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Io,
per me, amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in
pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi / qualche sparuta
anguilla: / le viuzze che seguono i ciglioni, / discendono tra i
ciuffi delle canne / e mettono negli orti, tra gli alberi dei
limoni. A codesta reminiscenza del celebre incipit montaliano1
corre la mente del lettore in corrispondenza della sezione terza e
suprema, dal titolo Serpentini amplessi (pp. 177-254 note
comprese), dell’ultimo lavoro di Letizia Lanza2 : il
respiro del dettato, ispirato a cotanta Musa, si mantiene
robustamente alto, corroborato dalla lettura dei numerosissimi
testimoni adeguatamente compulsati. Eccoci dunque accompagnati dal
viatico rassicurante di Plinio Seniore, Isidoro, Artemidoro (pp.
180-181), tanto per citare gli autori classici, senza dimenticare le
successive riprese, imitazioni, rifacimenti, a partire dal mitico
Erasmo degli Adagia. Ma la perla, a mio modesto parere, è
costituita in codesto contesto dal recupero, dottissimo, della
relativa voce del Dizionario dell’omo selvatico: Anguilla.
Sinonimo di Borghese, ogni qualvolta questo specchiato signore ha la
disgrazia di cadere, per pura combinazione, fra le mani (del resto
semiaperte) della giustizia (p. 181), ove la memoria letteraria
viene opportunamente fatta risalire alla sentenza plautina presente
nel verso 747 dello Pseudolus (Anguillast: elabitur),
in quella trama compatta di rinvii che costituisce la nostra
cosiddetta cultura occidentale. Non manca poi l’approfondimento
della valenza religiosa dell’animale, spacciato per divinità tout
court sulla scia delle credenze egizie (pp. 183 ss.), per
pervenire addirittura alla autogenesi dalla fanghiglia, essendo
l’anguilla, come Era lo è degli dei, regina incontrastata dei pesci
(p. 185). A seguire, il campo di indagine si amplia con gradualità
esemplare, coinvolgendo nella trattazione argomenti collaterali come
l’esistenza di serpenti alati, le modalità di accoppiamento delle
vipere, quello fra serpi e murene, e la descrizione dello iaculus,
un tremendo rappresentante dei rettili di Libia «germinati dalle
gocce del sangue meduseo, che schizzano fuori dal mortifero capo una
volta reciso da Perseo», fonte il poema lucaneo (p. 193), fino ad
includere, nella rassegna dei flagelli infernali, il mortifero
basilisco (pp. 199 ss.). Né può mancare, in tale potentemente
tratteggiata rassegna documentaria, la «moltitudine aggrovigliata di
serpi, tra cui si aggirano correndo genti ignude e atterrite – i
ladri nella vita terrena – e hanno saldamente legate dietro la
schiena le mani, adoperate da vivi con soverchia destrezza; trafitti
dal rettilume, alcuni s’inceneriscono, altri si mutano
alternativamente da uomini in serpi e vice versa»: il luogo dantesco
di riferimento viene esplorato con sottile sapienza proprio sul
versante dell’eredità classica che si riversa nel poema sacro a
piene mani (pp. 216-218). Con andamento di marcia calma e a ranghi
serrati si passa attraverso le testimonianze dei Travels3
, del Milione di Marco Polo, e, tramite la conquista del
Nuovo Mondo, la fioritura di «più o meno farraginose fantasie,
tesaurizzate nel corso dei secoli» (p. 224), a chiudere in un
anello, da sicura mano saldato, l’intero itinerario culturale, con
la proposta dell’Incantatore di serpenti di Sylvia Plath (pp.
