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Càpita raramente di incontrare
un’opera di poesia (la classificazione di genere è di comodo) che
dica di sè così compiutamente da rendere arduo aggiungere commenti
ed osservazioni che già non siano tratteggiati o sviluppati in essa.
Per quanto arduo e difficile, il tentativo può non essere superfluo,
se si considera l’infelice primato che la poesia, forse unica tra le
arti, detiene: quello di schierare più fautori che pubblico.
Ritengo, quindi, che uno spettatore-lettore, per quanto poco sia in
grado di dire, possa assolvere, quantomento all’atto fondamentale di
dare testimonianza, conscio che “un lettore sarà difficile trovarlo
in qualsiasi tempo” (CXXXIII1 ).
È passato più di mezzo secolo da quando Franco Fortini, nella
prefazione all’opera prima di Luigi Di Ruscio, Non possiamo
abituarci a morire 2, scriveva “penso che questi
versi di un giovane operaio meritino essere letti e meditati”,
rintracciando in tale opera “biografia individuale, biografia del
gruppo, ritratti di gente [...] E amare sentenze”. Ed è passato
quasi un trentennio da quando la fondamentale antologia Poesie e
realtà ’45-’753, collocava i testi del primo Di
Ruscio a fianco di quelli di Rocco Scotellaro e quelli di Le
streghe s’arrotano le dentiere4, seconda raccolta del
poeta, già emigrato in Norvegia, prefatta da Quasimodo, in adiacenza
a poeti come Fortini, Pagliarani, Majorino, che hanno rivestito un
ruolo rilevante nella poesia del secondo Novecento. Di Ruscio, per
contro, forse è stato un po’ dimenticato: ma da “gli ultimi confini
del mondo” (CXVII) e dal margine tra memoria e oblio da parte del
mondo letterario contemporaneo, ha continuato la sua opera
(“pubblico una raccolta ogni dieci anni...”) con vigore
impareggiabile, tra incoercibile (auto)ironia (“i poeti italiani per
solito invecchiano male, una stupefacente prima opera e poi inizia
subito la decadenza” – CCLXXXVIII) ed inventiva mai esaurita. Tant’è
che questa L’ultima raccolta, edita nel 2002, rischia (e si spera)
che ultima non lo sia. Anzi, è già certezza che non si tratti del
suo ultimo lavoro, avendo pubblicato successivamente altre opere di
poesia5 e narrativa6.
Come si è accennato, definire questo lavoro come una raccolta di
poesie, è una classifcazione di comodo: si tratta in realtà di una
serie di componimenti di versi e di prose alternate variamente,
“testi a regime onirico-sentenzioso, assai suggestivi per la
discontinuità del discorso, spesso con salti da verso a verso”
(dalla prefazione di Franceso Leonetti), numerati dal CXIV al
CCCXVIII, a ricollegarsi e proseguire le precedenti due raccolte, in
un tutto-unico di ampio respiro. Nello stesso testo prosastico si
scivola frequentemente verso chiusure in versi, a volte semplici
accapo nel flusso verbale; come irride l’autore: “Mi dissero anche
che nella prosa sottoscritta c'è molta poesia e nelle poesie
moltissima prosa facendo una confusione della madonna sui generi
letterari” (CXIX).
Si potrebbe ritenere sconveniente che la poesia racconti troppo se
stessa, che si sveli, si denudi o, piuttosto, considerare che
l’autoreferenzialità possa essere l’approdo dell’inaridimento del
proprio sentire la complessità del mondo, del restringimento dello
sguardo nel proprio campicello. Nessuna di queste ipotesi riguarda
l’autore e l’opera in questione. Autore che ha dimostrato da sempre
di non curarsi troppo della presunta “convenienza” poetica (“la
poesia deve essere [...] una irrisione ai linguaggi spudorati dei
padroni del mondo” CCCIII), ed opera che, anche se ingloba storia,
cronaca, quasi-diari-di-bordo della scialuppa poetica individuale,
guarda voracemente e vorticosamente in plurime altre direzioni, con
atto di autentica onnifagia: “infuria su tutto una bestiale
inchiesta sul mondo” (CCC).
Soffermarsi sugli aspetti autobiografici ed autoreferenziali della
raccolta vuole solo essere un percorso di lettura e riflessione tra
i tanti che il testo, particolarmente ricco in tal senso, offre: più
che un vero e proprio saggio critico o nota di lettura, queste righe
potrebbero perfettamente sussistere con una semplice azione di
selezione e riaccorpamento di alcuni ingredienti tematici sparsi nel
vasto e torrentizio materiale depositato da Di Ruscio.
