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Alfredo Rienzi, poeta, critico / poesia, critica

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / ALFREDO RIENZI


L’affollato niente di Luigi Di Ruscio: tracce autobiografiche ed autoreferenziali per la lettura de L’ultima raccolta (I lapsus sono tutti dovuti).

 

Càpita raramente di incontrare un’opera di poesia (la classificazione di genere è di comodo) che dica di sè così compiutamente da rendere arduo aggiungere commenti ed osservazioni che già non siano tratteggiati o sviluppati in essa. Per quanto arduo e difficile, il tentativo può non essere superfluo, se si considera l’infelice primato che la poesia, forse unica tra le arti, detiene: quello di schierare più fautori che pubblico. Ritengo, quindi, che uno spettatore-lettore, per quanto poco sia in grado di dire, possa assolvere, quantomento all’atto fondamentale di dare testimonianza, conscio che “un lettore sarà difficile trovarlo in qualsiasi tempo” (CXXXIII1 ).

È passato più di mezzo secolo da quando Franco Fortini, nella prefazione all’opera prima di Luigi Di Ruscio, Non possiamo abituarci a morire 2, scriveva “penso che questi versi di un giovane operaio meritino essere letti e meditati”, rintracciando in tale opera “biografia individuale, biografia del gruppo, ritratti di gente [...] E amare sentenze”. Ed è passato quasi un trentennio da quando la fondamentale antologia Poesie e realtà ’45-’753, collocava i testi del primo Di Ruscio a fianco di quelli di Rocco Scotellaro e quelli di Le streghe s’arrotano le dentiere4, seconda raccolta del poeta, già emigrato in Norvegia, prefatta da Quasimodo, in adiacenza a poeti come Fortini, Pagliarani, Majorino, che hanno rivestito un ruolo rilevante nella poesia del secondo Novecento. Di Ruscio, per contro, forse è stato un po’ dimenticato: ma da “gli ultimi confini del mondo” (CXVII) e dal margine tra memoria e oblio da parte del mondo letterario contemporaneo, ha continuato la sua opera (“pubblico una raccolta ogni dieci anni...”) con vigore impareggiabile, tra incoercibile (auto)ironia (“i poeti italiani per solito invecchiano male, una stupefacente prima opera e poi inizia subito la decadenza” – CCLXXXVIII) ed inventiva mai esaurita. Tant’è che questa L’ultima raccolta, edita nel 2002, rischia (e si spera) che ultima non lo sia. Anzi, è già certezza che non si tratti del suo ultimo lavoro, avendo pubblicato successivamente altre opere di poesia5 e narrativa6.

Come si è accennato, definire questo lavoro come una raccolta di poesie, è una classifcazione di comodo: si tratta in realtà di una serie di componimenti di versi e di prose alternate variamente, “testi a regime onirico-sentenzioso, assai suggestivi per la discontinuità del discorso, spesso con salti da verso a verso” (dalla prefazione di Franceso Leonetti), numerati dal CXIV al CCCXVIII, a ricollegarsi e proseguire le precedenti due raccolte, in un tutto-unico di ampio respiro. Nello stesso testo prosastico si scivola frequentemente verso chiusure in versi, a volte semplici accapo nel flusso verbale; come irride l’autore: “Mi dissero anche che nella prosa sottoscritta c'è molta poesia e nelle poesie moltissima prosa facendo una confusione della madonna sui generi letterari” (CXIX).

