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In questi ultimi
decenni è avvenuto che la proposta del verso sia diventata sempre
più antropologica. Ciò vuol dire che i tropi (alcuni tropi
assiepati secondo una tendenza lineare) tendono a diventare
preponderanti a discapito delle altre forme di retorizzazioni.
Fenomeno questo ben visibile e dilagante soprattutto nell’ultima
generazione. Ciò potrebbe significare il modo di stagnazione, non
soltanto una stigmatizzazione in negativo, ma indicare anche una
tendenza epocale diffusa che comporta una monotonalità dei fondali,
uno stile da povertà, tematiche privatistiche, una accentuazione del
«privato», una accentuazione di «dettagli», un atteggiamento
«desiderante» dell’occhio che osserva il «reale», una separazione
tra il soggetto e l’oggetto all’interno di una visione
nostalgico-restaurativa. Il discorso poetico è quel luogo dove si
continua a dire ciò che non può essere detto, non è altro che una
maniera di non dire quel che si dice. L’esistenza di una certa
«febbre», di un volontarismo, di un atteggiamento di coazione verso
gli «oggetti»: ciò che si vorrebbe nascondere ritorna alla
superficie della scrittura, e i «dettagli» sfuggono,
necessariamente, a chiunque voglia ghermirli e catturarli; il
«reale» sfugge e scivola via come acqua dalle mani che vorrebbero
agguantarlo. Dire che «l’oscurità rivela» e che la poesia sia
«l’evocazione della luce», come scrive l’autore in una nota annessa
al volume non fa che confermare il nostro assunto: che il «reale»
sfugge all’atto della contemplazione, come una natura morta,
ghermita dalla luce (o dal buio) rivela soltanto ciò che si addice
alla attività dell’occhio posto al di fuori degli «oggetti»….
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Franco Santamaria va per la semplicità assoluta (che è cosa ben
diversa dal semplicismo!), volge verso le cose, usa verbi elementari
(ma efficaci) coniugati nelle declinazioni che la sintassi richiede
e reclama, non ama affatto giustapporre il proprio «io» (con tutte
le sue intermittenze) al di sopra, o al di sotto, o di lato alle
tematiche prese ad oggetto. L’io che si impone nelle sue pagine
rispecchia la dicibilità assoluta. Così sembra che ami gli oggetti,
palpabili! Di conseguenza, va per la linea più diretta verso di
essi, non tentenna mai, non diverge, non arzigogola, non bara,
invertendo le immagini, i verbi e le relazioni causali tra le azioni
e gli oggetti. Sorprende, in questa poesia, la capacità che ha il
poeta di creare soluzioni impreviste agli sviluppi imprevisti delle
situazioni tematiche. Sono i luoghi, nella loro concretezza e
precisione, il loro essere qui ed ora, a rivelarci i loro segreti
reconditi. I luoghi in quanto attraversati dall’esistenza, gli
oggetti in quanto attraversati dalla temporalità, la temporalità in
quanto intersecata e attraversata dal tempo. Inoltre, tutti i luoghi
rimandano, all’indietro, al luogo originale, al luogo-metafora e
metafisico, al luogo «simbolico» È questa una linea di demarcazione
tra la scrittura poetica e la questione «simbolica». Molti dei suoi
passaggi, delle somiglianze, degli argomenti vengono concepiti come
uno spazio poetico simbolico, quasi un’autoinvenzione delle
occasioni per il canto….
*
Quel che è certo è che il logos che si è risolto nella proposizione
della versificazione sperimentale è finito nella crisi stessa di una
Ragione sperimentale. Il proporre ed il proporsi da parte dell’arte,
con lo scorrere del Novecento, è diventato sempre più un problema,
una mutazione endogena della forma-poesia. Ma oggi per un poeta del
Dopo il Moderno che volesse davvero rispondere alla crisi della
Ragione, questi non potrebbe altrimenti procedere che mediante lo
strumento convesso della narrazione e del metalinguaggio, ponendo da
parte (mettendo tra parentesi) la questione dell’«io», cioè la
questione del «soggetto» e dell’«oggetto». È attraverso la finzione
che, oggi, il poeta del Dopo il Moderno può rispondere, proprio in
quanto è il rispondere che è diventato un problema là dove viene a
mancare, a monte, la stessa questione del domandare che la cultura
del tardo Novecento non era riuscita a problematizzare: là dove
manca la domanda non ci può essere risposta da parte della cultura.