234-235) – a riallacciarsi intimamente con l’epifania montaliana in
esergo4. L’agile ma non per questo meno
impegnativo saggio di apertura (Donne in amore, pp. 7-45)
costituisce un ritorno al già altre volte con competente acribia
zappettato terreno del femminile, e del femminile nei poemi omerici,
con particolare concentrazione sull’Odissea5. E
subito veniamo condotti in medias res a meditare di nuovo su
Penelope, Nausicaa, Arete, portatrici come esse sono di una
ambiguità complessa e volentieri contraddittoria, a giudicare dalle
interpretazioni diverse e diversificate che con estrema correttezza
scientifica vengono proposte al lettore : per non parlare di Elena,
tradizionale idolo polemico tacciato nei secoli dei secoli di
incostanza volubile. Contro ogni scivolamento nel generico già detto
(e mai controllato direttamente sui testi), valga l’indicazione
metodologica seguente (pp. 20-21):
Nel mondo omerico in somma, al di là della diffidenza congenita
verso il femminile ognora viva nei personaggi maschili, la donna,
divina o umana non fa differenza, non è considerata né incompetente
né, secondo certi parametri, inferiore.
Lo sconfinato oceano omerico travalica i confini fisici del primo
intervento e invade, possiamo dirlo, gagliardamente il massiccio
lavoro centrale (pp. 49-176) dal titolo Fascinazioni marine.
L’argomento è costituito obbligatoriamente dalla figura della Sirena
(più volentieri al plurale), a partire dal dodicesimo libro dell’Odissea
attraverso Apollonio Rodio, Ovidio, Tirso da Molina e altri illustri
testimoni fino alla scrittura – sempre volentieri frequentata da
Letizia Lanza – di Jorge Luis Borges, senza trascurare esplorazioni
kafkiane, chiosate a dovere dalle «anfibologiche parole» di Maurice
Blanchot (p. 54):
Le Sirene pare che cantassero, ma in un modo che non
soddisfaceva, che lasciava appena intendere in quale direzione si
aprissero le vere sorgenti e la vera felicità del canto. Tuttavia,
coi loro canti imperfetti che erano un canto ancora a venire,
guidavano il navigante verso lo spazio dove il canto può cominciare
veramente. Esse dunque non lo ingannavano, portavano davvero alla
meta. Ma raggiunto il luogo, che cosa accadeva? Che luogo era?
Quello dove non restava più che sparire, perché la musica, nella
regione della sorgente e dell’origine, era scomparsa essa stessa più
ancora che in ogni altra parte del mondo: mare in cui, chiuse le
orecchie, si immergevano i vivi e dove le Sirene (a prova della loro
buona volontà) dovettero, a loro volta, sparire un giorno.
Dopo la «stupenda, innovativa indagine» dello studioso francese non
può mancare la lettura che dell’episodio odissiaco compie la coppia
Horkheimer-Adorno (pp. 56-57), nonché a stretto giro di pagina, in
chiave di rispettosa critica, i contributi di Fiorella Cichi e di
Gabriele Burzacchini. Né viene sottaciuto il problema della
nomenclatura e dell’etimo (pp. 68-72), prima di intraprendere il
lungo cammino dedicato ai «prodotti letterari» sirenici (pp.
72-121), sapientemente articolato in due sottosezioni,
contrassegnate la prima da «segno negativo o per lo meno incerto»
(fino a p. 104), mentre la seconda ne recupera le attestazioni in
positivo, coronata a buon diritto dal trionfo regale della fiaba di
Andersen La sirenetta (e anche qui non sfugga, in chiusura di
paragrafo, il rinvio a Lacrimosa di Sylvia Plath). E codeste
incursioni alla ricerca dei fili letterari costituenti il tessuto
mitico non esauriscono il lavoro, che si allarga (pp. 122-139) anche
al campo iconografico. Ecco allora la partenza dall’epoca micenea in
Pilo, per attraversare poi i primi secoli dell’era volgare senza
trascurare le testimonianze spinetiche e cretesi, in un discorso
critico che coinvolge, insieme con le Sirene, Grifoni Sfingi
Centuari nonché la celebre Chimera di Arezzo e l’onnipresente
Gorgone Medusa; a seguire, veniamo condotti ad ammirare ancora una
volta la Sirena scolpita sul capitello di un pilastro a sinistra del
portale centrale della Cattedrale di Parma, luogo confrontato con il
mosaico pavimentale presente nella navata centrale di quella di
Otranto – l’uno e l’altro argomento illustrato a dovere sotto il
versante culturale attraverso le testimonianze di Bernardo di
Chiaravalle e di Onorio di Autun (pp. 134-135) – e altre tracce
rilevanti ancora, fino alla conclusione del viaggio con due
testimonianze pittoriche moderne non consuete (Il pescatore e la
Sirena di F. Leighton 1856-1858 e lo studio su tela di C.
