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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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STORIE DI ECHI

 
 

 

"VA', PENSIERO, SULL'ALI DORATE...
Estetica, politica e sessuologia nella poetica di Franco Santamaria"

Franco Messina

 

Si possono coniugare Arte e Politica? Freud, ad esempio, sostiene che l'opera d'arte nasce come "sublimazione" sia di conflitti interiori conseguenti a frustrazioni/repressioni di ordine psico-sessuale, sia, parallelamente, come "valvola di scarico" di conflitti socio-culturali in cui l'individuo (in questo caso, l'artista) si trova imprigionato, proprio a causa delle frustrazioni/repressioni suddette. In altre parole, per Freud l'Arte si realizza come "catarsi"="purificazione". In tal senso è senz'altro vero, come qualcuno ha scritto, che "l'Arte è la domenica della settimana della vita" (Guido Calogero, filosofo).
Il padre della psicanalisi mutua il suo concetto da Aristotele, il quale rielabora - superandolo - quello del suo predecessore e maestro Platone, secondo cui l'Arte è imitazione (dell'imitazione) della Natura. Ma "la creazione artistica - ha scritto il sociologo dell'Arte Arnold Hauser - non è una lotta per l'esposizione delle "idee" (della concezione platonica, nota mia), bensì una lotta contro il velo imposto dalle idee, dalle essenze, dagli universali. Platone sapeva benissimo perché bandiva l'artista dal suo stato di filosofi".
Sempre Freud, a proposito di Leonardo da Vinci, sostiene che "il nòcciolo della sua natura ed il suo segreto sembrerebbero risiedere nel fatto che egli riuscì, dopo che la sua curiosità era stata resa attiva durante l'infanzia al servizio degli interessi sessuali, a "sublimare" (sono io che virgoletto) la maggior parte della sua libido in una brama di ricerca". E noi sappiamo che sia le frustrazioni/repressioni psico-sessuali, sia i conflitti socio-culturali si accumulano maggiormente durante l'infanzia.

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Che c'entra tutto questo con la politica? Vittorio Mazzone, che ha stilato la "Prefazione" alla raccolta poetica del Nostro ("Storie di echi", Ferraro, 1997), riconosce che "il Poeta sembra volersi liberare dal cumulo, opprimente, di angosce e frustrazioni e, come un cavaliere senza macchia e senza paura, interpreta la propria ansia di riscatto, dà voce ai suoi sogni, alimenta la speranza di trasformazione della realtà".
Le argomentazioni del Mazzone sono, tutto sommato, condivisibili, ma necessitano di maggiori spiegazioni e ampliamenti.
Leggiamo la prima composizione della raccolta, dal titolo "Su argento e cristallo":

"Su argento e cristallo innalza il suo trono / il rapace dalle ali crociate / ardenti come armi quando il vento è cedevole / perché non sa conoscere / e dirittamente volgere per azzurri cieli / l'impeto del suo essere univoco. / Dal piedistallo di nuvole / sfibranti un sole quasi irreale / ambigui fulgori rimena."

Prima di tentare di spiegare il probabile significato di questi versi, vorrei riportare cosa pensa dell'Arte (meglio: dell'Opera d'Arte) Umberto Eco: "per leggere una poesia - dice Eco - o guardare un quadro, non è necessario conoscere la vita dell'autore. L'autore che conosciamo è quello che si è manifestato come stile e come visione del mondo… In un'opera d'arte non si deve cercare l'autore empirico, ma quell'Autore Modello che si manifesta come modo di mettere in scena parole, idee, colori o suoni". Io credo che Eco voglia semplicemente dire questo: che non bisogna "assolutizzare" la vita di un artista facendo dipendere la sua Arte solamente (o quasi) da essa. Altrimenti non si capisce perché un Dante abbia scritto la "Divina Commedia" e perché l'abbia scritta in quel modo, con quei personaggi, quei luoghi, ecc.; perché un Michelangelo abbia dipinto la "Cappella Sistina" e abbia scolpito il "Mosè", il "David" e la "Pietà"; infine (si fa per dire) un Verdi abbia composto il "Nabucco", "I Lombardi alla prima Crociata" e tutto il resto.
Eco, che è semiologo (insegna Semiologia all'Università di Bologna) oltre che estetologo, sa bene che il linguaggio dell'Arte, più di qualsiasi altro, è linguaggio simbolico: è, cioè, un "universo segnico"; è per ciò che interpreto il suo passo nella maniera suddetta; d'altro canto, altre mie letture di Eco sull'Arte e sull'Estetica mi confermano in questa mia interpretazione.