Il rispondere era diventato oggetto di se stesso e il discorso
poetico finiva per ruotare attorno alla propria autoreferenzialità:
i nuovi generi del pastiche, il metalinguaggio e la serializzazione
del significante sono da valutare come degli esiti illusori della
grande cultura novecentesca.
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La posta in gioco è alta: è la questione del logos poetico: il
linguaggio poetico nella sua generalità di sostrato
alchemico-tattile, fisiologico-sonoro. Pensare al linguaggio
poetico, oggi, significa aprire il pensiero al proprio linguaggio.
Il pensiero del linguaggio poetico mette in moto il linguaggio
poetico del pensiero. Il pensiero del linguaggio mette in moto il
proprio metalinguaggio: in ciò risiede il carattere fondamentale
della meditazione sul logos poetico. Senza pensiero del linguaggio
il linguaggio del pensiero si dissolverebbe in formule stereotipate
e frasari costipati; in una parola: nel noto e nel riconoscibile.
L’alienazione che abita il linguaggio affiora irresistibilmente ogni
qual volta non si pensa il pensiero del linguaggio…
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Così come si sottrae ad una interpretazione logico-sistematica, la
poesia di Franco Santamaria può essere scandagliata tramite sondaggi
rapsodici, sondaggi che ci rivelano la densità delle stratificazioni
della sua abile scrittura, della struttura “ideologica” della sua
personale forma-poesia, alla stregua di un terreno franoso e
tellurico che non conceda punti saldi e fermi ai quali attraccare la
fragile barca dell’interpretazione, ma ben cosciente che il ritmo e
la traiettoria scelta sia capace di rielaborare quella solidità
necessaria alla sopravvivenza del verso. Una poesia dunque che non
richiede l’interpretazione ma il sondaggio è quindi una poesia che
si dà, si concede, non sibillina e assolutamente non ambigua. Ciò
significa che la sua poetica collabora, comunica anche ad insaputa
dello stesso autore, travalicando le incomprensioni e le resistenze,
trovano i propri interlocutori e i propri compagni di strada, nella
lettura coinvolgente e luminosa.
Ebbi a scrivere nella prefazione al volume “Radici Perdute (Kairòs,
Napoli) che questa è una “raccolta tra le più intense oggi
presentate, che segna un punto di riferimento ben preciso nell’arco
del proporre esperienza culturale, impegno sociale, ed umano, alla
scoperta di nuove e sempre affascinanti dimensioni della parola….
Questa poesia è rivolta al sociale, alla denuncia di una realtà
mediante la metafora, l’analogia e tutta quella connotazione
simbolica affinché i termini: alberi, radici, pioggia, vento, fiume,
pietra eccetera potessero rappresentare l’uomo e le condizioni
esistenziali di cui l’uomo stesso è esponibile…”
*
Concludo sottolineando che nella editoria contemporanea si possono
trovare varie proposte di poesia, dai libri dei singoli autori alle
antologie, alle plaquette, agli almanacchi, in un crescendo di
presenze che lascia perplessi e insicuri sul valore effettivo di
tanta offerta.
Nel desolante panorama di equilibri e disquilibri, di poteri
editoriali e letterari che critici, ed anche poeti sostengono nel
consesso della maggiore editoria, si staglia a Dio piacendo la
fantastica proposta delle case editrici minori, coraggiose come la
Kairòs, che con un progetto ben strutturato a favore della poesia
contemporanea, di esordienti come di storicizzati, riescono a dar
spazio al di fuori di conventicole e favoritismi.
La scrittura poetica, così come ogni manifestazione artistica che
sia di notevole interesse, rompe l’isolamento dell’io ed invita al
recupero del tempo, un’alterità che può essere mantenuta dal
rapporto, nei confini di una pagina, nei limiti dell’opera, ove
suoni e voci allestiscono la scenografia del tempo che trascorre, il
suo evolversi in un ritmo incantatorio capace di stordire, il suo
declinare in una pausa che risolva ogni illusione. Così come Franco
Santamaria ha felicemente rappresentato nelle sue poesie,
dimostrando il proprio interesse anche ad una critica che propone
continuamente nuovi testi, dai risultati di notevole interesse, per
cui i suoi aspetti formali, di scrittura e di contenuti, proseguono
con eleganza e si approfondiscono nel tempo, come scavo nel
quotidiano ed interrogazione sui valori, focalizzandosi sempre
pagina dopo pagina sul reale e sul vissuto, sulla natura carnale
della vita stessa e contemporaneamente della parola stessa.
© Antonio Spagnuolo
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