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Questa
nuova raccolta in dialetto di Lucia Visconti, è stata realizzata con
la collaborazione del Gruppo Culturale di Abbadia San Salvatore
(Siena) “La bottega de’ i tempu passu”. Il nome di questa
bottega insieme al titolo All’otta mai, tipica espressione
locale che significa “Allora mai” (nell’antico fiorentino allotta
significava allora essendo otta la nostra ora),
costituiscono il primo assaggio di “badengo”, dialetto amiatino
parlato ad Abbadia San Salvatore e lingua madre dell’autrice. Si sa
che la lingua madre di uno scrittore è il suo linguaggio dell’anima,
la lingua che gli sale alla gola più spontaneamente e conserva, a
dispetto degli anni trascorsi e delle lontananze, suoni, risonanze e
sfumature insostituibili e indelebili. Spesso l’unica capace di
esprimere l’autenticità del suo io. Non è il caso di Lucia che sa
giostrare bene anche la nostra bella lingua nazionale, ma,
indubbiamente, in questi suoi scritti si manifesta una parte di lei
inedita, uno degli aspetti più veri, profondi e affascinanti della
sua personalità che, senza l’ausilio del dialetto, forse non si
sarebbe mai rivelato.
Lucia, di cui molti di voi hanno già avuto modo di apprezzare, in
passato, la scrittura, si presenta con questo nuovo lavoro quasi in
punta di piedi. La biografia scarna che fornisce di sé, aiuta
tuttavia a meglio focalizzare gli aspetti linguistici delle sue
esperienze professionali e della sua produzione. In particolare
penso al bel racconto Il volto di terra uscito nel 2007,
ambientato nei medesimi luoghi di origine che hanno ispirato questa
raccolta, ricco di dialoghi ed espressioni dialettali, di profumi e
suoni montanari (le caldarroste, la corna…), seppure inserito in un
contesto di lingua nazionale. Probabilmente rappresenta il primo
sintomo di questo risveglio legato alle radici delle sue origini.
L’anno seguente, infatti uscì, per i tipi dei Quaderni di Pianeta
Poesia Dietro i vetri, la prima raccolta poetica interamente scritta
in badengo: brevi poesie incastonate nella vita del borgo, piccole
gemme capaci di riflettere la luce e i colori di un tempo che non è
più. Da notare che l’uso del dialetto in questi versi non è
vernacolare; il dialetto badengo si presenta al lettore come una neo
lingua. Esempio, come annotava Franco Manescalchi nella postfazione,
più unico che raro nella nostraregione, in un ambito di
“bistilismo”, ovvero di coincidenza fra lingua e dialetto, come
capita per il toscano.
In questa prima raccolta prendono vita quadretti e figure densi di
memorie e stupori rivisitati dall’età adulta. Il lettore vi si
riconosce e si commuove perché i ricordi di Lucia si dilatano, si
rivestono di un’umanità tale da renderli universali.
La stessa cosa capita alla lettura di questa nuova raccolta (ormai
l’autrice ha preso il via e chissà quante altre gemme in badengo ci
regalerà…). Per Dietro i vetri sottolineava Massimo Seriacopi nella
bella introduzione:
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“[…] il suo appunto non è un osservare la realtà da un angolo
appartato, ma un immergersi nella quotidianità, nello scambio
continuo con le persone vicine […] Il tutto a testimonianza di una
vita che viene sentita come ‘donata due volte’, con un riferimento
alla dimensione del divino e a quella misericordia superiore che
sembra decidere misteriosamente di revocare, in certi sovrumani
attimi, il mandato di termine di un’esistenza terrena: e resta il
canto di questa esperienza in sé indicibile […].” |
Tuttavia
All’otta mai che pure segue e adotta la stessa “lingua” e
simili modalità espressive, non è una replica ricalcata
sull’esperienza precedente.
