|
Questa
raccolta di poesie, scritte da Franco Santamaria tra il 1967 e il
1968, ma pubblicata solo nel 1997, emblematicamente s'intitola
"Storie di echi".
In queste liriche Santamaria ci dà conto della sua visione
esistenziale e del grumo complesso di angosce, sogni e paure, che
sono parte integrante di una personalità che, nonostante il forzato
distacco, mantiene saldo il rapporto umano e ideale con la propria
terra.
Una terra, quella amara della Basilicata dalla quale giovanissimo il
poeta, non per sua scelta, è stato costretto ad allontanarsi, ma che
pure continua a rappresentare approdo sicuro cui ritornare, per non
disperdere le proprie radici, punto di partenza certo su cui
innestare nuove e più generali certezze.
Con questa terra di Basilicata Santamaria sembra intessere un
rapporto sofferto di odio-amore.
Ne mette in luce tutte le asprezze e le speranze e le conseguenti
cocenti delusioni. Ricorrenti sono le immagini che fanno pensare a
tantissima parte delle zone interne del nostro Mezzogiorno,
caratterizzate da paesaggi spogli, aridi, difficili da vivere, che
un grande meridionalista come Giustino Fotunato definì "l'osso", in
contrapposizione alla "polpa" rappresentata dalla fecondità delle
aree costiere.
Da qui, da questa amara parte del Sud soprattutto, gli uomini scappano:
"[...] /
per toccare una diversa / aurora, vanno verso nord treni di uomini /
esili come canne".
Eppure, a loro non toccherà una sorte migliore. Vanno, infatti,
verso un mondo dove
"il tuono dei motori, da lontano, /
è senza fermate e impietoso più dell'acqua che precipita /
in rapido torrente".
Ad ingentilire il paesaggio, che sembra quasi fatto apposta per
simboleggiare la fatica del vivere, l'unico segno di speranza è
rappresentato dal libero volo delle rondini che, almeno loro,
apparentemente soddisfatte del proprio stato, s'inebriano "filando reti per il cielo
/
e vie che ancora siano calde di miti".
Ma della propria terra Santamaria denuncia anche l'arretratezza
sociale ed economica. Un' arretratezza che accentua le differenze
sociali, perpetua annose ingiustizie e fa vivere in condizioni di
odioso sfruttamento le masse contadine. Arretratezza e sfruttamento
che abbrutiscono e umiliano uomini e donne, impegnati in una dura
lotta per la sopravvivenza.
Particolarmente toccante è l'immagine della donna contadina,
sovrastata e distrutta da una quotidiana fatica, che ne fa una
cariatide senza eleganza incapace di assaporare il fiore della vita.
Santamaria si sente profondamente legato alla sua gente che,
nonostante le avversità del vivere quotidiano, ha la forza di tenere
vive le ragioni della propria identità e riesce perfino a ritrovare
momenti di genuina e semplice felicità che danno un senso alla
propria storia collettiva.
Vivi nella memoria del poeta sono i momenti della trebbiatura,
vissuti come esperienza corale del mondo contadino, quando l'intera
comunità si ritrovava ad intrecciare gesti antichi di fatica con la
gioia dello stare insieme per rinsaldare i legami tra le
generazioni, favorire la nascita di nuovi amori, riscoprire le
ragioni di un destino comune, sottolineato dalla passione profusa
nel cantare a squarciagola antiche canzoni di lotta.
Ma questi momenti di felicità sono inevitabilmente del tutto
passeggeri. Il calore dell'estate ben presto se ne va e si porta via
l'ebbrezza dei canti, dei suoni, dei colori. Ritorna Novembre e
riprende a infuriare il vento in tempesta, che incupisce i cuori e
tutto il mondo circostante. Ritorna, allora, il tempo delle ombre e
delle paure. Si accentuano i dubbi e le angosce del vivere
dell'uomo. La mente è occupata dall'invasione di fantasmi
orripilanti.
Prima o poi, sembra ammonire Santamaria, ciascuno di noi dovrà fare
i conti con l'autunno della vita. Sarà bene, allora, che ciascuno di
noi sappia che "alle fiamme del vento in tempesta è vana /
la resistenza delle foglie a cui manchi /
la solidità dell'idea, /
precipitano /
in melma di stagno affogando".
Il poeta prende atto, senza infingimenti, che la legge odiosa della
violenza sembra reggere i rapporti tra le cose nel mondo presente.
Le foglie, esposte indifese alle "fiamme del vento", finiscono per
soccombere. Per questo, coraggiosamente, occorre trovare in sé la
forza di resistere. E' solo in questo modo che si può coltivare la
speranza di modificare la realtà che ci circonda e far sì che ci
arrida finalmente un sorriso di zagara: "in acqua di fiume montano si scioglie il dolore,
/
quando rari angeli passano da noi /
a rendere il verde a un lembo aspro di terra".
Ma a volte non basta restare con i piedi ben piantati a terra. E'
importante anche sognare, ma non per rifiutare stupidamente la
drammaticità della realtà, ma per riscoprire in se stessi nuove
energie che ci aiutino a combattere le avversità della vita e
possano dar forza e concretezza alla nostra speranza di un mondo
migliore.
"[...] //
Nascono i sogni dalle nuvole /
come libri profetici dove ardono simboli di fuoco. /
Mi vedo volante su immense /
voragini, senza paura e distinguibile forma".
Il poeta sembra volersi liberare dal cumulo, opprimente, di angosce
e frustrazioni e, come un cavaliere senza macchia e senza paura,
interpreta la propria ansia di riscatto, dà voce ai suoi sogni,
alimenta la speranza di trasformazione della realtà.
Il messaggio che trasuda dai versi di Santamaria è chiaro. Egli si
fa portavoce degli echi che gli pervengono dalla memoria della sua
terra, da cui ha attinto capacità di analisi sofferta della realtà,
unitamente ad una sentita voglia di riscatto.
La struttura del verso di Santamaria è aspra come la terra che ha
generato il poeta. Non v'è spazio alcuno per leziosità ed
ammiccamenti. La parola si snoda sofferta e immediata mescolando in
modo del tutto naturale aspetti di sapore strettamente realistico
con squarci ricorrenti di visioni surreali.
Il continuo riferimento ad un complesso mondo onirico esplicita la
ricchezza intellettuale di un artista, dotato di una sottile
sensibilità, che ha il merito di farsi apprezzare per l'estrema
vivacità immaginativa. Un simbolismo, a volte esagerato, ma mai
gratuito, sollecita il lettore ad una partecipazione convinta. Deve
misurarsi seriamente con il testo chi vuole cogliere il piacere di
comunicare con il poeta.
Ed il dialogo che si determina, allora, è ricco di riflessioni
nuove.
Vittorio Mazzone |