Molteplici sono infatti le occasioni di analisi e approfondimento
che derivano, con stile personalissimo, da questa arborescenza
letteraria, aggettante le radici nei decenni canonici del
neorealismo e proiettante i fitti rami nel caos della quotidiana
contemporaneità, con tutti i suoi attori e le sue recite, deformate
tra dramma ed ironia. Dice Di Ruscio, con lucida coscienza:
“Sprofondare nelle contraddizioni, la poesia per la rivoluzione
italiana però la poesia presuppone anche l'estraniazione, il gioco,
quindi il disimpegno” (CXXVIII). Rappresentazione della realtà e
dell’assurdo, del sensibile e dell’incognito, dove in fotogrammi si
proiettano Hitler (plurinominato) e i naziskin, lavavetri e terroni,
palestinesi, Milosevic, la NATO ed i sovietici a Berlino, malati di
AIDS e ragazze madri, le BR e Mussolini, Internet e Raiuno, i
satanisti ed i gattolici, papa Giovanni, Giovanni Agnelli e
Andreotto, Berlusco e Bossi ed il cardinal martino, (i lapsus sono
tutti dovuti, ricordate?), i rivoluzionari, i reazionari e i
comunisti, la Digos e i carabinieri dei Nass, la SIP e l’Alitalia,
etc. E l’orrida cronaca quotidiana di omicidi, suicidi, infanticidi.
E molteplici sarebbero anche le osservazioni stimolate da diversi
interessanti aspetti sulla formali e stilistici, che costituiscono,
anche da soli, vera cifra distintiva. Oltre a muoversi nel
territorio ibridato tra poesia e prosa (una prosa forse anche
poetica, ma spesso logorroica e frammentaria, accumulativa e
spiazzante, più monologo teatrale, occhiello stralunato di pagina
quotidiana che prosa poetica campaniana), L’ultima raccolta
intriga per gli scarti sintattici, per i rimbalzi tra lirismo ed
iperrealismo linguistico e figurativo, per l’uso del parlato, anche
distorto (“scivola tra i diti” – CCXXV; con la gustosa chiosa:
“eccolo il correttore ortografico con tutto il suo cretinismo che mi
corregge persino i diti” – CCCXV), che attinge a lapsus ironizzanti,
double-sense e anagrammatici ed a sequele assonantiche e
allitterative. O ancora per l’uso acido di secche metafore
attraverso un bestiario antropizzato (“gatti”, “coccodrilli”,
“scarafaggi”, “ratti”, “api”, “porci”, “piattole”, “pipistrelli”).
Vi è quindi una pletora, una ridondanza di flussi verbali (e
concettuali) materici e spermatici, iconoclasti e blasfemi,
autobiografici e cronicistici eppure lirici e visionari, verbosi ed
icastici, sconclusionati e gnomico-sapienziali, ironici eppure
epicamente tragici. È chiarificatrice la prefazione di Leonetti
quando afferma: “si cerca invano la coerenza propriamente formale di
un singolo testo: essa è nel tutto con timbro unico. Né c’è
singolarmente la coerenza semantica: ce n’è una tematica, che dà
ammirazione, e, letterariamente, ‘scepsi’”.
Traccia autobiografica e trama autoreferenziale, dunque, tra le
tante possibili, per lasciare parlare direttamente l’autore che
assomma, valenza a valenza, genere a genere: non solo prosa e poesia
e derive da monologo teatrale ma anche ineludibile saggio critico,
di rara autenticità, sulla poesia in generale e su quella del “sottoscritto”.
Una (poco) canonica “nota autobiografica”.
Partiamo da una (poco) canonica “nota autobiografica”, ricostruita,
appunto, con vari tasselli de L’ultima raccolta: “un sottoscritto
nato nel gennaio del 1930 a Fermo, emigrato in Norvegia nel maggio
del 1957 dove ha lavorato come operaio sino al pensionamento in una
fabbrica metallurgica. Sposa Mary Margaret Sandberg nel 1961 che
procrea quattro figli senza accorgersi di niente e per l'ultimo
figlio fu necessario uno scopare continuo. Ha pubblicato ogni dieci
anni una raccolta di poesie e alla fine un romanzo, non compratelo!
