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Alain-Gérard Slama, storico e giornalista

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / ALAIN-GÉRARD SLAMA


La regressione democratica
 

Alain-Gérard Slama, La regressione democratica

Alain-Gérard Slama
LA REGRESSIONE DEMOCRATICA
Spirali editrice
ISBN 88-7770-762-3, pagg. 327, € 25,00

Per ordinare il libro:
- Spirali, Via Fratelli Gabba 3 - 20121 Milano
Tel. & fax: +39 02 99481494 - press@spirali.com


1° estratto (seconda Parte, II capitolo: L'individualismo tribale, pagine 76-77)

<...Forse, più che di regressione, sarebbe meglio parlare, usando un vocabolo alla moda, di “decostruzione”. Il fenomeno è moderno, ma le forme che prende nella nostra società sono talmente legate alla nostra cultura politica che, una volta di più, la migliore guida per misurarne le devastazioni è l'autore del Contratto sociale: come tutti i fondatori, è lui che ha meglio pensato la rovina del sistema di cui ha con-cepito l'architettura. Ciò che in effetti va in fumo, nella crisi presente, è un'idea vecchia e semplice come l'uovo di Colombo, che Rousseau ha posto come chiave del Contratto sociale e che è la nozione di reciprocità.
La volontà generale, per essere altra cosa che una finzione, esige che i cittadini siano sicuri che si applicherà a ciascuno di loro nelle stesse condizioni. Se ciascun individuo, al momento di votare, pensa che la sua scelta dovrà applicarsi sia a lui sia agli altri, cercherà necessariamente di orientarsi verso la risposta che concili al meglio il suo interesse personale con “l'utilità pubblica” e si impegnerà tanto me-glio, in anticipo, a accettare il verdetto del suffragio universale. Occorrerà dunque che la legge si applichi ugualmente a ciascuno e che non faccia eccezioni per nessuno in particolare, e a fortiori per nessun gruppo.
Questa condizione è indispensabile, se non sufficiente, scriveva Rousseau, affinché la volontà generale “non possa errare”. Intendiamo con questo che è la condizione necessaria per conciliare la maggior parte di libertà possibile con il minimo di in-giustizia tollerabile, tenuto conto della società in cui si esprime. Contrariamente a una vulgata che ha la vita dura, Rousseau non ha scritto che la volontà generale è “infallibile”. Solo la coscienza morale è infallibile, a condizione che si sappia ascoltarle. L'espressione della volontà generale è anzitutto questione di procedura- Rawls, nella sua Teoria della giustizia, lo ha capito. Essa suppone la reciprocità, sola capace di obbligare le passioni a sottomettersi al controllo di un superio col-lettivo e di consentire così a ciascuno di mettere d'accordo i principi universali, che la sua coscienza gli detta, con la cultura e i costumi del suo paese. La reciprocità è la chiave dorata che dà al cittadino la possibilità di scoprire da sé, attraverso il suo voto, il rapporto migliore tra l'universale e il particolare, senza che nessun gruppo, nessun potere, nessun comitato di esperti – del resto incapaci di trovarlo- abbiano il minimo pretesto per imporglielo. Sopprimete l'idea di reciprocità e avrete le pas-sioni, gli interessi particolari o l'insopportabile pretesa degli ideologi d'imporre leggi che non tengono nessun conto dei costumi e delle mentalità. ...>

2° estratto (Conclusioni - Si può ancora credere nella felicità? - pagine 295-297)