Si potrebbe ritenere sconveniente che la poesia racconti troppo se stessa, che si sveli, si denudi o, piuttosto, considerare che l’autoreferenzialità possa essere l’approdo dell’inaridimento del proprio sentire la complessità del mondo, del restringimento dello sguardo nel proprio campicello. Nessuna di queste ipotesi riguarda l’autore e l’opera in questione. Autore che ha dimostrato da sempre di non curarsi troppo della presunta “convenienza” poetica (“la poesia deve essere [...] una irrisione ai linguaggi spudorati dei padroni del mondo” CCCIII), ed opera che, anche se ingloba storia, cronaca, quasi-diari-di-bordo della scialuppa poetica individuale, guarda voracemente e vorticosamente in plurime altre direzioni, con atto di autentica onnifagia: “infuria su tutto una bestiale inchiesta sul mondo” (CCC).
Soffermarsi sugli aspetti autobiografici ed autoreferenziali della raccolta vuole solo essere un percorso di lettura e riflessione tra i tanti che il testo, particolarmente ricco in tal senso, offre: più che un vero e proprio saggio critico o nota di lettura, queste righe potrebbero perfettamente sussistere con una semplice azione di selezione e riaccorpamento di alcuni ingredienti tematici sparsi nel vasto e torrentizio materiale depositato da Di Ruscio.
Molteplici sono infatti le occasioni di analisi e approfondimento che derivano, con stile personalissimo, da questa arborescenza letteraria, aggettante le radici nei decenni canonici del neorealismo e proiettante i fitti rami nel caos della quotidiana contemporaneità, con tutti i suoi attori e le sue recite, deformate tra dramma ed ironia. Dice Di Ruscio, con lucida coscienza: “Sprofondare nelle contraddizioni, la poesia per la rivoluzione italiana però la poesia presuppone anche l'estraniazione, il gioco, quindi il disimpegno” (CXXVIII). Rappresentazione della realtà e dell’assurdo, del sensibile e dell’incognito, dove in fotogrammi si proiettano Hitler (plurinominato) e i naziskin, lavavetri e terroni, palestinesi, Milosevic, la NATO ed i sovietici a Berlino, malati di AIDS e ragazze madri, le BR e Mussolini, Internet e Raiuno, i satanisti ed i gattolici, papa Giovanni, Giovanni Agnelli e Andreotto, Berlusco e Bossi ed il cardinal martino, (i lapsus sono tutti dovuti, ricordate?), i rivoluzionari, i reazionari e i comunisti, la Digos e i carabinieri dei Nass, la SIP e l’Alitalia, etc. E l’orrida cronaca quotidiana di omicidi, suicidi, infanticidi.
E molteplici sarebbero anche le osservazioni stimolate da diversi interessanti aspetti sulla formali e stilistici, che costituiscono, anche da soli, vera cifra distintiva. Oltre a muoversi nel territorio ibridato tra poesia e prosa (una prosa forse anche poetica, ma spesso logorroica e frammentaria, accumulativa e spiazzante, più monologo teatrale, occhiello stralunato di pagina quotidiana che prosa poetica campaniana), L’ultima raccolta intriga per gli scarti sintattici, per i rimbalzi tra lirismo ed iperrealismo linguistico e figurativo, per l’uso del parlato, anche distorto (“scivola tra i diti” – CCXXV; con la gustosa chiosa: “eccolo il correttore ortografico con tutto il suo cretinismo che mi corregge persino i diti” – CCCXV), che attinge a lapsus ironizzanti, double-sense e anagrammatici ed a sequele assonantiche e allitterative. O ancora per l’uso acido di secche metafore attraverso un bestiario antropizzato (“gatti”, “coccodrilli”, “scarafaggi”, “ratti”, “api”, “porci”, “piattole”, “pipistrelli”).

Vi è quindi una pletora, una ridondanza di flussi verbali (e concettuali) materici e spermatici, iconoclasti e blasfemi, autobiografici e cronicistici eppure lirici e visionari, verbosi ed icastici, sconclusionati e gnomico-sapienziali, ironici eppure epicamente tragici. È chiarificatrice la prefazione di Leonetti quando afferma: “si cerca invano la coerenza propriamente formale di un singolo testo: essa è nel tutto con timbro unico. Né c’è singolarmente la coerenza semantica: ce n’è una tematica, che dà ammirazione, e, letterariamente, ‘scepsi’”.

Traccia autobiografica e trama autoreferenziale, dunque, tra le tante possibili, per lasciare parlare direttamente l’autore che assomma, valenza a valenza, genere a genere: non solo prosa e poesia e derive da monologo teatrale ma anche ineludibile saggio critico, di rara autenticità, sulla poesia in generale e su quella del “sottoscritto”.

Una (poco) canonica “nota autobiografica”.