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Conosco Franco Santamaria: conosco la sua adesione ad un concetto di giustizia sociale che dovrebbe prevalere, anziché essere calpestato. Credo allora di non sbagliarmi se dico che il "rapace" di cui parla nei versi citati altro non può essere che il Capitalismo selvaggio! Questo "avvoltoio" che, in quanto tende a volgere gli eventi e i sentimenti umani "a senso unico", non può e non sa rivolgersi verso gli "azzurri cieli" della Speranza, dell'Utopia, del Benessere morale materiale e sociale dell'Uomo, della sua Felicità.
Leggiamo anche i versi della seconda strofa della poesia:

"Illude di guarire le angosce dell'uomo / che voli di frumento attende dalla creta, / allinea congiure tra uncinate mani / a lacerare le sue gelide guance / di notte."

È ancora esso: il "Capitalismo energumeno" (Jean-François Lyotard)! Che ostenta miraggi e fatemorgane, ma che invece schiaccia e distrugge. Ho ben impressa nella mente l'immagine del "Paese dei Balocchi" descritta dal Collodi nel suo capolavoro pedagogico-letterario; e purtroppo spesso l'essere umano si fa incantare da questi personaggi - veri ladri di co-scienze! - del tutto simili all'"omìno" del carro del racconto collodiano. Ma l'uomo aspetta dalla terra ("dalla creta") copiosi raccolti ("voli di frumento"); mentre "il rapace" prepara, con le sue "uncinate mani", trappole e inganni per incastrarlo sempre di più.
È, sì, vero che gli "echi" di cui parla il Poeta sono, come scrive il Mazzone, "echi che gli pervengono dalla memoria della sua terra". Ma è altrettanto vero, secondo me, che essi fungono da "cassa di risonanza", per così dire, del suo messaggio etico-sociale.
Ma eccola la lirica degli "echi", terza della raccolta in ordine progressivo e che dà anche il titolo alla raccolta stessa: si intitola "Storie di echi":

"Le rocce nella notte raccontano storie di echi / a che tutti sappiano della sua consistenza." (Fine prima strofa).

"Allora distingui nel vento / gli artigli dell'Invisibile che graffiano / le porte dei contadini in disperante attesa e recidono / il riso sincopato delle donne nei preludi d'amore; / e sai a chi appartengono quei grappoli di vene rotonde / che i pampini vogliono coprire di giorno / e perché alcuni uccelli si tingono di rosso il petto / e molti altri sono tutti vestiti di nero; / e sai anche perché spesso si rinvengono orme sui costoni lente / che non sono di capre e i calanchi / emettono lamenti e pianti durante la pioggia."

L'"Invisibile" non può essere ancora che lui: il "rapace", il persuasore occulto, il "Capitalismo energumeno", secondo la surriportata espressione dello psicanalista Lyotard.
Nella terza strofa viene toccato uno specifico tema politico e sociale. Eccola:

"Di notte / sai anche perché, per toccare una diversa / aurora, vanno verso nord treni di uomini / esili come canne / e stracci legati con lo spago, mentre bimbi nudi / rincorrono lucertole e rospi con lunghi fili d'erba."

È il triste fenomeno dell'emigrazione, verificatosi negli anni successivi all'ultima guerra. Si capisce appieno, allora, il senso della parola "echi": essi riproducono lo strazio, le grida d'angoscia di madri, mogli, figlie, sorelle, promesse spose che vedono partire i loro uomini diretti al Nord "per toccare una diversa aurora"; che gli faccia toccare con mano - attraverso il lavoro - una vita fatta meno di stenti, di privazioni, di soffe-renze.

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Ed è proprio questa la "catarsi": ma questa volta in senso sociale più che altro. Il vocabolo medesimo, peraltro, viene, a un certo punto, adoperato dallo stesso Poeta: ma ne viene soprattutto evidenziato il significato intrinseco. Come "In ogni campana", undicesima composizione, dove compare per ben due volte, appunto, il vocabolo "catarsi". Leggiamola:

"Ma la nostra catarsi avviene nelle scalpellature / di ogni giorno, / segna una seduta nei suoi termini / ogni giorno, / all'aria compressa dallo zolfo e dai fossili / di quelli che a noi hanno consegnato / di svolgere la stessa storia / sul sale dei calanchi a squame, / all'ascitico ventre dell'inedia dagli occhi infossati, / alla disposizione ultima / delle labbra ormai prive di saliva."

