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FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / CLAUDIO CAZZOLA


Letizia Lanza, “Variazioni omeriche (e anguillesche)” *

Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi / qualche sparuta anguilla: / le viuzze che seguono i ciglioni, / discendono tra i ciuffi delle canne / e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni. A codesta reminiscenza del celebre incipit montaliano1 corre la mente del lettore in corrispondenza della sezione terza e suprema, dal titolo Serpentini amplessi (pp. 177-254 note comprese), dell’ultimo lavoro di Letizia Lanza2 : il respiro del dettato, ispirato a cotanta Musa, si mantiene robustamente alto, corroborato dalla lettura dei numerosissimi testimoni adeguatamente compulsati. Eccoci dunque accompagnati dal viatico rassicurante di Plinio Seniore, Isidoro, Artemidoro (pp. 180-181), tanto per citare gli autori classici, senza dimenticare le successive riprese, imitazioni, rifacimenti, a partire dal mitico Erasmo degli Adagia. Ma la perla, a mio modesto parere, è costituita in codesto contesto dal recupero, dottissimo, della relativa voce del Dizionario dell’omo selvatico: Anguilla. Sinonimo di Borghese, ogni qualvolta questo specchiato signore ha la disgrazia di cadere, per pura combinazione, fra le mani (del resto semiaperte) della giustizia (p. 181), ove la memoria letteraria viene opportunamente fatta risalire alla sentenza plautina presente nel verso 747 dello Pseudolus (Anguillast: elabitur), in quella trama compatta di rinvii che costituisce la nostra cosiddetta cultura occidentale. Non manca poi l’approfondimento della valenza religiosa dell’animale, spacciato per divinità tout court sulla scia delle credenze egizie (pp. 183 ss.), per pervenire addirittura alla autogenesi dalla fanghiglia, essendo l’anguilla, come Era lo è degli dei, regina incontrastata dei pesci (p. 185). A seguire, il campo di indagine si amplia con gradualità esemplare, coinvolgendo nella trattazione argomenti collaterali come l’esistenza di serpenti alati, le modalità di accoppiamento delle vipere, quello fra serpi e murene, e la descrizione dello iaculus, un tremendo rappresentante dei rettili di Libia «germinati dalle gocce del sangue meduseo, che schizzano fuori dal mortifero capo una volta reciso da Perseo», fonte il poema lucaneo (p. 193), fino ad includere, nella rassegna dei flagelli infernali, il mortifero basilisco (pp. 199 ss.). Né può mancare, in tale potentemente tratteggiata rassegna documentaria, la «moltitudine aggrovigliata di serpi, tra cui si aggirano correndo genti ignude e atterrite – i ladri nella vita terrena – e hanno saldamente legate dietro la schiena le mani, adoperate da vivi con soverchia destrezza; trafitti dal rettilume, alcuni s’inceneriscono, altri si mutano alternativamente da uomini in serpi e vice versa»: il luogo dantesco di riferimento viene esplorato con sottile sapienza proprio sul versante dell’eredità classica che si riversa nel poema sacro a piene mani (pp. 216-218). Con andamento di marcia calma e a ranghi serrati si passa attraverso le testimonianze dei Travels3 , del Milione di Marco Polo, e, tramite la conquista del Nuovo Mondo, la fioritura di «più o meno farraginose fantasie, tesaurizzate nel corso dei secoli» (p. 224), a chiudere in un anello, da sicura mano saldato, l’intero itinerario culturale, con la proposta dell’Incantatore di serpenti di Sylvia Plath (pp. 234-235) – a riallacciarsi intimamente con l’epifania montaliana in esergo4. L’agile ma non per questo meno impegnativo saggio di apertura (Donne in amore, pp. 7-45) costituisce un ritorno al già altre volte con competente acribia zappettato terreno del femminile, e del femminile nei poemi omerici, con particolare concentrazione sull’Odissea5. E subito veniamo condotti in medias res a meditare di nuovo su Penelope, Nausicaa, Arete, portatrici come esse sono di una ambiguità complessa e volentieri contraddittoria, a giudicare dalle interpretazioni diverse e diversificate che con estrema correttezza scientifica vengono proposte al lettore : per non parlare di Elena, tradizionale idolo polemico tacciato nei secoli dei secoli di incostanza volubile. Contro ogni scivolamento nel generico già detto (e mai controllato direttamente sui testi), valga l’indicazione metodologica seguente (pp. 20-21):

