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Alessandro Cabianca,
Matteo Segafreddo
ARMONIE D'INSIEME
Musica e poesia dal mito al ´900. Modelli e aspetti di un connubio espressivo - saggio
Cleup, Padova 2009
ISBN 9788861293656, pp. 264, € 16,00
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Un affascinante percorso tra
poesia e musica dai tempi antichi al novecento per esplorare i
momenti salienti nei quali nascono opere che sommano in sé la
bellezza e la fruibilità delle due arti sorelle, creando una terza
dimensione che insieme le esalta e le supera. È il caso del Canto
gregoriano in ambito sacro e dei Madrigali in ambito profano, è il
caso degli Intermezzi e del Melodramma, dove è ancor più evidente
l’indissolubilità delle due arti e la loro precarietà se viste
separatamente. Composizioni come Caccia, Ballata, Song, Lied,
Mélodie sono analizzate nella loro evoluzione, così come si è
cercato di dare conto delle personalità di maggiore spicco quali:
Monteverdi, Mozart, Wagner, Verdi, Stravinskij, Petrassi in ambito
musicale, Petrarca, Metastasio, Da Ponte, Mallarmé, D’Annunzio in
ambito letterario. L’ottica è particolare: non del critico o dello
storico, ma del compositore e del poeta, Matteo Segafreddo e
Alessandro Cabianca.
Il libro
Benché dotate
ciascuna di linguaggi e mezzi espressivi propri, nonché di modalità
del tutto diverse di creazione e fruizione, musica e poesia sono da
sempre percepite come arti intimamente connesse, quasi due facce
della stessa medaglia. Non per nulla è un luogo comune, se non una
banalità, parlare di melodie o pagine di musica che posseggono un
carattere eminentemente poetico, ovvero, sull’altro versante, di
singoli versi o interi componimenti poetici che si distinguono per
un particolare ritmo, una spiccata musicalità o finanche
un’architettura concepita in maniera non dissimile da quella che
governa l’armonia dei compositori. Non c’è dunque da stupirsi che
queste due manifestazioni dell’umano sentire si attraggano a vicenda
e tendano naturalmente a fondersi, come avviene nell’atto d’amore,
per generare qualcosa di nuovo e di diverso.
In effetti, è proprio dall’unione di una melodia, che può
presentarsi in un’ampia varietà di forme e di strutture, con un
testo, non necessariamente di alta poesia ma comunque dotato di
particolari valenze, più che altro di tipo prosodico, che nascono
tanto la musica vocale propriamente detta quanto quella che potremmo
definire la poesia declamata su una base musicale.
Queste due modalità di espressione artistica potrebbero addirittura
essere considerate tra quelle più universali create dall’uomo, più
della poesia e della musica strumentale in senso proprio, dato che
compaiono fin dai primordi della civiltà, nelle culture di ogni area
geografica e di ogni periodo storico: il canto – sia esso monodico,
polifonico, solistico o accompagnato da strumenti – non è di fatto
mai assente nella storia dell’umanità, neppure nelle culture più
primitive.
Stando così le cose, è naturale che abbondino gli studi, tanto di
epoca moderna quanto dei secoli passati, su questo intimo legame che
sussiste tra l’arte dei suoni e quella della parola poetica. Giusto
per citare qualche esempio, si pensi ai tanti scritti teorici di
Wagner sul Wortondrama, da lui creato appunto per esaltare al
massimo il connubio tra questi due linguaggi, connubio che diventa
in lui inestricabile e indissolubile proprio perché sorto da un
unico impulso creativo.
Si pensi anche a quella pietra miliare degli studi su Bach che resta
a tutt’oggi, malgrado il tanto tempo trascorso dalla sua
pubblicazione, il libro di Albert Schweitzer, J. S. Bach, le
musicien-poète (1905). Titolo che già di per sé illustra in modo
eloquente l’impostazione che l’autore ha voluto dare alla propria
analisi, con un’attenzione tutta particolare rivolta alle grandi
opere vocali, come le Passioni e le Cantate Sacre. E direi che
l’intuizione più felice di Schweitzer è nell’aver compreso che in
esse il sommo genio di Eisenach non si è limitato a musicare dei
testi rivestendoli di sublimi melodie, ma è andato oltre
armonizzando le parole, ossia coinvolgendo lo stesso impianto
armonico delle sue composizioni nell’esaltazione dei momenti più
espressivi di tali testi.
