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Ezio Flammia
STORIA DELL’ARTE DELLA CARTAPESTA
La tecnica universale
Note introduttive di Valeria Cottini Petrucci e Ennio
Bispuri
Arduino Sacco Editore, Roma 2011
ISBN-978-88-6354-436-7, pag. 322, € 24,90
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Dalle Note introduttive
di Valeria Cottini Petrucci e Ennio Bispuri:
“L’importanza e la ricchezza di questo libro sono dovute all’impegno dell’autore a
trattare un argomento quanto mai interessante, ma forse non
conosciuto abbastanza anche se è nota la rilevanza della cartapesta
nell’ambito della storia dell’arte e delle arti applicate. Ritengo
che esso sia il primo trattato che approfondisce l’argomento in modo
capillare facendone la storia dalle sue più antiche origini; i dati,
i riferimenti riportati sono frutto di una ricerca puntuale che
l’autore ha fatto e continua a fare su un tema che lo ha attratto e
appassionato dall’inizio della sua carriera e che continua a
costituire la centralità del suo lavoro e dei suoi interessi.”
Valeria Cottini Petrucci (ex direttore del Museo Naz. delle Arti e
Tradizioni popolari di Roma)
“In questa stupenda monografia, Storia dell’arte della cartapesta –
La tecnica universale, densa anche di risvolti solo apparentemente
marginali e di dettagli tecnici che possono sembrare talora
superflui, nei quali invece si caratterizza la peculiarità
espressiva di ciascun autore, impressiona la capacità analitica, la
mole di conoscenze specifiche e il rigore filologico con cui Flammia
dipana il suo filo di storico e di critico, addentrandosi in campi
apparentemente differenti quali l’estetica, l’antropologia, la
storia, la religione, l’economia, il gusto, la moda e persino la
chimica, collegati tuttavia tra loro da una interconnessione
profonda.”
Ennio Bispuri (scrittore e storico del cinema)
MOTIVAZIONI
Perché un libro di storia dell’arte sulla cartapesta?
Il libro è il primo interamente dedicato allo studio dell’arte della
cartapesta, un’espressione artistica che si può definire
un’eccellenza della cultura italiana. La tecnica della cartapesta in
Occidente è frutto dello sperimentalismo rinascimentale.
Lo studio ha inizio dall’esposizione delle prime produzioni di
cartapesta nelle botteghe toscane e termina con l’analisi di
quest’arte nella nostra contemporaneità. Lungo il percorso storico,
analizzo i motivi che hanno determinano l’espansione della tecnica
in alcune regioni dell’Italia, in altre nazioni europee e negli
Stati Uniti.
La cartapesta degli esordi, evolvendosi dallo stucco, raggiunge la
sua singolarità materica attraverso le sperimentazioni di
grandissimi artisti, il primo è Jacopo della Quercia che collauda,
alla fine del Trecento, un amalgama composto di diversi ingredienti,
ma soprattutto di filamenti di stoffa (cimadura), simili alle
fibrille contenute nelle carte antiche. Le carte erano ricavate
dalla frantumazione e macerazione degli stracci di canapa, di lino e
di cotone.
Pochi sanno che, dalle botteghe di Donatello, di Antonio Rossellino,
di Benedetto da Maiano e di altri scultori del Quattrocento
fiorentino, uscivano copie di cartapesta ricavate da calchi di gesso
o di terracotta. I prototipi da cui si ricavavano i calchi, erano
già predisposti per una produzione seriale adatta a soddisfare le
esigenze di culto e le necessità di una clientela di modeste
condizioni economiche. Purtroppo moltissime di queste opere sono
andate distrutte.
Si conoscono ancora oggi opere di cartapesta di Donatello?
Una bellissima Madonna col Bambino di Donatello si conserva al
Louvre in una sala interamente dedicata all’arte italiana del
Quattrocento toscano. Le opere esposte sono realizzate con materiali
considerati poveri quali lo stucco, la terracotta e la cartapesta.
Le materie nobili della scultura, come si sa, erano il marmo e il
bronzo, mentre la pietra e il legno erano classificati poco nobili,
la ceramica, la terracotta e lo stucco erano inseriti tra le arti
povere.
La cartapesta era valutata una ‘materia vile’ poiché era generata da
umili stracci. Per questo, in passato, la cartapesta non è stata
studiata e, nel migliore dei casi, era considerata una delle
espressioni dell’arte popolare.