Schwabe del 1896 intitolato Spleen e Ideale).
Per tirare le fila, anzi, i fili del saggio lasciamo la parola
all’Autore:
Come si è visto, al di là delle tante varianti (e delle
molte ipotesi interpretative) eclatanti sono le specificità
ricorrenti della figura sirenica e del suo agire. Tra le quali,
ineliminabile, la duplice natura; pressoché costanti, la vocalità e
il suono; la potenzialità seduttiva; l’inganno, con la ribadita
illusorietà della percezione sensoriale; la pericolosità anche
mortale. (p. 145)
Ora, codesta sintesi suprema lega in un nodo che più saldo non si
può l’immenso filone che la tradizione greco-latina ha elaborato a
partire dall’Odissea omerica, senza dimenticare che questo poema non
è affatto l’inizio – solamente ed in primo luogo –, quanto il
termine di arrivo di tanta tradizione in massima parte perduta
ovvero nota solo per scarsissimi lacerti. Si tratta, come è
evidente, del topos costituito dal viaggio per mare, donde si
ergono, dalla superficie appunto dell’elemento naturale, numerose
polarità: acqua vs terra, maschile vs femminile, verità vs inganno,
luce vs tenebre, vita vs morte, carne vs spirito, salvezza vs
dannazione, e altre ancora; facendo ben attenzione che su tutto
regna una assoluta, splendida ambiguità, e di ruoli e di
attribuzioni. Ed è proprio codesta acquisizione metodologica che
rappresenta lo stimolo autentico alla ricerca, allo studio, alla
rilettura senza fine, fortificati, anche questa volta come tutte le
altre precedenti, dal viatico generoso del magistero di Letizia
Lanza.
NOTE:
1 I limoni (vv. 4-10), in E. Montale, L’opera in versi, Edizione
critica a cura di Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini, Einaudi,
Torino, 1980, p. 9 (esordio della prima raccolta intitolata Ossi di
seppia 1920-1927).
2 La preferenza di Letizia va, viceversa, ad un altro testo
montaliano – e la ragione è palese fin dal titolo –, L’anguilla,
posto a mo’ di epigrafe del capitolo a p. 177 (cfr. E. Montale,
cit., p. 254, testo conclusivo della quinta sezione della raccolta
La bufera e altro 1940-1954).
3 Testo esaurientemente illustrato nella nota 145 p. 251.
4 Non sfugga la posizione di privilegio occupata dalla poeta
suddetta, in quanto essa medesima funge da testo incipitario (Meglio
che ogni fibra si spezzi) a p. 5.
5 Una assolutamente parziale rassegna degli studi di Letizia Lanza
registra, per esempio, sotto questo versante: Vino donne amori (di
varia antichità), 2006 e La verità e il mito. Trittico muliebre,
2010, entrambi volumi editi dalla medesima casa editrice del
presente; sotto l’egida dello Studio Editoriale Gordini, nel 2007,
vede la luce Medusa. Tentazioni e derive, e l’anno seguente Mirabile
bruttezza; il saggio Le donne e l’antico esce nel 2006 presso
Johanus, Venezia, dedicato alla memoria di Franco Sartori; senza
omettere infine il contributo Femminilità “virile” tra mito e
storia, puntoacapo editrice, Novi Ligure, 2009.
6 Si vedano exempli gratia le note (pp. 34-45), sull’importanza
delle quali già nel passato mi sono permesso di richiamare
l’attenzione. Esse, lungi dall’essere un luogo secondario di mero
servizio bibliografico, si rivelano un secondo testo di pari
importanza rispetto a quello che sopra sta: un aiuto inestimabile
per chi ama studiare, in quanto costui si sente in tal modo e
agevolato nella ricerca e rassicurato sul piano conoscitivo.