Partiamo da una (poco) canonica “nota autobiografica”, ricostruita, appunto, con vari tasselli de L’ultima raccolta: “un sottoscritto nato nel gennaio del 1930 a Fermo, emigrato in Norvegia nel maggio del 1957 dove ha lavorato come operaio sino al pensionamento in una fabbrica metallurgica. Sposa Mary Margaret Sandberg nel 1961 che procrea quattro figli senza accorgersi di niente e per l'ultimo figlio fu necessario uno scopare continuo. Ha pubblicato ogni dieci anni una raccolta di poesie e alla fine un romanzo, non compratelo! Se volete leggere le mie scritture andate in biblioteca, fate le fotocopie, rubatelo, è stato pubblicato in ben tre edizioni , di cui non ha ricevuto neppure una lira forse per meglio specificare che questa è esclusiva attività dello spirito e non deve essere sporcata dalla mercede dei servi” (CXXXIII); “quando c'era l'egemonia sinistrica della poesia neorealistica nella realtà c'era solo la destra, le prime poesie furono eseguite con la macchina da scrivere ‘KAPPE’, piccolissima, la trasportavo ovunque” (CXCII); “le mie prime poesie erano la topografia di un vicolo, poi ci fu la topografia di tutto un paese, ora dovrebbe essermi davanti il mondo intero con tutto il suo strazio” (CXCV); "presi il vizio di scrivere, Montale dice che scrivere poesia è roba di disgraziati, basta per questo vizio un pezzetto di matita e un pezzo di carta qualsiasi” (CCXXXI); “mi presentavo con poesie certamente /non adatte all'esposizione pubblica” (CXXVII); “il sottoscritto non guadagnava una lira, ero arrivato ad avere anni 26, ero rivoluzionario e mi manteneva la povera mamma” (CXXVI); “E il tutto venne iscritto con una IBM che per poco non mi faceva scoppiare l'ernia trasportandola d’Ancona ad Oslo” (CXXIII); “alla fine degli anni sessanta una follia poetica mi riprese in pieno” (CXXVIII).
Se questi passaggi danno l’assaggio del tono autoironico e dissacratorio, pure con chiara e forte tensione etica, si legga questa esemplificativa nota pseudo-critica, dal brano CCXVIII che, per prevenire eventuali dubbi, è riportato fedelmente: “In tutta la mia carriera poetica venni chiamato in tantissime maniere: Mariano, annunziano, cacastorico, stupidone e cornuto in proprio, seguace di piffere, venditore ambulante di bufale, libertario e tividualista, amatore delle vetture e venture improprie, agognoso, materialista luddico, canoro e mezzo elettronico, antitrenitista e trinitato, erbolico e mezzo dilettale, pisciante in porpore [...] analfabeta pupollico [...] inventore della terza ondata però di tutte le avanguardie era l'avanguardia timida la più adatta al sottoscritto nonostante fossi anche triviale, rabbioso, appiattatore di pipere, negatore di divine trinità e quaternalista, monetarista supponente, preclaro e la società capitalista se ne frega della sintassi e della glottologia e venni ignorato da tutti quelli che mi precedettero...”

La “poesia quotidiana” tra necessità, angoscia e smascheramento

Il sottoscritto – l’invariante io poetico della pagina dirusciana, che assume valenze sia letterali –autobiografiche sia di categoria simbolico-universale - non usa infingimenti e accomodamenti: la difficoltà dell’essere e del fare il poeta, nella sua urgenza necessitante, nella sua angoscia, è uno dei nuclei tematici della raccolta ed è descritta apertis verbis, analizzata nelle sue molte cause, raccontata e commentata con crudezza ed acume.