Se volete leggere le mie scritture andate in biblioteca, fate le
fotocopie, rubatelo, è stato pubblicato in ben tre edizioni , di cui
non ha ricevuto neppure una lira forse per meglio specificare che
questa è esclusiva attività dello spirito e non deve essere sporcata
dalla mercede dei servi” (CXXXIII); “quando c'era l'egemonia
sinistrica della poesia neorealistica nella realtà c'era solo la
destra, le prime poesie furono eseguite con la macchina da scrivere
‘KAPPE’, piccolissima, la trasportavo ovunque” (CXCII); “le mie
prime poesie erano la topografia di un vicolo, poi ci fu la
topografia di tutto un paese, ora dovrebbe essermi davanti il mondo
intero con tutto il suo strazio” (CXCV); "presi il vizio di
scrivere, Montale dice che scrivere poesia è roba di disgraziati,
basta per questo vizio un pezzetto di matita e un pezzo di carta
qualsiasi” (CCXXXI); “mi presentavo con poesie certamente /non
adatte all'esposizione pubblica” (CXXVII); “il sottoscritto non
guadagnava una lira, ero arrivato ad avere anni 26, ero
rivoluzionario e mi manteneva la povera mamma” (CXXVI); “E il tutto
venne iscritto con una IBM che per poco non mi faceva scoppiare
l'ernia trasportandola d’Ancona ad Oslo” (CXXIII); “alla fine degli
anni sessanta una follia poetica mi riprese in pieno” (CXXVIII).
Se questi passaggi danno l’assaggio del tono autoironico e
dissacratorio, pure con chiara e forte tensione etica, si legga
questa esemplificativa nota pseudo-critica, dal brano CCXVIII che,
per prevenire eventuali dubbi, è riportato fedelmente: “In tutta la
mia carriera poetica venni chiamato in tantissime maniere: Mariano,
annunziano, cacastorico, stupidone e cornuto in proprio, seguace di
piffere, venditore ambulante di bufale, libertario e tividualista,
amatore delle vetture e venture improprie, agognoso, materialista
luddico, canoro e mezzo elettronico, antitrenitista e trinitato,
erbolico e mezzo dilettale, pisciante in porpore [...] analfabeta
pupollico [...] inventore della terza ondata però di tutte le
avanguardie era l'avanguardia timida la più adatta al sottoscritto
nonostante fossi anche triviale, rabbioso, appiattatore di pipere,
negatore di divine trinità e quaternalista, monetarista supponente,
preclaro e la società capitalista se ne frega della sintassi e della
glottologia e venni ignorato da tutti quelli che mi precedettero...”
La “poesia quotidiana” tra necessità, angoscia e smascheramento
Il sottoscritto – l’invariante io poetico della pagina dirusciana,
che assume valenze sia letterali –autobiografiche sia di categoria
simbolico-universale - non usa infingimenti e accomodamenti: la
difficoltà dell’essere e del fare il poeta, nella sua urgenza
necessitante, nella sua angoscia, è uno dei nuclei tematici della
raccolta ed è descritta apertis verbis, analizzata nelle sue molte
cause, raccontata e commentata con crudezza ed acume.
I. L’atto poetico, “la poesia quotidiana” è, nei versi del poeta
marchigiano, salvezza e dannazione, “sforzo dolcissimo” e
inevitabile “angoscia” (“le poesie più felici sono state scritte nel
massimo dell'angoscia”– CCLIX), non solo e non tanto per il
conflittuale rapporto tra mondo e parola (“la poesia essendo una
delle delle tante maniere di vedere il mondo/ una delle tante
maniere per sopportarlo”- CXLV) e per la intrinseca tensione
creativa, ma soprattutto per la condizione stessa dell’essere poeta,
status di concreta medianità fisica e psichica, di nudità di fronte
“al niente e all'ignoto”, all’orrore e all’errore, all’inspiegato ed
al dubbio, “al male o al mare”:
“il sottoscritto per le sue poesie approssimate/ era stato
proclamato un condannato/ alla disperazione e alla morte//
nonostante gli sforzi atroci di una coscienza mobilissima/ gli occhi
persistevano a vedere l'ossessione del tutto” (CCLII).
