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Annalisa Macchia

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CRITICA-SAGGISTICA / ANNALISA MACCHIA


Badengo: linguaggio dell’anima
(Lucia Visconti, All’otta mai, Abbadia San Salvatore, La Meta, 2010)

 

Questa nuova raccolta in dialetto di Lucia Visconti, è stata realizzata con la collaborazione del Gruppo Culturale di Abbadia San Salvatore (Siena) “La bottega de’ i tempu passu”. Il nome di questa bottega insieme al titolo All’otta mai, tipica espressione locale che significa “Allora mai” (nell’antico fiorentino allotta significava allora essendo otta la nostra ora), costituiscono il primo assaggio di “badengo”, dialetto amiatino parlato ad Abbadia San Salvatore e lingua madre dell’autrice. Si sa che la lingua madre di uno scrittore è il suo linguaggio dell’anima, la lingua che gli sale alla gola più spontaneamente e conserva, a dispetto degli anni trascorsi e delle lontananze, suoni, risonanze e sfumature insostituibili e indelebili. Spesso l’unica capace di esprimere l’autenticità del suo io. Non è il caso di Lucia che sa giostrare bene anche la nostra bella lingua nazionale, ma, indubbiamente, in questi suoi scritti si manifesta una parte di lei inedita, uno degli aspetti più veri, profondi e affascinanti della sua personalità che, senza l’ausilio del dialetto, forse non si sarebbe mai rivelato.

Lucia, di cui molti di voi hanno già avuto modo di apprezzare, in passato, la scrittura, si presenta con questo nuovo lavoro quasi in punta di piedi. La biografia scarna che fornisce di sé, aiuta tuttavia a meglio focalizzare gli aspetti linguistici delle sue esperienze professionali e della sua produzione. In particolare penso al bel racconto Il volto di terra uscito nel 2007, ambientato nei medesimi luoghi di origine che hanno ispirato questa raccolta, ricco di dialoghi ed espressioni dialettali, di profumi e suoni montanari (le caldarroste, la corna…), seppure inserito in un contesto di lingua nazionale. Probabilmente rappresenta il primo sintomo di questo risveglio legato alle radici delle sue origini. L’anno seguente, infatti uscì, per i tipi dei Quaderni di Pianeta Poesia Dietro i vetri, la prima raccolta poetica interamente scritta in badengo: brevi poesie incastonate nella vita del borgo, piccole gemme capaci di riflettere la luce e i colori di un tempo che non è più. Da notare che l’uso del dialetto in questi versi non è vernacolare; il dialetto badengo si presenta al lettore come una neo lingua. Esempio, come annotava Franco Manescalchi nella postfazione, più unico che raro nella nostraregione, in un ambito di “bistilismo”, ovvero di coincidenza fra lingua e dialetto, come capita per il toscano.
In questa prima raccolta prendono vita quadretti e figure densi di memorie e stupori rivisitati dall’età adulta. Il lettore vi si riconosce e si commuove perché i ricordi di Lucia si dilatano, si rivestono di un’umanità tale da renderli universali.
La stessa cosa capita alla lettura di questa nuova raccolta (ormai l’autrice ha preso il via e chissà quante altre gemme in badengo ci regalerà…). Per Dietro i vetri sottolineava Massimo Seriacopi nella bella introduzione:

 

“[…] il suo appunto non è un osservare la realtà da un angolo appartato, ma un immergersi nella quotidianità, nello scambio continuo con le persone vicine […] Il tutto a testimonianza di una vita che viene sentita come ‘donata due volte’, con un riferimento alla dimensione del divino e a quella misericordia superiore che sembra decidere misteriosamente di revocare, in certi sovrumani attimi, il mandato di termine di un’esistenza terrena: e resta il canto di questa esperienza in sé indicibile […].”