Ho saltato volutamente la prima strofa della composizione - peraltro com-posta da due versi -, mentre passo, ora, direttamente alla terza.

"La nostra catarsi sgorga / dalle case dell'avvilente rassegnazione, dove si ricompone / il corpo esploso tra le macchie del lentischio, / dal sesso violentato della bimba in agonia…"

Eccetera, eccetera. Il filosofo Herbert Marcuse, nel commentare a suo modo Freud, afferma "che l'Eros, come istinto di vita, caratterizza un istinto biologico più ampio, piuttosto che un fine dilatato della sessualità"; ed inoltre che "la psicologia individuale di Freud è nella sua essenza psicologica sociale". Questo significa che già nello stesso Freud il concetto di "catarsi" travalica di molto il mero significato psico-sessuale per confluire "tout court" in quello socio-culturale. Quanto al "sesso violentato della bimba in agonia", io intravedo tutta l'infanzia violentata. Una scuola a cui viene demandato il compito non già di "educare" (la parola "educazione" rappresenta in realtà un ignobile abuso termino-logico), ma di "indottrinare" (="plagiare ideologicamente", nel senso dell'"ideologia" chiarito dal sociologo Karl Mannheim) i futuri cittadini, con programmi prefabbricati e tali da causare "la frammentazione manichea della personalità dell'educando" (Franco Frabboni, pedagogista); ebbene: chi è il persuasore occulto, il vero "burattinaio" che, dietro le quinte, muove i fili di tutto ciò? A me la risposta pare ovvia: il Potere economico tramite il Capitalismo. Eppure, dice Rousseau, "ci si lamenta dello stato d'infanzia e non si capisce che la razza umana sarebbe perita se l'uomo non avese cominciato con l'esser bambino", e ammonisce che "bisogna considerare l'uomo nell'uomo e il bambino nel bambino".
Da qui uno struggente (non però palesato) desiderio, da parte del Poeta, di "ritorno delle anime alle origini". Si tratta, forse, dello "stato di natura" invocato dallo stesso Rousseau? Io credo di sì. Ma con una precisazione: che la presunta contrapposizione Natura/Cultura operata dal Ginevrino consiste, in realtà, in un'accusa, come ha ben chiarito il nostro Gramsci, "contro la paralisi della scuola gesuitica".

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Nella poesia del Santamaria è però presente anche l'Eros "stricto sensu". Questi, ad esempio, i versi della strofa finale della quindicesima poesia, dal titolo "In luogo segreto ai dominii":

"In nascosta conchiglia custodirò / il mistero del seme per il nuovo albero della vita, / palpiti di donna lieviteranno le sue radici."

Dove a me pare del tutto ovvio che la "conchiglia" altro non può essere che l'apparato riproduttore della donna (della "sua" donna?).
E credo si ritrovi, l'Eros, anche nella diciottesima composizione, dal titolo "L'angelo sacrilego", di cui riporto la prima strofa:

"Resta straziato tra l'autunno degli alberi / a stimmate di grappoli ossei confuso / il volto dell'angelo sacrilego / amico delle notti senza luna."

Chi è l'"angelo sacrilego" se non lui: Amore? "Eros", appunto. Amico dell'oscurità, perché il Potere economico/Capitalismo selvaggio/Dio-denaro, attraverso la repressione sessuale, non concede in alcun modo che si possa amare alla luce del sole. Quanto al fatto, poi, che Eros sia paragonato ad un angelo, sulle prime si potrebbe pensare alla "donna angelicata" di Dante e degli stilnovisti. Senonché, sapendo che il Poeta è, tra le altre cose, un emerito classicista, propendo per l'ipotesi che esso sia invece da collegare all'Eros/Cupido, dio alato dell'Amore, di Greci e Romani.

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Vorrei ora considerare tre liriche. La prima - nona dell'intera raccolta - si intitola "Era un albero". Leggiamola:

"Con la superba iridescenza del pavone, / custode e simbolo / di ciò che si credeva duraturo, / di ciò che si credeva possedere l'affilata penetrazione delle spade, / nell'umida ebrietà dell'autunno l'albero ardeva / confermando un patrimonio estremo / nella regione dei fossili."

Qui finisce la prima strofa. Salto la seconda e passo alla terza:

"Ora, con le sue linee di ossa svuotate / zufula il vento, / il gufo / cadenza il suo requiem / disperando di un'altra esistenza di gemme."