Nonostante questi pregiudizi, la duttilità materica della cartapesta
ha affascinato eminenti personalità dell’arte e, per l’economicità
della produzione, è stata utilizzata per la realizzazione di oggetti
dell’artigianato, dell’industria e del design.
Quando nasce il termine cartapesta?
Artisti senesi e fiorentini per eseguire le opere di cartapesta
utilizzarono sia fogli di carta incollati uno sull’altro, sia un
pesto di carta che Vasari definì carta pesta nella “Vita” di
Domenico Beccafumi. L’artista senese realizzò un enorme carro
semovente in onore di Carlo V in visita a Siena, anticipando di
molti secoli i carri allegorici del Carnevale viareggino. Qualche
anno prima, Jacopo Sansovino a Firenze, in occasione della visita di
Papa Leone X, costruì un enorme “cavallo di tondo rilievo, tutto di
terra e cimatura (scarti della lavorazione di stoffe), sopra un
basamento murario, in atto di saltare, con una figura sotto di
braccia nove”. Il gruppo, “cavallo con figura sotto”, può essere
calcolato in altezza, compresa la base, tra i 5 o 6 metri.
Quando s’incomincia a studiare l’arte della cartapesta?
Solo nella seconda metà del XIX secolo alcuni storici dell’arte
iniziarono a interessarsi con serietà all’arte della cartapesta,
soprattutto ai rilievi della Vergine col Bambino degli artisti
toscani del XV secolo. Questo interesse era collegato alla
costituzione di alcune grandi collezioni come quelle presso il
Kaiser Friedrich Museum di Berlino (oggi Bode Museum), presso il
South Kensington Museum di Londra (oggi Victoria and Albert Museum)
e presso il Louvre di Parigi.
Protagonisti di questa stagione di rinnovamento culturale furono
Wilhelm Bode conservatore poi direttore del museo di Berlino e Louis
Courajod, conservatore delle sculture del Louvre. I due storici
dell’arte per primi intuirono il valore e la grandezza delle opere
d’arte in cartapesta, anche perché alcune erano attribuite a grandi
artisti. I due studiosi, nei loro frequenti viaggi in Toscana,
acquistarono numerose opere di qualità eccezionale, favoriti anche
dalle occasioni offerte da un mercato incontaminato. I due avevano
contatti con mercanti esperti e di grande cultura come Stefano
Bardini che possedeva le opere migliori del Quattrocento toscano e
di altri periodi soprattutto di quel genere appartenente alle
cosiddette arti minori. Il mercante toscano, dai trascorsi artistici
come pittore e frequentatore del caffè Michelangelo, amico dei
macchiaioli, “dopo anni d’intensa attività commerciale, decise di
trasformare la propria collezione in museo e di donarla al Comune di
Firenze”.
Si conoscono altre opere di cartapesta che non siano bassorilievi
devozionali di questo periodo?
Sempre a Siena si producevano meravigliose cornici tonde di
cartapesta dorata sia per contenere dipinti di artisti famosi e sia
per specchiere. Opere di questo tipo erano destinate
all’aristocrazia, per cui la cartapesta, che era nata per riprodurre
copie da prototipi di scultori famosi da destinare ad un mercato
secondario, si affermò anche in ambienti colti e raffinati. Queste
opere erano commissionate dalla ricca borghesia mercantile
unitamente alle opere incorniciate.
Nel periodo rinascimentale, per quali altri impieghi la cartapesta è
stata destinata?
Conosciamo alcuni manichini che erano delle vere statue da vestire
utilizzati per particolari celebrazioni religiose e i mappamondi
(sfere o globi celesti e terrestri). Uno dei primi ad adoprare la
carta nell’impasto per costruire i mappamondi fu il frate domenicano
Egnazio Danti. Il domenicano, verso la metà del ‘500, costruì un
mappamondo per Cosimo I dei Medici che si trova ancora oggi nella
Sala delle carte geografiche in Palazzo Vecchio a Firenze.
Sull’esempio di Egnazio Danti, un altro frate (dei frati minori),
Vincenzo Coronelli, realizzò verso la fine del ‘600 una serie di
globi terrestri e celesti di cartapesta, di questi i più singolari
furono quelli eseguiti per il Luigi XIV, destinati alla reggia di
Versailles, ora conservati presso la Biblioteca nazionale di
Francia. I due globi misurano m. 3,8 di diametro e sono i più grandi
che siano stati costruiti.