Nel mondo omerico in somma, al di là della diffidenza congenita verso il femminile ognora viva nei personaggi maschili, la donna, divina o umana non fa differenza, non è considerata né incompetente né, secondo certi parametri, inferiore.

Lo sconfinato oceano omerico travalica i confini fisici del primo intervento e invade, possiamo dirlo, gagliardamente il massiccio lavoro centrale (pp. 49-176) dal titolo Fascinazioni marine. L’argomento è costituito obbligatoriamente dalla figura della Sirena (più volentieri al plurale), a partire dal dodicesimo libro dell’Odissea attraverso Apollonio Rodio, Ovidio, Tirso da Molina e altri illustri testimoni fino alla scrittura – sempre volentieri frequentata da Letizia Lanza – di Jorge Luis Borges, senza trascurare esplorazioni kafkiane, chiosate a dovere dalle «anfibologiche parole» di Maurice Blanchot (p. 54):

Le Sirene pare che cantassero, ma in un modo che non soddisfaceva, che lasciava appena intendere in quale direzione si aprissero le vere sorgenti e la vera felicità del canto. Tuttavia, coi loro canti imperfetti che erano un canto ancora a venire, guidavano il navigante verso lo spazio dove il canto può cominciare veramente. Esse dunque non lo ingannavano, portavano davvero alla meta. Ma raggiunto il luogo, che cosa accadeva? Che luogo era? Quello dove non restava più che sparire, perché la musica, nella regione della sorgente e dell’origine, era scomparsa essa stessa più ancora che in ogni altra parte del mondo: mare in cui, chiuse le orecchie, si immergevano i vivi e dove le Sirene (a prova della loro buona volontà) dovettero, a loro volta, sparire un giorno.

Dopo la «stupenda, innovativa indagine» dello studioso francese non può mancare la lettura che dell’episodio odissiaco compie la coppia Horkheimer-Adorno (pp. 56-57), nonché a stretto giro di pagina, in chiave di rispettosa critica, i contributi di Fiorella Cichi e di Gabriele Burzacchini. Né viene sottaciuto il problema della nomenclatura e dell’etimo (pp. 68-72), prima di intraprendere il lungo cammino dedicato ai «prodotti letterari» sirenici (pp. 72-121), sapientemente articolato in due sottosezioni, contrassegnate la prima da «segno negativo o per lo meno incerto» (fino a p. 104), mentre la seconda ne recupera le attestazioni in positivo, coronata a buon diritto dal trionfo regale della fiaba di Andersen La sirenetta (e anche qui non sfugga, in chiusura di paragrafo, il rinvio a Lacrimosa di Sylvia Plath). E codeste incursioni alla ricerca dei fili letterari costituenti il tessuto mitico non esauriscono il lavoro, che si allarga (pp. 122-139) anche al campo iconografico. Ecco allora la partenza dall’epoca micenea in Pilo, per attraversare poi i primi secoli dell’era volgare senza trascurare le testimonianze spinetiche e cretesi, in un discorso critico che coinvolge, insieme con le Sirene, Grifoni Sfingi Centuari nonché la celebre Chimera di Arezzo e l’onnipresente Gorgone Medusa; a seguire, veniamo condotti ad ammirare ancora una volta la Sirena scolpita sul capitello di un pilastro a sinistra del portale centrale della Cattedrale di Parma, luogo confrontato con il mosaico pavimentale presente nella navata centrale di quella di Otranto – l’uno e l’altro argomento illustrato a dovere sotto il versante culturale attraverso le testimonianze di Bernardo di Chiaravalle e di Onorio di Autun (pp. 134-135) – e altre tracce rilevanti ancora, fino alla conclusione del viaggio con due testimonianze pittoriche moderne non consuete (Il pescatore e la Sirena di F. Leighton 1856-1858 e lo studio su tela di C. Schwabe del 1896 intitolato Spleen e Ideale).
Per tirare le fila, anzi, i fili del saggio lasciamo la parola all’Autore:

