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…Nel suo
peculiare movimento dal particolare all’universale il tema
dell’annullamento di sé è spunto per un’altra elaborazione creativa
in “Dissolvenza”, che suggerisce, per analogia, un accostamento
tematico; ma il processo, umanamente impossibile, di dissolvenza, di
fusione con l’altro, che in “Cupio dissolvi” è ispirato dall’Amore,
vissuto in una condizione di generosa donazione di sé, nel poema
“Dissolvenza” è ispirato da un moto di negazione, di annullamento,
che nulla di orrido possiede, ma che si dispiega come mesta
meditazione, la cui efficacia stilistica è data dal procedimento
anaforico, cioè dal ritorno di verbi all’infinito, il modo verbale
più appropriato alla cogitazione, e da una efficacissima successione
di immagini, che poeticamente visualizzano il processo a ritroso
dalla vita al “nulla cosmico primordiale”.
L’evento dolorosissimo della morte della Madre ispira un’intensa
rivisitazione del tempo dell’infanzia, che la maestrìa della
Poetessa suggerisce attraverso l’evocazione di immagini tenere, ma
al tempo stesso presaghe di futuri sviluppi dolorosi e angosciosi.
È una bimbetta impaurita da una minacciosa cinghia quella che si
rifugia fra le braccia della nonna nel poema “Girotondo”, dove la
magia incantevole è data ancóra dalla dolce melodia che accompagna
questo gioco infantile, che inebria e consola, che fissa nella
memoria l’immagine di una mamma giovane e bella, di una nonna dolce
e teneramente disponibile, di un padre severo, minaccioso. Le
braccia morbide salvano dal male e questo ricordo attutisce, ma non
elude, la consapevolezza del male devastante. È solo una difesa
temporanea, un rifugio nel ricordo, perché il male, che si
materializza nella “cinghia”, esiste, allo stesso modo in cui nel
poema “La nascita” incombeva già un “cono d’ombra”.
L’incanto della fanciullezza fra braccia morbide e protettrici di
donna alimenta dolci sogni (momentanea tregua all’angoscia dell’età
adulta), dove appaiono leggiadre ed innocenti immagini di scarpine
bianche e fiocchetti e di baci, tenere sensazioni suscitate da
pizzicotti, e di confortevole tepore goduto nel contatto fisico con
la nonna, una nonna che non è più, ora, una presenza consolatrice
reale, dal momento che giace nella sua “culla cupa/ dove il sole non
batte”.
E la luna, che nell’ “Ultimo viaggio” aveva ispirato il sogno di una
fantastica evasione, conserva intatta la sua bellezza cangiante, ma
rivela, al pari della vita, la sua durezza di pietra, non è che “un
gelido sasso”, che non alimenta più illusioni (“favole più non
susciti”) ad una sensibilità esacerbata e maturata dalla sofferenza,
nel drammatico componimento “Alla luna”, dove la tonalità tragica di
fondo contrasta con lo splendore delle immagini e crea, come sempre,
armonia estetica.
I sogni alimentati dai dolci racconti della nonna cozzano con una
rude realtà di violenza.
E la realtà in questo caso è costituita dai “maschi”, bambini e
giovani uomini: giocano alla guerra, esercitano un irresistibile
fascino, manifestano ardenti desideri, ma non amano, “giocano”
all’amore, e il sogno d’amore infranto delle donne sfuma.
Straordinaria immagine quella della voluta di fumo azzurro, dove
l’elemento sensuale, che caratterizza, per tradizione la virilità
(penso all’odore di fumo), visualizza la componente vanesia di chi
‘dà fumo negli occhi’ e la componente arrogante e sprezzante di chi
‘fuma in faccia’, manca di rispetto, gioca coi sentimenti, incurante
della sofferenza dell’altra.
E la scia di fumo che i gradassi lasciano dietro di sé è azzurra
come i sogni.
