Franco Santamaria,poesia,narrativa,pittura,culturapoesia narrativa pittura arte
   

 

 

Opere
Hanno detto di
Franco Santamaria
Biografia
Biographie 
SALA DEGLI OSPITI
Poesia
Narrativa
Arte
Critica-Sagg.
Citazioni

Eventi Culturali Naz.
Concorsi Letter./Art.
Link Culturali

SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / ANNA BRUNO


"Lungo le strade del tempo" di Giuseppe Bianco

“Questo libro può essere un’occasione da non perdere” mi dico quando ne trattengo uno tra le mani, indecisa nel risolvermi alla lettura. Sarò fortunata, ma il più delle volte le mie aspettative vengono soddisfatte, fosse anche per una sola opportunità di riflessione. E non è cosa da poco!
“Lungo la strada del tempo” mi è pervenuto per posta, un pacchetto da “aprire” con la disponibilità che merita un dono.
A mio parere, l’immagine di copertina, come il contenuto del libro, riflette la personalità dello scrittore e lancia un primo messaggio al potenziale lettore: un uomo, di colore, in piedi e di spalle, con in primo piano le mani poste dietro la schiena, un uomo dagli abiti dimessi, in attesa. Cosa aspetta? Verso cosa guarda?
Le risposte le ho trovate nel libro, formulate spesso in modo palese, altre volte le ho cercate tra le righe, qualche volta le ho immaginate, proprio come lo scrittore voleva che facessi perché è giusto che ognuno legga con i suoi occhi, intenda a seconda del suo modo di discernere e concluda nel modo più appagante possibile.
È una raccolta di racconti che in nove momenti diversi ci introduce a storie di vita reale e ci permette di apprezzare l’arte narrativa dello scrittore che, come giustamen-te viene sostenuto nella prefazione, tratta problematiche attuali senza pretendere di dare una soluzione.
Ci troviamo catapultati fin dall’inizio tra le parole che Giuseppe Bianco definisce “fotografie di sentimenti” perché come istantanee racchiudono le “espressioni facciali dell’anima”.
”Le parole per te” è dedicato al primo amore, quello che è giusto ci sia, come primo passo per imparare a camminare, prima pietra per imparare a costruire.
Inizia con un ricordo, per quella necessità a cui non ci si può sottrarre e che rappresenta il passato personale in cui affonda le radici il nostro presente, quello per cui siamo diventati quel che siamo.
E il tema del ricordo ritorna nel racconto “A spasso tra le nuvole” dove è la figura paterna a tenere banco, presente più che mai nella sua assenza, sempre lì pronta a guidare con l’esempio il figlio nelle scelte quotidiane, ma soprattutto ad alimentare il suo pensiero perché ricerchi le risposte alle tante domande che la vita pone.
E scopriamo che la filosofia dell’uomo non necessita di trattati incomprensibili da addetti ai lavori: basta rapportarsi alla saggezza dei padri, indagare in essa, coglier-ne l’intima energia, farsene portavoce perché si rafforzi l’essenza dell’uomo.
“La vita è dura, ma passa, se ne va…” è la formula che permette di affrontare qual-siasi evento, stringendo i denti quando occorre, nell’attesa che si riescano a supe-rare le difficoltà.
È un soliloquio intenso che si snoda attraverso considerazioni e riflessioni profon-de, indagatrici dell’animo umano che riserva cattive sorprese in tema di amicizia e fiducia negli altri. Per quel “seme che hai lasciato in me” lo scrittore giunge ad una conclusione fattiva che può essere di supporto al comportamento dell’uomo: cambierà, se cambierò, laddove è l’ogni singolo individuo a dover cambiare se vuole veramente che il rapporto interpersonale cambi e con esso l’intero modo di vivere, perché ci sia comunione di intenti.
Ed è qui che ho rilevato con piacere che l’Autore non fa parte della nutrita schiera di filosofi che si limita ad interpretare il mondo, ma ha ben compreso che c’è bisogno di operare trasformazioni rimboccandosi le maniche in prima persona.
La vita è dura, ma passa, se ne va, dicevo ripetendo le parole dell’autore, proprio come l’acqua di un fiume che scorre portando via tutto.
E ci viene incontro “Il valzer delle ore perdute”, racconto in cui il tempo si propone attraverso le parole del protagonista che nulla ha inteso del suo valore e si trastulla fumando, bevendo e giocando a carte. “Aspetto che le ore passino, se c’è un futuro, passerà di qua” .
Ma il lavorio interiore prodotto dall’insoddisfazione di una vita in sfacelo è in agguato ed una sbronza innesca il meccanismo di una ricerca che non può più at-tendere. Ed il protagonista prende coscienza della sua imbecillità adombrata nell’ uomo che sosta sulla riva del fiume e vi lascia cadere le sue ore, quelle che portano via tutto ciò che sarebbe potuto essere e non sarà.