Si ha l’impressione che l’ipercezione del poeta, non potendo essere
soffocata e schermata, debba essere proiettata, scaraventata sulla
pagina, nella duplice funzione di denunciare l’inganno della
condizione umana (e gli ingannatori) e di rendere sopportabile,
condividendolo, il male percepito. L’autore, dietro l’ironia, la
rudezza, il furore iconoclata e la prevalente posizione di
contrarietà, rileva la sua essenza più tormentata e fragile:
“se non fossero esistite queste notti terribili/ non avrei potuto
scrivere una riga// normalmente chi scrive poesia/ è più debole
della media nazionale/ ha una vita difficile e sofferta/ più che un
gigante veggente/ è il cardellino accecato nella gabbietta” (CXXII).
La resistenza e il riscatto, non possono ritenersi esaurite nella
mera ottica della denuncia sociale e dell’impegno civile, pur
fortemente presenti nell’opera e nella vita di Di Ruscio (“l’urlo
può essere bello/ ma non ha nulla a che fare con l’arte”- CXXII) e
la poesia assurge a rito di un sacrificio laico e liberatorio: “il
sottoscritto crede che questa macchina da scrivere sia un
tabernacolo/ la porta del santissimo si spalanca sotto una
forsennata battitura” (CXIV); “scaraventare sulle pagine
l'orrore.../ dare nomi battezzare le cose compiere i riti
propiziatori” (CXXXII).
Ciò non stupisce se si considera il dato autenticamente più dolente,
più penoso del “disperato scrivere [...] esercizio indispensabile/
all'integrità mentale” è che, nonostante la folla di situazione,
personaggi, micro e macrotragedie, memorie e cronachette, ludus
verbali, narrazioni, aforismi incastonati come pietre nel torrente
delle parole, invettive e irrisioni, il poeta confessa, con parole
di cristallo: “è il niente che mi è davanti che mi autorizza/ a
scrivere del niente che mi è davanti” (CCXC). Un affollato niente,
che solo la parola popola e riempie, “un morire e rinascere
continuo”, una minima un’ontologia personale.
II. Se frequenti e multiformi sono le riflessioni sulla poesia e sul
sottoscritto poetante, in un continuo ridefinire i complessi
rapporti tra il sensibile ed il senziente (ben conscio che “la
verità è quasi sempre successiva”), un altro punto fermo nella
poetica di Di Ruscio, oltre quello della propria intima ed
intrinseca necessità, sta nella dimensione etica della
corrispondente necessità “dell’elencazione dei mali del mondo”, di
“testimoniare gli spaventi che si scaraventano sopra di noi” (CXXX):
“all'universo intero riferisco le malefatte degli umani/
incriminiamoli sino all'ultima carta” (CLXXIII). Beninteso, questo
ruolo di voce ammonitrice, di indice accusatore, l’autore lo
rivendica (o, magari, lo subisce) per sé, e non lo estende certo
all’intera categoria dei “poeti”, verso i quali, per altro, vedremo
che si configurano rapporti ispidi e critici: “non ce ne sarebbe
stato un altro capace di scrivere tutto/ e tutta questa angoscia da
scrivere” (CCXXVIII) in “un mondo di cui gli addetti dicono che non
si può dire più niente però se il mondo non è più dicibile c’è il
pericolo che la poesia riguardi solo i nostri mali privati e quindi
il poetare diventi una lagna. Lagna da cui il sottoscritto è escluso
essendo un malato pervaso da una invincibile salute immaginaria”
(CXXXV); “per questa produzione dei versi è necessaria tutta
l’irresponsabilità sottoscritta/ scopiazzatore dei versi incisi su
gli orinatoi” (CXXI). Altri versi sulla propria poesia:
“...le speculazioni di uno/ che ha deciso di essere un poeta per
puro dispetto/ la necessità di esporre tutte le pensate/ anche
quelle più oscene// nonostante fosse completamente immerso/ nella
serietà dell'esistenza/ non faceva che ridersela (CXCI).
Ed essendo, di fatto, avvenuto che ne L’ultima raccolta Di Ruscio
abbia esposto un repertorio davvero considerevole di “pensate” e che
molteplici sono gli oggetti delle sue attenzioni, non sempre
lusinghiere (troppo semplice additare qui l’ecclesia, ma
occorrerebbe un’analisi a parte), per restare nel tema di questo
scritto, reperteremo alcuni versi che smascherano il difficile
rapporto non solo, come visto, tra il poeta e la poesia, ma tra il
poeta e lo stesso universo letterario.
