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CRITICA-SAGGISTICA / ANNALISA MACCHIA


Pietro Pancamo, Manto di vita
(LietoColle, Faloppio, 2005)

 

È opinione comune, secondo la critica contemporanea, che l’arte, intesa nelle sue varie espressioni, sia non tanto quella che si limita a considerare l’aspetto estetico di un’opera, ma quella in cui confluiscono anche l’aspetto storico, religioso, etico; tuttavia, ancora ciò non basta. L’artista deve saper cogliere in questi elementi un certo “non so che” indispensabile a rendere la sua produzione non solo attuale, viva nel momento contingente, ma capace di resistere oltre, messaggera della sua testimonianza, della sua “traccia”. Presenza, peraltro, non sempre facile da individuare.
Non sarà necessario ricordare, per quanto riguarda ad esempio la poesia e la narrativa, i nomi dei grandi critici che hanno animato il nostro ultimo secolo approdando a concetti di linguaggio, espressione e codici diversi per provare a identificare e meglio definire questa ricerca.
Restano preziosi e irrinunciabili punti di riferimento per chiunque voglia addentrarsi nella fitta foresta della letteratura; tuttavia oggi, lo scrittore, pur non rinunciando al tentativo di creare un linguaggio portatore di riflessioni etiche e di sentimenti, si trova a fare i conti con una società che si modifica profondamente e ininterrottamente.
Nuove tecnologie come la telematica, l’informatica, che poi intrecciandosi generano “internet”, incommensurabile rete di rapporti umani e per di più in tempo reale, hanno prodotto un mutamento radicale anche nella maniera di approcciare i versi o la prosa; una mutazione ancora in atto, per cui è impossibile conoscerne interamente gli effetti. Un fenomeno, per ovvie ragioni più accentuato nei giovani, che troppo spesso si tende a sottovalutare o addirittura ignorare.
Certamente, per la smaccata facilità di accesso, è assai più alto il rischio di trovare in rete opere inadeguate, estremamente superficiali e, non di rado, esibite con enorme immodestia. Di conseguenza pareri discordi circolano sull’impegno e sul valore di alcuni autori che preferiscono destinare la loro produzione, in gran parte se non in toto, a questo telematico mezzo di comunicazione.

Lunga, ma necessaria premessa per presentare questo piccolo libro Manto di vita di Pietro Pancamo, edito da LietoColle e arricchito da un’ampia e dettagliata prefazione di Marisa Napoli (Università Cattolica di Milano).
Il giovane autore – recensito da Walter Mauro e dal trimestrale di stampa ‹Atelier›, oltre ad essere giornalista, redattore professionista, redattore del semestrale cartaceo ‹La Mosca di Milano› è anche caporedattore per la poesia del trimestrale elettronico ‹Progetto Babele›; curatore de ‹L(’)abile traccia› (sito culturale consultabile all’Url www.labileabile-traccia.com e così “battezzato” al chiaro scopo di alludere alla labilità, o presunta tale, della parola affidata all’etere virtuale), ha pubblicato su numerose riviste cartacee fra cui ‹Poesia› (Crocetti editore), ‹Poiesis›, il ‹Notiziario dell’Accademia internazionale d’arte moderna di Roma›, ‹Gradiva› (semestrale di New York USA) e ‹Filling Station› (quadrimestrale con sede a Calgary, Canada), ma anche su molte riviste telematiche, come ‹Scriptamanent› (Rubbettino Editore), ‹El Ghibli›, ‹Fucine Mute›.
Ex-direttore del trimestrale digitale ‹Niederngasse Italian› e vincitore del Premio “Città di Torino”, Pancamo (classe 1972) da tempo muove la sua ricerca poetica sul duplice binario su cui, nella letteratura odierna, sempre più spesso corrono affiancate la parola scritta su carta e quella consegnata ad internet, e, in ognuno dei due ambiti, si distingue per rigore e professionalità.

