|
Chi di sfregio
ferisce di sfregio perisce. Il guappo, figura storicamente
riconosciuta, oggi si confonde facilmente con quella del camorrista
(e anche qui ci sarebbe da scindere convinzioni popolari e cronaca
nera!). Eppure, a chiedere un po’ in giro nei pressi dei quartieri,
si incontrerà una popolazione di esperti e pronti in materia. Non
che si siano tutti riscoperti storici, il fatto è che l’errore di
sovrapposizione l’ha creato il folclore. Eh sì, perché il guappo è
guappo. Il camorrista è camorrista. Esiste un vero e proprio elenco
di differenze socio- culturali, letterarie e non solo!
Ha affrontato questo singolare argomento Monica Florio, scrittrice e
saggista napoletana, nel suo “Il Guappo” (Kairòs Edizioni, 10 €):
“Il guappo rappresenta una faccia della malavita, quella non
organizzata che, a partire dal ‘900, iniziò a perdere la propria
identità, fondata anche sull’antico codice d’onore ignorato dai
moderni criminali, per confondersi con il rivale camorrista. Per
quanto concerne l’immagine del guappo come eroe popolare, essa
scaturisce senz’altro da fattori psicologici rilevanti, avendo egli
realizzato tutte quelle aspirazioni sociali, quei bisogni e quei
desideri inespressi che sono stati proiettati dalle masse su di lui.
Non va dimenticato, poi, che gli stessi artisti non erano immuni dal
rispetto verso i guappi da cui ricevevano protezione in modo
disinteressato”.
Un tempo scomparso certamente. Riempito di retorica e buonismo ma
che in fondo nasconde una realtà che, ripulita dei tanti fronzoli, è
ancora più interessante. E così, si scopre ad esempio che il grande
Ferdinando Russo era un guappo: “Fu così, in pochi minuti - racconta
il poeta nel documento ‘Come divenni guappo’ - Ed io, devo
confessarlo, divenni guappo per Lei. E dico Lei! Perché c’entra una
Lei! Vecchia storia,quella di lui e di lei. Ma quale storia è
nuova?Fu sempre la donna, però, che fece l’uomo. Lo fece e lo
disfece: gli infuse coraggio o viltà. L’innalzò all’eroismo, lo
precipitò negli abissi della più abietta vigliaccheria. […] Insomma,
te lo girò e rigirò come volle. E continua a cucinarlo come vuole…Or
se divenni guappo, io lo debbo a lei”.
Ma come nasce allora un guappo? Il racconto di Russo, che alla fine
si domanda se gli sia davvero convenuto scegliere la vita dello
scrittore a quella del guappo, è solo uno dei tanti modi per
meritare il titolo. Guappo si diventa per meriti, per discendenza,
per necessità… Monica Florio, in questo saggio davvero gustoso,
approfondisce il percorso storico che ha portato alla nascita di
questa figura: le biografie dei principali esponenti, Antonio
Spavone, Pupetta Maresca o Pasquale Simonetti, noto per aver
schiaffeggiato in pubblico Luky Luciano, i riferimenti letterari,
quelli teatrali e cinematografici, come “Carmela è una bambola”,
“San Giovanni decollato” o “Un turco napoletano”. La Florio non
dimentica neppure la canzone napoletana citando i testi di “Don
Carluccio” di Salvatore di Giacomo o la celeberrima “Guapperia”,
scritta nel 1914 da Libero Bovio e Rodolfo Falvo e divenuta in
seguito famosissima nella sceneggiata merolana: ‘Scetateve guaglione
’e mala vita’. Così esordiva. “Il mio saggio rievoca una Napoli
estinta a cui le vecchie generazioni guardano spesso con rimpianto.
Io mi sono accostata a questa materia con quel distacco critico di
chi, cresciuta in una Napoli senza guappi, li considera un’icona. Il
rifiuto di ogni stereotipo è alla base della mia attività di
scrittrice. Ma l’iconografia partenopea non è la mia sola materia
anzi! Due miei racconti sono apparsi nelle raccolte “Vedi Napoli e
poi scrivi” e “San Gennoir”, edite entrambe dalla Kairòs. Le storie
che racconto ritraggono persone ordinarie, emarginate per motivi
economici, culturali, sessuali. Mi interessa esplorare la diversità
nelle sue sfaccettature: omosessualità, handicap, follia,
nell’ottica di un superamento degli atteggiamenti razzisti e di
quelli, spesso ancora più falsi, dettati dal politicamente
corretto”, conclude la scrittrice.
© Agnese Palumbo
|