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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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STORIE DI ECHI

 
 

 

"Le Storie di echi di Franco Santamaria"
Raffaele Piazza

 

Franco Santamaria è nato nel 1937 a Tursi, cittadina del Materano. Dal 1967 vive a Napoli e, dal 1990, risiede ad Afragola, in provincia di Napoli. In questa, come nelle altre raccolte dell’autore, domina il senso forte del suo tenace fondamento esistenziale, un radicamento verso la sua terra d’origine, la Basilicata, con la quale il poeta ha uno struggente rapporto di odio-amore. Si respira, in questo testo, che non è scandito, e nel quale tutti i componimenti hanno un titolo, una visione di Santamaria, della sua terra, vista come una vera e propria matrice biologica, una radice, un etimo, al quale il poeta non può rinunciare, pur avendo continuato a vivere nel Mezzogiorno; ciò è da attribuirsi alle condizioni di arretratezza e di povertà del profondo Sud, al suo paesaggio brullo in sintonia con la penalizzazione atavica che la Basilicata ha subito; il poeta, pur non vivendo più in Basilicata, è figlio, di questa terra e, dai versi, questo trapela molto chiaramente, come una provenienza molto accentuata.

Detto questo, c’è da dire che il poeta “ci dà conto della sua visione esistenziale e del grumo complesso di angosce, sogni e paure, che sono parte integrante di una personalità che, nonostante il forzato distacco, mantiene saldo il rapporto umano e ideale con la propria terra” (Vittorio Mazzone, Prefazione). Potrebbe definirsi questa, poesia lirica, di una liricità non effusiva e dolce, che non ha niente di elegiaco. Protagonista della raccolta, a livello mentale, pare essere una natura che, spesso, assurge a simbolo, attraverso piante e animali che vengono nominati, il tutto sotteso all’idea di un paesaggio dove tutto appare disseccato da un clima inclemente: che è sfondo, tragicamente connesso ai vissuti degli abitanti di quelle terre, nelle quali tutto è inalterato da secoli, o almeno così pare; non ci si può dimenticare del poeta Rocco Scotellare che, ovviamente, con modalità e in tempi ben diversi, ha parlato della Basilicata; protagonista, a livello più profondo, nella visione di Santamaria, è il sentimento turbato del poeta che comunica l’ansia, il dolore dei suoi compaesani, ridotti a comparse, sullo scenario della Storia, senza averne colpa; essi non usufruiscono del progresso e degli aspetti positivi che esso offre alla maggior parte degli italiani, in questo postmoderno occidentale, soprattutto a quelli che vivono nel Centro e nel Sud; Franco Santamaria, dunque, ripropone l’annoso tema della Questione Meridionale in versi, ed è presente il tristissimo tema dell’emigrazione verso il Nord, da parte di esseri umani che partono per guadagnarsi il pane quotidiano.

C’è quindi anche il tema della denuncia sociale in queste pagine, che trasudano ansia di riscatto.

A livello stilistico è frequente, nelle parole icastiche del poeta, un certo andamento narrativo e un’aggettivazione molto frequente; i componimenti sono divisi in strofe e molto buona è la tenuta del ritmo, anche attraverso l’uso di versi di diversa lunghezza: il poeta, tra l’altro, padroneggia con maestria il verso lungo che è frequente nelle sue poesie: tuttavia ci sono anche degli aspetti positivi, in quello che è l’affresco di parole di una realtà di per se stessa tragica, come quella descritta dal poeta nel suo libro: infatti il poeta si sente profondamente legato alla sua gente che, nonostante le avversità del vivere quotidiano, ha la forza di tenere vive le ragioni della propria identità e riesce persino a ritrovare momenti di genuina e semplice felicità, che danno un senso alla propria storia collettiva.

Vivi nella memoria del poeta sono i momenti della trebbiatura, vissuti come momenti dell’esperienza corale del mondo contadino, quando l’intera comunità si ritrova ad intrecciare versi antichi di fatica, con la gioria di restare insieme per insaldare i legami con le generazioni, favorire la nascita di nuovi amori, riscoprire le ragioni di un destino comune sottolineato dalla passione profusa nel cantare a squarciagola, momenti in cui lo spirito collettivo si raduna, celebrando un rito unico per la sua irripetibilità in altri luoghi. Per questa gente, che forse Santamaria sa di contemplare da un osservatorio privilegiato, è importante anche sognare, non per rifiutare stupidamente la drammaticità della realtà, ma riscoprire in se stessi nuove energie che aiutino a combattere le avversità della vita e possano dare forza e concretezza alla nostra e loro speranza di un mondo migliore: “…in acqua di fiume montano si scioglie il dolore,/ quando rari angeli passano da noi/ a rendere il verde a un lembo aspro di terra…”; qui il dolore si scioglie in una natura mistica con gli angeli che passano e, del resto, sognare ad occhi aperti non costa nulla.

Raffaele Piazza

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.