7 Vedi a p. 51 e l’importantissima nota 12 a p. 149.
© Claudio Cazzola
CLAUDIO CAZZOLA, laureato
in Lettere presso l’Università di Firenze, già titolare della
cattedra di greco e latino presso il Liceo «L. Ariosto» e docente
formatore, tiene tuttora il corso “Esercitazioni di Latino” presso
l’Università di Ferrara. Ha tenuto e tiene seminari, convegni, corsi
di aggiornamento, conferenze, ecc. Numerose e importanti le
pubblicazioni a stampa e online, tra le quali: Clarior hoc
pulcro regnans in corpore virtus: sulle tracce di Virgilio (e di
Dosso) in La parola e l’immagine. Studi in onore di
Gianni Venturi, a cura di M. Ariani - A. Bruni - A. Dolfi -
A. Gareffi, Firenze 2011; Lucrezio all’Ariosto - Pagine dal De
rerum natura scelte e commentate da Claudio Cazzola (otto
incontri nell’ambito dell’attività «AriostoDiSera» 2010-2011),
«Senecio» 2011; M.R. Casarotti - C. Cazzola, Voci per
l’Europa. Le password dei ragazzi, Bologna 2007; C’era
una volta Omero, «Quaderni del Liceo Classico Ariosto di
Ferrara» 57, Ferrara 2007; Un Professore «Dietro la porta»:
Francesco Viviani in A. Dolfi - G. Venturi (a cura di),
Ritorno al «Giardino». Una giornata di studi per Giorgio Bassani
(Firenze, 26 marzo 2003), Roma 2006, pp. 207-220; «Me
tacitum perferre» ovvero Il silenzio tenace della poesia. Favola in
un episodio, con prologo ed epilogo in I diversi volti della luna.
Ricerche, divagazioni, proposte didattiche a partire da Ludovico
Ariosto, «Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara»
55, 2006, pp. 37-51; Il professore di provincia. A proposito
del saggio di Alfonso Traina “Adolfo Gandiglio: un ‘grammatico’ tra
due mondi” in «Atti e Memorie» dell’Accademia Nazionale di
Scienze Lettere e Arti di Modena (Scientifiche, Giuridiche,
Letterarie), Serie VIII, VIII. II, 2005, pp. 523-539; Sezione
antologica per Lucrezio (vol. II, pp. 390-460) e Orazio (vol. III,
pp. 171-243) in M. Bettini (a cura di), Limina. Letteratura e
antropologia di Roma antica. Storia, autori, testi, Firenze
2005; Per una lettura degli epigrammi latini di Tito ed Ercole
Strozzi per Lucrezia Borgia, «Schifanoia» 26/27, 2004, pp.
7-37; Cibo quotidiano. Mito, rito, norma e trasgressione in
alcune fonti greche e latine, di M.R. Casarotti - C.
Cazzola, «Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara» 34,
Ferrara 2002; Tiberio ritrovato. Tracce per un itinerario di
studio, «Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara» 29,
Ferrara 2002 [cura del volume e contributo critico pp. 9-20];
«Imperat illa deis»: modelli classici negli epigrammi di Tito ed
Ercole Strozzi per Lucrezia Borgia, in G. Vancini (a cura
di), Lucrezia Borgia nell’opera di cronisti, letterati e poeti
suoi contemporanei alla Corte di Ferrara, Ferrara 2003², pp.
83-128; La figlia postuma di Carneade. Francesco Viviani e il
«Corriere Padano», di S. Cariani - C. C., «Quaderni del
Liceo classico Ariosto di Ferrara» 14, Ferrara 1999; Con Edipo
a Ferrara. Atti della Prima Rassegna di Teatro Classico Antico,
a cura di C. Cazzola, «Quaderni del Liceo classico Ariosto di
Ferrara» 3, Ferrara 1996; Archestrato di Gela, Gastronomia in
versi, frammenti tradotti da C. Cazzola (testo a fronte),
«Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara» 1, Ferrara 1995.
* Letizia Lanza,
Variazioni omeriche (e anguillesche)
Supernova, Venezia 2011
ISBN 978-88-96220-39-9, pagine 256, euro 18.00
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