Tuttavia All’otta mai che pure segue e adotta la stessa “lingua” e simili modalità espressive, non è una replica ricalcata sull’esperienza precedente.
Stavolta Lucia, cosciente che l’uso del dialetto sia da considerarsi anche sotto un aspetto prettamente linguistico, di norma lasciato ad antropologi e storici, ha voluto offrirci di più, si è lasciata prendere la mano da qualcos’altro. Infatti così inizia la sua introduzione:

 

“Dopo Dietro i vetri, mio primo testo di poesie in dialetto, nato dalla pienezza del cuore senza porsi troppe domande sull’aspetto storico-culturale delle radici linguistiche badenghe, in All’otta mai, mi sono lasciata prendere dal gusto della ricerca semantico-etimologica. […].

Seguono, tracciate in breve, le ricerche e le scoperte effettuate sul linguaggio di questo paese dell’Amiata un po’ isolato, sulle diverse influenze (etrusche, latine, umbre, francesi, senesi, còrse, longobarde) che, nel corso del tempo, ne hanno segnato il periodo storico, le tradizioni, il modo di esprimersi, il suo ruotare, nei periodi più sfolgoranti, attorno a quel riferimento, “punto luce” come lo chiama Lucia, che era l’Abbazia. Il Monastero fu chiuso nel 1771 per ordine del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo e molti dei beni che vi erano custoditi, tra cui il famoso Codex Amiatinus (la Bibbia trascritta dai monaci in latino nello stesso periodo di quella di San Girolamo), andarono dispersi o finirono in musei fiorentini. Ma non solo i beni materiali si disperdono con il tempo e con gli eventi… A partire soprattutto dal secolo scorso, a causa del rapido diffondersi di alcuni mezzi di locomozione, dell’intervento dei mass-media, in progressiva, inarrestabile crescita e di una massiccia infiltrazione di immigrati, il dialetto ancora oggi parlato dai più anziani abitanti del luogo, è a rischio scomparsa. Molte sono le espressioni che la generazione più giovane non usa più. Tra queste il pittoresco Allotta mai, che dà il titolo al libro e, speriamo, ne conservi poeticamente anche la memoria.
Lucia però non si è fermata qui. A coronamento del suo lavoro ha posto in appendice, alcune pagine tratte Dalla Poesia dialettale del 1900, a firma di Luigi De Bellis.

 

“Una poesia in dialetto è per definizione possibile solo quando esiste una lingua nazionale comune, rispetto alla quale, per ragioni diverse che variano da caso a caso, essa tende a distinguersi. La storia linguistica italiana è assai peculiare sotto questo aspetto: […]”

