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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / ANTONIO SPAGNUOLO


Franco Santamaria
e la questione del logos poetico


In questi ultimi decenni è avvenuto che la proposta del verso sia diventata sempre più antropologica. Ciò vuol dire che i tropi (alcuni tropi assiepati secondo una tendenza lineare) tendono a diventare preponderanti a discapito delle altre forme di retorizzazioni. Fenomeno questo ben visibile e dilagante soprattutto nell’ultima generazione. Ciò potrebbe significare il modo di stagnazione, non soltanto una stigmatizzazione in negativo, ma indicare anche una tendenza epocale diffusa che comporta una monotonalità dei fondali, uno stile da povertà, tematiche privatistiche, una accentuazione del «privato», una accentuazione di «dettagli», un atteggiamento «desiderante» dell’occhio che osserva il «reale», una separazione tra il soggetto e l’oggetto all’interno di una visione nostalgico-restaurativa. Il discorso poetico è quel luogo dove si continua a dire ciò che non può essere detto, non è altro che una maniera di non dire quel che si dice. L’esistenza di una certa «febbre», di un volontarismo, di un atteggiamento di coazione verso gli «oggetti»: ciò che si vorrebbe nascondere ritorna alla superficie della scrittura, e i «dettagli» sfuggono, necessariamente, a chiunque voglia ghermirli e catturarli; il «reale» sfugge e scivola via come acqua dalle mani che vorrebbero agguantarlo. Dire che «l’oscurità rivela» e che la poesia sia «l’evocazione della luce», come scrive l’autore in una nota annessa al volume non fa che confermare il nostro assunto: che il «reale» sfugge all’atto della contemplazione, come una natura morta, ghermita dalla luce (o dal buio) rivela soltanto ciò che si addice alla attività dell’occhio posto al di fuori degli «oggetti»….
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Franco Santamaria va per la semplicità assoluta (che è cosa ben diversa dal semplicismo!), volge verso le cose, usa verbi elementari (ma efficaci) coniugati nelle declinazioni che la sintassi richiede e reclama, non ama affatto giustapporre il proprio «io» (con tutte le sue intermittenze) al di sopra, o al di sotto, o di lato alle tematiche prese ad oggetto. L’io che si impone nelle sue pagine rispecchia la dicibilità assoluta. Così sembra che ami gli oggetti, palpabili! Di conseguenza, va per la linea più diretta verso di essi, non tentenna mai, non diverge, non arzigogola, non bara, invertendo le immagini, i verbi e le relazioni causali tra le azioni e gli oggetti. Sorprende, in questa poesia, la capacità che ha il poeta di creare soluzioni impreviste agli sviluppi imprevisti delle situazioni tematiche. Sono i luoghi, nella loro concretezza e precisione, il loro essere qui ed ora, a rivelarci i loro segreti reconditi. I luoghi in quanto attraversati dall’esistenza, gli oggetti in quanto attraversati dalla temporalità, la temporalità in quanto intersecata e attraversata dal tempo. Inoltre, tutti i luoghi rimandano, all’indietro, al luogo originale, al luogo-metafora e metafisico, al luogo «simbolico» È questa una linea di demarcazione tra la scrittura poetica e la questione «simbolica». Molti dei suoi passaggi, delle somiglianze, degli argomenti vengono concepiti come uno spazio poetico simbolico, quasi un’autoinvenzione delle occasioni per il canto….
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Quel che è certo è che il logos che si è risolto nella proposizione della versificazione sperimentale è finito nella crisi stessa di una Ragione sperimentale. Il proporre ed il proporsi da parte dell’arte, con lo scorrere del Novecento, è diventato sempre più un problema, una mutazione endogena della forma-poesia. Ma oggi per un poeta del Dopo il Moderno che volesse davvero rispondere alla crisi della Ragione, questi non potrebbe altrimenti procedere che mediante lo strumento convesso della narrazione e del metalinguaggio, ponendo da parte (mettendo tra parentesi) la questione dell’«io», cioè la questione del «soggetto» e dell’«oggetto». È attraverso la finzione che, oggi, il poeta del Dopo il Moderno può rispondere, proprio in quanto è il rispondere che è diventato un problema là dove viene a mancare, a monte, la stessa questione del domandare che la cultura del tardo Novecento non era riuscita a problematizzare: là dove manca la domanda non ci può essere risposta da parte della cultura. Il rispondere era diventato oggetto di se stesso e il discorso poetico finiva per ruotare attorno alla propria autoreferenzialità: i nuovi generi del pastiche, il metalinguaggio e la serializzazione del significante sono da valutare come degli esiti illusori della grande cultura novecentesca.
