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Alain-Gérard Slama
LA REGRESSIONE DEMOCRATICA
Spirali editrice
ISBN 88-7770-762-3, pagg. 327, € 25,00
Per ordinare il libro:
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1° estratto
(seconda Parte, II capitolo:
L'individualismo tribale, pagine 76-77)
<...Forse, più che di regressione, sarebbe meglio parlare, usando un vocabolo alla
moda, di “decostruzione”. Il fenomeno è moderno, ma le forme che
prende nella nostra società sono talmente legate alla nostra cultura
politica che, una volta di più, la migliore guida per misurarne le
devastazioni è l'autore del Contratto sociale: come tutti i
fondatori, è lui che ha meglio pensato la rovina del sistema di cui
ha con-cepito l'architettura. Ciò che in effetti va in fumo, nella
crisi presente, è un'idea vecchia e semplice come l'uovo di Colombo,
che Rousseau ha posto come chiave del Contratto sociale e che
è la nozione di reciprocità.
La volontà generale, per essere altra cosa che una finzione, esige
che i cittadini siano sicuri che si applicherà a ciascuno di loro
nelle stesse condizioni. Se ciascun individuo, al momento di votare,
pensa che la sua scelta dovrà applicarsi sia a lui sia agli altri,
cercherà necessariamente di orientarsi verso la risposta che concili
al meglio il suo interesse personale con “l'utilità pubblica” e si
impegnerà tanto me-glio, in anticipo, a accettare il verdetto del
suffragio universale. Occorrerà dunque che la legge si applichi
ugualmente a ciascuno e che non faccia eccezioni per nessuno in
particolare, e a fortiori per nessun gruppo.
Questa condizione è indispensabile, se non sufficiente, scriveva
Rousseau, affinché la volontà generale “non possa errare”.
Intendiamo con questo che è la condizione necessaria per conciliare
la maggior parte di libertà possibile con il minimo di in-giustizia
tollerabile, tenuto conto della società in cui si esprime.
Contrariamente a una vulgata che ha la vita dura, Rousseau non ha
scritto che la volontà generale è “infallibile”. Solo la coscienza
morale è infallibile, a condizione che si sappia ascoltarle.
L'espressione della volontà generale è anzitutto questione di
procedura- Rawls, nella sua Teoria della giustizia, lo ha capito.
Essa suppone la reciprocità, sola capace di obbligare le passioni a
sottomettersi al controllo di un superio col-lettivo e di consentire
così a ciascuno di mettere d'accordo i principi universali, che la
sua coscienza gli detta, con la cultura e i costumi del suo paese.
La reciprocità è la chiave dorata che dà al cittadino la possibilità
di scoprire da sé, attraverso il suo voto, il rapporto migliore tra
l'universale e il particolare, senza che nessun gruppo, nessun
potere, nessun comitato di esperti – del resto incapaci di trovarlo-
abbiano il minimo pretesto per imporglielo. Sopprimete l'idea di
reciprocità e avrete le pas-sioni, gli interessi particolari o
l'insopportabile pretesa degli ideologi d'imporre leggi che non
tengono nessun conto dei costumi e delle mentalità. ...>
2° estratto
(Conclusioni - Si può ancora credere nella felicità? - pagine 295-297)
<... Nessuno, si spera, chiuderà questo libro con un senso di
rassegnazione. Né il temperamento né la ragione ci dispongono a
contentarci di una sincera, ma vana deplorazione. È piuttosto
collera che ci ispira l'ondata di intolleranza che oscura la
democrazia fino a poc'anzi la più felice sulla terra. Si tratta di
sapere se, nella società di odio tribale, di rivendicazione
corporativistica, di colpevolizzazione del borghese, di prevenzione
generalizzata, di controllo giudiziario illimitato e di censura
meschina che vediamo istallarsi, la molla della libertà sia potuta
nondi-meno, nei profondi dei cuori, restare intatta. È, per dirla
senza giri di parole, se sia ancora possibile credere nella felicità.
Si è potuto pensare che, con la fine delle grandi utopie, lo Stato
potesse rinunciare a farsi carico delle scelte personali,
intellettuali e morali che permettono a ciascuno di adattarsi alla
meno peggio alla sua natura e alla sua condizione. Era disconoscere
che il potere possa essere sollecitato dalla società stessa, la cui
paura davanti al prodigioso slancio delle tecniche e ai progressi
quantitativi della civilizzazione ha provocato, per compensazione,
uno slittamento verso le esigenze qualitative. Il fenomeno, in linea
di massima, non è nuovo. Le fasi di espansione economica sono, da
oltre due secoli, periodi di diffidenza nei riguardi degli strumenti
materiali della felicità. Nel 1759, nella sua Teoria dei
sentimenti morali, Adam Smith, il futuro autore della
Ricchezza delle nazioni, si indignava che si potesse avere
bisogno di invenzioni così assurde come lo stuzzicadenti, il
pulisciorecchie e il tronchesino per le unghie.
