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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / ALBERTO MORI


“Il diario di Ombrallegra” di Dimitry Rufolo

Quello che si può dire ad un diario, avviene da quell’altra parte di noi stessi che continua a pronunciare quanto l’esistenza proponga sempre un senso alla nostra vita: “Existere” è un esercizio nudo e crudo, che si impara molto lontano dai versi e dalla poesia. Ciascuno di noi lo deve apprendere da solo, quando siamo tra “Il frigorifero ed il cielo”, come occasiona la metafora di un verso di Dimitry Rufolo.
L’essere si sorveglia e bada alla sua sussistenza individuale ed intanto, tenta uno slancio comprensivo della sua essenza in cerca d’individuazione.
“Il diario di Ombrallegra” compie questo sforzo verso la coesione fra ego ed es, l’io e gli altri, in una consecuzione di quadri che sono tentativi di microsopravvivenze in progress, poiché l’autore è soggetto stesso che mostra la sua precarietà, per modularla e lavorarla con le parole e con versi prosodici trasudanti dalla sua umoralità. Nel frattempo, però non siamo più nei “pensieri a banda larga”. Le “frequenze” ora sono minime, legate a singoli accadimenti, a situazioni scottanti e quanto mai presenti.
Il poeta sente le ferite far male, frutto del disordine della vita, ma non si abbandona mai definitivamente a pletorico rammarico.
Mostra di conoscere i rischi del compiacimento, ma non può certo ignorare i propri fallimenti. Gli esiti migliori, li ritrova nel gioco sottile della memoria che cerca di depurare il ricordo sofferente con la sublimazione dell’atto del ricordo, il quale nasce sempre in questo libro dall’amore.
In questa procedura che al poeta via via si svela, Dimitry Rufolo sembra inconsciamente sposare quel “Romanzo senza parole” che Paul Verlaine suggeriva alla poesia per ritrovare il silenzio ineffabile, dopo ebrezze e tristezze della vita.
Così anche l’autore chiude gli occhi ed aspetta la levitazione sensoriale: “Spengo la vista e l’udito / e sono parte dell’orizzonte/ un fotogramma di altri pensieri”.
Desiderio d’altrove dunque con la volontà di trovare la giusta distanza perché la invadente deformità creata dalla confusione dei sentimenti si accordi ad immagini vissute finalmente da una “Ombrallegra”, concluse le alterazioni degli sdoppiamenti, ritrovata una costante di respiro nella materia del vissuto.
Questa materia l’autore la esperisce quando si accorge dei riflessi che sembrano disporre le identità su un'unica superficie scivolante: intanto lui la libertà “non l’ha ancora versata” e sembra comprendere l’essenza di questa nuova apparenza.
Allora nel “vocabolario della tristezza” appare anche una voce che non “spia più l’altrui felicità ostendando l’indifferenza”, ma lo sguardo depurato vede il bicchiere pensare il vuoto, come in una sorta di satori, di illuminazione giunta attraverso i sorsi amari del quotidiano.
Nel notevole e continuato sforzo di scavo ed elaborazione interiore, Dimitry Rufolo con il “Diario di Ombrallegra” ha trovato il coraggio di porsi nella “wrong side of the road”, la parte sbagliata della strada ed interrogarla per raggiungere un bel mattino il sorriso del risveglio. Il lettore sente questa energia che talvolta si piega ed altre volte scatta fulminea come corpo a corpo irrinnuciabile per il poeta fra vita e scrittura.
Il desiderio di essere parte di questo orizzonte quotidiano e la sfida di resistenza ed attraversamento dei suoi giorni precari è ciò che più condivide, sentendo che il male si allontana ed un auto riparte e va dove l’accoglienza accoglie. (Prefazione a “Il diario di Ombrallegra”)

© Alberto Mori, giugno 2009


 

Dimitry Rufolo, Il diario di Ombrallegra
Alberto Mori: Riflessioni su “Radici Perdute”

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.