In un campo completamente diverso, ma non per questo meno
intrigante, merita infine di venir segnalato – sempre a titolo di
esempio – il volume di Lucienne Cantalouve-Ferrieu, Chanson et
poésie des années 30 aux années 60 (Parigi, Nizet, 1981).
Nell’ambiente culturale che ha nobilitato la chanson d’art dal
Medioevo ai giorni nostri, l’autrice dimostra infatti che una bella
canzone non nasce necessariamente dall’incontro tra una melodia
ispirata e un testo di conclamato valore poetico, bensì dalla magica
fusione tra un certo tipo di melodia e un certo tipo di testo, nati
per diventare una canzone. Due metà che, prese separatamente,
possono anche apparire insignificanti.
Con una tale fioritura di studi sul connubio musica-poesia in così
tanti aspetti e risvolti, c’era bisogno di un nuovo lavoro
sull’argomento? Direi di sì, per un motivo abbastanza semplice. Se
passiamo in rassegna i più importanti di questi studi, vediamo che i
loro autori si dividono equamente tra musicisti o musicologi da una
parte e critici letterari o storici della letteratura dall’altra,
con alcuni casi affatto particolari, come quello suaccennato di
Wagner. Questa “specializzazione” consente evidentemente ad ogni
autore di effettuare delle analisi più puntuali e stringenti sul
proprio versante, quello musicale o quello poetico, ma limita anche
in qualche modo la sua percezione, la profondità del suo campo
visivo.
E sta proprio qui l’interesse primario di quest’opera di Alessandro
Cabianca e Matteo Segafreddo: fine letterato il primo, ma innamorato
della musica, compositore tra i più brillanti della contemporaneità
il secondo, ma sempre attento a quello che sanno tirar fuori i poeti
dal loro cilindro di maghi o alchimisti della parola. L’idea
vincente che hanno avuto è stata quella di non scrivere un libro a
quattro mani, col pericolo di mischiare, come si suol dire, il
diavolo con l’acqua santa, bensì di suddividersi nettamente i vari
capitoli, in funzione della sensibilità e degli interessi specifici
di ognuno.
Ne è nata quindi una sorta di invenzione a due voci, in cui le due
diverse linee di approccio al tema si illuminano a vicenda senza mai
intralciarsi o confondersi. Questa discordia concors, come definiva
l’armonia il grande Gioseffo Zarlino, nasce dal fatto che le analisi
dei due autori, pur di taglio diverso, sono perfettamente
complementari: c’è in questo la preparazione e l’affiatamento tra
due studiosi fatti per intendersi, ma ancor prima la profonda
amicizia che li lega.
(Prefazione di Angelo Zaniol)
Gli autori
MATTEO SEGAFREDDO, compositore, è presente in rassegne e festival in
tutto il mondo. Ha registrato per la BRTN 3 di Bruxelles e per la
RAI. Ha pubblicato per le Ed. Pizzicato Verlag Helvetia, Edipan,
Chiola Music Press, Agenda, Eurarte, Taukay e il Centro
Internazionale della Grafica. Ha inciso per Edipan, Artis Records,
Rivoalto, Agenda, Black Records. È stato eseguito anche dalla
Fondazione Teatro La Fenice di Venezia. È di Renzo Cresti una sua
monografia edita da Guido Miano. Già Segretario nazionale della
Federazione Compositori Italiani, è commissario di giuria in
Concorsi di Composizione. Docente all’Università, è autore della
teoria musicale “Analitica Creativa”.
ALESSANDRO CABIANCA, poeta e drammaturgo. Laureato a Padova in
Letteratura italiana contemporanea, ha pubblicato per Editoria
Universitaria: Sopra gli anni (1991), Il gioco dei giorni (1992 e
1994), Le vie della città invisibile (1995); I guardiani del fuoco
(Gruppo 90-PD, 2000); le tragedie Medea (1998) e Clitennestra
(2006), e la fiaba I musicanti di Brema, libretto d’opera, musicato
dal Mo Matteo Segafreddo per l’Orchestra del Teatro Olimpico di
Vicenza. Suoi testi e interventi critici sono presenti su riviste e
su alcuni siti internazionali. È tra i fondatori del
Gruppo90-ArtePoesia di Padova.
Laura Cantelmo,
"Armonie" di Cabianca-Segafreddo
(recensione) |