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Quello che si
può dire ad un diario, avviene da quell’altra parte di noi stessi
che continua a pronunciare quanto l’esistenza proponga sempre un
senso alla nostra vita: “Existere” è un esercizio nudo e crudo, che
si impara molto lontano dai versi e dalla poesia. Ciascuno di noi lo
deve apprendere da solo, quando siamo tra “Il frigorifero ed il
cielo”, come occasiona la metafora di un verso di Dimitry Rufolo.
L’essere si sorveglia e bada alla sua sussistenza individuale ed
intanto, tenta uno slancio comprensivo della sua essenza in cerca
d’individuazione.
“Il diario di Ombrallegra” compie questo sforzo verso la coesione
fra ego ed es, l’io e gli altri, in una consecuzione di quadri che
sono tentativi di microsopravvivenze in progress, poiché l’autore è
soggetto stesso che mostra la sua precarietà, per modularla e
lavorarla con le parole e con versi prosodici trasudanti dalla sua
umoralità. Nel frattempo, però non siamo più nei “pensieri a banda
larga”. Le “frequenze” ora sono minime, legate a singoli
accadimenti, a situazioni scottanti e quanto mai presenti.
Il poeta sente le ferite far male, frutto del disordine della vita,
ma non si abbandona mai definitivamente a pletorico rammarico.
Mostra di conoscere i rischi del compiacimento, ma non può certo
ignorare i propri fallimenti. Gli esiti migliori, li ritrova nel
gioco sottile della memoria che cerca di depurare il ricordo
sofferente con la sublimazione dell’atto del ricordo, il quale nasce
sempre in questo libro dall’amore.
In questa procedura che al poeta via via si svela, Dimitry Rufolo
sembra inconsciamente sposare quel “Romanzo senza parole” che Paul
Verlaine suggeriva alla poesia per ritrovare il silenzio ineffabile,
dopo ebrezze e tristezze della vita.
Così anche l’autore chiude gli occhi ed aspetta la levitazione
sensoriale: “Spengo la vista e l’udito / e sono parte
dell’orizzonte/ un fotogramma di altri pensieri”.
Desiderio d’altrove dunque con la volontà di trovare la giusta
distanza perché la invadente deformità creata dalla confusione dei
sentimenti si accordi ad immagini vissute finalmente da una
“Ombrallegra”, concluse le alterazioni degli sdoppiamenti, ritrovata
una costante di respiro nella materia del vissuto.
Questa materia l’autore la esperisce quando si accorge dei riflessi
che sembrano disporre le identità su un'unica superficie scivolante:
intanto lui la libertà “non l’ha ancora versata” e sembra
comprendere l’essenza di questa nuova apparenza.
Allora nel “vocabolario della tristezza” appare anche una voce che
non “spia più l’altrui felicità ostendando l’indifferenza”, ma lo
sguardo depurato vede il bicchiere pensare il vuoto, come in una
sorta di satori, di illuminazione giunta attraverso i sorsi amari
del quotidiano.
Nel notevole e continuato sforzo di scavo ed elaborazione interiore,
Dimitry Rufolo con il “Diario di Ombrallegra” ha trovato il coraggio
di porsi nella “wrong side of the road”, la parte sbagliata della
strada ed interrogarla per raggiungere un bel mattino il sorriso del
risveglio. Il lettore sente questa energia che talvolta si piega ed
altre volte scatta fulminea come corpo a corpo irrinnuciabile per il
poeta fra vita e scrittura.
Il desiderio di essere parte di questo orizzonte quotidiano e la
sfida di resistenza ed attraversamento dei suoi giorni precari è ciò
che più condivide, sentendo che il male si allontana ed un auto
riparte e va dove l’accoglienza accoglie. (Prefazione
a “Il diario di Ombrallegra”)
© Alberto Mori, giugno 2009
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