|
Enzo Magrì,
dopo aver espresso il meglio di se stesso con un precedente libro
“Il bandito Giuliano” pubblicato per i tipi della Mondadori nel 1987
ci offre un nuovo ed interessante spaccato della società meridionale
d’inizio secolo con il volume “Il brigante Musolino” dove, narrativa
ed antropologia si intrecciano riuscendo a trasportare il lettore
nel clima politico e culturale a cavallo tra fine ‘800 ed inizio
‘900 e riuscendo a fornire una chiave di lettura chiarissima della
realtà geopolitica calabrese di un periodo storico dove i soprusi
baronali, l’arretratezza culturale e morale della popolazione
trovavano quasi una giustificazione nell’azione del brigantaggio
mentre i tentativi repressivi da parte delle forze di polizia si
scontravano con gli atteggiamenti di omertà e di complicità delle
masse rurali che vedono nei ribelli un modo per esprimere la loro
rivolta contro lo sfruttamento a cui erano sottoposti.
Dell’innocenza di una persona, dopo che questa ha scontato
trent’anni di ergastolo e dopo il suo decesso, non interessa più a
nessuno.
Eppure tutto ciò non è corretto. Un uomo condannato ingiustamente
dovrebbe avere un minimo di risarcimento morale e materiale. E se
deceduto, tale risarcimento dovrebbe andare alla famiglia o ai suoi
discendenti. Questi hanno visto il loro casato infangato da una
condanna ingiusta, che ha anche comportato nel tempo disagi e danni
economici che si sono ripercossi nel tempo sui familiari e sui loro
eredi.
Se fossi un magnate sicuramente finanzierei una iniziativa di
revisione del processo Musolino al fine di rendere almeno giustizia
ad un giovane che è stato spinto, proprio dalla giustizia che
avrebbe dovuto tutelarlo, a diventare un assassino.
E’ vero che Musolino viveva in un contesto in cui la spavalderia e
la violenza erano moneta corrente, ma è anche vero che dopo
l’unificazione italiana le condizioni morali e materiali del popolo
calabrese non consentivano la crescita di una coscienza civile della
popolazione: Lo strapotere dei baroni, poi, e gli intrighi dei
politicanti locali, che molte volte riuscivano anche con false
testimonianze a fare incriminare e, quindi, eliminare dal contesto
politico, i loro concorrenti, erano occasione per alimentare una
rivolta interiore delle masse popolari soggette a condizioni
disumane di sfruttamento e di soggezione.
L’azione si svolge in un siffatto contesto di arretratezza e la
rivolta per l’ingiustizia subita trasformano Musolino in una sorta
di vendicatore e di riparatore dei tanti torti subiti dalla
popolazione meridionale.
Anche la vendetta gioca una parte importante in questa vicenda,
anche se, come fa osservare l’autore, la vendetta non è una pratica
fiorita nel meridione ma vi è stata importata dall’esterno. Infatti
la vendetta era patrimonio culturale delle regioni settentrionali
d’Europa che ve la introdussero in Italia con le invasioni
barbariche. Nel mezzogiorno forse attecchì con più forza rispetto
alle altre regioni appuntò per le condizioni di sottosviluppo in ci
versava questa regione, anche se l’autore fa notare che tale cultura
della vendetta aveva in altre parti d’Italia dei sostenitori
accaniti e racconta la storia di un pio uomo fiorentino che dopo
essere stato pugnalato da un amico, in punto di morte chiede perdono
a Dio ma lascia nel testamento un lascito per colui che avrebbe
ucciso il suo feritore.
In tale contesto si sviluppa la reazione di Musolino ai soprusi
subiti e la vendetta gioca un ruolo non secondario per punire i
delatori che con le loro false testimonianze lo avevano rovinato.
Che Musolino abbia potuto fare tutto da solo è uno dei dubbi
ricorrenti nel volume. Fu la ‘ndrangheta ad aiutarlo oppure una
serie di situazioni favorevoli e la sua testardaggine, uniti ad una
buona dote di abilità personali e di fortuna, gli consentirono di
farla franca e di ridicolizzare centinaia e centinaia di carabinieri
e di “cacciatori di taglie” che erano stati sguinzagliati sulle sue
tracce per catturarlo dopo la sua evasione dal carcere di Gerace e
dopo le prime vendette che aveva incominciato a praticare?
Il volume di Magrì, logicamente in molti punti frutto di intuizione
personale, si scosta tuttavia da tanti altri autori che hanno
romanzato altri personaggi che nel passato sono assurti agli onori
della cronaca giudiziaria.