Come si è visto, al di là delle tante varianti (e delle molte ipotesi interpretative) eclatanti sono le specificità ricorrenti della figura sirenica e del suo agire. Tra le quali, ineliminabile, la duplice natura; pressoché costanti, la vocalità e il suono; la potenzialità seduttiva; l’inganno, con la ribadita illusorietà della percezione sensoriale; la pericolosità anche mortale. (p. 145)

Ora, codesta sintesi suprema lega in un nodo che più saldo non si può l’immenso filone che la tradizione greco-latina ha elaborato a partire dall’Odissea omerica, senza dimenticare che questo poema non è affatto l’inizio – solamente ed in primo luogo –, quanto il termine di arrivo di tanta tradizione in massima parte perduta ovvero nota solo per scarsissimi lacerti. Si tratta, come è evidente, del topos costituito dal viaggio per mare, donde si ergono, dalla superficie appunto dell’elemento naturale, numerose polarità: acqua vs terra, maschile vs femminile, verità vs inganno, luce vs tenebre, vita vs morte, carne vs spirito, salvezza vs dannazione, e altre ancora; facendo ben attenzione che su tutto regna una assoluta, splendida ambiguità, e di ruoli e di attribuzioni. Ed è proprio codesta acquisizione metodologica che rappresenta lo stimolo autentico alla ricerca, allo studio, alla rilettura senza fine, fortificati, anche questa volta come tutte le altre precedenti, dal viatico generoso del magistero di Letizia Lanza.

NOTE:
1 I limoni (vv. 4-10), in E. Montale, L’opera in versi, Edizione critica a cura di Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini, Einaudi, Torino, 1980, p. 9 (esordio della prima raccolta intitolata Ossi di seppia 1920-1927).
2 La preferenza di Letizia va, viceversa, ad un altro testo montaliano – e la ragione è palese fin dal titolo –, L’anguilla, posto a mo’ di epigrafe del capitolo a p. 177 (cfr. E. Montale, cit., p. 254, testo conclusivo della quinta sezione della raccolta La bufera e altro 1940-1954).
3 Testo esaurientemente illustrato nella nota 145 p. 251.
4 Non sfugga la posizione di privilegio occupata dalla poeta suddetta, in quanto essa medesima funge da testo incipitario (Meglio che ogni fibra si spezzi) a p. 5.
5 Una assolutamente parziale rassegna degli studi di Letizia Lanza registra, per esempio, sotto questo versante: Vino donne amori (di varia antichità), 2006 e La verità e il mito. Trittico muliebre, 2010, entrambi volumi editi dalla medesima casa editrice del presente; sotto l’egida dello Studio Editoriale Gordini, nel 2007, vede la luce Medusa. Tentazioni e derive, e l’anno seguente Mirabile bruttezza; il saggio Le donne e l’antico esce nel 2006 presso Johanus, Venezia, dedicato alla memoria di Franco Sartori; senza omettere infine il contributo Femminilità “virile” tra mito e storia, puntoacapo editrice, Novi Ligure, 2009.
6 Si vedano exempli gratia le note (pp. 34-45), sull’importanza delle quali già nel passato mi sono permesso di richiamare l’attenzione. Esse, lungi dall’essere un luogo secondario di mero servizio bibliografico, si rivelano un secondo testo di pari importanza rispetto a quello che sopra sta: un aiuto inestimabile per chi ama studiare, in quanto costui si sente in tal modo e agevolato nella ricerca e rassicurato sul piano conoscitivo.
7 Vedi a p. 51 e l’importantissima nota 12 a p. 149.