Quale ruolo ha avuto la cartapesta nel periodo barocco che
solitamente è considerato eclettico e tendente alla meraviglia?
Non solo il grande regista del barocco Bernini, ma anche Algardi,
Padre Pozzo ed altri, utilizzarono la cartapesta per diverse
finalità: per realizzare carri allegorici, per gli apparati
effimeri, per esempi di prova e per le scenografie di opere
teatrali, come le famose ridicolose in voga negli ambienti colti
romani del Sei e Settecento. Bernini, oltre ad essere l’autore di
alcune ridicolose, era il regista e lo scenografo dell’allestimento
e partecipava anche come attore alle rappresentazioni. I suoi esempi
di prova erano delle cartapeste realizzate per saggiare la perfetta
risoluzione estetica di un’opera prima della fusione in bronzo. Un
esempio è la cartapesta prodotta per il monumento funebre della
beata Maria Raggi nella Chiesa di S. Maria sopra Minerva a Roma.
Bernini eseguì, (o fece eseguire dai suoi allievi), una bellissima
cartapesta dorata, copia fedele del bassorilievo rappresentante il
volto della beata che doveva essere tradotto in bronzo. L’esempio di
prova di fusione era necessario per collaudare sul monumento della
beata, già in fase avanzata di costruzione, la posizione precisa,
l’inclinazione e il volume del bassorilievo in rapporto con gli
angeli e con i marmi di diversi colori, in un’insolita soluzione
estetica.
Il monumento, costruito su un pilastro della chiesa, rappresenta un
drappeggio funebre che, impigliato in un braccio della croce, è
trascinato in alto da due puttini-angeli unitamente ad un ovale che
contiene il volto della beata Maria Raggi. Il volto, centro
d’interesse del monumento, è visto dal basso verso l’alto in una
zona della chiesa poco illuminata. Perciò occorreva un esemplare di
prova per esaminare la giusta posizione del volto, l’effetto visivo
del volume e la tonalità della doratura prima di dare inizio alla
fusione di bronzo. L’esempio di cartapesta, nonostante la fragilità
della materia cartacea e l’inclemenza del tempo, è ancora
d’ineffabile bellezza, lo si può ammirare in una vetrina del museo
di Palazzo Venezia a Roma.
Ha parlato del teatro di Bernini, quale altro sviluppo ha avuto la
cartapesta?
La cartapesta, oltre all’impiego nella scenotecnica e
nell’allestimento teatrale, fu utilizzata per tutti gli apparati
effimeri delle feste barocche, come quelli della cuccagna durante i
carnevali, ma anche per gli apparati religiosi. Furono in parte
realizzati in cartapesta gli allestimenti del Corpus Domini, le
macchine processionali, le Quarantore e persino i
catafalchi degli
apparati funebri.
Un aspetto singolare erano le macchine pirotecniche come quelle
della Chinea che era allestita in Piazza S.S. Apostoli a Roma nel
periodo barocco. La Chinea era celebrata nei giorni 28 e 29 giugno
di ogni anno, risaliva ai Normanni ai quali il Papa concesse il
feudo di Napoli e del Mezzogiorno. In cambio era offerta al Papa una
somma di denaro in un vaso d’argento, fissato al basto di una mula
bianca, detta la chinea che ogni anno lo trasportava, accompagnata
da un sontuoso corteo, alla sede papale. La macchina si faceva
esplodere al termine dei festeggiamenti, secondo il rituale effimero
di tutte le feste.
La cartapesta oltre agli allestimenti effimeri è stata utilizzata
per fini pratici?
Questo è un argomento poco noto ed è il più intrigante del mio
studio. La cartapesta ha avuto un ruolo importante per insonorizzare
alcuni ambienti di teatro come quello del Palazzo reale di Napoli,
una sala adattata a teatro da Ferdinando Fuga e perciò con poca
acustica, insufficiente per le rappresentazioni di prosa e
soprattutto di musica.
II grande baldacchino e le dodici statue furono eseguiti in
cartapesta da Angelo Viva per il progettista Ferdinando Fuga nel
1768, avevano una funzione estetica di abbellimento della sala, ma
anche di insonorizzare il teatro considerato che la cartapesta,
all’epoca, era l’unica materia fonoassorbente. Per lo stesso
principio tutte le decorazioni di stucco dei teatri, dal Settecento
in poi, furono eseguite in finto stucco o stucco leggero di
cartapesta, un composto di gesso e di una consistente quantità di
carta pestata. Il finto stucco oltretutto era più appropriato alla
doratura.
