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Campocroce è un delizioso, delicato libro di poesie, pubblicato
in edizione bilingue (in spagnolo e nella traduzione in italiano di
Emi Rabuffetti), per i tipi di Sometti, nella collana Archivio della
Poesia del ‘900, diretta da Alberto Cappi.
L’autrice Erika Reginato si è laureata presso l’Universidad Central
del Venezuela con una tesi su Giuseppe Ungaretti, è traduttrice di
diversi poeti italiani contemporanei - tra i quali Milo De Angelis e
Davide Rondoni - e ha collaborato con Santos López, in Venezuela,
alla Settimana Internazionale della Poesia e al Festival mondiale
della Poesia. Nata a Caracas, risiede ora in provincia di Vicenza.
Campocroce è un paese situato sul Monte Grappa, ma è anche un luogo
di memoria, dove si nascondeva - nella Seconda Guerra Mondiale - il
nonno della scrittrice, combattente tra le fila dei partigiani.
Così, la silloge Campocroce - dedicata agli antenati di
Reginato -, affonda in una malinconica levità, in una pacata, matura
nostalgia, evitando però qualsiasi sfumatura lugubre: “Quante volte
devo/ piangere i morti?// (…)// Vengono dal paese del sogno/ a
consegnarmi l’abbondanza/ del campo arato e dell’ulivo/”.
Il grano e il fiume, il merlo e la neve, il vento e l’oceano, la
natura tutta, sono per Reginato una metafora dell’esistenza, della
vita e della morte, del tempo che scorre, degli affetti che non
tramontano, che restano anzi come perle di saggezza, come schegge di
dolore - senza rancori - nei cuori di chi ripensa ai propri cari,
nei sogni di chi sa fare tesoro del passato: “Offro il grano che ci
unisce.// Le anime accendono il fuoco del ritorno/ albeggiano sopra
i tetti.//”.
Un canto leggero, appena sussurrato, si innalza e riecheggia di
verso in verso. Una preghiera melodiosa, mai rassegnata, si fa voce
universale, orecchio che ascolta i fremiti dell’anima, segno di
equilibrio nello spirito e nella forma, anche quando assume i toni
della lamentazione: “La linea che divide/ la nostra anima, Padre/ è
come la distanza tra il bordo/ e la salita del fumo.// (…)// Il
cerchio disegna il nostro incontro.//”.
Non mancano accenni alle colpe, alle angosce, alle battaglie
perdute: “Chi conosce/ le lenzuola di un morto,/ il sollievo
dell’acqua,/ la sua mano rugosa nell’angoscia?//”, “Fino che ora/ ci
sarà vigilia?// Gli sconfitti conversano/ abbracciano la colpa,/”.
Eppure Reginato non si ferma qui, non si arresta di fronte alle
amarezze. Vuole proseguire sulla strada indicatale da chi l’ha
amata; vuole, ad ogni sorgere del sole, sorridere ancora: “Canto
scalza,/ ripeto segreti ai santi,/ accendo candele esposte all’alba/
attraverso l’umidità della vigilia,/ l’odore del miracolo.//”.
Ci si chiede, talvolta, quale senso abbia scrivere poesie, in un
mondo come il nostro, che confonde la bellezza con la volgarità, che
non ha più occhi che guardino il cielo, ma solo volti tetri o finti,
reclinati nella sfera narcisistica del privato.
Leggendo queste pagine di Reginato, forse una risposta fa capolino.
La poesia sfiora il limite, la soglia. Si inoltra negli enigmi
dell’Assoluto. Non comunica certezze matematiche o scientifiche.
Allude, evoca il mistero ultimo delle cose: “Sotto/ nella chiesa/ il
corpo dorme./ Sopra/ una farfalla gioca/ vicina a Dio.//”.
E Reginato ci aiuta, alla pari di tanti altri bravi poeti, ad
assaporare la musicalità dell’universo, a goderne l’infinitezza nei
giorni modesti della semplice vita: “Campocroce è
immenso perché la salita inizia all’alba in casa di zia Lena”.
© Adele Desideri
Il Quotidiano della Calabria, rubrica Libri e letture, 31
maggio 2010
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