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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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STORIE DI ECHI

 
 

 

"I poeti non sono mai buoni critici di se stessi"
Maria Teresa Manganiello

 

I poeti non sono mai buoni critici di se stessi: o si sottovalutano o sono presi da delirio di onnipotenza.

A fare da staffetta e da trattino di unione fra queste “cesure del tempo”, uno spirito alto, una mente che si muove come un magma fra presente e passato, proiettandosi nel futuro.
Lo scrittore, Franco Santamaria, fra scienza e mistero, fa da “cerniera” ideale in una sorta di odio-amore mai superato, perché mai rimosso, alla ricerca di una “normalità”, dove la sua poesia possa attingere l’effervescenza che le è congeniale.

Stagione fertile e felice questa di una voce, la sua, che non grida forte per la pigra abitudine di costringersi a guardare solo l’evidente, lo scontato, quanto ci circonda ed è a portata di mano, mentre potrebbe, se solo lo volesse, sconfiggere “quegli artigli dell' Invisibile che graffiano” e trasmettere messaggi di salvezza porgendo la “fronte al lavabo della speranza” nel momento in cui registra “la condanna” cui è destinata l'umanità. Gli "Echi" di Santamaria sono “uccelli designati” che “cadono / col piombo nel corpo”. E il suo essere forse solo nel mondo non è mai univoco o statico, ma acquista molti significati di scelte meditate e consapevoli, perseguite con ostinata tenacia, rapportabili comunque alla volontà di lasciare al proprio destino gli occasionali compagni di viaggio, per continuare a divenire… sulla scia dei propri sogni.

Questi “Echi”, che fanno registrare nel poeta una continua alternanza di ragione e sentimento, sono lo studio di un’anima tormentata e solitaria, che cerca una pacificazione interiore e procede con un'armoniosità che gli è congeniale, pur tempestata di lampi, i lampi di una elitaria personalità. La sua, è una “gabbia” di estraneità e di dolore, di indubbia suggestione e di calcolata ironia, che produce sottili vibrazioni come specchio per valutare se stesso, il poeta, mentre “in fuga” nella “inumanità della notte” discorre con se stesso in un “monologo” di “rigida rovina”. Il poeta cerca “un anelito ancora umano” ed è “tutto un pianto, …abbandonato all'angoscia”, mentre l'onda del cuore si trasforma in un “fiore di schiuma”.
E’ quasi un elogio della vita contemplativa come fonte suprema di pace e di idilliaca serenità.
Chi scardinerà quella “isola”, chi spezzerà quei ricordi “ossessivi” sottolineati da un linguaggio modernissimo, ma tuttavia denso di figure retoriche, originale commistione di versificazione libera in allitterazioni, anafore ricorrenti, sinestesie, analogie inconsuete, ma mai desuete, inframmezzate da parole crude del parlato corrente, dalla tecnica del monologo interiore che fa anche a meno di un interlocutore pascendosi e nutrendosi delle sue dolorose memorie attraverso i ricorrenti flash-back? Ossimori e metafore, per sottolineare le astrazioni di una memoria che non cessa di ricordarsi, affogando tra rimembranze come “uncinate mani” o “granelli di tragedia antica” o “artigli dell’Invisibile che graffiano”, in un’alternanza che è vita, una vita negata che afferma se stessa contro ogni plausibile dubbio.
Il poeta ci lascia in bilico, sospesi in un limbo, in attesa cosmica, a ricercare, a domandare certezze.

Poesia apparentemente facile. Nella sua trasparenza, in realtà, il poeta Santamaria è complesso ed arduo, proprio per quella semplicità con cui ascolta e soffre gli interrogativi più alti che l'uomo si pone sulle ragioni e il senso della sua realtà in divenire, sulla misura e dismisura della vita e del suo destino.
Queste, di “Storie di echi”, danno l’impressione di essere pagine scritte di getto, sulla metrica ansiosa del respiro, come zampillo spettinato… Ma i suoi versi vanno goduti parola per parola, gustati come un liquore dorato, dolce e profumato, con le loro cadenze musicali che fanno vibrare le corde più intime del nostro cuore. Sono caratterizzati dall’amore per la natura e per la donna e soprattutto da un’ardente fantasia evocatrice che spennella panorami incantati, schermaglie amorose, celie e burle innocenti, severe censure contro le ipocrisie: sono plasmati di tenerezza sentimentale nonché di evanescenze e di sogni profumati e primaverili, di sensualità e purificazione, di atteggiamenti pensosi senza intellettualismi ermetici.
Il poeta si accosta alla poesia con umiltà e passione: questa gli suggerisce immagini fulminee e freschissime, lievi come una piuma, che il trascorrere degli anni ci ha forse fatto lasciare lungo la strada. Il poeta coglie attraverso un travaglio intimistico essenze straordinarie, inconsapevoli mutamenti di uno spirito rivolto alla solitudine creativa. Solo nella poesia trova il necessario conforto ad una visione pessimistica del mondo ma, paradossalmente, solo da questo pessimismo coglie i petali della vita e la solitudine diviene sprone per la ricerca di una rinascita.
Ha il cuore pieno di malinconia perché ha conosciuto il bello e imparato a riconoscere il brutto. Esprime dentro e fuori metafora inquietudini e tensioni morali di un’età, quella giovanile, in una scrittura felice ed alta.
Occhi pieni di vuoto sono quelli che gli roteano intorno, nei quali forse vorrebbe specchiarsi, verificare affinità o trovare divergenze che gli neghino l’incombenza delle sue terribili certezze che egli vorrebbe contraddette.
Incomunicabilità? Il poeta la vede, la sente, sulla sua pelle, in tutta la sua tragica evidenza. Non c’è merito nel saper rendere a parole un’idea concepita dalla mente, solo fortuna di saperla esprimere anche a nome degli altri che non sanno dare nomi e voci ai fantasmi della loro mente.

M.T. Manganiello

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.