La cartapesta per i minori costi e per i tempi di produzione fu
utilizzata per i soffitti delle chiese per nascondere le capriate e
nei palazzi per abbassare i soffitti o controsoffitti e rendere più
confortevoli gli ambienti.
Nel museo delle Arti Orientali di Roma, nelle sale III e IX, si
possono ammirare due controsoffitti di ottima fattura anche se
esteticamente diversi. Il primo più austero, rispecchia l’estetica
del palazzo che rimarca uno stile rinascimentale, pensato nel
Novecento, il secondo è di un romanticismo medievale alquanto
demodé, ma che ricalca la tendenza del momento. Dalla metà
dell’Ottocento sino ai primi anni del Novecento i manufatti di
cartapesta sono di moda, questo spiega la presenza dei due soffitti
in ambienti aristocratici.
Il suo libro “Storia dell’arte della cartapesta“ ha un sottotitolo:
“La tecnica universale”. Che vuole indicare?
Alla fine del Settecento sino ai primissimi anni del Novecento la
cartapesta fu impiegata per costruire mobili e suppellettili di ogni
tipo, famosi sono i mobili eseguiti in Inghilterra nel periodo
vittoriano. Erano mobili pregiati, impreziositi con decorazioni in
madreperla e laccati. Gli artigiani inglesi, per aumentare la
solidità e la durata dei mobili di cartapesta, laccavano le
superfici esterne con particolari prodotti resistenti, durevoli e
impermeabili. Qualche fonte parla di mobili trattati con lacche
ignifughe, ma non fornisce notizie sulla composizione dei prodotti e
sulle qualità impregnanti. Questi mobili erano molto ricercati non
solo dalla ricca borghesia inglese, ma anche da benestanti di altri
paesi. Uno dei costruttori In Inghilterra, tra il 1825 e il 1875,
Joshua Bettridge di Birmingham, produttore e creatore di mobili,
costruì in cartapesta vari elementi del mobilio. Fu il mobiliere e
l’arredatore più ricercato, vendette ed espose i suoi prodotti
dappertutto, arredò le migliori case inglesi e fu il fornitore
preferito della regina Vittoria.
I mobilieri inglesi eseguirono gli ornamenti, sui loro prodotti di
cartapesta, con pitture o con decalcomanie a vari colori su fondo
nero o marrone. Le decorazioni erano di stile orientale, in
particolare erano d’ispirazione cinese (chinoiseries o china
chippendale), in voga a quei tempi. I manufatti di cartapesta,
facevano la concorrenza alle cineserie (le mercanzie provenienti
dalla Cina), per questo la cartapesta fu utilizzata per qualsiasi
prodotto dell’artigianato e, ai primi del Novecento, fu introdotta
nella produzione industriale d’Europa e degli Stati Uniti. Da qui la
cartapesta fu definita la “tecnica universale”.
Quali altri oggetti furono eseguiti in cartapesta?
L’elenco dei prodotti eseguiti in cartapesta è vastissimo, come si è
notato per le cineserie. La cartapesta, per economicità e rapidità
esecutiva, fu utilizzata per produrre qualsiasi manufatto, dalle
scodelle alle suppellettili, dai cofanetti alle tabacchiere, dai
bottoni alle tazzine da caffè, dai separé alle costruzioni di ville
e persino per edificare una chiesa in Danimarca. In questo elenco
non sono inclusi i giocattoli che meriterebbero una trattazione
separata.
I giocattoli di cartapesta ebbero una diffusione vastissima in tutta
l’Europa, nelle colonie dell’Africa settentrionale e nelle Americhe.
Per soddisfare la richiesta nacquero le prime industrie
specializzate nel settore dei giocattoli di cartapesta e delle
bambole, in particolare quella di Sonnenberg in Turingia e quella
fondata da Luigi Furga Gornini nel 1880 a Canneto sull’Oglio in
provincia di Mantova.
Anche questi manufatti, come gran parte della produzione artistica
di cartapesta, hanno subito l’ostracismo retaggio di un vecchio
pregiudizio basato sulla povertà della materia. Perciò molti
giocattoli sono andati distrutti per incuria e sostituiti quando la
plastica soppianta la produzione industriale della cartapesta.