III. La vicenda letteraria ed esistenziale di Di Ruscio lo ha
portato ad essere o a sentirsi, in qualche modo, ai margini della
poesia italiana contemporanea che pure, come abbiamo detto a monte,
ha saputo notare agli esordi la cifra stilistica ed il valore
particolare della poesia del “giovane operaio”, riconoscendogli,
dapprima attenzioni e apprezzamenti ma poi, effettivamente,
occupandosene meno. Probabilmente la frustrazione dell’essere
inascoltato, per altro condizione e male (contemporaneo?) di tutta
la poesia, poggia anche su dati ineludibili: è straordinaria la
capacità che ha avuto l’autore di costruirsi, da autoditatta,
partendo dalla licenza di quinta elementare, un profilo culturale ed
intellettuale di primo piano ma, i ripetuti accenni alla situazione
di “metallurgico” e i richiami alla sua scolarità (“come ti permetti
mezzo analfa d’iscrivere la poesia nostra?) non possono non indicare
un mai risolto disagio, rispetto all’enclave dei poeti laureati o,
ancor più, del “critico bavoso”. La narrazione di questo controverso
rapporto viaggia per lo più sui binari dell’ironia e della sentenza
sarcastica e, per chi è “del mestiere” assume aspetti
particolarmente gustosi:
“scrivono poesie come se fossero dei grandi uomini/ con le gambe
terra e la testa nel profondo del cielo” (CXXII);
“per certi compilatori di antologie sarebbe meglio che io non
esistessi, non sanno dove mettermi” (CCCII);
“fischiavo continuamente nel vano tentativo/ di far sapere a tutti
che c'ero anch'io/ con tutti i miei versi che saranno decifrati
solo/ dai complici della nostra congiura poetica/ dove s’include
anche la poetessa matta” (CXXXVI);
“il lettore non dovrebbe essere necessario/ eppure sognavo l’encomio
l’esposizione” (CXXXII);
“sognavo poesia invisibile per far dispetto e quelli della poesia
visiva” (CCXII);
“E quel delinquente di editore borico mi fa firmare contratti
continui e non pubblica niente e non mi restituisce i manoscritti e
vedrai che se mi procuro un altro editore mi fa causa per rottura di
contratto” (CCXXXIII);
“di tutte le centinaia di lettere scritte solo una su cento avrà la
risposta” (CCCXV);
“volevo scrivere che ad ogni mio verso l'italiano si fa più
schifoso// spuntano le mie poesie da tutte le parti/ sputano le mie
poesie da tutte le parti/ sputano sulle mie poesie da tutte le
parti” (CLXIII);
La poesia accentua i propri tratti autoreferenziali, che a questo
punto, dovrebbe essere chiaro, servono essenzialmente da pretesto
narrativo, sia citando tra i molti nomi di poeti contemporanei
quelli più vicini all’autore (soprattutto Fortini, poi Quasimodo, De
Signoribus, Tiziano Rossi, etc.) sia arrivando quasi ad essere
diario di bordo:
“pensavo a questa all'ultima raccolta diventa sempre esagerata,
versi lunghissimi ed enormi nonostante che al sottoscritto sia
concesso di vedere il mondo della maniera più banale possibile
[...]; il sottoscritto è giunto al punto di non esser più in grado
di preveder il tempo che ho a disposizione per iscrivere [...] i
versi di questo intricato caos” (CCLXXXIII); (“poesie scritte
quarant’anni prima e quelle quaranta anni dopo/ il lettore è
fortunato che leggerà il tutto nel giro di un'ora” (CCXXXVII).
Il sentimento di marginalità, di opposizione, è certamente
accentuato dall’isolamento derivante dalla emigrazione in Norvegia.
Tema ricorrente, anche questo, nella raccolta di Di Ruscio, ed anche
questo affrontato con diverse tonalità, dalla semplice notazione
circostanziale al commento amaro-ironico: “vivo completamente
isolato, con la busta paga di metallurgico mantengo ancora una
famiglia [...] Il mio unico lavoro intellettuale è la poesia”
(CCCII); “Ora come poeta italico residente in Norvegia sono una
curiosità definitiva in un Nord in preda a divinità terrificanti e
disperate” (CXXVI); “accetta di vivere smetti d’iscrivere le
cosiddette poesie/ prendi la cittadinanza norvegese/ e prima di una
qualsiasi fine/ normalizzati!” (CCLXXIV).