I. L’atto poetico, “la poesia quotidiana” è, nei versi del poeta marchigiano, salvezza e dannazione, “sforzo dolcissimo” e inevitabile “angoscia” (“le poesie più felici sono state scritte nel massimo dell'angoscia”– CCLIX), non solo e non tanto per il conflittuale rapporto tra mondo e parola (“la poesia essendo una delle delle tante maniere di vedere il mondo/ una delle tante maniere per sopportarlo”- CXLV) e per la intrinseca tensione creativa, ma soprattutto per la condizione stessa dell’essere poeta, status di concreta medianità fisica e psichica, di nudità di fronte “al niente e all'ignoto”, all’orrore e all’errore, all’inspiegato ed al dubbio, “al male o al mare”:
“il sottoscritto per le sue poesie approssimate/ era stato proclamato un condannato/ alla disperazione e alla morte// nonostante gli sforzi atroci di una coscienza mobilissima/ gli occhi persistevano a vedere l'ossessione del tutto” (CCLII).
Si ha l’impressione che l’ipercezione del poeta, non potendo essere soffocata e schermata, debba essere proiettata, scaraventata sulla pagina, nella duplice funzione di denunciare l’inganno della condizione umana (e gli ingannatori) e di rendere sopportabile, condividendolo, il male percepito. L’autore, dietro l’ironia, la rudezza, il furore iconoclata e la prevalente posizione di contrarietà, rileva la sua essenza più tormentata e fragile:
“se non fossero esistite queste notti terribili/ non avrei potuto scrivere una riga// normalmente chi scrive poesia/ è più debole della media nazionale/ ha una vita difficile e sofferta/ più che un gigante veggente/ è il cardellino accecato nella gabbietta” (CXXII).
La resistenza e il riscatto, non possono ritenersi esaurite nella mera ottica della denuncia sociale e dell’impegno civile, pur fortemente presenti nell’opera e nella vita di Di Ruscio (“l’urlo può essere bello/ ma non ha nulla a che fare con l’arte”- CXXII) e la poesia assurge a rito di un sacrificio laico e liberatorio: “il sottoscritto crede che questa macchina da scrivere sia un tabernacolo/ la porta del santissimo si spalanca sotto una forsennata battitura” (CXIV); “scaraventare sulle pagine l'orrore.../ dare nomi battezzare le cose compiere i riti propiziatori” (CXXXII).
Ciò non stupisce se si considera il dato autenticamente più dolente, più penoso del “disperato scrivere [...] esercizio indispensabile/ all'integrità mentale” è che, nonostante la folla di situazione, personaggi, micro e macrotragedie, memorie e cronachette, ludus verbali, narrazioni, aforismi incastonati come pietre nel torrente delle parole, invettive e irrisioni, il poeta confessa, con parole di cristallo: “è il niente che mi è davanti che mi autorizza/ a scrivere del niente che mi è davanti” (CCXC). Un affollato niente, che solo la parola popola e riempie, “un morire e rinascere continuo”, una minima un’ontologia personale.

