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Franco
Santamaria è nato nel 1937 a Tursi, cittadina del Materano. Dal 1967
vive a Napoli e, dal 1990, risiede ad Afragola, in provincia di
Napoli. In questa, come nelle altre raccolte dell’autore, domina il
senso forte del suo tenace fondamento esistenziale, un radicamento
verso la sua terra d’origine, la Basilicata, con la quale il poeta
ha uno struggente rapporto di odio-amore. Si respira, in questo
testo, che non è scandito, e nel quale tutti i componimenti hanno un
titolo, una visione di Santamaria, della sua terra, vista come una
vera e propria matrice biologica, una radice, un etimo, al quale il
poeta non può rinunciare, pur avendo continuato a vivere nel
Mezzogiorno; ciò è da attribuirsi alle condizioni di arretratezza e
di povertà del profondo Sud, al suo paesaggio brullo in sintonia con
la penalizzazione atavica che la Basilicata ha subito; il poeta, pur
non vivendo più in Basilicata, è figlio, di questa terra e, dai
versi, questo trapela molto chiaramente, come una provenienza molto
accentuata.
Detto questo, c’è da dire che il poeta “ci dà conto della sua
visione esistenziale e del grumo complesso di angosce, sogni e
paure, che sono parte integrante di una personalità che, nonostante
il forzato distacco, mantiene saldo il rapporto umano e ideale con
la propria terra” (Vittorio Mazzone, Prefazione). Potrebbe definirsi
questa, poesia lirica, di una liricità non effusiva e dolce, che non
ha niente di elegiaco. Protagonista della raccolta, a livello
mentale, pare essere una natura che, spesso, assurge a simbolo,
attraverso piante e animali che vengono nominati, il tutto sotteso
all’idea di un paesaggio dove tutto appare disseccato da un clima
inclemente: che è sfondo, tragicamente connesso ai vissuti degli
abitanti di quelle terre, nelle quali tutto è inalterato da secoli,
o almeno così pare; non ci si può dimenticare del poeta Rocco
Scotellare che, ovviamente, con modalità e in tempi ben diversi, ha
parlato della Basilicata; protagonista, a livello più profondo,
nella visione di Santamaria, è il sentimento turbato del poeta che
comunica l’ansia, il dolore dei suoi compaesani, ridotti a comparse,
sullo scenario della Storia, senza averne colpa; essi non
usufruiscono del progresso e degli aspetti positivi che esso offre
alla maggior parte degli italiani, in questo postmoderno
occidentale, soprattutto a quelli che vivono nel Centro e nel Sud;
Franco Santamaria, dunque, ripropone l’annoso tema della Questione
Meridionale in versi, ed è presente il tristissimo tema
dell’emigrazione verso il Nord, da parte di esseri umani che partono
per guadagnarsi il pane quotidiano.
C’è quindi anche il tema della denuncia sociale in queste pagine,
che trasudano ansia di riscatto.
A livello stilistico è frequente, nelle parole icastiche del poeta,
un certo andamento narrativo e un’aggettivazione molto frequente; i
componimenti sono divisi in strofe e molto buona è la tenuta del
ritmo, anche attraverso l’uso di versi di diversa lunghezza: il
poeta, tra l’altro, padroneggia con maestria il verso lungo che è
frequente nelle sue poesie: tuttavia ci sono anche degli aspetti
positivi, in quello che è l’affresco di parole di una realtà di per
se stessa tragica, come quella descritta dal poeta nel suo libro:
infatti il poeta si sente profondamente legato alla sua gente che,
nonostante le avversità del vivere quotidiano, ha la forza di tenere
vive le ragioni della propria identità e riesce persino a ritrovare
momenti di genuina e semplice felicità, che danno un senso alla
propria storia collettiva.
Vivi nella memoria del poeta sono i momenti della trebbiatura,
vissuti come momenti dell’esperienza corale del mondo contadino,
quando l’intera comunità si ritrova ad intrecciare versi antichi di
fatica, con la gioria di restare insieme per insaldare i legami con
le generazioni, favorire la nascita di nuovi amori, riscoprire le
ragioni di un destino comune sottolineato dalla passione profusa nel
cantare a squarciagola, momenti in cui lo spirito collettivo si
raduna, celebrando un rito unico per la sua irripetibilità in altri
luoghi. Per questa gente, che forse Santamaria sa di contemplare da
un osservatorio privilegiato, è importante anche sognare, non per
rifiutare stupidamente la drammaticità della realtà, ma riscoprire
in se stessi nuove energie che aiutino a combattere le avversità
della vita e possano dare forza e concretezza alla nostra e loro
speranza di un mondo migliore: “…in acqua di fiume montano si
scioglie il dolore,/ quando rari angeli passano da noi/ a rendere il
verde a un lembo aspro di terra…”; qui il dolore si scioglie in una
natura mistica con gli angeli che passano e, del resto, sognare ad
occhi aperti non costa nulla.
Raffaele
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