Infatti lo sforzo dell’autore è quello di una profonda accusa a
tutto il sistema giudiziario di quegli anni che trovava fondamento
nelle teorie del Lambroso sulle caratteristiche morfologiche e
somatiche dei criminali che avrebbero, poi, avallato prima la
condanna, senza approfondire gli elementi di squilibrio mentale già
manifestati in più occasione dal Musolino, e successivamente
l’incivile ed inumana segregazione a cui fu sottoposto per ben 10
anni nel carcere di Portolongone (oggi Porto Azzurrro) nell’Isola
d’Elba dopo la condanna a 30 anni, emessa dal tribunale di Lucca.
I dieci anni di isolamento inflitti contribuirono a far peggiorare
le sue già precarie condizioni fisiche e mentali fino a portarlo
alla pazzia. Da qui la denuncia ancora più dura da parte dell’autore
nei confronti di un sistema carcerario che, lungi dal prodigarsi per
il recupero del condannato, non fece altro che aumentare o
addirittura motivare, con le sue restrizioni e le sue regole
inumane, l’odio verso la società e soprattutto verso coloro,
testimoni, giudici e poi carcerieri, ritenuti, ed a ragione
aggiungerei, la causa del suo comportamento asociale e ribelle.
Infatti quale condannato (o persona normale) sopporterebbe oggi
senza dar di testa ben 10 anni di segregazione in isolamento,
dovendo elemosinare un paio di fogli di carta settimanali per poter
per lo meno ingannare il proprio tempo scrivendo?
La considerazione più amara sta nella constatazione che nonostante
le visite mediche a cui Musolino era stato sottoposto durante la
detenzione dell’Isola d’Elba da parte dell’ispettore sanitario,
Filippo Saporito, inviato appositamente per ben due volte dal
Ministero, e questo nonostante che nel corso del processo di Lucca
del 1902 il parere dei periti si fosse diviso tra favorevoli alla
sua pazzia e quelli decisamente contro, non vennero valutati gli
elementi di squilibrio mentale che si stavano aggravando in Musolino
e che erano già esplosi durante la sua prima segregazione
all’ospedale criminale di Reggio Emilia dopo la sua cattura,
soprattutto a causa dell’isolamento a cui era sottoposto e che un
tentativo di reinserimento, almeno tra i detenuti comuni, avrebbe
potuto evitarne l’aggravamento ed avrebbe offerto occasione di
socializzazione tale da bloccare l’escalation della sua follia.
Ma l’altra più amara considerazione viene dalla constatazione che
mentre la scienza ammise più tardi i propri errori, asserendo che
era mancato il coraggio di porsi contro altri colleghi e contro il
potere costituito nell’affermare e sostenere la pazzia di Musolino,
lo stato non riconobbe mai i suoi errori.
Ed anche quando dall’America l’ex-picciotto Giuseppe Travia ammise
di aver sparato lui contro lo Zoccali, episodio per il quale era
stato incriminato e condannato a 21 anni di reclusione Musolino,
grazie anche ad una serie di false testimonianze non valutate
adeguatamente, nessuna revisione del processo fu avviata per
restituire almeno giustizia ad un uomo che ritenne giusto farsela da
solo per la superficialità del sistema giudiziario.
E neppure l’unica sorella “superstite Anna era in grado di indurre
lo stato, ormai fascista, a riconoscere i pasticci di uno dei suoi
poteri sulla cui fedeltà faceva molto affidamento”.
Ma oggi, col senno di poi e guardando a quegli avvenimenti passati
diventano più chiare le parole rivolte ai giurati da Musolino nel
processo di Lucca che rappresentano oggi un macigno sulla coscienza
del persone del nostro tempo che credono nell’efficienza e
nell’efficacia della giustizia e del diritto.
Musolino aveva detto: ”Se un uomo campasse cento oppure duecento
anni, una condanna a quattro o cinque anni sarebbe un fatto grave e
sopportabile considerando il grande tempo che gli rimane da vivere;
ma come può un uomo giovane e innocente che si sente strappare dalla
sua vita e condannare a ventuno anni di carcere sopportare tutto
questo?”
Ed oggi potremmo concludere anche noi con una amara considerazione:
Come possono i cittadini, dopo aver saputo come realmente si siano
svolti i fatti in quel lontano inizio secolo, sopportare
l’ingiustizia perpetrata dalle istituzioni senza che queste
avvertano ancor oggi il bisogno di avviare autonomamente una
revisione di quel processo per rendere giustizia ad una persona che
le stesse istituzioni costrinsero a diventare un assassino e che poi
punirono in modo così terribilmente atroce?
© Armando Salvatore Santoro
Boccheggiano (GR)
|