II. Se frequenti e multiformi sono le riflessioni sulla poesia e sul sottoscritto poetante, in un continuo ridefinire i complessi rapporti tra il sensibile ed il senziente (ben conscio che “la verità è quasi sempre successiva”), un altro punto fermo nella poetica di Di Ruscio, oltre quello della propria intima ed intrinseca necessità, sta nella dimensione etica della corrispondente necessità “dell’elencazione dei mali del mondo”, di “testimoniare gli spaventi che si scaraventano sopra di noi” (CXXX): “all'universo intero riferisco le malefatte degli umani/ incriminiamoli sino all'ultima carta” (CLXXIII). Beninteso, questo ruolo di voce ammonitrice, di indice accusatore, l’autore lo rivendica (o, magari, lo subisce) per sé, e non lo estende certo all’intera categoria dei “poeti”, verso i quali, per altro, vedremo che si configurano rapporti ispidi e critici: “non ce ne sarebbe stato un altro capace di scrivere tutto/ e tutta questa angoscia da scrivere” (CCXXVIII) in “un mondo di cui gli addetti dicono che non si può dire più niente però se il mondo non è più dicibile c’è il pericolo che la poesia riguardi solo i nostri mali privati e quindi il poetare diventi una lagna. Lagna da cui il sottoscritto è escluso essendo un malato pervaso da una invincibile salute immaginaria” (CXXXV); “per questa produzione dei versi è necessaria tutta l’irresponsabilità sottoscritta/ scopiazzatore dei versi incisi su gli orinatoi” (CXXI). Altri versi sulla propria poesia:
“...le speculazioni di uno/ che ha deciso di essere un poeta per puro dispetto/ la necessità di esporre tutte le pensate/ anche quelle più oscene// nonostante fosse completamente immerso/ nella serietà dell'esistenza/ non faceva che ridersela (CXCI).
Ed essendo, di fatto, avvenuto che ne L’ultima raccolta Di Ruscio abbia esposto un repertorio davvero considerevole di “pensate” e che molteplici sono gli oggetti delle sue attenzioni, non sempre lusinghiere (troppo semplice additare qui l’ecclesia, ma occorrerebbe un’analisi a parte), per restare nel tema di questo scritto, reperteremo alcuni versi che smascherano il difficile rapporto non solo, come visto, tra il poeta e la poesia, ma tra il poeta e lo stesso universo letterario.
III. La vicenda letteraria ed esistenziale di Di Ruscio lo ha portato ad essere o a sentirsi, in qualche modo, ai margini della poesia italiana contemporanea che pure, come abbiamo detto a monte, ha saputo notare agli esordi la cifra stilistica ed il valore particolare della poesia del “giovane operaio”, riconoscendogli, dapprima attenzioni e apprezzamenti ma poi, effettivamente, occupandosene meno. Probabilmente la frustrazione dell’essere inascoltato, per altro condizione e male (contemporaneo?) di tutta la poesia, poggia anche su dati ineludibili: è straordinaria la capacità che ha avuto l’autore di costruirsi, da autoditatta, partendo dalla licenza di quinta elementare, un profilo culturale ed intellettuale di primo piano ma, i ripetuti accenni alla situazione di “metallurgico” e i richiami alla sua scolarità (“come ti permetti mezzo analfa d’iscrivere la poesia nostra?) non possono non indicare un mai risolto disagio, rispetto all’enclave dei poeti laureati o, ancor più, del “critico bavoso”. La narrazione di questo controverso rapporto viaggia per lo più sui binari dell’ironia e della sentenza sarcastica e, per chi è “del mestiere” assume aspetti particolarmente gustosi:
“scrivono poesie come se fossero dei grandi uomini/ con le gambe terra e la testa nel profondo del cielo” (CXXII);
“per certi compilatori di antologie sarebbe meglio che io non esistessi, non sanno dove mettermi” (CCCII);
“fischiavo continuamente nel vano tentativo/ di far sapere a tutti che c'ero anch'io/ con tutti i miei versi che saranno decifrati solo/ dai complici della nostra congiura poetica/ dove s’include anche la poetessa matta” (CXXXVI);
“il lettore non dovrebbe essere necessario/ eppure sognavo l’encomio l’esposizione” (CXXXII);
“sognavo poesia invisibile per far dispetto e quelli della poesia visiva” (CCXII);
“E quel delinquente di editore borico mi fa firmare contratti continui e non pubblica niente e non mi restituisce i manoscritti e vedrai che se mi procuro un altro editore mi fa causa per rottura di contratto” (CCXXXIII);
“di tutte le centinaia di lettere scritte solo una su cento avrà la risposta” (CCCXV);
“volevo scrivere che ad ogni mio verso l'italiano si fa più schifoso// spuntano le mie poesie da tutte le parti/ sputano le mie poesie da tutte le parti/ sputano sulle mie poesie da tutte le parti” (CLXIII);
La poesia accentua i propri tratti autoreferenziali, che a questo punto, dovrebbe essere chiaro, servono essenzialmente da pretesto narrativo, sia citando tra i molti nomi di poeti contemporanei quelli più vicini all’autore (soprattutto Fortini, poi Quasimodo, De Signoribus, Tiziano Rossi, etc.) sia arrivando quasi ad essere diario di bordo:
“pensavo a questa all'ultima raccolta diventa sempre esagerata, versi lunghissimi ed enormi nonostante che al sottoscritto sia concesso di vedere il mondo della maniera più banale possibile [...]; il sottoscritto è giunto al punto di non esser più in grado di preveder il tempo che ho a disposizione per iscrivere [...] i versi di questo intricato caos” (CCLXXXIII); (“poesie scritte quarant’anni prima e quelle quaranta anni dopo/ il lettore è fortunato che leggerà il tutto nel giro di un'ora” (CCXXXVII).
Il sentimento di marginalità, di opposizione, è certamente accentuato dall’isolamento derivante dalla emigrazione in Norvegia. Tema ricorrente, anche questo, nella raccolta di Di Ruscio, ed anche questo affrontato con diverse tonalità, dalla semplice notazione circostanziale al commento amaro-ironico: “vivo completamente isolato, con la busta paga di metallurgico mantengo ancora una famiglia [...] Il mio unico lavoro intellettuale è la poesia” (CCCII); “Ora come poeta italico residente in Norvegia sono una curiosità definitiva in un Nord in preda a divinità terrificanti e disperate” (CXXVI); “accetta di vivere smetti d’iscrivere le cosiddette poesie/ prendi la cittadinanza norvegese/ e prima di una qualsiasi fine/ normalizzati!” (CCLXXIV).

