|
È opinione
comune, secondo la critica contemporanea, che l’arte, intesa nelle
sue varie espressioni, sia non tanto quella che si limita a
considerare l’aspetto estetico di un’opera, ma quella in cui
confluiscono anche l’aspetto storico, religioso, etico; tuttavia,
ancora ciò non basta. L’artista deve saper cogliere in questi
elementi un certo “non so che” indispensabile a rendere la sua
produzione non solo attuale, viva nel momento contingente, ma capace
di resistere oltre, messaggera della sua testimonianza, della sua
“traccia”. Presenza, peraltro, non sempre facile da individuare.
Non sarà necessario ricordare, per quanto riguarda ad esempio la
poesia e la narrativa, i nomi dei grandi critici che hanno animato
il nostro ultimo secolo approdando a concetti di linguaggio,
espressione e codici diversi per provare a identificare e meglio
definire questa ricerca.
Restano preziosi e irrinunciabili punti di riferimento per chiunque
voglia addentrarsi nella fitta foresta della letteratura; tuttavia
oggi, lo scrittore, pur non rinunciando al tentativo di creare un
linguaggio portatore di riflessioni etiche e di sentimenti, si trova
a fare i conti con una società che si modifica profondamente e
ininterrottamente.
Nuove tecnologie come la telematica, l’informatica, che poi
intrecciandosi generano “internet”, incommensurabile rete di
rapporti umani e per di più in tempo reale, hanno prodotto un
mutamento radicale anche nella maniera di approcciare i versi o la
prosa; una mutazione ancora in atto, per cui è impossibile
conoscerne interamente gli effetti. Un fenomeno, per ovvie ragioni
più accentuato nei giovani, che troppo spesso si tende a
sottovalutare o addirittura ignorare.
Certamente, per la smaccata facilità di accesso, è assai più alto il
rischio di trovare in rete opere inadeguate, estremamente
superficiali e, non di rado, esibite con enorme immodestia. Di
conseguenza pareri discordi circolano sull’impegno e sul valore di
alcuni autori che preferiscono destinare la loro produzione, in gran
parte se non in toto, a questo telematico mezzo di comunicazione.
Lunga, ma necessaria premessa per presentare questo piccolo libro
Manto di vita di Pietro Pancamo, edito da LietoColle e arricchito da
un’ampia e dettagliata prefazione di Marisa Napoli (Università
Cattolica di Milano).
Il giovane autore – recensito da Walter Mauro e dal trimestrale di
stampa ‹Atelier›, oltre ad essere giornalista, redattore
professionista, redattore del semestrale cartaceo ‹La Mosca di
Milano› è anche caporedattore per la poesia del trimestrale
elettronico ‹Progetto Babele›; curatore de ‹L(’)abile traccia› (sito
culturale consultabile all’Url www.labileabile-traccia.com e così
“battezzato” al chiaro scopo di alludere alla labilità, o presunta
tale, della parola affidata all’etere virtuale), ha pubblicato su
numerose riviste cartacee fra cui ‹Poesia› (Crocetti editore),
‹Poiesis›, il ‹Notiziario dell’Accademia internazionale d’arte
moderna di Roma›, ‹Gradiva› (semestrale di New York USA) e ‹Filling
Station› (quadrimestrale con sede a Calgary, Canada), ma anche su
molte riviste telematiche, come ‹Scriptamanent› (Rubbettino
Editore), ‹El Ghibli›, ‹Fucine Mute›.
Ex-direttore del trimestrale digitale ‹Niederngasse Italian› e
vincitore del Premio “Città di Torino”, Pancamo (classe 1972) da
tempo muove la sua ricerca poetica sul duplice binario su cui, nella
letteratura odierna, sempre più spesso corrono affiancate la parola
scritta su carta e quella consegnata ad internet, e, in ognuno dei
due ambiti, si distingue per rigore e professionalità.
Manto di vita è una breve raccolta di venti poesie, tuttavia
sufficiente per poter entrare nell’estroso e ricco universo poetico
dell’autore.
Si legge nella prefazione: “Il riferimento al dato autobiografico o
l’attenzione al particolare non sono una trappola per Pancamo. Il
compiacimento autoreferenziale non lo riguarda. Il suo interesse è
esistenziale. Questa poesia, in sintesi, diventa breve allegoria di
come si dispiega, si svolge emblematicamente la vita di un uomo…”.
Di fatto, lirica dopo lirica, si evidenzia la varietà di codici e
registri linguistici utilizzati per scoprire (e fare scoprire al
lettore) una vasta gamma di sentimenti e sensazioni.
Il titolo Manto di vita richiama alla mente immagini rivestite,
“ammantate” dalla forza vitale del cosmo, quasi un inno alla vita.