Il riferimento ai sogni è più esplicito in “Fosti sogno”, dove la
nota personale è più evidente e drammatica, perché congiunta alla
precisione cronologica dell’evento traumatico (“il ventuno marzo”),
evento traumatico fissato per sempre, in maniera indelebile, non
solo sul calendario, ma nella mente e nel cuore, al punto da non
poter più “andar avanti”, perché quell’Amore fu totale ed assoluto,
completo . E il tema ritorna e la poesia eterna l’irruzione della
passione, forte e tempestosa e tragica come il gioco della roulette
(rischioso e mortale), nel poema “Fu duro gioco amarti”. E come non
associare all’immagine della languida, paziente, dolce, lunga attesa
di un ritorno il mito della sposa fedele, Penelope, dove,
femminilmente, Francesca Santucci contrappone all’ardimentoso,
volitivo e “infedele” Ulisse, la “fedele” sposa dal cuore “oppresso”
in “Sciolte ha le vele”?
La componente pluridimensionale dello stile di quest’Artista, uno
stile inconfondibile, è data dalla sua maestria nell’uso polisemico
dei vocaboli, nella suggestione esercitata dal loro inedito e
imprevedibile accostamento, che rinvia ad una più profonda
riflessione, che il lettore deve conquistare. La parola suggerisce e
anticipa, nella sua visiva immediatezza, resa più efficace dagli
effetti sinestetici, un percorso interiore della riflessione, che
arde nell’infiammato crogiuolo di contrastanti emozioni, sensazioni,
passioni. Valga a titolo di esemplificazione la tonalità caustica e
amara di “ Profumi acri ebbero i tuoi fiori”, dove i veli di sposa
appaiono di sorpresa ad evocare un miraggio nel bel mezzo di una
lunga sequenza floreale, volutamente ripetitiva e variopinta. I
gigli immacolati, ultimo omaggio, non casuale, evocano veli di
sposa. L’enjambement e l’aggettivo “immacolati”, collocato in
posizione di contre-rejet, creano una sospensione, che fa riflettere
con più intensità sull’improvvisa apparizione del romantico velo da
sposa, le nozze, meta finale pazientemente attesa e preparata dai
galanti doni floreali. In realtà i fiori gelosamente conservati
imputridiscono, esattamente come l’illusione di un matrimonio; fiori
e illusioni sono “entrambi” inganni. Nella “Notte di San Lorenzo”,
il tema ritorna nella rievocazione di un ricordo più esplicito, dove
gli inganni non sono fiori putrefatti, ma “polvere di stelle”,
desideri che non si realizzano.
Il passaggio dal particolare all’universale è caratteristica
ricorrente in questa silloge poetica, ma anche nelle precedenti. Un
tema di riflessione vive, poeticamente, riproposto sotto svariate
spoglie, dove, paradossalmente, si concretizzano le astrazioni.
D’altronde solo l’ “ars poetica” può riuscire in quest’impresa. E la
diversa modulazione del medesimo tema in “Dopo l’estate” permette
solo parzialmente di abbracciare l’immensità di un estro creativo
proteiforme. I “bianchi confetti”, evocati in un’insolita, fascinosa
associazione con i bianchi gabbiani suggeriscono la gioiosa
esaltazione di un casto e romantico sogno di fanciulla dagli occhi
“lucenti”, che vive l’incanto dei prodromi di una storia d’amore
unica ed assoluta con la forza e la tenacia di un attaccamento
esclusivo, quale solo una piantina rampicante può esemplificare:
…Ristetti,
a quell’amore abbarbicata
come il convolvolo blu fiorito
al muro
L’esito doloroso è tuttavia anticipato, in poesia, nell’effetto
sorpresa delle parole “male” e “cancro”, che completano la
similitudine, visualizzando nel concreto tessuto stilistico la
tragicità. Tutto giocato su di un ritmo insolitamente accelerato, a
voler sottolineare la fugacità di un amore, il poema “Natale”, dove
il ricorso sapiente alle allitterazioni a alle accumulazioni
intensifica quest’impressione di “momento fugace” che percorre
rapidamente le stagioni dalla primavera fino all’inverno, dove
l’albero luminoso non avrà nessun valore reale, sarà “un fantasma
nel parco delle nostre solitudini amare”. L’incanto
dell’innamoramento ispira il movimento estatico di “Fu quasi amore”,
tutto giocato sulle variazioni semantiche del vocabolo “parola”
(“sussurro”, “mormorio”, “grido”), in contrasto con “silenzi”,
“parola taciuta”, sullo sfondo fantastico di uno scenario naturale,
dove l’universo intero è partecipe di questo bellissimo amore, fatto
solo di sguardi.
© Antonia Chimenti
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