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La posta in gioco è alta: è la questione del logos poetico: il linguaggio poetico nella sua generalità di sostrato alchemico-tattile, fisiologico-sonoro. Pensare al linguaggio poetico, oggi, significa aprire il pensiero al proprio linguaggio. Il pensiero del linguaggio poetico mette in moto il linguaggio poetico del pensiero. Il pensiero del linguaggio mette in moto il proprio metalinguaggio: in ciò risiede il carattere fondamentale della meditazione sul logos poetico. Senza pensiero del linguaggio il linguaggio del pensiero si dissolverebbe in formule stereotipate e frasari costipati; in una parola: nel noto e nel riconoscibile. L’alienazione che abita il linguaggio affiora irresistibilmente ogni qual volta non si pensa il pensiero del linguaggio…
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Così come si sottrae ad una interpretazione logico-sistematica, la poesia di Franco Santamaria può essere scandagliata tramite sondaggi rapsodici, sondaggi che ci rivelano la densità delle stratificazioni della sua abile scrittura, della struttura “ideologica” della sua personale forma-poesia, alla stregua di un terreno franoso e tellurico che non conceda punti saldi e fermi ai quali attraccare la fragile barca dell’interpretazione, ma ben cosciente che il ritmo e la traiettoria scelta sia capace di rielaborare quella solidità necessaria alla sopravvivenza del verso. Una poesia dunque che non richiede l’interpretazione ma il sondaggio è quindi una poesia che si dà, si concede, non sibillina e assolutamente non ambigua. Ciò significa che la sua poetica collabora, comunica anche ad insaputa dello stesso autore, travalicando le incomprensioni e le resistenze, trovano i propri interlocutori e i propri compagni di strada, nella lettura coinvolgente e luminosa.
Ebbi a scrivere nella prefazione al volume “Radici Perdute (Kairòs, Napoli) che questa è una “raccolta tra le più intense oggi presentate, che segna un punto di riferimento ben preciso nell’arco del proporre esperienza culturale, impegno sociale, ed umano, alla scoperta di nuove e sempre affascinanti dimensioni della parola…. Questa poesia è rivolta al sociale, alla denuncia di una realtà mediante la metafora, l’analogia e tutta quella connotazione simbolica affinché i termini: alberi, radici, pioggia, vento, fiume, pietra eccetera potessero rappresentare l’uomo e le condizioni esistenziali di cui l’uomo stesso è esponibile…”
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Concludo sottolineando che nella editoria contemporanea si possono trovare varie proposte di poesia, dai libri dei singoli autori alle antologie, alle plaquette, agli almanacchi, in un crescendo di presenze che lascia perplessi e insicuri sul valore effettivo di tanta offerta.
Nel desolante panorama di equilibri e disquilibri, di poteri editoriali e letterari che critici, ed anche poeti sostengono nel consesso della maggiore editoria, si staglia a Dio piacendo la fantastica proposta delle case editrici minori, coraggiose come la Kairòs, che con un progetto ben strutturato a favore della poesia contemporanea, di esordienti come di storicizzati, riescono a dar spazio al di fuori di conventicole e favoritismi.
La scrittura poetica, così come ogni manifestazione artistica che sia di notevole interesse, rompe l’isolamento dell’io ed invita al recupero del tempo, un’alterità che può essere mantenuta dal rapporto, nei confini di una pagina, nei limiti dell’opera, ove suoni e voci allestiscono la scenografia del tempo che trascorre, il suo evolversi in un ritmo incantatorio capace di stordire, il suo declinare in una pausa che risolva ogni illusione. Così come Franco Santamaria ha felicemente rappresentato nelle sue poesie, dimostrando il proprio interesse anche ad una critica che propone continuamente nuovi testi, dai risultati di notevole interesse, per cui i suoi aspetti formali, di scrittura e di contenuti, proseguono con eleganza e si approfondiscono nel tempo, come scavo nel quotidiano ed interrogazione sui valori, focalizzandosi sempre pagina dopo pagina sul reale e sul vissuto, sulla natura carnale della vita stessa e contemporaneamente della parola stessa.

© Antonio Spagnuolo


 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.