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“Questo libro
può essere un’occasione da non perdere” mi dico quando ne trattengo
uno tra le mani, indecisa nel risolvermi alla lettura. Sarò
fortunata, ma il più delle volte le mie aspettative vengono
soddisfatte, fosse anche per una sola opportunità di riflessione. E
non è cosa da poco!
“Lungo la strada del tempo” mi è pervenuto per posta, un pacchetto
da “aprire” con la disponibilità che merita un dono.
A mio parere, l’immagine di copertina, come il contenuto del libro,
riflette la personalità dello scrittore e lancia un primo messaggio
al potenziale lettore: un uomo, di colore, in piedi e di spalle, con
in primo piano le mani poste dietro la schiena, un uomo dagli abiti
dimessi, in attesa. Cosa aspetta? Verso cosa guarda?
Le risposte le ho trovate nel libro, formulate spesso in modo
palese, altre volte le ho cercate tra le righe, qualche volta le ho
immaginate, proprio come lo scrittore voleva che facessi perché è
giusto che ognuno legga con i suoi occhi, intenda a seconda del suo
modo di discernere e concluda nel modo più appagante possibile.
È una raccolta di racconti che in nove momenti diversi ci introduce
a storie di vita reale e ci permette di apprezzare l’arte narrativa
dello scrittore che, come giustamen-te viene sostenuto nella
prefazione, tratta problematiche attuali senza pretendere di dare
una soluzione.
Ci troviamo catapultati fin dall’inizio tra le parole che Giuseppe
Bianco definisce “fotografie di sentimenti” perché come istantanee
racchiudono le “espressioni facciali dell’anima”.
”Le parole per te” è dedicato al primo amore, quello che è giusto ci
sia, come primo passo per imparare a camminare, prima pietra per
imparare a costruire.
Inizia con un ricordo, per quella necessità a cui non ci si può
sottrarre e che rappresenta il passato personale in cui affonda le
radici il nostro presente, quello per cui siamo diventati quel che
siamo.
E il tema del ricordo ritorna nel racconto “A spasso tra le nuvole”
dove è la figura paterna a tenere banco, presente più che mai nella
sua assenza, sempre lì pronta a guidare con l’esempio il figlio
nelle scelte quotidiane, ma soprattutto ad alimentare il suo
pensiero perché ricerchi le risposte alle tante domande che la vita
pone.
E scopriamo che la filosofia dell’uomo non necessita di trattati
incomprensibili da addetti ai lavori: basta rapportarsi alla
saggezza dei padri, indagare in essa, coglier-ne l’intima energia,
farsene portavoce perché si rafforzi l’essenza dell’uomo.
“La vita è dura, ma passa, se ne va…” è la formula che permette di
affrontare qual-siasi evento, stringendo i denti quando occorre,
nell’attesa che si riescano a supe-rare le difficoltà.
È un soliloquio intenso che si snoda attraverso considerazioni e
riflessioni profon-de, indagatrici dell’animo umano che riserva
cattive sorprese in tema di amicizia e fiducia negli altri. Per quel
“seme che hai lasciato in me” lo scrittore giunge ad una conclusione
fattiva che può essere di supporto al comportamento dell’uomo:
cambierà, se cambierò, laddove è l’ogni singolo individuo a dover
cambiare se vuole veramente che il rapporto interpersonale cambi e
con esso l’intero modo di vivere, perché ci sia comunione di
intenti.
Ed è qui che ho rilevato con piacere che l’Autore non fa parte della
nutrita schiera di filosofi che si limita ad interpretare il mondo,
ma ha ben compreso che c’è bisogno di operare trasformazioni
rimboccandosi le maniche in prima persona.
La vita è dura, ma passa, se ne va, dicevo ripetendo le parole
dell’autore, proprio come l’acqua di un fiume che scorre portando
via tutto.
E ci viene incontro “Il valzer delle ore perdute”, racconto in cui
il tempo si propone attraverso le parole del protagonista che nulla
ha inteso del suo valore e si trastulla fumando, bevendo e giocando
a carte. “Aspetto che le ore passino, se c’è un futuro, passerà di
qua” .
Ma il lavorio interiore prodotto dall’insoddisfazione di una vita in
sfacelo è in agguato ed una sbronza innesca il meccanismo di una
ricerca che non può più at-tendere. Ed il protagonista prende
coscienza della sua imbecillità adombrata nell’ uomo che sosta sulla
riva del fiume e vi lascia cadere le sue ore, quelle che portano via
tutto ciò che sarebbe potuto essere e non sarà.
“Le ore sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le ore” sosteneva
Rabelais, e per colui che non sa servirsene, il tempo trascorso fa
stazionare i rimorsi come boe in un vuoto esistenziale che spaventa
e annienta. Le immagini danzano, balzano e rim-balzano sulle note
descrittive che l’autore gestisce con maestria, tanto che
l’imma-gine logora del fiume si spoglia di tutta la sua banalità per
acquisire una caratte-ristica peculiare in un contesto di grande
effetto.