L'impressione immediata, qui, potrebbe essere quella di un eventuale riferimento al padre (anche, magari, in analogia con "La quercia caduta" del Pascoli): impressione che troverebbe conferma nell'altra lirica su cui mi sono soffermato, la diciannovesima: "Torna da noi la pioggia", di cui riporto, però, solo la seconda strofa:

"Smembrato e divelto / non può più il tronco in sé fermare sapori d'infanzia / né pronunciare speranze di terra / nel cui petto radici affondino e respirino."

Detta impressione è però, a mio avviso, errata. Gli ultimi versi riportati, infatti, pur se parlano di un "tronco" similarmente ai primi che parlano di un "albero", smentirebbero un'interpretazione siffatta. Le due liriche sono da mettere in relazione all'altra che ho deciso di riportare, dal titolo "Barca capovolta" e che è la ventiquattresima della silloge. Eccola:

"Prima del morso della sabbia, / tenace e avvolgente i suoi fianchi di antica / quercia, ai gridi dei gabbiani si confuse il grido mai / rivelato sulla riva d'un naufrago morente."

Sarà pur vero che il "naufrago morente" potrebbe essere il padre, o un partigiano o, magari, il padre-partigiano. Ma si tratterebbe pur sempre di una figura umana (seppure lo è) proiettata e, pertanto, nel linguaggio di Freud, "sublimata". Certi termini, per esempio, persino certi spezzoni di versi - se non versi interi - non lascerebbero adito a dubbi. Così, "zufula il vento" riecheggia il "fischia il vento, urla la bufera" di una nota canzone della Rivoluzione d'Ottobre; la "trasparenza" richiama inequivocabilmente la "glasnost" gorbacioviana (sempreché la mia interpretazione sia corretta, s'intende), e così via. Ma allora, "l'albero [che] ardeva", come "il tronco smembrato e divelto", come, infine, la stessa "barca capovolta" indicano - o meglio allegorizzano - lo stesso oggetto concettuale: l'ideale dell'edificazione di un mondo su basi socialcomuniste, o, per dirla più brevemente, l'Utopia socialcomunista. (Forse, occorre anche aggiungere che la stessa idea di "quercia" rimanda, sia pur vagamente, alla Quercia-simbolo dell'italiano Partito Democratico della Sinistra che ha "insabbiato" il vecchio ideale del Comunismo, la sua spina dorsale, - le "sue vertebre" - di cui ha conservato solo la parvenza: una patina di "veli" di "muschio"). Pertanto, in questa prospettiva, il "naufrago morente" altri non può essere che Mikhail Gorbaciov, il quale sarebbe così, simboleggiato anche dal "gufo" che piange la sua fine a ritmo di lamento funebre, e ritiene che non ci sarà più una rinascita dell'ideale social-comunista.

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Ultime riflessioni. Ha scritto l'indimenticabile Pasolini: "distinguere mostruosamente i momenti di un uomo è offensivo: in campo letterario è un modo per considerare il poeta un irresponsabile, un infante, cioè non un cittadino". Questo per dire - e anche per rispondere alla domanda da me posta all'inizio - che l'essere umano è un'inscindibile unità psico-fisica; è cioè, per dirla col linguaggio di Aristotele, un "sinòlo", un tutt'uno. Tale è l'Arte in Dante come in Collodi, nell'Ariosto come nello stesso Pasolini, in Raffaello e in Picasso, in Verdi e in Beethoven, in Shakespeare e in Brecht, in Federico Fellini e in Anna Magnani. E tale è l'Ars poëtica di Franco Santamaria. La sua Weltanschauung fa una cosa sola con la sua Poesia, la sua filosofia, la sua etica, la sua "politologia".
Suona falsa, uscita dalla penna di Croce, l'affermazione secondo la quale l'Arte è sintesi di forma e contenuto. Verissima in sé stessa, nella concezione del filosofo di Pescasseroli suona falsa perché, stando al suo dualismo, da una parte c'è lo Spirito assoluto, dall'altra la Materia: laddove la forma apparterrebbe all'area del primo, il contenuto all'area della seconda. Sicché, secondo il Croce, tale "sintesi" costituirebbe il terzo momento di una mal interpretata (secondo me) dialettica hegeliana.
Ha ragione Pasolini. E ha ragione anche Gandhi: "l'artista dovrebbe guardarsi dall'esaltarsi e dal diventare narcisista. Non dovrebbe mai dimenticare i propri doveri verso le masse. La sua arte è degna di consenso solo nella misura in cui giova alle masse. Non riesco a vedere in che modo si potrebbe giustificare l'arte se non come progressiva risposta a un'esigenza popolare ampiamente diffusa".

Franco Messina

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Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.