La lettura del rapporto del poeta con l’atto percettivo e creativo,
con il dovere morale della rappresentazione del mondo, specie del
suo lato oscuro, fornisce coordinate di senso e di valore piuttosto
precise della poetica dirusciana e le mordaci chiose dell’autore
alla sua condizione di “esule” geografico e culturale dannno
ulteriore misura del poeta e della sua ultima raccolta. Ma ciò
sarebbe solo parziale e non renderebbe merito allo profondità
speculativa ed allo spessore intellettuale Di Ruscio se non si
scorgessero, sempre negli argini della ricerca sul materiale
autoreferenziale, gli sviluppi e gli esiti di quella esplorazione
del già citato “niente che [mi] è davanti”. Recisi dall’impostazione
ideologica dell’autore i rami per le fughe trascendenti e le radici
per i dogmatismi religiosi e fideistici, collocato tautologicamente
al centro dei propri confini esperienziali “il sottoscritto”,
l’autore giunge a riconoscere l’insufficienza dell’atto poetico
nello svelamento di una realtà altra: “la tragedia della poesia e
che deve essere uno smascheramento/ è deve adoperare questo
linguaggio che è quasi sempre una maschera” (CLIV); “normalmente il
tutto dovrebbe essere impenetrabile/ come fai di fronte a tutto
questo nente a scrivere tanto” (CCC) Il limite della parola, quindi,
di “una lingua capace solo di spargere semi di dubbi ovunque”
(CCLIXII) rappresenta l’estremo limite dell’esplorazione umana, non
oltre è possibile, per cui egli sancisce che “ogni pagina ogni
sillaba basta/ davanti all'ignoto definitivo” (CCIL) e che “credo in
queste poesie come segnali/ del regno di questa terra di tutte le
terre” (CCXLII).
Se lascia dubitativamente, davanti al niente che avvolge l’uomo, una
“speranza [...] ultima divinità rimasta tra gli uomini/ tutti gli
altri si sono ritirati nell'Olimpo” (CCVIII), la certezza che
sottolinea è che scrive “la poesia dell’eclissi/ di un continuo
cadere” (CLXVII).
Osserva con mirabile precisione Mauro Caselli8: «l’espressività del
vocabolario sacro cui fa frequente uso viene direzionato verso il
linguaggio stesso. Vocaboli di impegnativo spessore come “eternità”,
“divino”, “santo”, vengono privati del referente tipico per farsi
superlativi del reale», reale che, appunto, è continua occasione per
la parola e campo di inseminazione di questa.
È la parola, dunque, il miracolo quotidiano per Di Ruscio, il morire
e rinascere continuo ma sempre unico e mai ripetibile. Non avrebbe
potuto L’ultima raccolta, logorroica ed affollatissima, avere altro
nucleo fondante che questa primazia dell’atto poetico sul caos del
mondo, sullo spartiacque tra vita e sopravvivenza:
“l’ultima poesia iscritta tanto faticosamente
riprendere fiato ad ogni parola
squadrare sul vocabolario quella parola introvabile
...
muore chi è veramente vivo ed è continuamente nell'irripetibile
le ripetizioni l’ovvio il consueto sono cose senza tempo eterne
chi vive e veramente è in un'estrema fragilità
il miracolo è avvenuto la cosa non sarà più ripetuta
appena si è mostrata è finita per sempre” (CXVIII).
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1 I componimenti de
L’ultima raccolta sono numerati da CXIV a CCCXVIII
2 Luigi diRuscio, Non possiamo abituarci a morire,
Schwarz Editore, Milano, 1953, con prefazione di Franco Fortini
3 Giancarlo Majorino, a cura di, Poesie e realtà
’45-’75, Savelli, Roma, 1977
4 Luigi Di Ruscio, Le streghe s’arrotano le dentiere,
1966, Marotta, Napoli, 1966, con prefazione di Salvatore Quasimodo
5 Luigi Di Ruscio, Epigrafi, Grafiche Fioroni,
Casette D’Ete, 2003
6 Luigi Di Ruscio, Le mitologie di Mary,
LietoColle, Parè (Como), 2004
7 Luigi Di Ruscio, Palmiro, III edizione,
Baldini&Castoldi, Milano, 1996
8 Mauro Caselli, Non io, ma Iddio. L’ultima
raccolta di Luigi di Ruscio, in Tratti, n. 63, 2003
© Alfredo Rienzi, maggio 2005
alfredorienzi@libero.it
Luigi Di Ruscio, L’ultima
raccolta (I lapsus sono tutti dovuti). Prefazione di Francesco
Leonetti, Piero Manni Editore, Lecce 2002
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