole segue passo dopo passo questo
percorso conoscitivo dialogando con poeti, narratori e pensatori la
cui parola in proposito appare decisi-va. Attraverso le loro opere,
Ermini si interroga sulla condizione della vita umana sperimentando
un linguaggio poetico-narrativo che ne testimonia l’insensatezza.
Il moto apparente del sole svela altresì come il cammino di
tali opere nell’arco dei secoli sia apparente almeno quanto lo è,
sulla volta celeste, quello del sole; con-fermando che in realtà
siamo noi a ruotare nella loro orbita.
Questo libro sembra dunque indicarci che anche la semplice
osservazione del moto apparente del sole può consentirci di
incontrare la verità, perché nell’apparenza di tale moto – vera e
propria metafora del nostro illusorio inoltramento nel ciclo vitale
– può essere colta in tutta la sua evidenza la lacerazione tra
l’essere uma-no e il mondo.
L’autore
Flavio Ermini (Verona, 1947), poeta e saggista, ha pubblicato per la
poesia: Roseti e Cantiere (1980), Epitaphium Blesillae (1982),
Thaide (1983), Idalium (1986), Segnitz (1987), Delosea (1989),
Hamsund (1991), Antlitz (1994), Karlsár (1998), Poema n. 10. Tra
pensiero (2001); per la saggistica: Il moto apparente del sole
(2006), Antiterra (2006).
Dirige la rivista di ricerca letteraria “Anterem”, fondata nel 1976
con Silvano Marti-ni.
Fa parte del comitato scientifico della rivista di studi filosofici
“Panaptikon” e della rivista di critica letteraria “Testuale”. Per
Moretti&Vitali dirige la collana di saggi-stica narrativa “Andar per
storie. Narrazioni della conoscenza” e, con Stefano Ba-ratta, i
quaderni di psicoanalisi e filosofia “Convergenze”.
Redattore della rivista internazionale di poesia “Osiris”.
Collabora all’attività culturale degli “Amici della Scala” di
Milano.
Vive a Verona, dove lavora in editoria, ponendo cura a varie collane
di poesia e saggistica.
A cura di Flavio Ermini:
"Il racconto
ulteriore"
Flavio Ermini,
Il compito terreno dei mortali
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