La contraddizione tra l'aspirazione alla felicità e il bisogno di
porla sotto sorve-glianza risale all'illuminismo. Il XVIII secolo ha
liberato, è vero, il desiderio dai divieti cristiani. Si è scatenato
contro la felicità materiale borghese. Ma, nello stesso tempo,
questo secolo è ritornato alla moderazione epicurea, alla felice
saggezza spinoziana, l'una e l'altra all'ascolto della natura, che
bandisce l'irragionevolezza e l'eccesso. Più profondamente, ha
pensato la felicità come un valore universale, a cui ogni uomo
doveva avere accesso. È soprattutto su questo punto che innovava. Da
un lato, si liberava l'individuo, lo si rendeva alle scelte della
sua morale personale; dall'altro, la grande “idea nuova in Europa”
proclamata da Saint-Just e inscritta da Jefferson come un “diritto
inalienabile” nella Costituzione americana, s'inscriveva tra le
missioni dello Stato. Turgot chiamava l'economia politica “la
scienza della felicità pubblica”.
Ma, se si eccettuano il Terrore e le sue antitesi di Ordine morale,
lo Stato uscito dalla rivoluzione non si è mai assegnato altra
ambizione che quella di creare le condi-zioni della felicità. I
repubblicani di tutte le sensibilità, socialisti compresi, avevano
appreso alla scuola del kantismo che la felicità è contingente,
legata al desiderio; che diventa insaziabile dal momento in cui si
fa di essa un fine; in breve che è un'idea povera. In questa
prospettiva, si sono autorizzati a formare cittadini capaci di
essere felici; non si sono impicciati di renderli felici. Senz'altro
è per questa ragione che, tra l'uguaglianza e la libertà, i padri
della Terza Repubblica hanno riservato una funzione puramente
simbolica alla fratellanza, l'unico termine della trinità
repubblicana che proponga una concezione organica della felicità, in
cui pubblico e privato si confondono. Tutt'al più hanno creduto
possibile dare al po-polo le celebrazioni fraterne immaginate da
Rousseau, ma facendone degli spet-tacoli: prodigalità delle feste,
grandiosità delle commemorazioni. In questi istanti privilegiati, lo
spreco e il lusso non avevano la funzione di ricordare la potenza
dello Stato monarchico, né di riprodurre i misteri della messa, ma
all'opposto, come ha visto il sociologo tedesco Simmel, di rompere
con le costrizioni dell'orga-nizzazione, di creare la sorpresa, di
ispirare la sensazione che tutto è possibile. La festa repubblicana
era un modo di ricordare che esiste almeno un paradiso alla portata
degli uomini – quegli stati di grazia che Stendhall ha chiamato
“momenti di felicità”.
La nostra modernità ha cambiato tutto ciò. Le utopie hanno avuto un
bel rendere l'anima dopo un interminabile agonia, lo Stato ha avuto
un bel ricusare ogni pretesa di controllare la vita privata dei
cittadini per fare il bene di questi ultimi contro se stessi, la
crescente inversione della preoccupazione e del discorso pubblici
nella sfera privata porta, attraverso il camino inverso, a
conseguenze paragonabili. ...>
Il libro
È in distribuzione da metà Gennaio 2007 il nuovo libro di
Alain-Gérard Slama, La regressione democratica,
pubblicato dalla casa editrice Spirali. Il volume è un séguito
ideale di L'angélisme exterminateur dello stesso
autore francese, docente di Scienze politiche, che aveva acutamente
fotografato la messa in discussione dei riferimenti repubblicani
transalpini a partire dai primi anni '90. Allargando l'orizzonte su
scala planetaria, qui la tesi dell'autore è che quel fenomeno stia
proseguendo nella sua virulenza: «tutte le componenti di
questa nuova ideologia, che chiamo “individualismo tribale”,
modellano giorno dopo giorno un nuovo ordine politicamente,
socialmente e moralmente corretto».
Afferma il politologo che il suo libro vuole essere una battaglia
ideale che avrà raggiunto il suo scopo se permetterà al lettore di
resistere alla normalizzazione in corso, tanto più evitabile quanto
più essa è prevedibile e tanto tanto più grave quanto più essa si
svolge nella più assoluta indifferenza. Nel saggio si affrontano
temi che l'autore definisce come il discredito della legge, la
tirannia del diritto, il dominio del potere giudiziario, la
cancellazione del politico di fronte all'esperto, il rilancio dei
“comunitarismi” a base identitaria, la banalizzazione delle
discrimi-nazioni positive, lo sfruttamento “clanico” dei processi di
memoria, l'ossessione preventiva, l'invasione delle misure di
controllo sociale, lo sfruttamento populistico del tema dell'esclusione.
Se sullo sfondo il tema posto dall'autore è quello del ruolo stesso
degli intellettuali, in primo piano risulta l'importante questione
circa l'eredità ideologica dell'Illu-minismo e la conservazione dei
valori laico-repubblicani; argomenti per propria natura delicati e
complessi, che spaccano trasversalmente gli schieramenti e che
riguardano in particolare i depositari della tradizione illuminata
dell'individua-lismo universalista.
L’autore
Alain-Gérard Slama, nato il 25 febbraio 1942, è storico e
giornalista, d'origini tunisine. Vecchio allievo del Lycée
Carnot di Tunisi e dell'École normale supérieure,
poi “agrégé” di lettere classiche, si è diplomato all'Institut
d'études politiques (IEP) di Parigi. È professore di storia
delle idee politiche e maestro di conferenze in diritto e
letteratura all'IEP di Parigi, nonché editorialista di “Le Figaro”,
“Le Point” e “France-Culture”. Inoltre è membro del consiglio
scientifico e di valutazione della Fondation pour l’innovation
politique e del cosiglio d'orientamento dell'Institut
Montaign. Ha pubblicato, fra l’altro, Les chasseurs
d’absolu e L’angélisme exterminateur.
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