L’interpretazione ultima e complessiva della sua opera non è forse
troppo lontana da questa luminosa visione, ma la lettura dei singoli
testi, fin dall’inizio, ci pone invece di fronte ad un’anima
tormentata, tesa, nello sforzo della scrittura, a superare un dolore
intimo, inespresso. Scure ombre di pessimismo caratterizzano molti
dei suoi versi: “Come disprezzo/ questo mondo/ nel quale si vive/
solo per evitare/ noie al motore […]” (Disprezzo ai tramonti),
oppure “Quanta spazzatura/ che mi ritrovo addosso/ nelle dolci siepi
di bosso./ Qui tra le foglie verdi/ han fatto una discarica.”
(Vecchiaia: canto di un barbone errante nella discarica). Altrove,
con tinte forti (e rabbiose?), scarica la negatività che sente
gravare sull’anima nel mondo circostante e, con versi nitidi e
sintetici, ri-costruisce l’universo dando vita ad immagini quasi
personificate dello stesso: “Il sole poggiava frustate di luna /
sulla mia mano. / E il cielo gridava / nei sogni di niente./… (Sole
maligno). Un pessimismo solo appena stemperato nella poesia Io
adesso festeggio dove si percepisce la ripresa della speranza,
seppure ancora venata di profonda malinconia: “…la naftalina di
vecchie allegrie / mi tiene conservato il cuore./[…]" e che potrebbe
richiamare alla mente il leopardiano pessimismo, ma qui, come
acutamente nota Marisa Napoli, “[…]la Natura, diversamente che in
Leopardi, è lei che urla e soffre, per il sonnolento ottundimento
degli uomini”.
Ricorrente, tra le immagini della natura, la “notte” e quanto a lei
si riferisce, tema dominante nella poesia di Pancamo, che riconduce
il lettore ad una visione del cosmo non solo personificata, ma
poeticamente trasfigurata dagli occhi dell’uomo, come nella bella
Somiglianze “A quest’ora/ ogni paese/ è un fagotto/ di stelle e di
buio. // Ma lo è pure/ questo cielo vagabondo/ (guscio d’aria e di
respiri)/ che stringe in un solo mondo/ città, mari e tempeste. /
[…] A quest’ora/ ogni uomo/ è un fagotto /di buio e di stelle.” In
questo “fagotto”, nel quale forse Pietro Pancamo per qualche attimo
si identifica, si racchiude un’estrema dolcezza, una memoria
dell’infanzia (equiparata a periodo di vita sereno e felice) che
riaffiora suo malgrado, risvegliando nel poeta una sensazione di
Bellezza atavica perduta, eppure miracolosamente recuperabile e
ricostituibile nei fragili frammenti della poesia.
Altro aspetto che colpisce nei versi di questo autore è l’“ironia” e
il sapiente uso che egli sa farne, ben evidente nella lirica omonima
in cui le si rivolge affrontandola con piglio deciso: “Indosso la
magrezza/ con la disinvoltura/ di chi ironizza […]”, terminando però
con il filosofico, disperato appello “Ma senza di te,/ ahinoi,/ la
poesia/ è pura (mera) melanconia”.
Guizzi d’ironia improvvisa li ritroviamo anche frammisti ad altre
vivacissime immagini, sia relative alla sfera del quotidiano che a
quella del sogno, a teneri spunti d’amore e di compassione nei
confronti dell’altro, ad abbandoni di solitudine e a desolanti,
lucidi sguardi sul mondo. Sempre con esiti felici di linguaggio che,
estendendosi con padronanza su più registri, di volta in volta dona
al lettore percezioni e sfumature diverse: leggerezza di stile,
giochi di fantasia, tuffi improvvisi negli oscuri meandri
dell’anima, cedimenti di fronte all’illusorietà della vita. I
cedimenti, però, non significano resa, soprattutto non resa
definitiva.
A leggere bene, in queste apparentemente sconsolate costruzioni
poetiche, sottolineate da uno stile asciutto, essenziale, privo di
ogni inutile orpello e rigorosamente attento all’uso della parola,
ugualmente si coglie il vitale istinto del poeta che, seppure
immerso nella sua “notte”, trova in sé la speranza di uscirne fuori.
Per spiragli, a fatica e con coraggio, come ogni percorso umano
seriamente affrontato richiede.
Significativa, a questo proposito, una delle ultime poesie della
raccolta Racconto: “Se guardo attraverso/ davvero a lungo/
riconoscerò, poi,/ nell’aria del mattino// (le campane - non per me
-/ sono l’alba/ popolata di prime ore)// i detriti del mio semplice
destino”.
Nella consapevolezza che anche dopo la notte più terribile sempre
un’alba si annuncia.
© Annalisa Macchia
Annalisa Macchia, da "La
luna di Cézanne"
Annalisa Macchia: "Per mano"
di Lucia Visconti (recensione)
Pietro Pancamo, da "Manto
di vita" |