La lettura del rapporto del poeta con l’atto percettivo e creativo, con il dovere morale della rappresentazione del mondo, specie del suo lato oscuro, fornisce coordinate di senso e di valore piuttosto precise della poetica dirusciana e le mordaci chiose dell’autore alla sua condizione di “esule” geografico e culturale dannno ulteriore misura del poeta e della sua ultima raccolta. Ma ciò sarebbe solo parziale e non renderebbe merito allo profondità speculativa ed allo spessore intellettuale Di Ruscio se non si scorgessero, sempre negli argini della ricerca sul materiale autoreferenziale, gli sviluppi e gli esiti di quella esplorazione del già citato “niente che [mi] è davanti”. Recisi dall’impostazione ideologica dell’autore i rami per le fughe trascendenti e le radici per i dogmatismi religiosi e fideistici, collocato tautologicamente al centro dei propri confini esperienziali “il sottoscritto”, l’autore giunge a riconoscere l’insufficienza dell’atto poetico nello svelamento di una realtà altra: “la tragedia della poesia e che deve essere uno smascheramento/ è deve adoperare questo linguaggio che è quasi sempre una maschera” (CLIV); “normalmente il tutto dovrebbe essere impenetrabile/ come fai di fronte a tutto questo nente a scrivere tanto” (CCC) Il limite della parola, quindi, di “una lingua capace solo di spargere semi di dubbi ovunque” (CCLIXII) rappresenta l’estremo limite dell’esplorazione umana, non oltre è possibile, per cui egli sancisce che “ogni pagina ogni sillaba basta/ davanti all'ignoto definitivo” (CCIL) e che “credo in queste poesie come segnali/ del regno di questa terra di tutte le terre” (CCXLII).
Se lascia dubitativamente, davanti al niente che avvolge l’uomo, una “speranza [...] ultima divinità rimasta tra gli uomini/ tutti gli altri si sono ritirati nell'Olimpo” (CCVIII), la certezza che sottolinea è che scrive “la poesia dell’eclissi/ di un continuo cadere” (CLXVII).
Osserva con mirabile precisione Mauro Caselli8: «l’espressività del vocabolario sacro cui fa frequente uso viene direzionato verso il linguaggio stesso. Vocaboli di impegnativo spessore come “eternità”, “divino”, “santo”, vengono privati del referente tipico per farsi superlativi del reale», reale che, appunto, è continua occasione per la parola e campo di inseminazione di questa.
È la parola, dunque, il miracolo quotidiano per Di Ruscio, il morire e rinascere continuo ma sempre unico e mai ripetibile. Non avrebbe potuto L’ultima raccolta, logorroica ed affollatissima, avere altro nucleo fondante che questa primazia dell’atto poetico sul caos del mondo, sullo spartiacque tra vita e sopravvivenza:
“l’ultima poesia iscritta tanto faticosamente
riprendere fiato ad ogni parola
squadrare sul vocabolario quella parola introvabile
...
muore chi è veramente vivo ed è continuamente nell'irripetibile
le ripetizioni l’ovvio il consueto sono cose senza tempo eterne
chi vive e veramente è in un'estrema fragilità
il miracolo è avvenuto la cosa non sarà più ripetuta
appena si è mostrata è finita per sempre”
(CXVIII).
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1 I componimenti de L’ultima raccolta sono numerati da CXIV a CCCXVIII
2 Luigi diRuscio, Non possiamo abituarci a morire, Schwarz Editore, Milano, 1953, con prefazione di Franco Fortini
3 Giancarlo Majorino, a cura di, Poesie e realtà ’45-’75, Savelli, Roma, 1977
4 Luigi Di Ruscio, Le streghe s’arrotano le dentiere, 1966, Marotta, Napoli, 1966, con prefazione di Salvatore Quasimodo
5 Luigi Di Ruscio, Epigrafi, Grafiche Fioroni, Casette D’Ete, 2003
6 Luigi Di Ruscio, Le mitologie di Mary, LietoColle, Parè (Como), 2004
7 Luigi Di Ruscio, Palmiro, III edizione, Baldini&Castoldi, Milano, 1996
8 Mauro Caselli, Non io, ma Iddio. L’ultima raccolta di Luigi di Ruscio, in Tratti, n. 63, 2003

© Alfredo Rienzi, maggio 2005
alfredorienzi@libero.it


Luigi Di Ruscio, L’ultima raccolta (I lapsus sono tutti dovuti). Prefazione di Francesco Leonetti, Piero Manni Editore, Lecce 2002

 

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