Stavolta Lucia, cosciente che l’uso del dialetto sia da considerarsi
anche sotto un aspetto prettamente linguistico, di norma lasciato ad
antropologi e storici, ha voluto offrirci di più, si è lasciata
prendere la mano da qualcos’altro. Infatti così inizia la sua
introduzione:
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“Dopo
Dietro i vetri, mio primo testo di poesie in dialetto, nato
dalla pienezza del cuore senza porsi troppe domande sull’aspetto
storico-culturale delle radici linguistiche badenghe, in All’otta
mai, mi sono lasciata prendere dal gusto della ricerca
semantico-etimologica. […]. |
Seguono, tracciate in breve, le ricerche e le scoperte effettuate
sul linguaggio di questo paese dell’Amiata un po’ isolato, sulle
diverse influenze (etrusche, latine, umbre, francesi, senesi, còrse,
longobarde) che, nel corso del tempo, ne hanno segnato il periodo
storico, le tradizioni, il modo di esprimersi, il suo ruotare, nei
periodi più sfolgoranti, attorno a quel riferimento, “punto luce”
come lo chiama Lucia, che era l’Abbazia. Il Monastero fu chiuso nel
1771 per ordine del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo e molti dei
beni che vi erano custoditi, tra cui il famoso Codex Amiatinus (la
Bibbia trascritta dai monaci in latino nello stesso periodo di
quella di San Girolamo), andarono dispersi o finirono in musei
fiorentini. Ma non solo i beni materiali si disperdono con il tempo
e con gli eventi… A partire soprattutto dal secolo scorso, a causa
del rapido diffondersi di alcuni mezzi di locomozione,
dell’intervento dei mass-media, in progressiva, inarrestabile
crescita e di una massiccia infiltrazione di immigrati, il dialetto
ancora oggi parlato dai più anziani abitanti del luogo, è a rischio
scomparsa. Molte sono le espressioni che la generazione più giovane
non usa più. Tra queste il pittoresco Allotta mai, che dà il titolo
al libro e, speriamo, ne conservi poeticamente anche la memoria.
Lucia però non si è fermata qui. A coronamento del suo lavoro ha
posto in appendice, alcune pagine tratte Dalla Poesia dialettale del
1900, a firma di Luigi De Bellis.
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“Una
poesia in dialetto è per definizione possibile solo quando
esiste una lingua nazionale comune, rispetto alla quale, per
ragioni diverse che variano da caso a caso, essa tende a
distinguersi. La storia linguistica italiana è assai
peculiare sotto questo aspetto: […]” |
Non c’è naturalmente l’intenzione di ripercorrere tutta la storia
della poesia in dialetto, ma, attraverso alcuni cenni retrospettivi,
vengono illuminati i punti fondamentali della storia dei nostri
dialetti, della lenta, spesso contrastata nascita della lingua
nazionale e si rilevano le motivazioni per cui alcuni autori del
novecento hanno scelto di esprimersi con questo particolare registro
linguistico: Salvatore Di Giacomo (Napoli), Tessa, Noventa (questi
ultimi due, significativamente inseriti in un contesto di
opposizione al regime fascista), Biagio Marin (No’ gh’è lengua che
valga el dialeto /che una mare nascendo ne insegna), e non ci
dimentichiamo di Pasolini (Poesie a Casarsa o i versi: Sono infiniti
i dialetti, i gerghi,/ le pronunce, perché è infinita/ la forma
della vita, non bisogna tacerli, bisogna possederli; e tuttavia
ammoniva: “Il dialetto è sottostoria”…), di Franco Loi con la sua
produzione dialettale venata di sperimentalismo o di Zanzotto, anche
se limitatamente ad alcuni testi.
Infatti, seppure in Italia (e, forse, in un non troppo lontano
futuro, lo sarà per l’Europa) sia stata necessaria l’unificazione
linguistica, i dialetti restano la più interessante testimonianza
della sua storia multicolore e, sul piano della letteratura e della
poesia, quelli al quale Lucia si è rivolta, essendo i linguaggi del
cuore, sono i mezzi più spontanei per comunicare e costituiscono
un’inesauribile riserva di vita linguistica; nelle voci rielaborate
da letteratura e poesia la loro forza espressiva, còlta dal vivo, si
amplifica, si tinge di colori insostituibili.