“Le ore sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le ore” sosteneva Rabelais, e per colui che non sa servirsene, il tempo trascorso fa stazionare i rimorsi come boe in un vuoto esistenziale che spaventa e annienta. Le immagini danzano, balzano e rim-balzano sulle note descrittive che l’autore gestisce con maestria, tanto che l’imma-gine logora del fiume si spoglia di tutta la sua banalità per acquisire una caratte-ristica peculiare in un contesto di grande effetto.
E poi c’è l’ “Ieri” che non è soltanto un giorno andato, “è una stanza abbandonata in una grande casa, dove… hai accumulato tutte quelle cose che al momento non ti servivano, ma all’occasione sai che sono lì…”
“Il tempo resta un egoista”, incurante di quanto avviene al suo passaggio ed allora ecco che bisognerebbe vivere prestando attenzione a che il presente non diventi un ieri vissuto male.
E con il tempo ha molto da spartire anche Mario “Il nomade dei ricordi”, Mario che nel passato si rifugia per sottrarsi“ al ritmo blando della macchina che lo dà a campare” e girovaga tra i sogni che ha dovuto mettere da parte nel suo viaggio alla conquista di un lavoro. “Un lavoro è un lavoro e basta, serve per vivere”. E il blues, la chitarra, la celebrità? È rimasto tutto dall’altra parte del muro che divideva Mario dalla realtà ed egli diventa un uomo macchina, un uomo rumore, fino all’aliena-zione.
“Un lavoro serve per campare, non per appagare e dare soddisfazioni“ è la conclusione a cui giunge anche Achille che sperava di sottrarsi a questa regola, ma non c’è riuscito. Sa che “l’uomo, con gli anni diventa il lavoro che fa, è soprattutto per questo che il lavoro deve piacere”; non lontano da quanto sosteneva Conrad: “Nel lavoro c’è la possibilità di trovare sé stessi”.
Ai nostri protagonisti, purtroppo, del lavoro è dato conoscere solo l’aspetto più de-leterio ed obbrobrioso: quello prestato solo per necessità, quello che, secondo Freud, è causa dei problemi sociali più difficili da risolvere.
Per Giovanni, invece, il lavoro era tutto e vive con indifferenza e distacco la realtà da quando l’ hanno buttato giù dall’altezza delle sue ambizioni e, nel momento in cui ha perso il senso della vita, ha preso a vagare senza sapere se cercare o scap-pare. Giovanni si risolve a percorrere “Grandi strade vuote e vicoli inesplorati” per stemperare il suo malessere e comprende che rinunciando a sé stessi non si arriva da nessuna parte, che “bisogna trovare il coraggio di rischiare, di vivere oltre la mediocrità, oltre le frasi fatte, oltre le azioni da compiere per forza, oltre le parole dette con uno spirito di facciata. ”Ma di tempo ne è ha impiegato troppo, in giro, a tentare di capire: è condannato a dissolversi, come nebbia che dirada, senza lasciare traccia.
Un tempo era semplice districarsi tra le strade per quant’erano lineari; oggi, invece, ci sono garbugli di strade che confondono, al pari della molteplicità di proposte – richieste che ci bombardano, distolgono e coinvolgono.
La realtà finisce addirittura con il travolgere Ludovico, il personaggio di “un vecchio blues”, che va in città ogni giorno, sotto gli occhi invidiosi di chi lo conosce.
La metafora dell’evasione s’adombra ammaliante, ma giusto il tempo di un sogno e Ludovico ritorna sconfitto in un mondo che non è altro che un vecchio blues, un vecchio ritornello che tante voci ripetono in coro…
In “Ciao Napoli” gli anni ottanta rumoreggiano, con gli amici sempre pronti alle avventure, agli spostamenti, a dare il meglio di sé in ogni situazione, nel tipico e disinvolto modo che si ha da giovani di rapportarsi alla vita, alle donne, di pren-dere anche le più avventate delle decisioni.
Papele, Gino e Geppo vanno in giro per l’Italia, sicuri del viaggio anche se indecisi sulla destinazione, con i caratteri che scaturiscono prepotenti dalle brevi battute e ti fanno sentire parte della comitiva, fino al saluto finale, con lo sguardo che cerca qualcuno…
“Il mondo è fatto per finire in un bel libro” sosteneva il poeta francese Mallarmè, con l’autore che ti prende sottobraccio per una ideale passeggiata insieme, tra i suoi interrogativi, in cerca di risposte, vorrei aggiungere.
Ed è piacevole andare in giro con il nostro Autore, tra le tematiche che si incrociano e le stupende immagini che si susseguono cariche di reconditi significati, sotto i flash retrospettivi che scandiscono in modo incisivo il percorso della narrazione intercalato da un presente che lampeggia e si spegne… appena un momento…
Ed il pensiero torna all’immagine dell’uomo in copertina: cosa aspetta? cosa guarda? Io credo di averlo capito.Vi aspetto per un confronto, quando anche voi avrete letto “Lungo la strada del tempo” …senza esservi persi!

© Anna Bruno

 

"Lungo le strade del tempo" di Giuseppe Bianco

 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.