Manto di vita è una breve raccolta di venti poesie, tuttavia sufficiente per poter entrare nell’estroso e ricco universo poetico dell’autore.
Si legge nella prefazione: “Il riferimento al dato autobiografico o l’attenzione al particolare non sono una trappola per Pancamo. Il compiacimento autoreferenziale non lo riguarda. Il suo interesse è esistenziale. Questa poesia, in sintesi, diventa breve allegoria di come si dispiega, si svolge emblematicamente la vita di un uomo…”.
Di fatto, lirica dopo lirica, si evidenzia la varietà di codici e registri linguistici utilizzati per scoprire (e fare scoprire al lettore) una vasta gamma di sentimenti e sensazioni.
Il titolo Manto di vita richiama alla mente immagini rivestite, “ammantate” dalla forza vitale del cosmo, quasi un inno alla vita. L’interpretazione ultima e complessiva della sua opera non è forse troppo lontana da questa luminosa visione, ma la lettura dei singoli testi, fin dall’inizio, ci pone invece di fronte ad un’anima tormentata, tesa, nello sforzo della scrittura, a superare un dolore intimo, inespresso. Scure ombre di pessimismo caratterizzano molti dei suoi versi: “Come disprezzo/ questo mondo/ nel quale si vive/ solo per evitare/ noie al motore […]” (Disprezzo ai tramonti), oppure “Quanta spazzatura/ che mi ritrovo addosso/ nelle dolci siepi di bosso./ Qui tra le foglie verdi/ han fatto una discarica.” (Vecchiaia: canto di un barbone errante nella discarica). Altrove, con tinte forti (e rabbiose?), scarica la negatività che sente gravare sull’anima nel mondo circostante e, con versi nitidi e sintetici, ri-costruisce l’universo dando vita ad immagini quasi personificate dello stesso: “Il sole poggiava frustate di luna / sulla mia mano. / E il cielo gridava / nei sogni di niente./… (Sole maligno). Un pessimismo solo appena stemperato nella poesia Io adesso festeggio dove si percepisce la ripresa della speranza, seppure ancora venata di profonda malinconia: “…la naftalina di vecchie allegrie / mi tiene conservato il cuore./[…]" e che potrebbe richiamare alla mente il leopardiano pessimismo, ma qui, come acutamente nota Marisa Napoli, “[…]la Natura, diversamente che in Leopardi, è lei che urla e soffre, per il sonnolento ottundimento degli uomini”.
Ricorrente, tra le immagini della natura, la “notte” e quanto a lei si riferisce, tema dominante nella poesia di Pancamo, che riconduce il lettore ad una visione del cosmo non solo personificata, ma poeticamente trasfigurata dagli occhi dell’uomo, come nella bella Somiglianze “A quest’ora/ ogni paese/ è un fagotto/ di stelle e di buio. // Ma lo è pure/ questo cielo vagabondo/ (guscio d’aria e di respiri)/ che stringe in un solo mondo/ città, mari e tempeste. / […] A quest’ora/ ogni uomo/ è un fagotto /di buio e di stelle.” In questo “fagotto”, nel quale forse Pietro Pancamo per qualche attimo si identifica, si racchiude un’estrema dolcezza, una memoria dell’infanzia (equiparata a periodo di vita sereno e felice) che riaffiora suo malgrado, risvegliando nel poeta una sensazione di Bellezza atavica perduta, eppure miracolosamente recuperabile e ricostituibile nei fragili frammenti della poesia.
Altro aspetto che colpisce nei versi di questo autore è l’“ironia” e il sapiente uso che egli sa farne, ben evidente nella lirica omonima in cui le si rivolge affrontandola con piglio deciso: “Indosso la magrezza/ con la disinvoltura/ di chi ironizza […]”, terminando però con il filosofico, disperato appello “Ma senza di te,/ ahinoi,/ la poesia/ è pura (mera) melanconia”.
Guizzi d’ironia improvvisa li ritroviamo anche frammisti ad altre vivacissime immagini, sia relative alla sfera del quotidiano che a quella del sogno, a teneri spunti d’amore e di compassione nei confronti dell’altro, ad abbandoni di solitudine e a desolanti, lucidi sguardi sul mondo. Sempre con esiti felici di linguaggio che, estendendosi con padronanza su più registri, di volta in volta dona al lettore percezioni e sfumature diverse: leggerezza di stile, giochi di fantasia, tuffi improvvisi negli oscuri meandri dell’anima, cedimenti di fronte all’illusorietà della vita. I cedimenti, però, non significano resa, soprattutto non resa definitiva.
A leggere bene, in queste apparentemente sconsolate costruzioni poetiche, sottolineate da uno stile asciutto, essenziale, privo di ogni inutile orpello e rigorosamente attento all’uso della parola, ugualmente si coglie il vitale istinto del poeta che, seppure immerso nella sua “notte”, trova in sé la speranza di uscirne fuori. Per spiragli, a fatica e con coraggio, come ogni percorso umano seriamente affrontato richiede.
Significativa, a questo proposito, una delle ultime poesie della raccolta Racconto: “Se guardo attraverso/ davvero a lungo/ riconoscerò, poi,/ nell’aria del mattino// (le campane - non per me -/ sono l’alba/ popolata di prime ore)// i detriti del mio semplice destino”.
Nella consapevolezza che anche dopo la notte più terribile sempre un’alba si annuncia.

© Annalisa Macchia

 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.