© Claudio Cazzola

CLAUDIO CAZZOLA, laureato in Lettere presso l’Università di Firenze, già titolare della cattedra di greco e latino presso il Liceo «L. Ariosto» e docente formatore, tiene tuttora il corso “Esercitazioni di Latino” presso l’Università di Ferrara. Ha tenuto e tiene seminari, convegni, corsi di aggiornamento, conferenze, ecc. Numerose e importanti le pubblicazioni a stampa e online, tra le quali: Clarior hoc pulcro regnans in corpore virtus: sulle tracce di Virgilio (e di Dosso) in La parola e l’immagine. Studi in onore di Gianni Venturi, a cura di M. Ariani - A. Bruni - A. Dolfi - A. Gareffi, Firenze 2011; Lucrezio all’Ariosto - Pagine dal De rerum natura scelte e commentate da Claudio Cazzola (otto incontri nell’ambito dell’attività «AriostoDiSera» 2010-2011), «Senecio» 2011; M.R. Casarotti - C. Cazzola, Voci per l’Europa. Le password dei ragazzi, Bologna 2007; C’era una volta Omero, «Quaderni del Liceo Classico Ariosto di Ferrara» 57, Ferrara 2007; Un Professore «Dietro la porta»: Francesco Viviani in A. Dolfi - G. Venturi (a cura di), Ritorno al «Giardino». Una giornata di studi per Giorgio Bassani (Firenze, 26 marzo 2003), Roma 2006, pp. 207-220; «Me tacitum perferre» ovvero Il silenzio tenace della poesia. Favola in un episodio, con prologo ed epilogo in I diversi volti della luna. Ricerche, divagazioni, proposte didattiche a partire da Ludovico Ariosto, «Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara» 55, 2006, pp. 37-51; Il professore di provincia. A proposito del saggio di Alfonso Traina “Adolfo Gandiglio: un ‘grammatico’ tra due mondi” in «Atti e Memorie» dell’Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti di Modena (Scientifiche, Giuridiche, Letterarie), Serie VIII, VIII. II, 2005, pp. 523-539; Sezione antologica per Lucrezio (vol. II, pp. 390-460) e Orazio (vol. III, pp. 171-243) in M. Bettini (a cura di), Limina. Letteratura e antropologia di Roma antica. Storia, autori, testi, Firenze 2005; Per una lettura degli epigrammi latini di Tito ed Ercole Strozzi per Lucrezia Borgia, «Schifanoia» 26/27, 2004, pp. 7-37; Cibo quotidiano. Mito, rito, norma e trasgressione in alcune fonti greche e latine, di M.R. Casarotti - C. Cazzola, «Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara» 34, Ferrara 2002; Tiberio ritrovato. Tracce per un itinerario di studio, «Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara» 29, Ferrara 2002 [cura del volume e contributo critico pp. 9-20]; «Imperat illa deis»: modelli classici negli epigrammi di Tito ed Ercole Strozzi per Lucrezia Borgia, in G. Vancini (a cura di), Lucrezia Borgia nell’opera di cronisti, letterati e poeti suoi contemporanei alla Corte di Ferrara, Ferrara 2003², pp. 83-128; La figlia postuma di Carneade. Francesco Viviani e il «Corriere Padano», di S. Cariani - C. C., «Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara» 14, Ferrara 1999; Con Edipo a Ferrara. Atti della Prima Rassegna di Teatro Classico Antico, a cura di C. Cazzola, «Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara» 3, Ferrara 1996; Archestrato di Gela, Gastronomia in versi, frammenti tradotti da C. Cazzola (testo a fronte), «Quaderni del Liceo classico Ariosto di Ferrara» 1, Ferrara 1995.



* Letizia Lanza, Variazioni omeriche (e anguillesche)
Supernova, Venezia 2011
ISBN 978-88-96220-39-9, pagine 256, euro 18.00

 



 

di Letizia Lanza in Modulazioni.it, vedi: Poesia, Critica

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.