<... Nessuno, si spera, chiuderà questo libro con un senso di rassegnazione. Né il temperamento né la ragione ci dispongono a contentarci di una sincera, ma vana deplorazione. È piuttosto collera che ci ispira l'ondata di intolleranza che oscura la democrazia fino a poc'anzi la più felice sulla terra. Si tratta di sapere se, nella società di odio tribale, di rivendicazione corporativistica, di colpevolizzazione del borghese, di prevenzione generalizzata, di controllo giudiziario illimitato e di censura meschina che vediamo istallarsi, la molla della libertà sia potuta nondi-meno, nei profondi dei cuori, restare intatta. È, per dirla senza giri di parole, se sia ancora possibile credere nella felicità.
Si è potuto pensare che, con la fine delle grandi utopie, lo Stato potesse rinunciare a farsi carico delle scelte personali, intellettuali e morali che permettono a ciascuno di adattarsi alla meno peggio alla sua natura e alla sua condizione. Era disconoscere che il potere possa essere sollecitato dalla società stessa, la cui paura davanti al prodigioso slancio delle tecniche e ai progressi quantitativi della civilizzazione ha provocato, per compensazione, uno slittamento verso le esigenze qualitative. Il fenomeno, in linea di massima, non è nuovo. Le fasi di espansione economica sono, da oltre due secoli, periodi di diffidenza nei riguardi degli strumenti materiali della felicità. Nel 1759, nella sua Teoria dei sentimenti morali, Adam Smith, il futuro autore della Ricchezza delle nazioni, si indignava che si potesse avere bisogno di invenzioni così assurde come lo stuzzicadenti, il pulisciorecchie e il tronchesino per le unghie.
La contraddizione tra l'aspirazione alla felicità e il bisogno di porla sotto sorve-glianza risale all'illuminismo. Il XVIII secolo ha liberato, è vero, il desiderio dai divieti cristiani. Si è scatenato contro la felicità materiale borghese. Ma, nello stesso tempo, questo secolo è ritornato alla moderazione epicurea, alla felice saggezza spinoziana, l'una e l'altra all'ascolto della natura, che bandisce l'irragionevolezza e l'eccesso. Più profondamente, ha pensato la felicità come un valore universale, a cui ogni uomo doveva avere accesso. È soprattutto su questo punto che innovava. Da un lato, si liberava l'individuo, lo si rendeva alle scelte della sua morale personale; dall'altro, la grande “idea nuova in Europa” proclamata da Saint-Just e inscritta da Jefferson come un “diritto inalienabile” nella Costituzione americana, s'inscriveva tra le missioni dello Stato. Turgot chiamava l'economia politica “la scienza della felicità pubblica”.
Ma, se si eccettuano il Terrore e le sue antitesi di Ordine morale, lo Stato uscito dalla rivoluzione non si è mai assegnato altra ambizione che quella di creare le condi-zioni della felicità. I repubblicani di tutte le sensibilità, socialisti compresi, avevano appreso alla scuola del kantismo che la felicità è contingente, legata al desiderio; che diventa insaziabile dal momento in cui si fa di essa un fine; in breve che è un'idea povera. In questa prospettiva, si sono autorizzati a formare cittadini capaci di essere felici; non si sono impicciati di renderli felici. Senz'altro è per questa ragione che, tra l'uguaglianza e la libertà, i padri della Terza Repubblica hanno riservato una funzione puramente simbolica alla fratellanza, l'unico termine della trinità repubblicana che proponga una concezione organica della felicità, in cui pubblico e privato si confondono. Tutt'al più hanno creduto possibile dare al po-polo le celebrazioni fraterne immaginate da Rousseau, ma facendone degli spet-tacoli: prodigalità delle feste, grandiosità delle commemorazioni. In questi istanti privilegiati, lo spreco e il lusso non avevano la funzione di ricordare la potenza dello Stato monarchico, né di riprodurre i misteri della messa, ma all'opposto, come ha visto il sociologo tedesco Simmel, di rompere con le costrizioni dell'orga-nizzazione, di creare la sorpresa, di ispirare la sensazione che tutto è possibile. La festa repubblicana era un modo di ricordare che esiste almeno un paradiso alla portata degli uomini – quegli stati di grazia che Stendhall ha chiamato “momenti di felicità”.
La nostra modernità ha cambiato tutto ciò. Le utopie hanno avuto un bel rendere l'anima dopo un interminabile agonia, lo Stato ha avuto un bel ricusare ogni pretesa di controllare la vita privata dei cittadini per fare il bene di questi ultimi contro se stessi, la crescente inversione della preoccupazione e del discorso pubblici nella sfera privata porta, attraverso il camino inverso, a conseguenze paragonabili. ...>


Il libro

È in distribuzione da metà Gennaio 2007 il nuovo libro di Alain-Gérard Slama, La regressione democratica, pubblicato dalla casa editrice Spirali. Il volume è un séguito ideale di L'angélisme exterminateur dello stesso autore francese, docente di Scienze politiche, che aveva acutamente fotografato la messa in discussione dei riferimenti repubblicani transalpini a partire dai primi anni '90. Allargando l'orizzonte su scala planetaria, qui la tesi dell'autore è che quel fenomeno stia proseguendo nella sua virulenza: «tutte le componenti di questa nuova ideologia, che chiamo “individualismo tribale”, modellano giorno dopo giorno un nuovo ordine politicamente, socialmente e moralmente corretto».
Afferma il politologo che il suo libro vuole essere una battaglia ideale che avrà raggiunto il suo scopo se permetterà al lettore di resistere alla normalizzazione in corso, tanto più evitabile quanto più essa è prevedibile e tanto tanto più grave quanto più essa si svolge nella più assoluta indifferenza. Nel saggio si affrontano temi che l'autore definisce come il discredito della legge, la tirannia del diritto, il dominio del potere giudiziario, la cancellazione del politico di fronte all'esperto, il rilancio dei “comunitarismi” a base identitaria, la banalizzazione delle discrimi-nazioni positive, lo sfruttamento “clanico” dei processi di memoria, l'ossessione preventiva, l'invasione delle misure di controllo sociale, lo sfruttamento populistico del tema dell'esclusione.
Se sullo sfondo il tema posto dall'autore è quello del ruolo stesso degli intellettuali, in primo piano risulta l'importante questione circa l'eredità ideologica dell'Illu-minismo e la conservazione dei valori laico-repubblicani; argomenti per propria natura delicati e complessi, che spaccano trasversalmente gli schieramenti e che riguardano in particolare i depositari della tradizione illuminata dell'individua-lismo universalista.


L’autore

Alain-Gérard Slama, nato il 25 febbraio 1942, è storico e giornalista, d'origini tunisine. Vecchio allievo del Lycée Carnot di Tunisi e dell'École normale supérieure, poi “agrégé” di lettere classiche, si è diplomato all'Institut d'études politiques (IEP) di Parigi. È professore di storia delle idee politiche e maestro di conferenze in diritto e letteratura all'IEP di Parigi, nonché editorialista di “Le Figaro”, “Le Point” e “France-Culture”. Inoltre è membro del consiglio scientifico e di valutazione della Fondation pour l’innovation politique e del cosiglio d'orientamento dell'Institut Montaign. Ha pubblicato, fra l’altro, Les chasseurs d’absolu e L’angélisme exterminateur.

 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.