Certo occorre rilevare che un tempo erano i dialetti a suggerire
molte espressioni nuove ed ogni regione contribuiva a prestare
neologismi all’italiano. Per fare un esempio, solo dal Veneto ci
sono pervenute ciao ed un sacco di parole che hanno attinenza con la
vita del mare, come pontile, regata, traghetto,
scampi o giocattoli
(che rimpiazza il toscano balocchi).
Oggi i dialetti hanno un apporto nettamente inferiore rispetto alle
lingue straniere, l’angloamericano in particolare. Ma anche la
Francia (nel Settecento e Ottocento) e la Spagna (dominazione
spagnola) hanno abbondantemente contribuito ad arricchire la nostra
bella lingua.
Qui il discorso, però, comincia a cambiare. Sta scivolando verso
l’avventuroso viaggio che l’italiano ha percorso per diventare tale
e per imporsi come lingua di comunicazione nazionale. Personalmente
ritengo sia stata una bella conquista e considero una ricchezza ogni
apporto esterno a lei pervenuto, incluse - perché no, non sempre c’è
logicità nell’affermarsi di una lingua - certe forme ritenute
erronee (fanno ancora arricciare il naso a qualche purista…) e che,
invece, per il grande uso, si sono poi imposte alle altre.
D’altra parte se non si può fare una distinzione netta tra lingua e
dialetto (tutti i dialetti, infatti, sono lingue) si dovrà dire
lingua quel dialetto che, a un certo punto, si è imposto sugli
altri. Un linguista lèttone del Novecento, Max Weinreich, sosteneva
che “Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”.
Se si pensa alla nostra storia linguistica, il toscano si è
identificato ad un certo punto con l’italiano non solo perché la
parlata fiorentina meno delle altre si era discostata dal latino e,
comunque, si era evoluta in maniera più lineare ed omogenea, ma
soprattutto grazie agli scritti di Dante Alighieri, Francesco
Petrarca, Giovanni Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini che dettero
al loro “dialetto” dignità letteraria, l’oralità fatta scrittura.
Una lingua diffonde il proprio lessico quando si presenta con un
prestigio particolare, una cultura solida, un dominio su arti e
scienze. Una questione di indiscussa autorevolezza. Fortunatamente,
il dialetto, oggi, in Toscana, è un elemento ancora vitale (basti
pensare al cinema, ai vari Benigni, Pieraccioni, ecc.).
L’importanza delle radici di una lingua è enorme e indispensabile
per la sua vitalità e la scuola dovrebbe provvedere a trattare ogni
dialetto con la dovuta considerazione, anche se non è
ragionevolmente né “storicamente” pensabile di poterlo utilizzare,
come alcuni caldeggerebbero (avrebbe senso scrivere una tesi di
laurea in lingua sarda? O fare assurgere il ladino di certe valli
alpine a lingua nazionale?)
Non voglio però inoltrarmi in terreni linguistici insidiosi e ancora
ampiamente dibattuti. Mi piacerebbe, però, concludere con la poesia
di Lucia “Erono” che, simpaticamente, ci offre una riflessione in
più sull’argomento: “ Emozionata, co’ le mani ghiacce,/ guardavo la
maestra/ corregge/ i primi pensierini./ Co’ la penna rossa/ aizzata
ne’ l’ quadernu/ leggeva/ senza appoggialla tra i righi.// “ Nun ho
fattu mancu ‘nu sbagliu” pensai./ E tremai anche di più.// Ecco che
la bella manu/ si fermò un secundu e/ mise una zampetta ad una ‘o’./
“Erano Lucia, no Erono”/ rise co’ i’ visu doicce/ di chi capiva,
perché sapeva i’ dialettu.//”Erano, se lu dice lei, pensai./ Ma come
bisogna movela la bocca/ pe’ parla’ itajanu?”
© Annalisa Macchia
Annalisa Macchia, da "La
luna di Cézanne" (poesie)
Annalisa Macchia:
"Manto di
vita" di Pietro Pancamo
Annalisa Macchia,
"Per
mano" di Lucia Visconti
Annalisa Macchia,
"La mano e
la prua" di Innocenza Scerrotta Samá |