Quando ha inizio il vero declino dell’arte della cartapesta?
Il declino della cartapesta nella produzione d’arte ha inizio verso
la fine dell’Ottocento e si accentua, come si diceva prima, agli
inizi del Novecento, quando un’enorme produzione di manufatti
artigianali e industriali, per diversi usi, invade il mercato. Il
trapasso della cartapesta dalla sfera dell’arte a quella
dell’artigianato e in seguito a quella dell’industria, è inteso
dalla critica e dal pubblico, quasi unanimemente, come un
declassamento della materia.
La cartapesta, lentamente, è emarginata dalle attività d’arte e di
conseguenza è valutata irriverente e indecorosa ad esprimere il
sacro e inadatta a rappresentare le espressioni d'arte.
È ancora perdurante il convincimento che la povertà della materia
produca un’aridità artistica, sebbene le esperienze contemporanee
elevino qualsiasi materiale a forme d’arte: uno dei movimenti
recenti si denomina proprio Arte Povera e ancor prima, gli artisti
informali, a cominciare da Burri, si esprimono soltanto con la
materia che diviene il punto d'appoggio delle loro attività
creative. Questo pregiudizio, invalso nell’opinione pubblica,
profondamente radicato nella coscienza critica di ognuno, scoraggia
l’avvio al collezionismo di oggetti di cartapesta e demoralizza
persino giovani studiosi ad intraprendere ricerche sistematiche
sulla storia e sulle metodiche di questa tecnica.
Il suo studio tende a sfatare i pregiudizi sulla cartapesta?
Nonostante i convincimenti che tendono ad impedire l’affermazione
della cartapesta come medium artistico, i manufatti che,
miracolosamente, hanno avuto la fortuna di salvarsi, testimoniano
come l’arte della cartapesta, in passato, abbia avuto pari dignità
d’altre materie, in diversi settori dalla creatività. Prima che un
patrimonio demo antropologico notevole che dovrebbe essere
considerato un vanto ed un’eccellenza dell’arte italiana vada
ulteriormente disperso (mi riferisco soprattutto alle opere nelle
case dei privati e nelle chiese di provincia), sarebbe opportuno
catalogare tutto il patrimonio di cartapesta esistente.
Lo studio nell’analizzare il materiale artistico di cartapesta che
si conosce ufficialmente nelle chiese e nei musei ed in parte quello
da me evidenziato, vuole essere un richiamo non solo alle
istituzioni, ma anche agli studiosi, ai possessori di opere di
cartapesta, di non sottovalutare questa straordinaria forma d’arte
legata alla scoperta della carta in Cina e che in Italia, attraverso
Donatello, Antonio Rossellino, Benedetto da Maiano, Desiderio da
Settignano, Jacopo Sansovino, Pietro e Ferdinando Tacca, Beccafumi,
Bernini, Algardi, Angelo Gabriello Piò, Sanmartino e tanti altri, ha
trovato la sua altissima trasformazione in valori d’arte.
La cartapesta oggi potrebbe essere un’opportunità di scelta
professionale per chiunque voglia intraprendere il percorso di
quest’arte, ispirato dalle esperienze del passato.
Le tecniche, analizzate e utilizzate dagli artisti di varie epoche,
potrebbero stimolare una nuova produzione della cartapesta, adeguata
ai gusti e alle esigenze della società contemporanea. I campi
d’applicazione potrebbero essere quelli topici dell’arte, ma anche
dell’artigianato e del design (per la progettazione “artistica
applicata agli oggetti di produzione industriale”).
E’ probabile che una mutata politica culturale acceleri le
opportunità per gli artisti e motivi nuovi interessi per la
cartapesta.
Sono invece sicuro che la tutela di un patrimonio così variegato,
che ha interessato ambiti diversi e tutte le classi sociali del
nostro paese, possa dare avvio a nuove ricerche e contribuire alla
conoscenza di un fenomeno artistico e demo antropologico
straordinario, vanto per la nostra cultura.
© Ezio Flammia
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Ezio Flammia:
Curriculum
Ezio Flammia,
pittore, scultore, scenografo, storico dell’arte della cartapesta.
È autore di “Maschere di stoffa, di ferro - mito, materia ragione”
(Progetti Museali Editore – Roma, 1996). E’ impegnato da decenni
nello studio dell’arte e del restauro della cartapesta. Ha
restaurato importanti opere di cartapesta per il Museo Nazionale
delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma.