Non c’è naturalmente l’intenzione di ripercorrere tutta la storia della poesia in dialetto, ma, attraverso alcuni cenni retrospettivi, vengono illuminati i punti fondamentali della storia dei nostri dialetti, della lenta, spesso contrastata nascita della lingua nazionale e si rilevano le motivazioni per cui alcuni autori del novecento hanno scelto di esprimersi con questo particolare registro linguistico: Salvatore Di Giacomo (Napoli), Tessa, Noventa (questi ultimi due, significativamente inseriti in un contesto di opposizione al regime fascista), Biagio Marin (No’ gh’è lengua che valga el dialeto /che una mare nascendo ne insegna), e non ci dimentichiamo di Pasolini (Poesie a Casarsa o i versi: Sono infiniti i dialetti, i gerghi,/ le pronunce, perché è infinita/ la forma della vita, non bisogna tacerli, bisogna possederli; e tuttavia ammoniva: “Il dialetto è sottostoria”…), di Franco Loi con la sua produzione dialettale venata di sperimentalismo o di Zanzotto, anche se limitatamente ad alcuni testi.
Infatti, seppure in Italia (e, forse, in un non troppo lontano futuro, lo sarà per l’Europa) sia stata necessaria l’unificazione linguistica, i dialetti restano la più interessante testimonianza della sua storia multicolore e, sul piano della letteratura e della poesia, quelli al quale Lucia si è rivolta, essendo i linguaggi del cuore, sono i mezzi più spontanei per comunicare e costituiscono un’inesauribile riserva di vita linguistica; nelle voci rielaborate da letteratura e poesia la loro forza espressiva, còlta dal vivo, si amplifica, si tinge di colori insostituibili.
Certo occorre rilevare che un tempo erano i dialetti a suggerire molte espressioni nuove ed ogni regione contribuiva a prestare neologismi all’italiano. Per fare un esempio, solo dal Veneto ci sono pervenute ciao ed un sacco di parole che hanno attinenza con la vita del mare, come pontile, regata, traghetto, scampi o giocattoli (che rimpiazza il toscano balocchi).
Oggi i dialetti hanno un apporto nettamente inferiore rispetto alle lingue straniere, l’angloamericano in particolare. Ma anche la Francia (nel Settecento e Ottocento) e la Spagna (dominazione spagnola) hanno abbondantemente contribuito ad arricchire la nostra bella lingua.
Qui il discorso, però, comincia a cambiare. Sta scivolando verso l’avventuroso viaggio che l’italiano ha percorso per diventare tale e per imporsi come lingua di comunicazione nazionale. Personalmente ritengo sia stata una bella conquista e considero una ricchezza ogni apporto esterno a lei pervenuto, incluse - perché no, non sempre c’è logicità nell’affermarsi di una lingua - certe forme ritenute erronee (fanno ancora arricciare il naso a qualche purista…) e che, invece, per il grande uso, si sono poi imposte alle altre.
D’altra parte se non si può fare una distinzione netta tra lingua e dialetto (tutti i dialetti, infatti, sono lingue) si dovrà dire lingua quel dialetto che, a un certo punto, si è imposto sugli altri. Un linguista lèttone del Novecento, Max Weinreich, sosteneva che “Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”.
Se si pensa alla nostra storia linguistica, il toscano si è identificato ad un certo punto con l’italiano non solo perché la parlata fiorentina meno delle altre si era discostata dal latino e, comunque, si era evoluta in maniera più lineare ed omogenea, ma soprattutto grazie agli scritti di Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini che dettero al loro “dialetto” dignità letteraria, l’oralità fatta scrittura. Una lingua diffonde il proprio lessico quando si presenta con un prestigio particolare, una cultura solida, un dominio su arti e scienze. Una questione di indiscussa autorevolezza. Fortunatamente, il dialetto, oggi, in Toscana, è un elemento ancora vitale (basti pensare al cinema, ai vari Benigni, Pieraccioni, ecc.).
L’importanza delle radici di una lingua è enorme e indispensabile per la sua vitalità e la scuola dovrebbe provvedere a trattare ogni dialetto con la dovuta considerazione, anche se non è ragionevolmente né “storicamente” pensabile di poterlo utilizzare, come alcuni caldeggerebbero (avrebbe senso scrivere una tesi di laurea in lingua sarda? O fare assurgere il ladino di certe valli alpine a lingua nazionale?)
Non voglio però inoltrarmi in terreni linguistici insidiosi e ancora ampiamente dibattuti. Mi piacerebbe, però, concludere con la poesia di Lucia “Erono” che, simpaticamente, ci offre una riflessione in più sull’argomento: “ Emozionata, co’ le mani ghiacce,/ guardavo la maestra/ corregge/ i primi pensierini./ Co’ la penna rossa/ aizzata ne’ l’ quadernu/ leggeva/ senza appoggialla tra i righi.// “ Nun ho fattu mancu ‘nu sbagliu” pensai./ E tremai anche di più.// Ecco che la bella manu/ si fermò un secundu e/ mise una zampetta ad una ‘o’./ “Erano Lucia, no Erono”/ rise co’ i’ visu doicce/ di chi capiva, perché sapeva i’ dialettu.//”Erano, se lu dice lei, pensai./ Ma come bisogna movela la bocca/ pe’ parla’ itajanu?”

© Annalisa Macchia

 

Annalisa Macchia, da "La luna di Cézanne" (poesie)
Annalisa Macchia: "Manto di vita" di Pietro Pancamo
Annalisa Macchia, "Per mano" di Lucia Visconti
Annalisa Macchia, "La mano e la prua" di Innocenza Scerrotta Samá

 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.