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I poeti
non sono mai buoni critici di se stessi: o si sottovalutano o sono
presi da delirio di onnipotenza.
A fare da staffetta e da trattino di unione fra queste “cesure del
tempo”, uno spirito alto, una mente che si muove come un magma fra
presente e passato, proiettandosi nel futuro.
Lo scrittore, Franco Santamaria, fra scienza e mistero, fa da
“cerniera” ideale in una sorta di odio-amore mai superato, perché
mai rimosso, alla ricerca di una “normalità”, dove la sua poesia
possa attingere l’effervescenza che le è congeniale.
Stagione fertile e felice questa di una voce, la sua, che non grida
forte per la pigra abitudine di costringersi a guardare solo
l’evidente, lo scontato, quanto ci circonda ed è a portata di mano,
mentre potrebbe, se solo lo volesse, sconfiggere “quegli artigli
dell' Invisibile che graffiano” e trasmettere messaggi di salvezza
porgendo la “fronte al lavabo della speranza” nel momento in cui
registra “la condanna” cui è destinata l'umanità. Gli "Echi" di
Santamaria sono “uccelli designati” che “cadono / col piombo nel
corpo”. E il suo essere forse solo nel mondo non è mai univoco o
statico, ma acquista molti significati di scelte meditate e
consapevoli, perseguite con ostinata tenacia, rapportabili comunque
alla volontà di lasciare al proprio destino gli occasionali compagni
di viaggio, per continuare a divenire… sulla scia dei propri sogni.
Questi “Echi”, che fanno registrare nel poeta una continua
alternanza di ragione e sentimento, sono lo studio di un’anima
tormentata e solitaria, che cerca una pacificazione interiore e
procede con un'armoniosità che gli è congeniale, pur tempestata di
lampi, i lampi di una elitaria personalità. La sua, è una “gabbia”
di estraneità e di dolore, di indubbia suggestione e di calcolata
ironia, che produce sottili vibrazioni come specchio per valutare se
stesso, il poeta, mentre “in fuga” nella “inumanità della notte”
discorre con se stesso in un “monologo” di “rigida rovina”. Il poeta
cerca “un anelito ancora umano” ed è “tutto un pianto, …abbandonato
all'angoscia”, mentre l'onda del cuore si trasforma in un “fiore di
schiuma”.
E’ quasi un elogio della vita contemplativa come fonte suprema di
pace e di idilliaca serenità.
Chi scardinerà quella “isola”, chi spezzerà quei ricordi “ossessivi”
sottolineati da un linguaggio modernissimo, ma tuttavia denso di
figure retoriche, originale commistione di versificazione libera in
allitterazioni, anafore ricorrenti, sinestesie, analogie inconsuete,
ma mai desuete, inframmezzate da parole crude del parlato corrente,
dalla tecnica del monologo interiore che fa anche a meno di un
interlocutore pascendosi e nutrendosi delle sue dolorose memorie
attraverso i ricorrenti flash-back? Ossimori e metafore, per
sottolineare le astrazioni di una memoria che non cessa di
ricordarsi, affogando tra rimembranze come “uncinate mani” o
“granelli di tragedia antica” o “artigli dell’Invisibile che
graffiano”, in un’alternanza che è vita, una vita negata che afferma
se stessa contro ogni plausibile dubbio.
Il poeta ci lascia in bilico, sospesi in un limbo, in attesa
cosmica, a ricercare, a domandare certezze.
Poesia apparentemente facile. Nella sua trasparenza, in realtà, il
poeta Santamaria è complesso ed arduo, proprio per quella semplicità
con cui ascolta e soffre gli interrogativi più alti che l'uomo si
pone sulle ragioni e il senso della sua realtà in divenire, sulla
misura e dismisura della vita e del suo destino.
Queste, di “Storie di echi”, danno l’impressione di essere pagine
scritte di getto, sulla metrica ansiosa del respiro, come zampillo
spettinato… Ma i suoi versi vanno goduti parola per parola, gustati
come un liquore dorato, dolce e profumato, con le loro cadenze
musicali che fanno vibrare le corde più intime del nostro cuore.
Sono caratterizzati dall’amore per la natura e per la donna e
soprattutto da un’ardente fantasia evocatrice che spennella panorami
incantati, schermaglie amorose, celie e burle innocenti, severe
censure contro le ipocrisie: sono plasmati di tenerezza sentimentale
nonché di evanescenze e di sogni profumati e primaverili, di
sensualità e purificazione, di atteggiamenti pensosi senza
intellettualismi ermetici.
Il poeta si accosta alla poesia con umiltà e passione: questa gli
suggerisce immagini fulminee e freschissime, lievi come una piuma,
che il trascorrere degli anni ci ha forse fatto lasciare lungo la
strada. Il poeta coglie attraverso un travaglio intimistico essenze
straordinarie, inconsapevoli mutamenti di uno spirito rivolto alla
solitudine creativa. Solo nella poesia trova il necessario conforto
ad una visione pessimistica del mondo ma, paradossalmente, solo da
questo pessimismo coglie i petali della vita e la solitudine diviene
sprone per la ricerca di una rinascita.
Ha il cuore pieno di malinconia perché ha conosciuto il bello e
imparato a riconoscere il brutto. Esprime dentro e fuori metafora
inquietudini e tensioni morali di un’età, quella giovanile, in una
scrittura felice ed alta.
Occhi pieni di vuoto sono quelli che gli roteano intorno, nei quali
forse vorrebbe specchiarsi, verificare affinità o trovare divergenze
che gli neghino l’incombenza delle sue terribili certezze che egli
vorrebbe contraddette.
Incomunicabilità? Il poeta la vede, la sente, sulla sua pelle, in
tutta la sua tragica evidenza. Non c’è merito nel saper rendere a
parole un’idea concepita dalla mente, solo fortuna di saperla
esprimere anche a nome degli altri che non sanno dare nomi e voci ai
fantasmi della loro mente.
M.T.
Manganiello |