Suoi scritti sono apparsi sulle riviste: Terzoocchio, Progetto
restauro, Leggere tutti e su alcuni cataloghi di mostre di rilevanza
nazionale come:
“La fabbrica dei sogni“ (Edizioni Bora Bologna 2005); “La scultura
in cartapesta” (Sansovino, Bernini…, Catalogo Silvana Editoriale -
Cinisello Balsamo 2008); “Totò der italienische Prinz des Lachens”,
catalogo della mostra presso il Museo Valentin-Karlstadt-Musäum di
Monaco 2010.
Sue opere fanno parte delle collezioni: Museo Historico Nacional,
Santiago del Cile; Museu do Cinema, Lisbona; Museo Nazionale delle
Arti e Tradizioni Popolari, Roma; Museo d’arte moderna e
dell’informazione, Senigallia; Galleria d’arte moderna “S.
Sciortino”, Monreale; Museo delle Generazioni “P. Bargellini”, Pieve
di Cento; Fondazione “G. Boldini”, Mogliano Veneto.
Tra le mostre “personali”:
Colonia, presso l’Istituto Italiano di Cultura; Wuppertal, presso lo
Schauspielhaus; Santiago del Cile, presso il Museo Histórico
Nacional; Roma, presso il Museo Nazionale Arti e Tradizioni
Popolari; Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni; Roma, presso il
Palazzo Valentini; Caserta, presso il Palazzo Reale; Zagabria,
presso l’Istituto Italiano di Cultura; Lisbona, presso il Palazzo
Fox, con l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica; Los
Angeles, presso la Sede dell’ENIT, con l’Alto Patronato del
Presidente della Repubblica; Barcellona presso la Galleria Montcada;
Buenos Aires presso il Centro Cultural Borges.
Ha realizzato le scenografie e i costumi di ventidue opere
teatrali. Ha ideato e costruito grandi burattini a bastone in rete
metallica per due spettacoli da lui diretti, considerati dalla
critica novità nel campo del teatro di figura.
Per la RAI, rete 2, ha costruito elementi scenici per 5 spettacoli
a puntate.
Ha collaborato, con il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni
Popolari di Roma, per seminari riguardanti il teatro della Commedia
dell’Arte e della maschera.
Ha diretto laboratori per lo studio e la realizzazione di
maschere, burattini, marionette, marottes ed elementi scenici,
promossi dal Comune di Roma, Provincia e Regione Lazio, tra i quali:
● “Continente infanzia”, Palazzo dei Congressi di Roma, 1979; ●
”Piatti da leggere, storie da mangiare”, Museo Nazionale Arti e
Tradizioni Popolari di Roma, 1992.
In occasione di sue mostre all’estero promosse dagli Istituti di
Cultura e dal Ministero degli Esteri, è stato invitato a tenere
laboratori per la costruzione di maschere e burattini presso le
scuole italiane a Santiago del Cile, a Barcellona e a Buenos Aires.
È stato grafico satirico della pagina di Ostia del quotidiano
“Paese Sera”.
Ha donato al Comune di Celano (AQ) 25 maschere fliaciche di stoffa,
esposte in permanenza presso il Palazzo delle culture della
cittadina marsicana.
Nel 1996, gli è stato conferito in Montecitorio - Parlamento
italiano, Camera dei Deputati (Sala del Cenacolo) il Premio
Internazionale alla carriera per le Arti, La Plejade.
Nel 1967 ha ottenuto il 1° Premio dal “Conseil Mondial de la
Paix”, Vienna.
Cronache delle sue mostre, in Italia e all’estero, sono state
documentate in molti servizi radiofonici, televisivi, On-line e nei
comunicati del Televideo nazionale e regionale (Campania e Abruzzo).
La “Storia dell’arte della cartapesta – la tecnica universale”
(Arduino Sacco Editore Roma), è stata presentata il 20 agosto 2011,
alle ore 9,44, nella trasmissione Rai mattina weekend di RAI 1.
“la Repubblica” del 12 settembre 2011 ha recensito il libro alla
pagina dedicata alle novità librarie “In Libreria”. “Il Giornale
dell’Arte” (N. 317, Febbraio 2012) ha pubblicato una recensione di
Giorgio Di Genova (leggi)
Ezio Flammia,
Opere di pittura
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