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CRITICA-SAGGISTICA / ANTONIA CHIMENTI


Prefazione (estratto) a “Rosa e croce“ di Francesca Santucci

 

…Nel suo peculiare movimento dal particolare all’universale il tema dell’annullamento di sé è spunto per un’altra elaborazione creativa in “Dissolvenza”, che suggerisce, per analogia, un accostamento tematico; ma il processo, umanamente impossibile, di dissolvenza, di fusione con l’altro, che in “Cupio dissolvi” è ispirato dall’Amore, vissuto in una condizione di generosa donazione di sé, nel poema “Dissolvenza” è ispirato da un moto di negazione, di annullamento, che nulla di orrido possiede, ma che si dispiega come mesta meditazione, la cui efficacia stilistica è data dal procedimento anaforico, cioè dal ritorno di verbi all’infinito, il modo verbale più appropriato alla cogitazione, e da una efficacissima successione di immagini, che poeticamente visualizzano il processo a ritroso dalla vita al “nulla cosmico primordiale”.
L’evento dolorosissimo della morte della Madre ispira un’intensa rivisitazione del tempo dell’infanzia, che la maestrìa della Poetessa suggerisce attraverso l’evocazione di immagini tenere, ma al tempo stesso presaghe di futuri sviluppi dolorosi e angosciosi.
È una bimbetta impaurita da una minacciosa cinghia quella che si rifugia fra le braccia della nonna nel poema “Girotondo”, dove la magia incantevole è data ancóra dalla dolce melodia che accompagna questo gioco infantile, che inebria e consola, che fissa nella memoria l’immagine di una mamma giovane e bella, di una nonna dolce e teneramente disponibile, di un padre severo, minaccioso. Le braccia morbide salvano dal male e questo ricordo attutisce, ma non elude, la consapevolezza del male devastante. È solo una difesa temporanea, un rifugio nel ricordo, perché il male, che si materializza nella “cinghia”, esiste, allo stesso modo in cui nel poema “La nascita” incombeva già un “cono d’ombra”.
L’incanto della fanciullezza fra braccia morbide e protettrici di donna alimenta dolci sogni (momentanea tregua all’angoscia dell’età adulta), dove appaiono leggiadre ed innocenti immagini di scarpine bianche e fiocchetti e di baci, tenere sensazioni suscitate da pizzicotti, e di confortevole tepore goduto nel contatto fisico con la nonna, una nonna che non è più, ora, una presenza consolatrice reale, dal momento che giace nella sua “culla cupa/ dove il sole non batte”.
E la luna, che nell’ “Ultimo viaggio” aveva ispirato il sogno di una fantastica evasione, conserva intatta la sua bellezza cangiante, ma rivela, al pari della vita, la sua durezza di pietra, non è che “un gelido sasso”, che non alimenta più illusioni (“favole più non susciti”) ad una sensibilità esacerbata e maturata dalla sofferenza, nel drammatico componimento “Alla luna”, dove la tonalità tragica di fondo contrasta con lo splendore delle immagini e crea, come sempre, armonia estetica.
I sogni alimentati dai dolci racconti della nonna cozzano con una rude realtà di violenza.
E la realtà in questo caso è costituita dai “maschi”, bambini e giovani uomini: giocano alla guerra, esercitano un irresistibile fascino, manifestano ardenti desideri, ma non amano, “giocano” all’amore, e il sogno d’amore infranto delle donne sfuma. Straordinaria immagine quella della voluta di fumo azzurro, dove l’elemento sensuale, che caratterizza, per tradizione la virilità (penso all’odore di fumo), visualizza la componente vanesia di chi ‘dà fumo negli occhi’ e la componente arrogante e sprezzante di chi ‘fuma in faccia’, manca di rispetto, gioca coi sentimenti, incurante della sofferenza dell’altra.
E la scia di fumo che i gradassi lasciano dietro di sé è azzurra come i sogni.