E poi c’è l’ “Ieri” che non è soltanto un giorno andato, “è una
stanza abbandonata in una grande casa, dove… hai accumulato tutte
quelle cose che al momento non ti servivano, ma all’occasione sai
che sono lì…”
“Il tempo resta un egoista”, incurante di quanto avviene al suo
passaggio ed allora ecco che bisognerebbe vivere prestando
attenzione a che il presente non diventi un ieri vissuto male.
E con il tempo ha molto da spartire anche Mario “Il nomade dei
ricordi”, Mario che nel passato si rifugia per sottrarsi“ al ritmo
blando della macchina che lo dà a campare” e girovaga tra i sogni
che ha dovuto mettere da parte nel suo viaggio alla conquista di un
lavoro. “Un lavoro è un lavoro e basta, serve per vivere”. E il
blues, la chitarra, la celebrità? È rimasto tutto dall’altra parte
del muro che divideva Mario dalla realtà ed egli diventa un uomo
macchina, un uomo rumore, fino all’aliena-zione.
“Un lavoro serve per campare, non per appagare e dare soddisfazioni“
è la conclusione a cui giunge anche Achille che sperava di sottrarsi
a questa regola, ma non c’è riuscito. Sa che “l’uomo, con gli anni
diventa il lavoro che fa, è soprattutto per questo che il lavoro
deve piacere”; non lontano da quanto sosteneva Conrad: “Nel lavoro
c’è la possibilità di trovare sé stessi”.
Ai nostri protagonisti, purtroppo, del lavoro è dato conoscere solo
l’aspetto più de-leterio ed obbrobrioso: quello prestato solo per
necessità, quello che, secondo Freud, è causa dei problemi sociali
più difficili da risolvere.
Per Giovanni, invece, il lavoro era tutto e vive con indifferenza e
distacco la realtà da quando l’ hanno buttato giù dall’altezza delle
sue ambizioni e, nel momento in cui ha perso il senso della vita, ha
preso a vagare senza sapere se cercare o scap-pare. Giovanni si
risolve a percorrere “Grandi strade vuote e vicoli inesplorati” per
stemperare il suo malessere e comprende che rinunciando a sé stessi
non si arriva da nessuna parte, che “bisogna trovare il coraggio di
rischiare, di vivere oltre la mediocrità, oltre le frasi fatte,
oltre le azioni da compiere per forza, oltre le parole dette con uno
spirito di facciata. ”Ma di tempo ne è ha impiegato troppo, in giro,
a tentare di capire: è condannato a dissolversi, come nebbia che
dirada, senza lasciare traccia.
Un tempo era semplice districarsi tra le strade per quant’erano
lineari; oggi, invece, ci sono garbugli di strade che confondono, al
pari della molteplicità di proposte – richieste che ci bombardano,
distolgono e coinvolgono.
La realtà finisce addirittura con il travolgere Ludovico, il
personaggio di “un vecchio blues”, che va in città ogni giorno,
sotto gli occhi invidiosi di chi lo conosce.
La metafora dell’evasione s’adombra ammaliante, ma giusto il tempo
di un sogno e Ludovico ritorna sconfitto in un mondo che non è altro
che un vecchio blues, un vecchio ritornello che tante voci ripetono
in coro…
In “Ciao Napoli” gli anni ottanta rumoreggiano, con gli amici sempre
pronti alle avventure, agli spostamenti, a dare il meglio di sé in
ogni situazione, nel tipico e disinvolto modo che si ha da giovani
di rapportarsi alla vita, alle donne, di pren-dere anche le più
avventate delle decisioni.
Papele, Gino e Geppo vanno in giro per l’Italia, sicuri del viaggio
anche se indecisi sulla destinazione, con i caratteri che
scaturiscono prepotenti dalle brevi battute e ti fanno sentire parte
della comitiva, fino al saluto finale, con lo sguardo che cerca
qualcuno…
“Il mondo è fatto per finire in un bel libro” sosteneva il poeta
francese Mallarmè, con l’autore che ti prende sottobraccio per una
ideale passeggiata insieme, tra i suoi interrogativi, in cerca di
risposte, vorrei aggiungere.
Ed è piacevole andare in giro con il nostro Autore, tra le tematiche
che si incrociano e le stupende immagini che si susseguono cariche
di reconditi significati, sotto i flash retrospettivi che
scandiscono in modo incisivo il percorso della narrazione
intercalato da un presente che lampeggia e si spegne… appena un
momento…
Ed il pensiero torna all’immagine dell’uomo in copertina: cosa
aspetta? cosa guarda? Io credo di averlo capito.Vi aspetto per un
confronto, quando anche voi avrete letto “Lungo la strada del tempo”
…senza esservi persi!
© Anna Bruno
"Lungo le strade del tempo" di
Giuseppe Bianco
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