Il riferimento ai sogni è più esplicito in “Fosti sogno”, dove la nota personale è più evidente e drammatica, perché congiunta alla precisione cronologica dell’evento traumatico (“il ventuno marzo”), evento traumatico fissato per sempre, in maniera indelebile, non solo sul calendario, ma nella mente e nel cuore, al punto da non poter più “andar avanti”, perché quell’Amore fu totale ed assoluto, completo . E il tema ritorna e la poesia eterna l’irruzione della passione, forte e tempestosa e tragica come il gioco della roulette (rischioso e mortale), nel poema “Fu duro gioco amarti”. E come non associare all’immagine della languida, paziente, dolce, lunga attesa di un ritorno il mito della sposa fedele, Penelope, dove, femminilmente, Francesca Santucci contrappone all’ardimentoso, volitivo e “infedele” Ulisse, la “fedele” sposa dal cuore “oppresso” in “Sciolte ha le vele”?
La componente pluridimensionale dello stile di quest’Artista, uno stile inconfondibile, è data dalla sua maestria nell’uso polisemico dei vocaboli, nella suggestione esercitata dal loro inedito e imprevedibile accostamento, che rinvia ad una più profonda riflessione, che il lettore deve conquistare. La parola suggerisce e anticipa, nella sua visiva immediatezza, resa più efficace dagli effetti sinestetici, un percorso interiore della riflessione, che arde nell’infiammato crogiuolo di contrastanti emozioni, sensazioni, passioni. Valga a titolo di esemplificazione la tonalità caustica e amara di “ Profumi acri ebbero i tuoi fiori”, dove i veli di sposa appaiono di sorpresa ad evocare un miraggio nel bel mezzo di una lunga sequenza floreale, volutamente ripetitiva e variopinta. I gigli immacolati, ultimo omaggio, non casuale, evocano veli di sposa. L’enjambement e l’aggettivo “immacolati”, collocato in posizione di contre-rejet, creano una sospensione, che fa riflettere con più intensità sull’improvvisa apparizione del romantico velo da sposa, le nozze, meta finale pazientemente attesa e preparata dai galanti doni floreali. In realtà i fiori gelosamente conservati imputridiscono, esattamente come l’illusione di un matrimonio; fiori e illusioni sono “entrambi” inganni. Nella “Notte di San Lorenzo”, il tema ritorna nella rievocazione di un ricordo più esplicito, dove gli inganni non sono fiori putrefatti, ma “polvere di stelle”, desideri che non si realizzano.
Il passaggio dal particolare all’universale è caratteristica ricorrente in questa silloge poetica, ma anche nelle precedenti. Un tema di riflessione vive, poeticamente, riproposto sotto svariate spoglie, dove, paradossalmente, si concretizzano le astrazioni. D’altronde solo l’ “ars poetica” può riuscire in quest’impresa. E la diversa modulazione del medesimo tema in “Dopo l’estate” permette solo parzialmente di abbracciare l’immensità di un estro creativo proteiforme. I “bianchi confetti”, evocati in un’insolita, fascinosa associazione con i bianchi gabbiani suggeriscono la gioiosa esaltazione di un casto e romantico sogno di fanciulla dagli occhi “lucenti”, che vive l’incanto dei prodromi di una storia d’amore unica ed assoluta con la forza e la tenacia di un attaccamento esclusivo, quale solo una piantina rampicante può esemplificare:

…Ristetti,
a quell’amore abbarbicata
come il convolvolo blu fiorito
al muro


L’esito doloroso è tuttavia anticipato, in poesia, nell’effetto sorpresa delle parole “male” e “cancro”, che completano la similitudine, visualizzando nel concreto tessuto stilistico la tragicità. Tutto giocato su di un ritmo insolitamente accelerato, a voler sottolineare la fugacità di un amore, il poema “Natale”, dove il ricorso sapiente alle allitterazioni a alle accumulazioni intensifica quest’impressione di “momento fugace” che percorre rapidamente le stagioni dalla primavera fino all’inverno, dove l’albero luminoso non avrà nessun valore reale, sarà “un fantasma nel parco delle nostre solitudini amare”. L’incanto dell’innamoramento ispira il movimento estatico di “Fu quasi amore”, tutto giocato sulle variazioni semantiche del vocabolo “parola” (“sussurro”, “mormorio”, “grido”), in contrasto con “silenzi”, “parola taciuta”, sullo sfondo fantastico di uno scenario naturale, dove l’universo intero è partecipe di questo bellissimo amore, fatto solo di sguardi.

© Antonia Chimenti

 

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Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.